LETTURE
AA.VV.
      

In noi si cancella ciò che rimane

-  Trentacinque poeti per Haiti

 

A cura di Cristina Sparagana e Nina Maroccolo


Ed. Del Giano, 2011, pp. 79, s.i.p.
(patrocinio Unicef)

    

      


di Domenico Donatone

 

«Forse i terremoti ci abbattono, ma ci tengono

in piedi, alcuni

li atterrano, altri, noi, per ora

li equilibrano.

Sono l’oscura cerimonia

della fragilità di esserci

dello stupore di esserci»

(D. Rondoni, Siamo inseguiti dai terremoti)

 

 

In noi si cancella ciò che rimane è anzitutto un bel titolo. Titolo di una raccolta di poesia patrocinata dall’Unicef e costituita da plurime voci di poeti che hanno scritto per il terremoto di Haiti avvenuto nel 2010. Evento catastrofico, di magnitudo 7.0 scala Mercalli, con epicentro localizzato a circa 25 chilometri della città Port-au-Prince, capitale dello Stato caraibico di Haiti. 222.517 le vittime. Entità effettiva dei danni materiali ancora sconosciuta. Secondo l’Onu e le autorità internazionali il sisma ha coinvolto circa 3 milioni di persone[1].

Devo dire che dinanzi ad eventi così catastrofici, in cui gli stessi governi non sanno come reagire, la poesia può fare poco, anzi diventa un’altra voce di emergenza a seguito della tragedia. In seconda battuta credo cha la poesia quando è chiamata ad illuminare una sciagura così intensa accetti un compito troppo oneroso che può ridurla a mero esercizio oppure a ineguagliabile essenza della sua entità. Comporre il puzzle della soluzione è arduo, comunque la si pensi. In questo caso le emozioni e il sentimento prevalgono sulle nozioni. «La poesia che arresta l’oscura distruzione della vita», come scrive una delle curatrici dell’antologia, Cristina Sparagana, è qualcosa di proto-storico, di proto-simbolico più che qualcosa di concreto, qualcosa che è troppo lontano e idealistico per essere vero, vicino. È l’alba della poesia questa!, è un tornare indietro della scrittura sui fondamentali, qualcosa che resta rispetto alle parole che si disperdono (quell’inesauribile verba volant, scripta manent), una poesia che sgorga dall’animo per indicare ciò che l’uomo patisce per primo: la perdita della vita. Poesia e morte trovano nella storia il loro indelebile legame. Qui, però, si tratta di poesia scritta a fin di bene, umanitaria più che umanistica, e la cosa ingessa la poesia in un ruolo che non le appartiene, che la rende forse inopportuna, nobile nella sostanza ma distante come i governi e le istituzioni. Che me ne faccio della poesia io che sono terremotato? Se la mia casa è crollata ed io sono vivo, il poeta dev’essere un oracolo talmente persuasivo da convincermi che le parole possono ricostruire ciò che la realtà distrugge. Compito difficilissimo, a molti irritante, specie se lo Stato non manda gli aiuti però arrivano i poeti. Poeti che s’immedesimano, poeti che si struggono, poeti che si estraniano, poeti che si commuovono, poeti che fanno capire con altre parole ciò che della tragedia i civili hanno vissuto. La poesia per questo motivo non dovrebbe avere un tema, dovrebbe esprimersi in libertà con pensieri non troppo pretenziosi. La poesia innanzitutto è scarsamente accomodabile ad un tema prestabilito. In merito a ciò ritengo, andando al cuore della tragedia, soprattutto umana, ritengo che sia troppo complicato gestire una sola vita, troppo oneroso occuparsi della propria che pensare di salvare quella degli altri è pura utopia. Qualcosa si può fare, certo, con strutture e ospedali, ma è una piccola e minima azione, legata ad interventi di routine più che di carità. Non sono tenuto a dire le mie opinioni, a confessare quanto posso essere stronzo, egoista e severo. Aspetti della mia persona che ho imparato ad ascoltare per evitare di fare l’ipocrita in mezzo ad un mondo di buoni, di brave persone (sic).

