LETTERATURE MONDO
POESIA GIAPPONESE CONTEMPORANEA
Dalla grande tradizione classica alla sperimentazione della lingua parlata

      
Una panoramica sull’ambiente letterario nipponico in cui è assai reputata la scrittura in versi che dopo secoli di forme tradizionali fondate sul vecchio codice sillabico, ha conosciuto un rinnovamento nel dopoguerra basato su un diverso sistema di notazione scritta. Oggi le tendenze moderniste hanno contaminato linguisticamente anche gli ‘haiku’ e i ‘tanka’ provocando non poche polemiche. In appendice una sintetica antologia su alcuni tra i più significativi protagonisti dell’attuale scena poetica del Giappone: Yukitsuna Sasaki, Yasuta Kemari, Tawari Machi, Momoko Kuroda, Nenten Tsubouchi, Naoko Yamazaki, Shuntaro Tanikawa, Masayo Koike.
      




   

di Massimo Giannotta e Tatsuo Uemon Ikeda

 


A proposito delle novità che si muovono nell’ambiente letterario giapponese, per quanto attiene alla poesia, si può dire che sono certamente diverse e interessanti. Alcune riguardano questioni strettamente relative alla lingua, altre l’esplorazione di ambiti artistici, contaminazioni e sperimentazioni in cui si misura o con cui intende misurarsi la poesia. Vi è infine la sperimentazione interna alla scrittura poetica che fornisce molte prove di sicuro interesse. Al contrario di quello che faremmo per delineare la situazione nel nostro paese, non basterebbe limitarci a registrare i libri e recensioni usciti nell’ultimo anno, infatti, bisogna tenere conto della consolidata abitudine, per cui le riviste letterarie collegate solitamente con associazioni di poeti, svolgono una particolare funzione per la diffusione dei testi. Questo vale per la poesia di tipo tradizionale, come per quella di tipo occidentale. Peraltro, anche in relazione alla concezione Zen che ha permeato per secoli la ricerca poetico-filosofica di tanti artisti, c’è da dire che l’attenzione spesso si sofferma più sulla singola composizione che non su opere più complesse. Naturalmente fatte salve le dovute eccezioni. Dunque per capire i fermenti che innervano la cultura letteraria del Giappone, dobbiamo prendere in considerazione queste peculiarità, senza dimenticare di spendere qualche parola per accennare alle origini e alle ragioni, talvolta lontane, del vivace dibattito in corso.

Come è noto, la poesia giapponese vanta una storia secolare che affonda le sue radici nel celeberrimo Manyōshū (Raccolta di diecimila foglie), prima antologia poetica compilata per ordine imperiale, contenente quasi cinquemila composizioni, e risalente al 720. In essa troviamo forme poetiche come il choka (poesia lunga, di origine cinese) il sedoka (poesia di tipo dialogico) e soprattutto il tanka (la poesia breve). Essa segue di poco il Kojiki (Cronaca di antichi eventi) che viene considerata la prima opera della letteratura nipponica, completata nel 712, primo tentativo di mettere per iscritto in caratteri cinesi la lingua giapponese. La quantità di materiale antologizzato testimonia la diffusione della composizione poetica, e l’attenzione che il centro del potere gli attribuiva. Così lontano nel tempo, come vedremo, risalgono alcune cause di una discussione tuttora in corso. Infatti, la poesia giapponese nasce da forme e lingua cinesi, dall’uso dei kanji (caratteri cinesi) e dalle prime prove poetiche in cui i letterati coltivarono oltre alla lingua, lo stile cinese. Successivamente, con l’antologia Kokinshū (Raccolta di poemi antichi e moderni) realizzata tra il 905 e il 920, venne adottata una scrittura mista tra il sistema fonetico giapponese (kana) e gli ideogrammi cinesi (kanji).  

