LE VIE DEL RACCONTO
SARINA ALETTA
 

 

 

Tradurre la luna in ciliegia... e mangiarla

 

Fisso incantata la copertina arancione e vado fuori tempo in fusione concentrica di idee; valanga di immagini remote e dissonanti mi aggredisce in risucchio velocissimo. Frammenti sconnessi mai salvati investono la mente e, in trappola di sfide, mi rifugio nei giochi remoti dell’infanzia: “Se lei esce dalla nuvola prima che io abbia contato fino a nove, potrò trovare il senso della frase  che mi acceca”. Detto fatto: riguardo il Trovaroma e sto per dire sette... quando la Luna riappare sorprendendomi a Trastevere imbambolata davanti all'edicola di Piazza Sonnino; mitico giornalaio che in quegli anni ’70 non chiudeva mai la notte. Notte, che notte di notte, direbbe Federico Garcia, ed è in quell’attimo che la storia rimossa e ricomposta, completa di suoni, odori e immagini WinZipp, si spalanca e riparte velocissima, sotto un cielo da grandi occasioni in delirio di nubi barocche. Un volo di trentanni. Viaggio troppo breve per quello che volevi, ma infinito nel gioco sospeso delle attese. Tutto e nulla era casuale nei dintorni di quegli anni. Spazi senza tempo per camminare la città tra impegno e voglia di gioco. E torna una folla di protagonisti nella sfera del ricordo: Guido e Riccardo, notturni scatenati cultori di vasche e vasche a Piazza Navona; ladri di visioni da salvare nella magia del quadro. Siamo tutti travestiti? Titoli provocatori e mostre vere dove ritrovavi il fascino cangiante di Giorgia, la smorfia abissale di Marina, la maschera beffarda di Franco o l’ineffabile sorriso di Edmondo. Con loro e con Giancarlo si parlava di teatro e dei datori di lavoro che non pagavano mai. Tempi duri, ma ricchi di certezze in divenire. Da Piazza Navona, passando per il baretto di Ivano, autore di alcoliche e poetiche finezze,  si scivolava verso la Pace, tenendoci lontani da quel portico dove avevano bruciato lo straniero e attraverso un passaggio segreto entravi nella magia dei Coronari che ovattava i passi verso il Panico, fino all’Osteria di Dominot. Poi, quando tra vicoli piazzette ed archivolti, scompariva Il Castello tra angeli danzanti, cadevi nelle braccia di Via Giulia, erotica in notturno come nessuna, e senza fretta, la camminavi tutta. In fondo, il Mascherone, guardia gelosa della sua fontana, sbarrava gli occhi, fissando noi e il mondo con terrore. Attraversato il fiume a Ponte Sisto, dove ancora passavano le macchine ed entrando nella piazza di Trilussa, partiva all’improvviso un’altro film. Climi di vigilia paesana e case che odoravano di incenso come quella di Adriana e Gigi a vicolo del Moro o come quella di Paola. Tra studi di artisti e botteghe di artigiani, sempre aperte, resistevano le ultime osterie, che ci trovavi tutta la famiglia, con ragazzini addormentati e le madri cantavano canzoni. Oltre il Viale, dietro Piazza Sonnino c'era "Il tedesco”, birreria quasi gemella a quella della Scrofa, col vecchio pianoforte un po’ calante. Tra echi Wagneriani la gente parlava sottovoce cercando incontri più ravvicinati e il tempo si fermava volentieri. A volte, a una cert’ora, si accompagnava Tomaso a quel Caffè Dell'Aquila, verso  Stazione di Trastevere, unico “tabacchi” aperto in un viavai di  poliziotti e signorine.

Poi si tornava indietro, che intanto era arrivato anche il giornale…
 e a Vicolo del Cinque c’era il cornetto caldo a poche lire.


Non lontano, immerso nell’odore di pece, un calzolaio con la radio accesa, lavorava anche la notte e sulla porta c’era scritto: “Cedesi attività”.