La mia reazione si scatena nel leggere non il titolo del libro, che trovo stupendo, estratto dai versi del maggior poeta haitiano contemporaneo (ci dice Plinio Perilli), Luis-Philippe Dalembert, (un verso antitetico, ossimorico), ma nel leggere il sottotitolo del libro: trentacinque poeti per Haiti. Beh, certo, per Haiti!, e poi per il Molise, per l’Aquila, per l’Emilia, per la Sicilia, per la Calabria, che l’idea di usare la poesia per recare senso ad una tragedia è ingiusto se non si fa un’antologia anche per le altre sciagure. Anzi, ci vorrebbe un’antologia irreversibile per quelli dell’Irpina, incisa nella pietra, colpiti, ormai, nell’anno domini MCMLXXX. Molti sono ancora lì, nelle baracche, come se le case fossero crollate ieri[2]. La poesia a tema, dunque, non è mai stata la mia preferita. È qualcosa che ci riporta indietro nel tempo, agli anni delle corti rinascimentali, delle committenze e delle operazioni diplomatiche. Gli anni del Tasso, dell’Ariosto, di Boiardo, gli anni anche delle celebrazioni delle scoperte, gli anni dei fratelli Montgolfier, gli anni di Monti, Vincenzo! È una letteratura a progetto, come i contratti che si stipulano per i “terremotati sociali” nell’era pluto-finanziaria per non pagarli i contributi, una letteratura a tema che stride con l’immagine del poeta moderno, libero nel pensiero. Un legame antipatico che ci riporta ad un rapporto spento tra lo scrittore che deve, perché sa, scrivere qualcosa che mostri la politica degli eventi, la loro struggente umanità, il senso diplomatico del “fare”, della solidarietà, e un suo committente. La mia opinione rimane in qualche modo ritratta, non per l’iniziativa che è lodevole, ma per l’uso forzato della poesia. In questo elenco ci sono poeti bravissimi che però hanno scritto “brutti versi”, e non perché siano diventati di colpo incapaci, ma perché la poesia non può avere un tema. Più si scrive a comando e più la poesia si arena.

Con ciò non confondo il tema esplicito che è quello che più mi suggestiona, dall’argomento, che assume anch’esso valore tematico: poesia d’amore, poesia civile, poesia bucolica. Qualcuno potrebbe obiettare dicendo che ogni poesia è a tema, certo, ma a tema significa risoluzione di un’analisi e non esposizione di un pensiero per un compito oltre il quale non si può andare. In questo caso la commessa proviene da una sciagura, da una immane tragedia, in qualche modo dalla natura. Tutto ciò ammorbidisce la resistenza a considerare innaturale la poesia di quest’antologia, perché, bisogna aggiungere, tra la natura e la poesia esiste un indelebile legame, il legame fondativo di essa. Il poeta s’ispira guardando la natura: Leopardi l’osserva sia dall’interno che dall’esterno, per cui esiste “il passero solitario”, che è “natura naturale”, e “lo sterminator Vesevo”, che è “natura spietata, disumana”. Legame, dunque, tra poesia e natura indissolubile. In questo caso, però, agisce una committenza umana, di carità. Un obiettivo non poetico ma meta-poetico, pronto a calarsi in un abito meno elegante ma più vestibile. Poesie controllate, dunque, poesie misurate sull’intensità di un’emozione, di una intelligenza tutta emotiva. Poesie lanciate come astri nella galassia dell’indifferenza che si contende anche i meriti del bene, della nobiltà d’animo.