Attualmente la poesia tradizionale è scritta nel vecchio codice sillabico giapponese, mentre quella moderna (shi) utilizza il nuovo codice sillabico rinnovato nel dopoguerra e istituito nel 1946. Un diverso sistema di notazione scritta, che fa dire al critico Fuminori Nakazawa, che ‘non esistono forme di contatto tra la prima e la seconda’. L’uso della lingua letteraria o di quella parlata costituisce argomento di appassionate discussioni che periodicamente si riaccendono. La tendenza all’uso della lingua parlata, reagisce ad una concezione della poesia considerata aristocratica, composta in un codice che risulta meno comprensibile ai più. Ciò rischia di escludere dalla poesia, che badiamo bene, è molto apprezzata, letta e praticata, le fasce meno colte, o meglio meno letterariamente attrezzate. In realtà, le due impostazioni letterarie si confrontano da diverso tempo, quella relativa alla poesia tradizionale che vanta, come si diceva, una grande storia e che è tuttora assai praticata in Giappone, e quella della poesia modernista che ha una storia assai meno lunga ma sicuramente vivace e interessante. La questione è dunque complicata dal fatto che haiku e tanka, si riferiscono tradizionalmente appunto ad un diverso codice linguistico lontano dalla lingua parlata, rispetto alla prosa e alla poesia modernista. Come si può immaginare, i cultori e gli autori di generi poetici che vantano una tradizione anche millenaria, difendono strenuamente una lingua che viene ritenuta costitutiva e più ricca anche dal punto di vista espressivo. Ultimamente si è molto discusso sul fatto che molti poeti hanno adottato la lingua parlata anche nelle forme tradizionali e non solo nella poesia ‘modernista’, riaccendendo la polemica sul suo uso. Nell’ambiente culturale giapponese la poesia è molto reputata, tanto da essere considerata particolarmente significativa tra le attività espressive, e ritenuta capace di orientare gli altri generi artistici.

Segnaliamo un recente intervento del poeta Yuichi Sato, che, ampliando il discorso, sostiene che la discussione sulla poesia modernista, se ha il torto di aver trascurato la poesia tradizionale, ovvero gli haiku e i tanka, si è limitata anche a prendere in considerazione solo la poesia normalmente pubblicata in cartaceo, trascurando, ad esempio le poesie pubblicate in rete. Inoltre questo autore, attira l’attenzione sui nuovi generi espressivi, osservando che non si è tenuto conto delle capacità espressive complesse che riguardano la contaminazione tra arti figurative e poesia, quelle che coinvolgono testi relativi all’hip hop e al rap, né di quelle relative alla musica pop nazionale giapponese.





Yasumasa Morimura, Senza titolo, foto polaroid


Sato sostiene che oggi non è più tempo di interpretare il mondo in chiave simbolista, affermando che, nell’opera, ha più importanza l’intreccio, rispetto alla struttura. Quest’autore ritiene che sia emblematico il percorso che va dalla light novel (romanzo illustrato giapponese con le caratteristiche dei manga, rivolto per lo più agli adolescenti), al manga, al cartone animato, considerandolo una nuova rappresentazione dell’esistente, capace di costruire una nuova immagine di sé. Per cui nel percorso: autoconoscenza – società – mondo – universo, si constata la scomparsa della categoria ‘società’ e si stabilisce un sistema di relazione tra conoscenza di sé e universo, senza intermediari, in quanto la società si sarebbe trasformata in un sistema simbolico e non reale. Il percorso sarebbe dunque: gruppo – mondo – universo – risoluzionismo, in cui il gruppo prenderebbe il posto e le funzioni di una società in cui non è più possibile riconoscersi. La poesia rappresenterebbe così una sorta di struttura eccessivamente raffinata di un mondo immaginario. Di questa corrente il più noto esponente è Taichi Nakao.

Yuichi Sato critica la posizione del gruppo dei ‘risoluzionisti’, argomentando che, come tutti i gruppi, questo non può sopravvivere isolato da tutto, né pretendere che il potere della fantasia possa risolvere ogni situazione. Viene criticata la definizione tautologica ‘la poesia è poesia’ (anch’essa in un certo senso ‘isolazionista’), che non può dare alcuna risposta, e che non ha portato che in un circolo vizioso, e ha provocato quella che viene considerata ‘una deriva’ verso la prosa. Ciò nondimeno Sato immagina un’evoluzione della poesia a favore di percorsi espressivi contaminati e intermodali.

Shuntaro Tanikawa, ritenuto uno dei poeti più importanti, in un suo intervento sulla rivista Asahi, sostiene che ogni attività espressiva ‘può essere poesia’, facendo l’esempio di un famoso manga (fumetto giapponese), lo Slam dunk. Appunto ‘può essere’, ma, precisa anche, che questo non significa che lo sia. Il poeta si addentra nel discorso, affrontando il problema della forma, quindi la differenza tra la ‘poesia’, che ha le sue caratteristiche precise, e ‘il poetico’ per il quale ogni cosa potrebbe essere una sorta di ‘poesia in versi liberi’.