Tornando sul cammino di quegli anni vengono in mente altri personaggi  come Roberto il frustaro che, finito il restauro dell’ultima carrozza per Cinecittà, pensava di lasciare la bella scuderia di Via Della Pelliccia e andarsene in pensione. E così fece. Anche la Sora Elena s’era decisa a cedere l’antica merceria di Vicolo del Cedro, s’era stufata, diceva, e s’era fatta…  casa nuova al Tiburtino “... che mò a Trastevere se so’ perduti anche i ricordi. Qui a Sant’Egidio ce stava a Sora Ida ch’aveva allevato quattro fiji coll’arte delo scrive’, tra lettere d’amore, suppliche e testamenti in bella calligrafia, portava avanti ’na famijia, cor marito ’nvalido civile e ’nsacco de micetti”.

Sentivi una punta di amarezza in quei ricordi e se passavi ai Renzi ti sorprendeva Augusto che, da qualche tempo, si era fatto più dolce e borbottando sorrideva al giovane rappista americano che metteva il parmigiano sull’insalata. “I tempi so’cambiati... ce credi? I gnocchi ’na vorta nun avanzavano mai.”

Era vero, i tempi stavano cambiando e non eravamo più in molti a camminare in quelle sere. “Autonomia operaia”, che conquistava i giovani, faceva, più paura degli scippi e si parlava di “espropri proletari” e “occupazioni” non solo delle case, e scorrevano fiumi di parole. Troppe parole che la gente non capiva. E venne il peggio. In delirio di furiosa reazione crescevano gli scontri e ogni volta, erano botte e arresti. E a piazza Colonna… due bimbe disperate reagivano gridando al pestaggio del padre non violento.

E poi venne la morte di ragazze e di ragazzi e tutti gridavano: “Assassini!”.

In manifestazioni non autorizzate tra lanci di pietre e cariche rabbiose della polizia. E troppi non sapevano orientarsi. Chi aveva voglia di capire frequentava  riunioni ed assemblee rincorrendole in ogni parte di Roma, dall’Università a Centocelle, da San Lorenzo alla Garbatella, da Val Melaina al Trullo; e ovunque si balbettava di cambiare il Mondo. Le Donne del Governo Vecchio, bruciando diffidenza, rivalità e inimicizie femminili, forse mai esistite ma assai ben inventate, avevano chiuso da tempo il maestoso portone n° 39 in faccia ai maschi, pensando che solo così si sarebbero sfatate le leggende. Ed era vero.

Il Novecento ha potuto essere il secolo della liberazione dei popoli solo perché è stato il secolo della liberazione della donna. E intanto si continuava a camminare. A Santi Apostoli, presso la Lega dei Diritti dell’Uomo, ci si vedeva spesso la sera, a volte anche di giorno con Mario e Orietta, Lelio, Anna, Fiorella e gli altri. Mario era perso in studi avanzati sul cervello, quasi una fissazione. Ma forse proprio quello era il punto chiave per capire cosa stesse succedendo, non solo in quel periodo, ma da sempre nel mondo degli umani. Comunque in poche stanze, tra tutte quelle carte, andate poi a fuoco, nascevano utopie, nuovi gruppi e concrete iniziative, come il Soccorso Rosso, con Eduardo, Ambretta, Peppe, Giovanna, Itala, Pino... e ancora prima era nata “Quarto Mondo”, la storica rivista femminista. Poi, grazie a Vincenzo, Doretta, Sandro, Pasquale ed altri si era creato l’Ambulatorio di Medicina Preventiva, straordinario e avveniristico.


