LUOGO COMUNE
DIARIO D’AUTORE (21)
Il linguaggio è
un virus che corre dietro lo ‘Spread’


      
Note sparse sulla responsabilità etica teatrale e politica, quindi sui morbi linguistici che si diffondono nella sfera socio-mediatica dagli ‘indignati’ al ‘benecomunismo’. E poi gli assalti ai negozi di elettronica low-cost, la morte di Simoncelli, i fascistelli pseudo-romantici, l’eclissi berlusconiana sancita dai mercati finanziari, passando per la visione dei film di Sorrentino, Olmi, von Trier, Sokurov e Pacinotti.
      



      

di Marco Palladini

 

 

Teatrini di guerra   Lo scorso 15 ottobre, sbirciando da una distanza di ‘sicurezza’ (ma lo stesso investito da zaffate urticanti di gas lacrimogeno), la guerriglia urbana messa in atto a Roma dai giovanotti del cosiddetto Black Bloc, mi è subito tornato in mente lo spettacolo dei Motus Alexis, una tragedia greca, su cui ho riferito in questa web-review nell’articolo “La scena che si indigna, a un passo dall’azione” ( http://www.retididedalus.it/Archivi/2011/luglio/TEATRICA/1_teatro.htm ). Cortocircuito mentale suscitato dalla scena finale di quell’allestimento quando, come raccontavo, “…  la performer prediletta del gruppo romagnolo, Silvia Calderoni, mima il gesto di lanciare un pietra (o una molotov) e prima chiama ad unirsi i suoi tre compagni di scena, poi insiste come una novella pifferaia di Hamelin: ‘E se fossimo in cinque… in sei.. in sette… in otto…’. E uno dopo l’altro una ventina di giovani spettatori scendono nell’agon scenico a lanciare pure loro un immaginario, ipersimbolico sasso contro il potere e le ingiustizie del mondo”.

Ecco, già allora sottolineavo l’ambiguità di un simile scioglimento terminale e rilevavo: “il teatro non può passare alla ‘azione diretta’ senza autonegarsi, senza cessare di essere teatro. Il teatro è in quanto è azione figurata, metaforica, simbolica o allegorica, se oltrepassa il filo invisibile, magico e potentissimo della scena, diventa altro da sé, diventa azione politica ed obbedisce ad altre leggi e dinamiche. Se la dimensione anche di violenza ritualizzata del teatro si tramuta nel rito della lotta politica reale entra in un’altra semiosfera, dove bisogna ‘fare altro’.”

Dettofatto il 15 ottobre u.s. a Piazza San Giovanni la violenza reale scatenata dal blocco antagonista sospendeva qualsiasi statuto finzionale o esemplarmente simbolico, per darsi come autorappresentazione diretta, senza mediazioni, con gesti e azioni rabbiosi, distruttivi, politicamente nichilistici (al fondo, l’obiettivo delle frange violente era quello di far fallire la manifestazione dei duecentomila pacifici, per ribadire la loro linea ‘insurrezionalista’ fondata su un primitivismo ed infantilismo semi-politico, cieco e senza sbocchi). (Colonna sonora in tempo reale: il cd Rojo appena uscito, dove Giorgio Canali / Rossofuoco canta “macchine in fiamme, vetrine sfondate / piogge di porfidi, la rivolta è già in rete / gridiamo, uniti: con te Comandante / hasta la muerte, adelante”).  

Debbo dire che essendo stato negli anni’ 70 dello scorso secolo un militante in prima linea della sinistra extraparlamentare, un simile gorgo movimentista mi sembra mille volte déjà vu e déjà entendu. Ma quello che mi interessa qui riflettere è l’ingenuità o l’equivoco in cui cade un teatro ‘indignato’ che sfiora l’agit-prop quando incita (o istiga) al gesto di rivolta, quando si immagina teatrino di guerra. Sulla scena, lo sappiamo, Amleto muore. Ma poi, calato il sipario, l’attore-Amleto ‘resuscita’ e saluta il pubblico. Nel mondo reale un’azione, tanto più un’azione violenta non è mai senza conseguenze. Bisogna pensarci ed esserne eticamente (nonché esteticamente) consapevoli.   