Sull’altro versante il poeta Sotaro Ogihara afferma invece che solamente ‘la poesia in versi tradizionali rimane poetica’ nonostante la sua fortuna calante, e che ‘la poesia in versi liberi è fondamentalmente non poetica’ tanto da bollarla come ‘il fallimento della poesia’. A questo proposito si pone infine la domanda: ‘La poesia che si allontana dai versi può autodefinirsi poesia?’ concludendo ‘ Mi pongo spesso autocriticamente questo problema’.

Crediamo che la poesia composta secondo lo stile moderno abbia dato sostanzialmente risposta a quest’interrogativo che nasconde tutto il descritto braccio di ferro critico tra chi sostiene una scrittura che proviene da una tradizione tuttora molto viva e il fenomeno connesso con la globalizzazione della poesia espressa nella lingua quotidiana. Qualcosa che ricorda anche il dibattito a noi familiare tra ‘forme chiuse’ e ‘forme aperte’.

Naturalmente il problema resta quello di accordarsi sulla definizione di poesia ed è ovvio osservare che senza stabilirne lo specifico, la definizione non può non restare ambigua. D’altra parte non ce ne nascondiamo le difficoltà. Comunque la discussione è in corso.

Recentemente, alla diminuzione dell’influenza dei letterati della generazione del dopoguerra, di poeti come Shin Oooka, Yasuo Irizawa, Komei Yoshimoto, Shuzo Taniguchi, che avevano trovato ispirazione nel surrealismo e nell’imagismo, ha corrisposto un recente rifiorire della poesia tradizionale.

C’è chi sostiene che il problema potrebbe essere affrontato aprendo un processo che ‘trovi una nuova forma’. Qualcuno come il poeta Sadakazu Fuji, indica la strada della comunicazione orale, in una ricerca che superi il ritmo sillabico tradizionale delle 5 7 5 7 5 sillabe, (sistema di clausole sillabiche fisse, nato dalla mancanza di accenti tonici nella lingua giapponese che quindi non si presta ad una scansione ritmica) nell’estrema ipotesi di saltare addirittura la forma scritta, vista come semplice spartito, forse come ormai inutile intermediazione e incrostazione formale. Come si vede le proposte sono diverse: la pratica dell’oralità è stata comunque sperimentata da Gonzo Yoshimazu e anche da Shuntaro Tanikawa. Certo rispetto ad un sistema di scrittura sillabico, in cui sono coinvolti anche gli ideogrammi con il loro carico visuale di significato, si lamenterebbe una perdita di precisione e quindi di significato, in quanto la parola sarebbe più fortemente legata con l’interpretazione. È una questione dibattuta anche da noi, relativamente alla poesia sonora e alla sua vocazione performativa. Comunque nell’era di Internet in cui si mescolano immagini, musica, parole scritte e pronunciate e già si delineano interessanti proposte espressive, grandi cambiamenti sono in corso, e tali questioni meritano di essere seguite con la massima attenzione.

Ricordiamo anche i tentativi del dopoguerra, proposti da qualcuno, di una versificazione in rima (nuova per quella letteratura) di imitazione occidentale. Non dimentichiamo neanche i tentativi di mediazione tra le forme tradizionali e la poesia modernista, di poeti come Yukio Tsuji. 

HOMURA Hiroshi, interviene sulla rivista Eureka, edita da Seido-sha, sul problema della lingua parlata in relazione alla poesia tradizionale di tanka e haiku. Egli paragona la poesia tradizionale, in relazione alla narrativa e al romanzo, a tradizioni come la cerimonia del tè e quella dei fiori, rispetto a momenti della vita meno simbolici e formali.

Tradizionalmente i gruppi (kessha) di poeti di haiku e tanka fanno riferimento a un maestro. Il maestro insegna e corregge e gli allievi, in forza di questo rapporto, migliorano imparando. Questa nel tempo la forma tradizionale, quasi una confraternita in cui avvenivano gli scambi tra generazioni e tra autori. Nel loro lavoro questi circoli, hanno conservato negli anni, la ‘forma tipica tradizionale’ nella composizione di tanka e haiku, e in queste forme hanno utilizzato, fino ad oggi, la lingua letteraria come base.

Tutto è cambiato con la pubblicazione nel 1980, in epoca ‘New Age’, del libro Anniversario dell’insalata di Tawara Machi, in cui la poetessa, ha presentato i suoi tanka in lingua parlata, riscuotendo grande successo e vendendo più di tre milioni di copie.