Punto di riferimento per le donne, che ha funzionato a lungo in via San Martino della Battaglia. Anche lì si discuteva per ore ed ore, fino a pensare di girare a vuoto. Eppure si lavorava, fondando perfino quotidiani... E lievitavano idee, come il progetto di “Casa Comune” che restò sulla carta, insieme a troppe potenziali perdute nel delirio distruttivo e costruttivo di quegli anni. Eravamo ambiziosi ed impazienti, affamati di giustizia, sognatori di un mondo di pace e libertà, dove ognuno potesse scoprire d’essere artista. Non si pensava ad altro ma, pur evitando la parola amore che non dava grande affidamento, ci si perdeva nelle storie di sempre vivendo passioni a perdifiato e ostentando il rifiuto della coppia: “Nemica dell’amore e del sociale”. Poi c’era chi faceva finta di niente per timidezza. Incredibile, oltre l’ambizione d’apparire rigorosi e spregiudicati, riuscivamo anche ad essere timidi, malgrado avessimo troppe certezze e pochi dubbi. Anni dopo, in un incontro casuale all’Argentina, dentro un mattino di sole, qualcuno  disse “Sai, non l’avevamo capito, eppure eravamo innamorati; ma tra sogni e utopia non c’era spazio per il reale”. Contro quel sogno di cambiare il Mondo, rifiutando ingiustizia e ipocrisia, si avventarono fulmini e stragi. Un incubo di anni, dove il silenzio terrorizzava più delle esplosioni, mentre “l’industria della paura”, sempre in attivo, continuava a imprigionare la gente nelle case. Gruppi e sognatori sciolti si moltiplicavano in  riunioni sempre più ristrette, mentre contrasti interni e linguaggi quasi “cifrati”, escludevano troppa gente dalla Storia. A Tor di Nona o nella vecchia cucina di San Francesco a Ripa, si passò rapidamente, dai labirinti della teorizzazione, al lavoro rigoroso dell’inchiesta. Mettendo a fuoco sane “veggenze” e ricercando il modo di provarle, ci fu chi raccolse ed elaborò dati per anni con impegno e ostinazione maniacale, alla ricerca della verità. Collegando ed elaborando lavoro e intelligenze di gruppo e non trascurando sognatori sparsi, si sperimentarono sistemi di comunicazione, oggi impensabili in assenza del computer. Di quel periodo restano memorabili le intuizioni supersoniche di Marco, l’ironia tagliente e veritiera di Eduardo, i dubbi filosofici di Pino, le battute e lampi di genio di Edgardo; nonché le elucubrazioni metafisiche di Giorgio, principe dell’intercalare freudiano e l’impegno esemplare dei più giovani: Daniele, Mauro, Sandro, Danilo... Dopo tanto balbettare, quel lavoro concreto e armonico di gruppo, dava l’idea del come “fare” per realizzare “sogni”. Ma andò perduta anche l’occasione di capirlo. Altro luogo di incontro era la Casa Della Cultura, in via Arenula, dove vidi per la prima volta Pier Paolo. Ricordo quella sera d’inizio anni ’70, quando ci sorprendemmo nel mettere a fuoco con differenti parole le stesse idee, scoprendo il bello della diversità di ognuno e d’ogni istante nuovo della vita. Lui era sempre misurato, chiaro, essenziale negli interventi e curato nell’abbigliamento stranamente alla moda. In epoca di jeans e capelloni, arrivò una volta con scarpe gialle a punta e pantaloni a zampa d’elefante. Quasi sempre in giacca, cravatta e capello corto “ordinato”.


Comunque, ci piaceva tutto di Lui, come ci piaceva la sua poesia, elegante e passionale. Mentre, come in un doppiaggio sbagliato, colpiva stranamente la sua voce, spia di un dolore o dissonanza dell’anima. Poi in crescendo caotico di eventi... venne l’estate del ’70 e quando uscì “La strage di Stato”, controinchiesta sulle bombe di Piazza Fontana, Pier Paolo ci sorprese contribuendo alle spese di stampa con un milione di lire. E mentre Lui denunciava pubblicamente noti assassini senza nome, la vecchia “strategia della tensione”, forte di attentati, sequestri e stragi, infieriva, ormai da anni, inchiodando la gente nelle case.