Una manifestazione degli "indignados" spagnoli


Language is a virus / 1    A partire da un pamphlet bestseller – Indignez-vous! (2010) – scritto da un ultranovantenne ex diplomatico francese, Stéphane Hessel, la parola d’ordine dell’indignazione si è diffusa per il mondo come un morbo psicolinguistico inarrestabile. Fatta propria dai giovani precari spagnoli che occuparono lo scorso 15 maggio la Puerta del Sol a Madrid e autoribattezzatisi per l’appunto “Indignados”, l’etichetta è velocemente approdata in Italia (il Belpaese ha, notoriamente, un’esterofilìa automatica) e, poi, un po’ dovunque in un cortocircuito semantico-massme(r)diatico senza confini. E però, l’indignazione è un sentimento, non è un programma politico o sociale. È un sentimento appropriato in un signore borghese al termine della sua lunga e onorevole esistenza, ma come e in che senso può connotare un movimento di giovani plurinazionale che si batte per il proprio futuro (che per ora non c’è)? L’indignazione è al massimo una premessa, non un progetto. Di motivi per essere indignati ce ne sono al mondo non mille, ma un milione. Ma il problema è come cambiare, come volgere l’iniziale indignazione in una strategia di trasformazione, che indichi soluzioni politico-economiche plausibili, che impatti con l’orizzonte del finanz-capitalismo oggi dominante.

Da questo punto di vista, mi sembra assai più efficace il nome “Occupy Wall Street” che si è scelto il movimento di protesta americano, allocatosi presso lo Zuccotti Park a breve distanza dalla Borsa di New York. Perché i manifestanti yankee vanno pragmaticamente subito al ‘kuore’ del problema: se non si aggrediscono i meccanismi di accumulazione del finanz-capitalismo (e l’ideologia liberista ivi connessa), se non si capovolge la logica del mero profitto di chi pensa soltanto a fare dollari coi dollari, non si potrà cambiare mai nulla. Quando gli ‘okkupanti’ newyorkesi proclamano “We are the 99%  that will no longer tolerate the greed and corruption of the 1%”, pongono sul terreno il problema urgente di un radicale spostamento della ricchezza detenuta da un’ultraminoranza di plutocrati (negli Usa, i dati ufficiali parlano di quasi 50 milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà). Il punto è: ma dove sta il soggetto politico in grado di attuare un simile programma ‘rivoluzionario’? Non certo Obama (una vera delusione) che ha rifiutato persino di sostenere la Tobin Tax (la tassazione sulle transazioni finanziarie). Nonostante i molti sussulti (e tumulti) il quadro è fosco. E la previsione che il capitalismo finirà per autodivorarsi, assomiglia sempre più ad una profezia che si autoavvera.

 

Language is a virus / 2    La parola ‘comunismo’ lo sappiamo è ormai bandita nella logosfera pubblica, più o meno cancellata dal vocabolario politico corrente (quantunque in questo strano ‘spaese’ che è l’Ytalia, sopravvivano due partitini comunisti, sebbene appiano meri revenants del secolo trascorso). Epperò sottotraccia il comunismo come tema o problema, continua a riaffacciarsi. È ovviamente presente nel filosofo dell’Autonomia Toni Negri che ragiona da tempo sul concetto del “comune” come chiave per ripensare ad un neocomunismo lontano dalle antiche vulgate marxiste-leniniste. Si insinua nei molti discorsi che oggi si articolano sulla questione dei “beni comuni” da opporre su un piano giuridico-politico alle visioni liberistiche e alle privatizzazioni anche di beni collettivi primari (vedi l’acqua). Si agita pure dietro agli occupanti del Teatro Valle di Roma che nella bozza di statuto della loro Fondazione si autoribattezzano “comunardi”, rifacendosi addirittura agli insorti della famosa Comune di Parigi del 1870 (che però dopo quattro mesi di assedio vennero massacrati dalle truppe governative: è sicuro che sia un’etichetta beneaugurante?).