Con la diffusione dell’uso della lingua parlata nel tanka (poesia breve, rispetto al choka, poesia lunga) e negli haiku, la necessità di imparare la lingua letteraria non è più assoluta, ma ovviamente tende a divenire secondaria. Basta che il poeta si attenga alla regola di 5, 7, 5, 7, 7 sillabe, per soddisfare gli aspetti formali. Il risultato è che i giovani poeti scrivono tanka utilizzando la lingua quotidiana, descrivendo un sé che, fin dall’inizio (dicono certi critici), non esce dalla semplice dimensione appunto quotidiana. Questo ci può sembrare strano, ma se come dice Kato Shuiki ‘le arti occupano, nella cultura nipponica, lo stesso ruolo occupato in quella occidentale dalla filosofia’, come testimoniano pur nella loro contraddittorietà i lavori di Yukio Mishima, come Kagi no kakure,

una dimensione ‘quotidiana’ toglierebbe spessore ad una profondità di riflessione che passa anche dalla costruzione formale, e in fondo finirebbe per banalizzare e impoverire il processo.

Utilizzare questa forma riferendosi al semplice apparato sillabico, finirebbe inevitabilmente per snaturare il percorso di ricerca che trova nella lingua uno strumento considerato costitutivo e indispensabile.

Il sistema, che oggi mostra segni di crisi, è tradizionalmente organizzato nei seguenti elementi: un’associazione di tanka diretta da un riconosciuto kajin (poeta di tanka) che è il maestro; una rivista che pubblichi i lavori degli associati; un editore specializzato, infine, che ne pubblichi i libri.

Oggi i poeti non seguono più un’associazione, non riconoscono come punto di riferimento l’autorità di un kajin e la sua funzione di maestro e non vedono la scrittura come percorso di studio e miglioramento. Questo sembra estraneo a noi occidentali che pur dovremmo pensare all’antica tradizione della ‘bottega’ in pittura, e comunque capire che il sistema ha funzionato per secoli e che il suo vacillare ha creato un momento di confusione.

Non dubitiamo in ogni caso che la grande tradizione poetica nipponica e il gran numero delle persone praticanti, sapranno dare, in termini espressivi risposte adeguate, superando brillantemente questo momento di passaggio.





Silvia Stucky, Haiku, video, 2008


Tanka e Haiku

 

Questi componimenti sono tipicamente giapponesi e si basano sull’alternanza di ku (momenti), impropriamente indicati in occidente come ‘versi’. Il tanka (poesia breve), è costituito di 31 sillabe e ha uno schema di due ku articolati, il primo in 5, 7, 5, sillabe e un secondo, in 7, 7. Il tanka, che vanta una maggiore antichità, è stato per molti secoli la forma poetica dominante. Dopo alterne vicende il tanka è giunto fino ai tempi moderni. È tuttora praticato, e non solo in Giappone, e pur non avendo trovato, per ora, la diffusione che, come vedremo, hanno avuto gli haiku fuori del paese, vanta interpreti anche tra autori occidentali.

L’haiku, è costituito da 17 sillabe (5, 7, 5) e formato di tre ku. Esso nasce in Giappone nella seconda metà del ’600 dall’isolamento del cosiddetto hokku (verso iniziale) del renga, componimento poetico a catena, composto collettivamente come poesia conviviale. Il renga subì varie modifiche, per approdare anche a composizioni comiche o satiriche (haikai no renga) in reazione alla poesia paludata. L’haiku ci giunge solitamente scritto su una sola colonna, anche se è abitudine occidentale trascriverlo in tre versi. L’haiku è un componimento aperto, in cui vengono forniti al lettore gli ingredienti per una meditazione volta a raggiungere l’intuizione del tutto. L’io poetico non si manifesta esplicitamente ma si identifica e si annulla nella propria meditazione. Questa poesia appare dunque in un certo senso impersonale, eppure il suo modo di costruire una rete intuitiva di nessi è efficacissimo. Quanto questa esperienza sia connessa con lo spirito Zen è evidente per tutti, anche se l’haiku è stato ed è praticato anche da poeti ‘non Zen’. Il più grande poeta haiku è considerato Matsuo Bashō (1644-1694), che diede un impulso a questo genere di poesia portandolo a livelli elevatissimi. In realtà questa composizione ha preso il nome haiku più tardi, ad opera di Masoka Shiki, che coniò questo termine nella seconda metà dell’Ottocento. Attualmente si calcola che più del 10% della popolazione giapponese componga haiku. Rispetto all’estero, come accennato, la pratica dell’haiku si è diffusa prima in America (ricordiamo, tra gli altri, l’importante festival internazionale Cherry Blossom di Vancouver), poi in Europa. All’haiku si sono interessati poeti della beat generation, Kerouak, Pound ed Eliot, Borges e Claudel, in Italia Sanguineti e Zanzotto, per citare solo i più famosi.