Il 2 novembre 1975: l’estate era finita da un pezzo. Quella notte, l’ipocrisia perbenista, distruggendo fisicamente il Poeta, pensò di uccidere la Poesia, cancellandola per sempre dalla lotta. Sbagliava. Erano passati quattro anni dalla strage di Piazza Fontana. Non si è creduto, nemmeno per un attimo, alla versione ufficiale del tuo assassinio, come non si era creduto, che le bombe esplose alla Banca dell’Agricoltura di Milano fossero anarchiche. La tua vita fu un’opera d’arte rubata, incompiuto notturno dei tempi che correvano.

E correvano davvero quei tempi, come branchi di cavalli silenziosi scatenati nel deserto. Per questo accadevano prodigi. Si occupavano conventi nella gloria del Teatro per “Ricamare col tamburo” e si cantavano canzoni di protesta, si scoprivano poeti palestinesi, si inventavano manifestazioni-spettacolo colorate come feste e nascevano opere d’arte grandiose come quelle di Tonino.

Si lavorava con passione e si faceva l’amore sempre, con gioia, come fosse la prima volta e l’ultima. Ma gioia e amore terrorizzano i mostri e i mostri scatenano le stragi. Eppure ogni male porta in sé strumenti per combatterlo e fu proprio nell’anno più buio del decennio, che Renato, giocoso cantore dell’Effimero, puntando sulla bellezza, riuscì ad esorcizzare la paura. Accendendo i riflettori su Roma  partendo dallo splendore della Basilica Civile di Massenzio, diede vita, nel 1977, all’Estate Romana.

E fu nella Gloria di Massenzio, potente evocazione di giustizia, che tutta la gente, tornando a camminare la città, si riprese golosamente la vita, la notte e la voglia di sognare. Ed ogni anno, tra cinema, musica e teatro, linguaggi più immediati del politichese, l’evento torna a ripetersi. Ma ad un tratto accadde qualcosa... e il Cinema scomparve da Massenzio. Si parlò di misteriosi conflitti di bellezza tra emozioni carnali e vibrazioni estetiche, cortocircuito metafisico nel respiro di archi dentro archi, non solo a crociera, spalancati all’infinito. Trattandosi di Storie che svaniscono nel racconto, come incanti notturni bruciati nella luce del giorno, non fu facile saperne di più. Si dice che nei dintorni di Massenzio, vivano  ancora profumi di quegli eventi e che in notti di luna piena, nello spazio di un brivido, possano riportare sensazioni d’insopportabile bellezza.

Neanche a dirlo ci fu gran curiosità, tutti cercavano tracce dei misteriosi eventi. Forse sotto una pietra mai smossa, dentro la follia architettonica di via dei Fori Imperiali... e si parlò di sampietrini scomparsi recanti tracce impercettibili.

Ma come leggere segni provenienti dal nulla…linguaggi di totalità cosmica già intuiti dall’esule Anassagora?


 

Storie talmente lievi e fuori tempo che, imprigionate nel pensiero, scomparirebbero come effetti troppo speciali e pericolosi simili a fuochi d’artificio bellissimi mai sperimentati. E dunque ci vuole prudenza.

Si disse anche, semplificando brutalmente il mistero, di un “giallo” incantato, nel senso di non cantato mai o in-finito. Ma, se il tempo è una freccia, l’attimo è di pietra e per comprenderlo puoi solo lanciarlo e perderlo nel fiorire di immagini proibite, pronte ad andare a fuoco nella visione del primo fotogramma, come dire... tradurre la luna in ciliegia e mangiarla.

Pare che qualcuno, abbia tentato l’avventura, e che tutto sia andato perduto, tranne un frammento non compreso ma intuito, che riportiamo fedelmente.

 

 “... in un certo senso non si erano mai visti …

 arrivarono puntuali all'appuntamento.

In silenzio fuori tempo, potevano sentire cosa fosse cambiato

Nell’arco- lampo-spazio che aveva... prodotto l’incidente.

Ipnotico l’abisso degli occhi dove il verde e il bruno sapevano fondersi

senza che un colore turbasse l’altro e in simile diversità, vedersi oltre ogni tempo.