Il fatto per cui un evento è irreversibile ci rende impotenti, ma conferisce alla poesia quel sentimento di verità che domina gli uomini rendendoli poeti, pronti cioè al canto, al lamento, partecipi di una ritualità che non scalfisce la realtà ma l’amplifica. Per scoprire il senso di quest’antologia bisogna fidarsi della buona fede di tutti i poeti che hanno aderito all’iniziativa, ma soprattutto delle curatrici, Cristina Sparagana e Nina Maroccolo. La prima scrive: «Si sarebbe trattato […] non soltanto di compiere una modica azione umanitaria, ma altresì di provare, tanto a noi stessi quanto ai “non addetti”, che la poesia possiede – o è in grado di possedere – una concreta potenzialità, un sostrato poliedrico atto a manipolare la realtà ove incide il suo codice affettivo». La seconda, invece, prosastica, scrive: «Non avrei mai osato – catalettica – tendere la mano a quest’isola in lutto, terra-Lager naturale di dolore – ben peggiore di quelli cavernosi che a prova d’inferno abbiamo costruito con la nostra pessima Storia: nel precipizio d’un ghiotto non-essere. Ma: quel mio tendine nervoso, la sua patria tremante, sembrava m’avesse resa per sempre un cane che raspa fuori, non dentro me stessa». Prefazioni che oltrepassano la poesia inzuppata di personalismi e che si dirigono verso una poesia istituzionale, di puro ruolo, umana. Calandosi nella trama benché univoca di questi testi, si può cogliere qualcosa di diverso, un profondo sistema di analisi che rende il poeta uomo tra gli uomini, che trasporta il senso della sciagura ad un livello esistenziale, paritario, democratico e soprattutto implacabile. Se ieri è toccato ad Haiti, domani toccherà ad un altro luogo. A noi? Così Plinio Perilli conferisce all’antologia il giusto senso di umanità, direi cristiano e biblico nell’osservare il caustico operare di Dio e della natura (Il libro di Giobbe citato come referente morale). Egli restituisce al libro il senso del progetto, la finestra di significato che intende aprire rispetto alla voragine della tragedia haitiana.

Scrive Perilli: «Haiti è così diventata per ciascuno di noi – credo proprio di poterlo dire – non mai un’occasione, ma uno specchio esatto, non più una notizia ma il fato errante, l’orbita ruotante, la luce cangiante del nostro piccolo e malcerto destino, infinito e mortale, medesimo ed esemplare…». Sono stati capaci di scrivere a tema i poeti che hanno partecipato all’antologia perché sono riusciti ad amalgamarlo con molto altro, senza fare i professori dinanzi ad un pubblico di scolari/lettori. Si, ce l’hanno fatta! Lo affermo con dignità nonostante a me non piaccia la scrittura suggestiva, la scrittura di circostanza, la scrittura a puro tema, perché una volta lasciata sulla pagina è sì testimonianza, ma è soprattutto esercizio intellettuale di una “testimonianza chic” e non reale vissuto! È il poeta che decide in questo caso di esserlo per gli altri, di donarsi, quando il poeta lo è fondamentalmente per sé stesso. Per questo è stata corretta la scelta dei versi di un poeta haitiano per il titolo del libro, perché direttamente coinvolto[3]. Così come bene ha fatto la professoressa Marie-José Hoyet a interrogare i poeti di Haiti andando direttamente sul posto due anni dopo la tragedia, come inviata culturale per il magazine di Letteratura internazionale Formafluens[4] (www.formafluens.net). Ciò che si può fare in queste circostanze è elencare i nomi dei poeti e indicare i versi migliori per liberarsi della forza coercitiva del tema.