Peraltro nello slittamento semantico tra comunismo e comunitarismo si è, storicamente, giocata una delle differenze fondamentali tra sinistra e destra. E va ricordato che la ‘comunità’ è la forma base dell’aggregazione dei cristiani. Salvo che se i cristiani sono cattolici e pure integralisti diventano di subito molto intolleranti. Come è accaduto di recente a Parigi dove un gruppo di fondamentalisti cattolici denominato appunto “Comunitas” ha duramente contestato lo spettacolo di Romeo Castellucci Sul concetto di volto nel figlio di Dio, accusandolo di blasfemia e ‘cristianofobia’. Secondo ha spiegato, in un incontro organizzato dal Festival RomaEuropa, il regista della Socìetas Raffaello Sanzio, i contestatori erano giovanissimi che, in gran parte, non avevano neppure visto la messinscena. Gli era bastato sapere che nell’allestimento il gesto incessantemente ripetuto di un figlio che accudisce e ripulisce l’anziano padre che si defeca continuamente addosso risaltava su un macrofondale che visualizzava il volto di Cristo benedicente ritratto da Antonello da Messina nel dipinto Salvator mundi, perché in loro si scatenasse la rabbia e la volontà di censura. Castellucci ha definito “lugubre” questa visione di adolescenti impregnati di dogmi e impegnati ad impedire una rappresentazione, a interdire un’opera artistica in nome della comunità dei credenti.

Ecco, appunto, il ‘comune’ è un concetto ambiguo e pericoloso da maneggiare. Può essere un’arma per promuovere più diritti ed eguaglianza, ma può anche diventare un randello con cui colpire tutti quelli che fuoriescono dal cerchio comunitario (ma pure comunistico, come sappiamo).              

Torna allora sempre utile la distinzione del sociologo tedesco Ferdinand Tönnies tra “Gemeinschaft e “Gesellschaft”, laddove se la comunità facendo riferimento ad una ‘volontà comune’ si pone come corpo unico, tendenzialmente o virtualmente totalizzante, ergo religioso, di contro la società fondandosi su regole associative comuni contempla la differenza e il conflitto come tipicizzanti la dinamica del ‘sociale’, visto come luogo laico di legame tra gli uomini. Nozioni vecchie, ma sempre attuali per orientarsi nei flussi e riflussi della contemporaneità.    





Sul concetto di volto nel figlio di Dio (2010), regia di Romeo Castellucci


Trony-follia e il Sic  A proposito di contemporaneità e immaginario comune, due eventi ‘sociali’ delle recenti cronache italiote mi hanno dato da riflettere. In primis, le 25mila persone che hanno mandato in tilt il traffico a Roma, per essersi accampate fin dal giorno prima davanti a un nuovo megastore Trony a Ponte Milvio, che si inaugurava offrendo maxi-sconti su tutta la merce. Profluvio di commenti mediatici negativi e moralismi a tonnellate sulla ‘plebe bue’ che si accapiglia e si picchia per conquistarsi iPhone, iPad, tv al plasma, notebook, forni a microonde, lavatrici, lavapiatti e quant’altro. Qualcuno ha ironizzato: come diceva l’appena compianto Steve Jobs “siate folli e affamati”? Ecco la massa folle e affamata di consumismo elettronico che esplode in un giorno di quotidiana pazzia metropolitana, spendendo due milioni e mezzo di euro, ossia una media di circa 270 euro a persona, cifra che in tempi di crisi economica grave, non è per nulla irrilevante. Tutto vero, ma insieme non mi convince affatto questo tono ‘etico-elitistico’. Non sarà che la massa ‘folle e affamata’ e composta per circa la metà da giovani immigrati, ha ben capito che oggi le merci elettroniche non sono beni superflui, bensì beni primari da conquistare? Che ha inteso che il diritto di cittadinanza oggi non si completa, se non diventa anche diritto di cittadinanza elettronica? Che gli strumenti della rete e del social networking sono oggi fondamentali se si vuole abitare non il futuro, ma ‘questo’ spaziotempo presente?         

