SPAZIO LIBERO
GINO DE DOMINICIS
Tra stelle e corpi ‘down’ alla ricerca dell’immortalità


      
Al MAXXI di Roma un’importante mostra, curata da Bonito Oliva, del ‘corpus’ principale delle opere dell’artista anconetano, morto nel 1998 a soli 51 anni. Un’esposizione che indaga le matrici antropologiche e sacrali del suo percorso, attratto dalla circolarità mitopoetica del tempo e dai misteri dell’universo, degli astri e dei pianeti, così come proteso a generare immagini icastiche di personaggi viventi ma immobili, di oggetti, pietre e scheletri con i pattini a siglare un’idea visionaria di immanenza degli esseri e del mondo.
      



      


di Barbara Goretti

 

È ridicolo credere

 

che gli uomini di domani

possano essere uomini,

ridicolo pensare

che la scimmia sperasse

di camminare un giorno

su due zampe

 

è ridicolo

ipotecare il tempo

e lo è altrettanto

immaginare un tempo

suddiviso in più tempi

 

e più che mai

supporre che qualcosa

esista

fuori dall’esistibile,

il solo che si guarda

dall’esistere

 

Eugenio Montale, “Satura II”




Gino De Dominicis, Il tempo, lo sbaglio, lo spazio,1969, Collezione Lia Rumma


La trama lineare del tempo nasconde uno strappo che lacera la realtà illusoria della divisione tra passato, presente e futuro. Una finitezza biologica che nell’uomo si racconta attraverso la nascita, la crescita, l’invecchiamento e la morte e che, nel mondo fisico dell’universo, si traduce nella dispersione energetica, nell’entropia, la seconda legge della termodinamica secondo cui tutto tende verso un progressivo peggioramento.

Del resto, ci spiegano gli scienziati, questo avviene ad ogni spostamento, ad ogni transizione, ad ogni movimento lungo la linea orizzontale del progresso che l’Occidente ha tracciato come binario imprescindibile, direzione obbligata dell’umana esistenza.

L’arte di Gino De Dominicis infrange questo orizzonte, o meglio ne afferra gli estremi con l’abilità e la lucidità di un prestigiatore e li annoda insieme, inscindibili, testa e coda di un Uroboro, simbolo antico dell’eternità.

È la circolarità del tempo infatti che garantisce l’infinito e che mette in atto quella sospensione della dimensione temporale in grado di offrirci l’immortalità: nata con l’uomo stesso, essa ispira un desiderio ancestrale che accomuna ogni rango, quello dei re, come il mitologico Gilgamesh, e quello degli individui comuni, come il pastore Erostrato.  

Gino De Dominicis. L’immortale, è la mostra curata da Achille Bonito Oliva per il MAXXI, un omaggio all’artista marchigiano (Ancona, 1947 – Roma, 1998), romano d’adozione che proprio nella capitale inizia la sua esperienza artistica, prima con le sperimentazioni del gruppo Laboratorio 70, poi con L’Attico di Fabio Sargentini.

Un’esposizione che, oltre a raccogliere un importante corpus dei lavori dell’artista, presentati volontariamente senza un percorso cronologico, indaga le radici antropologiche della ricerca di De Dominicis e testimonia il carattere quasi profetico delle sue opere.




Gino De Dominicis, Statua (Figura distesa),1979, Fondazione MAXXI - Museo nazionale delle arti del XXI secolo - Roma (Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Ph. Roberto Galasso)


Un racconto espositivo che non tradisce lo spirito fortemente individualista dell’autore – “Le mie opere spesso si sono rifiutate di partecipare alle grandi mostre” - lontano da un sistema dell’arte pronto a sostituirsi (allora come oggi) all’artista, per De Dominicis unico vero creatore, meritevole, insieme all’arte stessa di un atto di fedeltà totale.

Un credo radicato e profondo a cui si affianca la convinzione della stretta congiunzione tra l’uomo e l’universo legati da un flusso energetico, da una forza magnetica rivelata da opere come Equilibrio 1 (Asta), 1967; Calamita cosmica, 1989. Quest’ultima è anche il perno attrattivo del percorso (il manifesto della ricerca dell’immortalità, eco dello scheletro con i pattini di Il tempo, lo sbaglio, lo spazio, del 1969); un “magnete” che non segna inizio e fine ma il ritorno – tra l’entrata e l’uscita del museo – alla circolarità di un’esposizione da leggere come una mappa siderale.

Gino De Dominicis indaga i misteri dell’universo, degli astri e dei pianeti immergendosi nelle teorie astronomiche e nella cultura del popolo sumero, osservatore delle stelle e studioso delle costellazioni.