Segnaliamo nel nostro paese il lavoro dell’Associazione Italiana Amici dell’Haiku e il competente impegno di Carla Vasio di Momoko Kuroda, di Marisa Di Iorio e dell’Editrice Empirìa, che organizzano con il supporto dell’Istituto Giapponese di Cultura, il Premio Letterario Nazionale di Haiku, che riscuote grande successo.

 

Il verso libero

 

In questo variegato paesaggio, giungiamo a parlare delle tendenze della poesia modernista di tipo occidentale (shintaishi, ovvero ‘poesia del nuovo stile’), quali si delineano negli anni appena trascorsi.

L’ingresso della poesia di tipo occidentale in Giappone può datarsi con l’uscita dell’antologia Shintaishisho (1882) contenente traduzioni di testi di poeti occidentali (Gray, Tennyson, Longfellow, Campbell, Bloomfield, etc.).

Ma solo nel gran rivolgimento nel dopoguerra vi fu un gran fiorire di questa poesia per merito di diversi gruppi, come Arechi (Terra desolata), Retto (Catena di isole), Kai (Il remo) ed altri.

Ricordiamo i meriti della casa editrice Shicho-sha, che ha dato impulso alla pubblicazione di testi poetici contemporanei dedicati all’opera di ciascun autore, mentre i poeti, fino a pochi anni prima, pubblicavano i loro testi prevalentemente in antologie collegate con i loro gruppi di lavoro. Shico-sha, ha così pubblicato centinaia di titoli, tra cui, recentemente, anche le traduzioni di poeti italiani come Attilio Bertolucci e Mario Luzi, curate da Yasuko Matsumoto. Questa operazione ha sicuramente favorito una migliore conoscenza degli autori, favorendo la produzione e la conoscenza di opere organiche.

A proposito dei fermenti che vivificano la poesia nipponica ricordiamo ancora la sperimentazione di Yukio Tsuji, scomparso nel 2000, che ha tentato di coniugare la poesia del verso libero con gli haiku.

Infine crediamo sia importante dire qualcosa della nuova poesia femminile. Le donne hanno sempre occupato un posto importante nella poesia nipponica, anche nell’antichità, tra l’altro con produzioni originali e interessanti. Nella ‘poesia del nuovo stile', come in quella tradizionale, abbiamo una serie di poetesse della generazione che non ha vissuto la guerra, che ci forniscono prove molto interessanti. Tawari Machi, come dicevamo, porta avanti il discorso della lingua parlata nel tanka, e ricordiamo autrici come Masayo Koike, classe 1959, che ci offre una poesia quietamente visionaria, Toshiko Hirata, del 1955, e Junko Takahashi, del 1944, interprete di un realismo postminimalista, amaramente attento al sociale. Salutiamo anche con piacere l’uscita per Kashin-sha, nel 2010 di Raccolta dell’opera poetica di Noriko Ibaragi, autrice già nota in Italia, fondatrice della rivista Kai, a cui aderirono Shuntaro Tanikawa e Makoto Ooka.

Segnaliamo infine alcune pubblicazioni di poesia, relative all’anno appena trascorso, per la maggior parte delle quali possiamo solo riportare i titoli.

 

 

Editore Kashin-sha

 

Noriko Ibaragi

Raccolta dell’opera poetica di Noriko Ibaragi

 

*   *   *

 

Kiyo Haraguchi

Fragola invernale

[Haiku]

 

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Editore Shicho-sha

 

Chukok Fukasa

L’aneddoto dell’arco della catena di isole del mare meridionale

 

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Mizuki Mitsuku

Nella bambagia

 

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Izumi Yamanocuchi

Padre Yamanocuchi Baku

 

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Keiko Shimizu

Fare le bizze-dada

 

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Akane Tsukasa

Strada principale in salamoia

 

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TESTI [1]

 

 

Yukitsuna Sasaki

Nato a Tokyo, nel 1939, professore universitario, poeta molto reputato. Membro dell’Accademia di belle arti, studioso di letteratura del Giappone. Ha seguito le orme del padre Nobutsuna Sasaki anch’egli famoso poeta di tanka.

 

 

 

Avevi detto

che volevi mio figlio!

Sei stupida!