 

L’altro evento è stata la morte in pista di Marco Simoncelli. E il cordoglio anzi, di più, la vasta, oceanica onda emotiva e commotiva che ha coinvolto e travolto non soltanto i suoi familiari e compaesani, i suoi colleghi centauri di MotoGP, ma tantissime altre persone in Italia e all’estero. Perché un simile tsunami di partecipazione nella psiche collettiva? Per l’essere il Sic un ragazzo di soli 24 anni che se ne va? Per la ‘banalità del male’ costituita dal tragico e fatale incidente sul circuito di Sepang? Per il mito della velocità incarnato da chi cavalca moto che corrono ad oltre 300 km orari? Per la sua figura ricciocapelluta di ragazzo sempre sorridente e spensierato? Ecco, qui, forse ci avviciniamo. Credo che il forte senso di perdita e di lutto che tutti abbiamo sentito, è perché Marco aveva in sé quella brightness, quella lucentezza e leggerezza, quella lucida scioltezza che è propria di un momento topico della giovinezza. È una sorta di ‘stato di grazia’ che non dura molto e non è di tutti. È un breve, fatato momento che tocca a chi è ‘baciato in sorte dagli dèi’. Simoncelli era nel punto in cui concentrava tutta la potenza e la bellezza e l’incoscienza e la meravigliosa arroganza (e stronzaggine) della gioventù che è, lo sappiamo, un’età transeunte, vola via presto. Il volo interrotto del Sic lo ha fissato in un’immagine gloriosamente indelebile. Contempliamo il suo poster come una versicolore, sgargiante farfalla infilzata con uno spillo nella cassetta di un entomologo. Il suo essere sovranamente ‘easy’, un easy rider che scivola brillante e veloce nella vita, nelle corse, dentro la morte, lo ha cristallizzato nella sua aura migliore che neppure un Valentino Rossi infinitamente ‘più campione’ di Simoncelli (ma già fuoriclasse logorato e invecchiato) potrà mai più eguagliare.           





Marco Simoncelli


Cinevisioni molto personali  Fedele al celebre bon mot di François Truffaut – “Ciascuno fa almeno due mestieri: il proprio e il critico cinematografico” – e reduce da una schidionata di recenti proiezioni, provo ad articolare un mio personalissimo report su alcune opere cineviste.

 

This Must Be the Place: il migliore film italiano ‘delocalizzato’ dai tempi di Zabriskie Point (1970) di Antonioni. Mi pare il definitivo salto di qualità di Paolo Sorrentino che si lascia alle spalle tutti gli altri registi italiani emersi negli ‘anni zero’. Calibrato e perfettamente compiuto sia in sede di sceneggiatura sia nell’invenzione visiva e topologico-geografica. Sorrentino è un esimio ‘stilista’ filmico e il più autorevole erede di quel filone cinegrottesco ultraminoritario in Italia, che ha avuto il suo maggiore rappresentante in Marco Ferreri (un autore oggi pressocché dimenticato). Mi piace molto il suo ‘timing’ narrativo: grande staticità delle inquadrature alternata a brucianti scatti in avanti del racconto. Memorabile la maschera di adulto-bambino di Sean Penn simil-Robert Smith/The Cure, così come l’apparizione del sedicente inventore del trolley e l’umiliazione finale dell’aguzzino nazista. Bello anche l’epifanico incrocio tra la finta rockstar vetero-dark depressa e in disarmo (Penn-Cheyenne) e la vera rockstar e ‘true artist’ David Byrne, titolare del copyright del titolo “Deve essere questo il luogo”. Come canta l’ex ‘testa parlante’: “Home - is where I want to be / But I guess I’m already there / I come home - she lifted up her wings / Guess that this must be the place / I can’t tell one from another / Did I find you, or you find me? / There was a time before we were born / If someone asks, this where I’ll be where I’ll be” (Casa - è dove voglio essere / But I guess I'm already thereMa credo di essere già lì / Io riI come home - -she lifted up her wingstorno a casa - lei dispiegò le ali / Immagino che deve essere questo il luogo /I can't tell one from another Non riesco distinguere uno da un altro /Did I find you, or you find me? Sono io che ti ho trovato, o tu hai trovato me? /There was a time before we were born C’è stato un tempo prima che nascessimo / If someone asks, this where I'll be where I'll beSe qualcuno lo chiede, è questo dove sarò, dove starò).   