Il caso, non casuale, volle che lui avesse dimenticato la coperta

e che quella notte, a Massenzio,  fosse tra le più fresche dell’estate, poi...

per sconosciuta confidenza o remota naturalezza dell’essere totale,

ri-unione di celeste perfezione apparsa e svanita

tra veli iperastrali di memoria acostante e accostante, in prima ed unica visione

si crearono armonie aconcentriche all’infinito,

echi smisurati di silenzi irresistibili…

prima della voce ipnotica del mare nella conchiglia,

prima di misteri gaudiosi, precedenti alla nuvola...

ma dal gatto alla montagna, dalla fragola al vento,

dal fuoco al granello di sabbia, tutto di tutto ha percezione e poi…”

 

Poi, anche quel frammento andò perduto. Correvano davvero i tempi. Impossibile comparare e non comparare quegli anni a questi. Oggi tutto è normale, come noi, ingessati in libertà vigilata da noi stessi e le manifestazioni sono sempre autorizzate, come profetizzava Silvano con poetica ironia in un  film del ’71. Si sa, il potere genera follia e chiacchiere in un tripudio di ovvietà. Ma tutto è ciclico, già un certo Vico l’aveva notato. Quando si riprenderà a camminare con passo lieve e deciso nasceranno nuovi poeti e nuovi amori.

Oggi camminiamo poco, ma siamo ancora qui a parlare con te Pier Paolo, delle tue passioni, della tua diversità, e delle tue contraddizioni che sono le nostre e che tu hai cantato con geniale candore. Luoghi della mente e del cuore da dove sempre dovremo ripartire. Illusioni e nostalgie ci assimilavano allora e ancora ci uniscono, in tempi diversi in apparenza. Abbiamo portato ovunque la tua poesia quando si parlava poco di te, non era di moda.


Anche a Corviale qualcuno aveva detto: “Forse non è il caso...” ma non ascoltammo gli sciocchi e fu un successo.

Allora si camminava e si parlava tanto “ma non troppo”  diceva Virginia.

E si rideva, malgrado tutto, anche di nulla. Ed era bello.

“Ci pensi, Pruzzo non ha toccato palla.” disse una sera Marco all’improvviso, con aria grave. Giancarlo, Giorgio, Camillo ed altri annuirono in silenzio, mentre noi, vedendo le loro facce compunte, giù a ridere come pazze e i maschi non capivano perché ridessimo tanto. Non l’hanno capito mai. E noi, ancora oggi, a ridere. Marco non c’è più, ed anche Eduardo, Mariagrazia, Camillo, Graziella, Ida, Riccardo, Edgardo, Orietta e Mario, se ne sono andati, troppo presto. Daniele, del gruppo, è il vero erede, anche per quell’aria da ragazzo che, in ogni senso, ha saputo conservare, mentre Massimo, irriducibile arrabbiato, è sempre più arrabbiato e, come Alvaro, Sandro, l’altro Marco, Danilo, e Mirella, vive da tempo fuori Roma. Quando capita a volte, di incontrarci, i ricordi saltano addosso a tradimento ed è... bellissimo: tutto da piangere, come si diceva di quel film che consigliavi ad un’amica. Adesso, finito il ripasso telegrafico di un sogno lontano e vicinissimo, la Luna è tornata nella nube e passo dopo passo, rieccomi a contemplare la faccia giocosa di Santa Maria in Trastevere, il campanile leggiadro e… tanti fascinosi dubbi. Ma una cosa è certa, andrò a sinistra. Dietro l’angolo mi aspetta una delizia da Marcello che, puntualmente ogni mattina all’alba, arriva qui a San Calisto a rinnovare l’antico sortilegio del gelato, fatto come una volta. No, stanotte non sfoglierò il programma di questa trentesima Estate Romana.

Lo scoprirò domani.

 

 

*  Concorso - Roma da scrivere - II ediz. “L’estate romana”, 2007 Edilet-Letteratura - Comune di Roma. (Pubblicato in volume con altri 14 racconti finalisti.)

 

 

 

 

 

 




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