 

 

 

Acqua che corre

ribollendo nel fiume

rompe il vortice il suono

tu mi sei tra le braccia

 

 

 

Un verso della poesia sta dritto

oscilla nel vapore che si leva

si agita la terra

 

*  *  *

 

 

Yasuta Kemari

Questa interessante poetessa, pur non appartenendo ad alcuna associazione di tanka, ha vinto, come nuovo talento, il Premio per la ricerca nel tanka, nella sua 52° edizione.

 

 

 

In nostalgici

campi io mi trovavo

di tali cose fatti

che eran da lontananze

grandi pervenute

 

 

 

 

Giugno

sulle ruote bagnate

del camioncino

fermo al semaforo

si è attaccato il futuro

 

 

 

 

Al porto del cielo

al porto dell’acqua

al porto del vento

al porto dei sogni

colano i semi

 

 

*  *  *

 

 

Tawari Machi

Altra giovane poetessa molto apprezzata, impegnata nella modernizzazione del tanka con l’uso della lingua parlata, in cui compone i suoi testi. All’università di Waseda ha incontrato Yukitsuna Sasaki sotto la cui influenza ha cominciato a scrivere tanka.

Il grande successo della citata raccolta Anniversario dell’Insalata ha fatto parlare di ‘fenomeno dell’insalata’ paragonabile con la ‘bananomania’ relativa alla popolarità della scrittrice Banana Yoshimoto. Molto famosa, ha celebrato le virtù del tanka in radio e in televisione, incoraggiando i giovani a misurarsi con questo componimento. Opera anche come traduttrice dal giapponese antico a quello moderno. Ha tradotto opere come il Manyōshū and the Taketori Monogatari (Storia di un tagliabambù).

 

 

 

なんでもない会話なんでもない笑顔なんでもないからふるさとが好き

 

Conversazioni

sul niente, sul niente

sorrisi

in particolare è perché

mi piacciono quando torno a casa

 

 

四万十に光の粒をまきながら川面をなでる風の手のひら

 

Il palmo del vento

che accarezza il volto dello Shimanto[2]

semina

infiniti granelli di luce

 

 

みかん一つに言葉こんなにあふれおり かわ・たね・あまい・しる・いいにおい

 

 

Così tante parole

In un solo mandarino!

“Buccia” e “semi”

“dolce” e “succo”

e “odore” un buon odore

 

 

揺れながら前へ進まず子育てはおまえがくれた木馬の時間

 

Indietro e avanti

senza andare in nessun posto

allevare un bimbo

è come questo cavallo a dondolo

tempo che tu hai dato a me

 

 

何層もあなたの愛に包まれてアップルパイのリンゴになろう

 

Vorrei essere la mela

che riempie una apple pie

rivestita

strato dopo strato

del tuo amore

 

 

* * *

 

Momoko Kuroda

Nata a Tokyo, allieva del poeta Yamaguchi Seison, continuatore della linea ortodossa di composizione degli haiku di Kyoshi, a sua volta considerato fondatore dell’haiku moderno, è fondatrice della rivista Aoi (Profondo blu). Autrice di molti libri e vincitrice di molti importanti premi, ha pubblicato in Italia Un albero un’erba, Empirìa, 1995. Svolge attività didattica come haijin, ha al suo attivo molti scritti teorici.

Della Kuroda riportiamo alcune recenti composizioni.

 

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Negli occhi di un uccello

Grandi uccelli bianchi

Stipati

 

 

 

Frescura –

Negli ultimi anni di vita

L’orecchio di mio padre

 

 

 

Un solo ponte

Una volta attraversato –

Lo shoji[3] primaverile di mia madre

 

 

* * *

 

Nenten Tsubouchi

Nato nel 1944, è un poeta molto conosciuto. Ha studiato letteratura giapponese alla Ritsumeikan University ed è attualmente professore all’università di Kyoto. È stato direttore della rivista ‘Giornale dell’Associazione dell’Haiku Moderno‘, di cui è membro fino al 1985, nel 1986 ha fondato una rivista del suo circolo poetico. Ha coniato l’espressione katakoto (かたこと【片言】) “schegge di parole” a indicare una sorta di cicaleggio, di balbettio infantile, frammentario e spezzato, che talvolta Tsubouchi utilizza.