 

Il villaggio di cartone: non vedevo da tempo un film di Ermanno Olmi, ritrovo l’80enne maestro bergamasco in grande forma con questo film assai personale e assieme di forte rilievo epocale e sociale. Una pellicola rigorosa, austera, asciutta, molto bressoniana, nel cui impianto di parabola allegorica la visione di una chiesa sconsacrata, ridotta ad un involucro ormai non più atto al rito religioso, si incrocia l’apparizione di un gruppo di immigrati clandestini, con varie intestine inclinazioni e contraddizioni. Ecco che la chiesa non più votata alla funzione ecclesiale trova così una nuova funzione socio-politica come luogo di accoglienza e di protezione dei rifugiati africani, contro le logiche meramente repressive dello stato laico. Olmi presta alla figura del vecchio sacerdote (un magistrale Michel Lonsdale) tutta la sua presente e torturante interrogazione sul senso e sui limiti della fede. Anche chi non è credente (quorum ego) può apprezzare questo percorso condotto con sobrietà e fermezza di linguaggio visivo, con dialoghi essenziali e molti passaggi e gesti icastici. Dà da pensare l’immigrato che annuncia di voler tornare indietro “perché in Africa si può ricominciare, mentre qua è tutto finito”. L’Occidente sta, probabilmente, realmente tramontando e Olmi lo sa. Ma lascia il finale sospeso, aperto: dietro le porte che si richiudono della chiesa svuotata si ode una grande esplosione. Un’apocalittica soluzione terminale? Un boato di palingenesi? Il fragore di una scena contemporanea che continua a perpetuare una violenza senza fine? Ciascuno si interroghi e si dia una risposta.

 

Melancholia: Lars von Trier, si dice, lo si ama o lo si odia. Non riesco ad essere così manicheo. Il regista danese un po’ lo amo e un po’ no, ma gli riconosco sempre una capacità di pensare in grande ed uno stile sontuoso e prepotente. Qui nei primi 4-5 minuti riassume l’intero tracciato etico-narrativo del film con immagini al ralenti, ipersimboliche e di effettatissima maniera pittorica, comunque strepitose. È concentrato lì probabilmente il meglio della pellicola. Che poi si distende in due parti interfacciate tra loro e intitolate alla due sorelle protagoniste. La prima cita palesemente Festen (1998) di Thomas Vinterberg nel raffigurare la festa di nozze della bionda e avvenente  Claire (Kirsten Dunst), che sopraffatta dall’angst, dalla depressione che le procura l’artificiale allegria di quel consesso altolocato-borghese, manda all’aria il suo matrimonio e, di conseguenza, l’intera sua vita. Nella seconda parte la bruna Justine (Charlotte Gainsbourg), madre di un bambino e abbandonata dal marito, si deve occupare anche della sorella disadattata, in un crescendo di morbo melanconico e tanatofilo, che si esteriorizza in un minaccioso pianeta che si approssima alla Terra e, a dispetto delle previsioni tranquillizzanti, finirà per impattare e distruggere tutto. von Trier impinza il suo cinema di wagnerismo e catastrofismo, la sua radicale misantropia unita al suo efferato iper-estetismo sarà anche, sotto sotto, un po’ filo-nazista, ma ha di sicuro le stigmate del regista fuoriclasse e la sua hybris creativa tanto mi disturba, quanto poi in fondo e in gran parte mi convince.  