Se l’arte è espressione di un desiderio, essa trova nella stessa etimologia del termine –  de siderare, “Fissare le stelle o Smettere di guardarle” (quindi sentirne la mancanza) – l’energia per riappropriarsi di quella vicinanza astrale che la costituisce parte del cosmo e la rende imperitura. Nascono così lavori come Zodiaco, 1970 (in mostra, una foto di documentazione) – un tableau vivant dei dodici segni zodiacali disposti nell’Attico di Sargentini vivi e personificati per sancire l’unione tra umanità e cosmo, tra cielo e terra – o il sistema solare avvolto nella luce dorata e accecante de Il Trittico dei pianeti, 1992-1993 – frutto di letture esoteriche e lontano dagli abissi bui dello spazio – o ancora L’Astronave, 1995 e Urvasi e Gilgamesh, 1979-80, in cui scorgiamo un piccolo oggetto volante: forse veicolo di quella civiltà extraterrestre primordiale e “prediluviana”, le cui conoscenze precorsero la sapienza sumera per poi confluire in essa.

Urvasi e Gilgamesh sono figure legate all’immortalità, che proprio dalla bellezza della prima (Urvasi) deriva e che dalla costante aspirazione del re di Uruk (Gilgamesh) è alimentata; De Dominicis subisce il fascino di entrambi, assimilandone il carisma e la simbologia della cultura, ritraendoli spesso in coppia, di profilo, tracciati con le linee essenziali della grafite, Senza titolo (Urvasi e Gilgamesh), 1987; dell’inchiostro, Senza titolo (Urvasi e Gilgamesh), 1985. Sono emblemi della cultura indiana e mesopotamica, alvei delle origini più antiche dell’evoluzione umana, esempi di maschile e femminile uniti in un unico principio. Figure che nascono dal disegno – una pratica fondante nel lavoro di De Dominicis –  e dalla pittura: tecniche, secondo l’artista, non tradizionali, ma originarie e proprio per questo ancora più adatte a rivelare la fisionomia di due archetipi leggendari. 




Gino De Dominicis, Palla di Gomma (caduta da due metri) nell'attimo immediatamente precedente il rimbalzo, 1968-70, Collezione privata, Bari - Italia (Ph. Beppe Gernone)


Seguono i dipinti: in essi la pittura si accende e si fa materia nei lunghi nasi in creta – la chiaroveggenza nell’antichità mesopotamica, o ancora un collegamento tra alto e basso – svelando l’intensità cromatica stupefacente di superfici che si tingono di rosso, di blu, d’oro.

Immagini ieratiche, icastiche, che assorbono la stasi dei personaggi viventi ma immobili, coinvolti nei lavori degli anni settanta – dallo Zodiaco a Paolo Rosa, il ragazzo affetto dalla sindrome di down, nella Seconda soluzione di immortalità (l’universo è immobile), 1972; agli oggetti Palla di gomma (caduta da 2 metri) nell’attimo immediatamente precedente il rimbalzo, 1968; o la pietra per Attesa di un casuale movimento molecolare generale in una sola direzione, tale da generare un movimento spontaneo della pietra – riaffermando l’efficacia anti-entropica dell’immobilità, condizione capace di garantire l’interruzione del tempo, l’immanenza e quindi l’immortalità.

Quest’ultima fluisce anche attraverso l’assenza, Cubo invisibile, 1967, indagata nella serie degli oggetti invisibili (1969 - 1979) e nei lavori sull’ubiquità, per una riflessione sullo spazio e sulla sua valenza, Io sono sicuro che voi siete (e sempre sarete) all’interno o all’esterno di questo triangolo, 1970, sulla materia e sulla sua fisicità nella non presenza. L’assenza è anche quella del corpo umano – poiché non è possibile scindere il dualismo uomo-universo – come testimoniano le sculture invisibili, Statua, 1979, percepibili solo da pochi indumenti (cappello e ciabatte) che ne segnano i poli e ne delimitano gli estremi. Se infatti il corpo è per definizione scientifica “una porzione limitata di materia”, De Dominicis mette in discussione gli stessi limiti fisici degli esseri viventi e del mondo sfidando fenomeni e principi inviolabili come la forza di gravità, con sedie sospese in un angolo e vuote, ma su cui forse è già seduto un altro invisibile, L’immortale invisibile e il luogo, 1989; o con gabbie dalle sbarre piegate e violate, Senza titolo, 1980, di cui è negata la natura costrittiva. La trasformazione è continua, ironica e dissacrante: quasi si aprono in un sorriso beffardo le sbarre flesse; non sappiamo se attraverso di esse qualcuno è entrato o uscito, di certo, nel grande atrio del museo, se ne sente, fragorosa, la risata.




Gino De Dominicis, Con titolo, 1984, Galleria Nazionale d'Arte Moderna





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