LE VIE DEL RACCONTO
FABIO MERCANTI
 


E – White

 

«Ehi, cos’hai? Cos’è che non va?» disse una capsula della A ad una della M.

«No, niente…».

«Ti vedo giù, … è un da po’ che non mi sembri tanto dinamico…».

La capsula non rispose a guardò sotto di sé il grande mare di latte infinito. «Ecco, ci risiamo» borbottò.

In un lampo quella candida distesa scomparve per poi ricomparire altrettanto velocemente. E le capsule tornarono al loro posto con un’altra faccia.

«Che stavi dicendo?» continuò allora quella che prima faceva parte della A, ma che ora non sapeva cosa stesse a significare.

«Niente, ti dicevo che non sapevo cosa dire …».

«Se ti sentono si arrabbiano… anzi, ti mandano via. Lo sai no, che il nostro compito è quello di dire qualcosa per forza!».

Intanto tutte le altre capsule parlavano tra di loro, del più e del meno, di quanto fosse duro il lavoro e nello stesso tempo importante tenerselo stretto.

«Sai che ti dico? Non mi trovo bene» disse la capsula triste.

«Ti senti stressato?».

«No, non è quello, e che… mi sento stupido».

«Addirittura! Non dire così, sei una delle capsule più esperte, anche io lo sono, sei stata programmata per la massima dinamicità».

«Sì, lo so, lo so. Forse è proprio questo. Il problema è che a forza di cambiare faccia uno finisce per rimbecillire».

Si fece buio e quel terreno tornò di nuovo incontaminato. Solo per un attimo.

«Vedi» continuò la capsula che ora era il puntino di una i  «è questo che non mi va giù, … questo continuo andirivieni. Giorni fa ho cercato di capire cosa diavolo stessimo a significare e se non ho capito male… le cose non sono andate sempre così» disse sottovoce.

Qualche altra capsula si mise ad ascoltare facendo finta di niente.

«Sì, questo lo so, ma cosa vorresti fare?» rispose il suo compagno.

«Prima, quelli che facevano il nostro lavoro avevano il loro compito e lo facevano per sempre, fino a quando non morivano. Stavano lì, fissi, e non si muovevano. Certo potevi rischiare di annoiarti, ma alla fin fine in quei fogli bianchi sono sicuro che nascevano delle belle amicizie. E poi avevano qualcosa in cui credere».

«Beh, anche noi … non hai sentito cosa hanno detto al corso di formazione?».

«Lascia stare. Lasciali stare quelli, dicono un mucchio di cose. Ma non vedi che meraviglia questa distesa così bianca? Guarda davanti a te! E non sarebbe meraviglioso potersi fissare qui sopra con tutta la propria forza e restarci, per sempre, a costo della vita? Avere un’identità, essere qualcuno, sentirsi parte di qualcosa, riconoscersi in qualcosa».

«Non dire così…. Cosa stai diventando, un romantico? Non lo sai che non serve, che porta a una malattia, non hai sentito…».

«Al diavolo! dai… noi non siamo nessuno! Adesso sono uno stupido punto, poi sarò bianco, parte indistinguibile di questo latte che siamo noi, poi tornerò ad essere un pezzo della stanga della T e poi…».

«Non dire così, fare il puntino è un onore riservato ai migliori. Hai una responsabilità a controllare che tutto intorno a te sia bianco».

«I migliori? Qui siamo tutti uguali! Tutti siamo nessuno. Se potessi tornare indietro imparerei il mestiere da quegli anziani vecchio stampo».

«E se finivi a fare una particella di banalissima carta bianca?».

«Guarda che funzionava diversamente» riprese sottovoce. E continuò alzandola con foga «Beh, qualcuno ci avrebbe scritto su qualcosa, magari qualcosa che deve ricordare, anche tra una vita».

Al refresh vennero a prelevarlo e in un batter d’occhio lo confinarono a fare il numero di pagina, lavoro da sguatteri barbari alle prime armi, con una nota per insubordinazione, una per inattitudine alla dinamicità e una per crisi di identità.

Lui guardava quel foglio elettronico, bianco infinito, e sognava di rimanerci attaccato. Per sempre.

 

 

 

 




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