Un'immagine del film Melancholia di Lars von Trier (2011)


Faust: Leone d’oro all’ultima Mostra di Venezia, accolto con espressioni enfatiche ed esagerate tipo: “è uno di quei film che ti cambia la vita”. Intendiamoci, Aleksandr Sokurov è un eccellente artista e il suo Faust che chiude un’ideale tetralogia dedicata ad alcune figure-simbolo del potere, viste in chiave mito-poietico-politica, ribadisce la sicura importanza di un autore che gioca le proprie carte sulla potenza perturbante delle immagini. Mentre però in due delle tre pellicole precedenti che avevo visto – Taurus (2000) dedicato a Lenin e Il Sole (2005) dedicato all’imperatore Hirohito (avevo mancato il Moloch del ’99 su Hitler)  –, il suo personale e catalizzante stile visivo giocava in sottrazione, per ellissi piuttosto che per prolissi, qui nel Faust il regista russo sovrabbonda, si abbandona all’eccesso, al profluvio immaginifico, saturando in due ore e un quarto di durata l’attenzione dello spettatore. Il suo Faust è precipitato in un mondo claustrofobico, angusto, miserando, dove proliferano immagini e formicolano figure di una umanità e sub-umanità derelitta e canagliesca, pietosa e traffichina, disordinata e disperata, maligna e affamata, rissosa e ignobile. è tutto abbassato alla mera materialità anche fisiologica della vita, è tutto grigio, sporco, fangoso, senza aria e senza luce. Ecco, colpisce il dr. Faust di Sokurov perché non ha mai un momento di gloria, di grandezza, di magnificenza, il suo percorso di conoscenza (anche in negativo) scivola in uno stato di cupezza asfissiante, ma anche spesso derisoria. Non a caso il Mephisto che lo accompagna è un vecchio usuraio, spelacchiato e male in arnese, davvero un ‘povero diavolo’. A volte si ha il dubbio che Sokurov non prenda granché sul serio, anzi irrida il tormento titanico-romantico e demoniaco che, ad esempio, Goethe proiettò sul personaggio. Non c’è riscatto né catarsi possibile nella sua visione, e non c’è un altro mondo per soddisfare i propri sogni & bisogni, così come non è necessario andare nell’oltremondo per pagare le proprie colpe, tanto è qui, in questa terra malandata e lutulenta che abitano gli inferi perché, secondo già disse in Huis clos (1944) Jean-Paul Sartre, “l’enfer c’est les autres”.

 

L’ultimo terrestre: stavolta sono d’accordo con chi affermò alla Mostra di Venezia 2011 “Non sembra un film italiano”. Naturalmente in accezione ampiamente positiva. Trattasi di fantascienza molto sui generis derivata da un graphic novel di Giacomo Monti. Del resto, l’esordiente regista Gian Alfonso Pacinotti è anche lui un autore di fumetti e si vede a iosa. Nipotino (lui pure) sui generis di Marco Ferreri, sceglie una chiave stralunata e grottesca per illustrarci un angolo di provincia postmoderna, senza radici tra campagna e sobborghi disumanati, dove emergono binghi, megacentri commerciali, discoteche e calcinati residence estivi ‘cheap’. Mentre in un albergo si svolge una convention in cui si discetta circa l’imminente arrivo degli extraterrestri, il protagonista (l’ottimo Gabriele Spinelli) è un cameriere sessualmente represso che ha, lui sì, un soma allampanato da alieno, con una faccia felicemente ambigua, sospesa tra il frustrato perenne e il potenziale serial killer. La piccola folla di personaggi che gli gira attorno è tutta miserabile, squallida e carognesca tranne un amico ‘mignotto’, un travestito con le spalle da rugbysta, e la buffa e laboriosa aliena (un artigianale pupazzone-E.T., lontano centomila miglia dagli effetti speciali alla Avatar) che tiene compagnia a suo padre (interpretato con un gustoso cameo da Roberto Herlitzka, improbabile contadino apparentemente bonario e svanito, in realtà efferato uxoricida senza rimorsi). Niente psicologia nel film di Pacinotti, mera fenomenologia fumettara, un po’ funeraria e alienata più che aliena, vagamente somigliante a certe allucinate storie di Moebius. Il visus rincagnato e busterkeatoniano di Spinelli regge il piccolo viaggio in un sottomondo sciroccato e senza prospettive, dove lo sbarco degli extraterrestri sarebbe realmente un’auspicabile soluzione.