Di seguito l’elenco dei poeti che hanno preso parte all’iniziativa per Haiti: Antonella Anedda, Anna Buoninsegni, Flavio Ermini, Gabriella Fantato, Anna Casalino, Franco Buffoni, Alberto Bevilacqua, Gabriella Sica, Elena Salibra, Maria Grazia Calandrone, Maurizio Cucchi, Anna Maria Farabbi, Nina Maroccolo, Renata Morresi, Toni Maraini, Giovanni Campi, Marco Guzzi, Luigi Fontanella, Marco Palladini, Alberto Toni, Biancamaria Frabotta, Roberto Mussapi, Umberto Piersanti, Dante Maffia, Roberto Rossi Precerutti, Corrado Calabrò, Leda Palma, Ennio Cavalli, Cristina Sparagana, Plinio Perilli, Davide Rondoni, Renato Minore, Federico Cauli, Maria Luisa Spaziani, Elio Pecora. Un elenco freddo di nomi, non diverso da quelli che Berenson faceva delle opere d’arte, scaldato però dalla forza dei versi. I migliori poeti in questa sorta di “certame umanitario” sono Antonella Anedda, Anna Buoninsegni, Anna Casalino, Federico Caulli, Ennio Cavalli, Renata Morresi, Davide Rondoni e, su tutti, Dante Maffia. Di costoro posso dire che mi sono piaciuti, perché il tema è universale ed ognuno ha lavorato secondo coscienza e migliore sensibilità. Spiccano le donne sopra gli uomini, perché la donna è anche madre e Haiti è stata immortalata in alcune poesie esattamente come “madre”, nutrice, con un sentimento di affinità e di valore profondamente intrinseco, ontologico. Lascio, a questo punto, scorrere sulla pagina come la sabbia nella clessidra del tempo, i testi che meritano non solo attenzione a prescindere dal tema, ma meritano di essere segnalati perché si sono calati nella “questione-Haiti-terremoto” con bravura, con capacità, facendo non solo emergere ciò che è stata quella tragedia, ma trasformandola in verità di rapporto uomo-destino, uomo-natura, uomo-dolore, definendo bene un parametro poetico-filosofico che investe il significato della vita nella sua interezza.

                                                                                                                                                      

Che i morti non dimentichino

 

di Anna Buoninsegni

 

che i morti non dimentichino

che non dimentichino di sorvegliarci

nella nuda vastità della vita

che siano loro a vegliarci senza lasciare cadere

                           una carezza

che i morti non lascino sola

                           la nostra mano

mentre bussiamo alla porta

che non si spalanca

che i morti ci guardino nello specchietto

retrovisore

per capire che siamo con loro

che i morti non si dimentichino

di quanto li abbiamo aspettati

 

                                *

Haiti

 

di Dante Maffia

 

[…]

2

Scrivere? Di che cosa? Le parole

sono ancora più vacue di quel vento

che a ridosso di favole s’è fatto

in un azzurro putrido.

La logica è una puttana screanzata

con le ali di Belzebù,

e quei bambini-fango-miseria

bussano al cielo stanchi e Dio non risponde.

 

Perché non rispondi, Dio?

Chi t’ha spinto al massacro? Chi t’ha ordinato

la strage? Non mi dire

che l’hai decisa in piena autonomia,

che ti ha divertito vedere lo strazio

farsi libellula che piange.

 

3

Anche il silenzio ha odore di carogna,

anche la speranza si vergogna per strada

mentre le ruspe ammassano alla terra

i nomi senza essere scanditi.

[…][5]

 

 

 

 

 

 



[1] www.wikipedia.org

[2] Ballarò, 14/04/2009

[3] Il titolo dell’antologia è tratto da due versi della lirica Oh LeÏla, del poeta haitiano contemporaneo Louis-Philippe Dalembert.

[4] Vedi http://www.formafluens.net/INDICIformafluens.html: Marie-José Hoyet Ad Haiti, due anni dopo, un’unica certezza: “Solo la cultura ci salverà” (numero 1-2; gennaio-giugno 2012, diretto da G. Bossa e T. Colusso.

[5] Tutti i testi sono stati tratti dall’antologia In noi si cancella ciò che rimane (trentacinque poeti per Haiti), a cura di C. Sparagana e N. Maroccolo, ed. del giano, 2011.




Scarica in formato pdf  


      

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006