 

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桜散るあなたも河馬になりなさい 
sakura chiru anata mo kaba ni narinasai

mentre cadono i boccioli del ciliegio

tu potresti anche

diventare un ippopotamo

 


三月の甘納豆のうふふふふ
sangatsu no amanattoo no ufufufufu

legumi con zucchero glassato

di marzo
u fu fu fu fu

 

 

* * *

 

 

Naoko Yamazaki

Nata nel 1970. È la  seconda donna giapponese che si è qualificata come astronauta. Come si vede la scrittura della poesia è diffusa in maniera molto rilevante in Giappone e interessa categorie anche lontane dagli ambienti letterari

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瑠璃色の 地球も花も 宇宙の子
ruri iro no chikyuu mo hana mo uchuu no ko

 

la terra di lapislazzuli

e tutti i fiori...

tutti bambini dello spazio

 

* * *

 

 

Shuntaro Tanikawa

Oggi, come si diceva, il poeta più noto ed apprezzato è Shuntaro Tanikawa, nato a Tokyo nel 1931, figlio del celebre filosofo Tetsuo Tanikawa, che esordì brillantemente, molto giovane, con La solitudine di due miliardi di anni luce. Tanikawa si è misurato in molti campi artistici, nella musica, nel disegno e nell’immagine, ha scritto drammi radio-televisivi. Si è impegnato anche nel campo della traduzione, ricordiamo la sua Mamma oca e la traduzione delle strisce Peanuts di Charles Schulz. Ha al suo attivo una sessantina di libri e una curiosità insaziabile. Come già abbiamo accennato è intervenuto in campo performativo e si è misurato anche la cosiddetta poesia in prosa teorizzata da Irizawa Yasuo.

Naturalmente orientato verso la poesia di tipo occidentale, considera la poesia tradizionale troppo formale e chiusa. L’intenzione di Tanikawa è di porsi artisticamente come punto d’incontro tra oriente e occidente. Alcuni critici lo hanno avvicinato alla beat generation, che si è dimostrata interessata alla poesia giapponese, anche se in realtà ci sembra che tali vicinanze non siano del tutto convincenti. Scrive di lui Shuzo Yachi: “Nella parola di Tanikawa esiste qualcosa di molto simile alla musica, che s’intreccia all’armonia universale e muove la materia poetica con la sua stessa forza”. È tradotto in molte lingue e la sua poesia in Giappone è studiata nelle scuole. È conosciuto in Italia.

 

 

これが私の優しさです

窓の外の若葉について考えていいですか
そのむこうの青空について考えても
永遠と虚無について考えていいですか
あなたが死にかけているときに

あなたが死にかけているときに
あなたについて考えないでいいですか
あなたから遠く遠くはなれて
生きている恋人のことを考えても

それがあなたを考えることにつながる
とそう信じてもいいですか
それほど強くなっていいですか
あなたのおかげで

 

 

Questa è la mia premura

 

Si può pensare alle foglie nuove fuor della finestra

o al cielo azzurro al di là?

È bene pensare all’eternità o al vuoto

quando sei sul ciglio della morte?

 

Quando sei prossimo a morire

è possibile non pensare a te in qualche modo ancora?

Quando stiamo per essere separati da così tanta distanza

cos’è mai pensare alla viva innamorata?

 

Questo è ciò che è legato alle mie premure per te

È bene se è questo che ora io penso?

È bene che diventi valida questa via

con la tua approvazione?

 

[4]

 

 

 

Quando gli Uccelli sparirono dal Cielo

 

Il giorno in cui le Bestie sparirono dalla Foresta

la Foresta trattenne il respiro.

Il giorno in cui le Bestie sparirono dalla Foresta

gli umani continuarono a costruire strade.

 

Il giorno in cui i Pesci sparirono dal Mare

il Mare cupamente gemette.

Il giorno in cui i Pesci sparirono dal Mare

gli Umani continuarono a costruire porti.

 

Il giorno in cui i Bambini sparirono dalla Città

la Città si affaccendò perfino con più operosità.

Il giorno in cui i Bambini sparirono dalla Città

gli Umani continuarono a costruire parchi.

 

Il giorno in cui l’Umanità perse se stessa

tutti gli umani furono simili uno all’altro.

Il giorno in cui gli Umani smarrirono la Personalità

gli Umani continuarono a confidare nel futuro.

 

Il giorno in cui gli Uccelli sparirono dal Cielo

il Cielo pianse quietamente

Il giorno in cui gli Uccelli sparirono dal Cielo

gli Umani continuarono, inconsapevoli, a cantare.