 

Letteratura pop  A proposito di fantascienza, leggo della morte in Germania di Hans Gerhard Francikowsky. Franci chi, direte? Si tratta appunto del più prolifico autore tedesco di ScienceFiction, più di quattrocento romanzi firmati con svariati eteronimi, per una somma di oltre centoventi milioni di copie vendute. Insomma, Camilleri, Tamaro, Mazzantini e Fabio Volo tutti assieme gli fanno un baffo. Francikowsky mi pare, inoltre, la conferma che la narrativa più popolare e di successo ha un perimetro di genere ed etnico-linguistico ben preciso. Raramente valica i confini nazionali. Ci sono, naturalmente, luminose eccezioni. Georges Simenon, il primo nome che mi viene in mente. 





La copertina di Il sorprendente album d'esordio de i Cani (2011)


Fascisti ‘romantici’?  ► Tendendo le orecchie alle derive ultime del circuito techno-rock capitolino, pesco il cd Il sorprendente album d’esordio de i Cani (che poi sarebbe, a quanto ho capito, un solo musicista compositore e cantante). Gli undici brani del disco sono, in effetti, convincenti, piacevoli e anche cinici flash sulle vite che girano a vuoto dei giovani borghesi della Roma-bene.

Forse il più azzeccato è quello i cui versi recitano: “I pariolini di diciott’anni / comprano e vendono cocaina, / fanno le aperte coi motorini, /  odiano tutte le guardie infami. / Animati da un generico quanto autentico fascismo, / testimoniato ad esempio dagli adesivi sui caschi. // I pariolini di diciott’anni / comprano e vendono motorini, / danno le botte di cocaina, / fanno i filmini con le quartine / perché anche se non fosse amore / non per questo è da buttare / (com’è logico che sia) (com’è logico che sia)”.

Quasi una testimonianza in presa diretta e, direi, dall’interno dello slang di una gioventù antropologicamente fascista, al di là delle croci celtiche esibite, incardinata su una kakovisione del mondo che riposa su privilegi, denaro, coca e sesso semplicemente introiettati, passivamente ricevuti dai loro genitori o fratelli maggiori. Senza neppure il sospetto o l’interrogazione su un’altra vita possibile. Ragazzini feroci, come segnati fin dalla nascita dal marchio dell’antropofascismo. Soggetti mostrificati in partenza del perenne, avariato ceto dominante e di cui è inimmaginabile un riscatto o un’interna evoluzione. Perciò non credo proprio, come canta ‘I Cani’, che siano loro “gli ultimi veri romantici”.

 

Spread. To be or not?  Exit Silvio B. a colpi di spread. Sfiduciato dai mercati il sig. BungaBunga alza bandana bianca (suggerisce Fiorello). Subito inveiscono i suoi seguaci contro il colpo di stato pilotato dalla ‘signorina Spread’ (che mi ricorda le balestriniane “avventure della signorina Richmond”). Gli apparenti vincitori, invece, inneggiano a Mr. Spread che, auspice il neo-governo Monti, potrebbe avere il taumaturgico potere di costringere gli italioti a fare quelle riforme ‘di struttura’ di cui sento parlare da mezzo secolo, da quando avevo i calzoni corti. C’è da dubitarne. Lo Spread s’alza e s’abbassa repentinamente a seconda degli umori di quelli che tirano le fila del mercato finanziario. È un valore assai volatile, un cardellino che sale e scende a seconda degli interessi conglomerati di un sistema capitalistico che sarà anomico, ma null’affatto anemico, che si perpetua nell’implementazione indefinita e vampiresca di prodotti finanz-derivati, hedge funds et similia.

Per capirci, il debito sovrano italico c’è, è indubitabile. Ma la soluzione non è ‘abbatterlo’, ma aumentarlo senza fine. Ce lo dimostrano gli Usa, da anni in virtuale default, che ogni volta autorizzano con legge del Congresso la Fed a stampare tutti i dollari che servono per evitare la bancarotta. E via così, altro giro e altra bella spremuta valutaria. Alla faccia di herr Spread.

Se fossi un rocker, incomincerei il mio nuovo pezzo con questi versi: “We’re out of our head / running behind the spread / If we’re now in default / Don’t bother people, it’s not our fault”.

 

 

 

Novembre 2011

 

 

 




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