 

 

Infine la celeberrima poesia Solitudine di due miliardi di anni luce:

 

 


[5]

 

Sul piccolo globo esseri umani

dormono si alzano, lavorano

talvolta desiderano avere dei compagni su Marte

 

I marziani sul loro piccolo globo

non so cosa fanno

(forse dormicchiano, si alzicchiano, lavoricchiano?) [6]

Talvolta desiderano avere dei compagni sulla Terra.

Questo è assolutamente sicuro.

 

Gravitazione universale vuol dire

forza d’attrazione della reciproca solitudine

 

Il cosmo è deformato

quindi tutti desiderano cercarsi.

 

L’universo si espande sempre di più

perciò tutti sono incerti.

 

Alla solitudine di due miliardi di anni luce

Inconsciamente ho fatto uno starnuto.

 

 

* * *

 

 

Masayo Koike

Nata a Tokyo nel 1959, si è misurata in giovinezza con diverse discipline artistiche prima di dedicarsi principalmente alla poesia. È anche traduttrice di letteratura infantile e saggista. Interviene attivamente su giornali e riviste e anche in radio e televisione. La sua poesia è raffinata, narrativa e molto armonica, attenta all’elemento realistico e alla sua trasfigurazione.

 

Photo Masayo Koike © Image: Koichi Mori

 

 

 

Breve poesia a proposito dell’alba

 

Durante il lungo viaggio

America, in una toletta di Santa Fe

Alba

Avevo orinato con discrezione per un lungo lungo tempo

Nel mondo intero

percepivo come se lì vi fosse solo questo suono e me stessa

malgrado il fatto che fossi io a fare il rumore

Curiosamente mi sembrava che venisse da fuori

e questo mi confortava

Come un’interminabile storia di una vecchia

stavo

aspettando che finisse

ma non voleva

Un tempo che non appartiene

a qualcuno

in nessun posto

Non ero lì

Non sono viva

potrei ancora dirlo

Adesso il suono è cessato

in questa stanza che è rapidamente diventata fredda

una silenziosa esistenza inaspettatamente creata

quello sono io, sono io?

La temperatura della vita lasciata  nella forma di un invisibile circolo

C’eri là?

C’eri là in quella stanza?

C’ero

Sono viva

A lungo prima che la voce interrogativa mi raggiungesse

 

 

*  *  *

 

 

Bibliografia orientativa (italiano)

 

AA.VV., Antiche liriche giapponesi, Nuova Editrice Spada, Roma 1990.

AA.VV., Antologia della poesia giapponese classica. Il Manyôshû, a cura di Sagiyama I., Cooperativa Universitaria Editrice Napoletana, Napoli, 1984.

AA.VV., Capolavori della Poesia Zen: Riokan, Basho, Saygio, Issa, a cura di Soletta L. e Muramatsu  M, La vita felice, Milano, 2008.

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AA.VV., Haiku il fiore della poesia giapponese da Bashō all’Ottocento, a cura di Del Pra A.,

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AA.VV., Haiku,  a cura di Arena L., Rizzoli, Milano, 1995.

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AA.VV., Kokin waka shû. Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne,  a cura di Sagiyama I.., Ariele, Milano, 2009.

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Basho M., Piccolo manoscritto nella bisaccia, a cura di Lydia Origlia, SE, Milano, 2000.

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Takano K., Nel cielo alto, a cura di Lagazzi P., e Matsumoto Y., Mondadori, Milano, 2003.

Takano K., Secchio senza fondo, a cura di Lagazzi P., e Matsumoto Y., Fondazione Piazzolla,

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Uchida S., Haiku, diario romano, Empiria, Roma 1988.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1]. Come opportunamente osserva la Piranio, la traduzione della poesia è obbligata ad allontanarsi dalla composizione sillabica giapponese. Inoltre, per la poesia tradizionale, la resa dei kanji (ideogrammi) si basa su un rapporto diretto tra idea e segno grafico, quindi nella traduzione non bisognerebbe trascurare la cosiddetta ‘dominante visuale’.

Infine, come si può ben vedere, i testi brevi sono scritti quasi sempre in una sola colonna (qui in una riga), la divisione in versi delle traduzioni risponde soltanto alle esigenze di ritmo suggerite dal testo poetico alle altre lingue.

 

[2].  È un fiume.

[3]. Parete mobile di legno e carta.

[4]. Il testo giapponese si legge dall’alto in basso, da destra a sinistra .

[5]  In questo caso il testo giapponese è impostato al modo occidentale, e si legge da sinistra verso destra.

 

[6]  L’Autore utilizza qui forme onomatopeiche intraducibili in italiano.




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