LETTURE
GIORGIO LUZZI
      

Disgeli

 

Rivoli – TO, Neos Edizioni, 2014, pp. 96, € 12,50

    

      


di Mario Lunetta

 

Continuo a trovare, nella straordinaria scrittura poetica di Giorgio Luzzi che ora ci raggiunge con una raccolta architettonicamente strutturata come Disgeli, un dato di implacabilità che non si configura come inseguimento imperterrito della vittima-lettore, ma piuttosto come crudeltà contro se stesso in quanto uomo-poeta, per via di una consapevolezza assolutamente priva di pietà: com’è giusto e auspicabile sempre, in ogni testo degno del nome. Perché Luzzi procede con la potenza di un caterpillar senza enfasi nei confronti del mondo (“tutto ciò che accade”, insomma: per dirla con Wittgenstein) e al tempo stesso con la finezza tagliente di un bisturi. Egli non ha bisogno di descrivere né di de-scrivere, dal momento che l’energia sottile e compatta della sua parola è tutta nell’assoluto di una pronuncia bruciante, immobile qui sul momento e densissima di echi remoti.

La forza di questo poeta che come ormai pochi in questo paese sempre più impoverito mette in azione, con una perizia al tempo stesso calcolata e istintiva, la pratica odierna di quell’ostranenie di cui negli anni Venti del secolo scorso ragionava con brillante intransigenza Viktor Sklovskij, consiste nell’azzeramento del senso dentro cui costruire una quantità altra di sensi riposti, obliqui, improvvisamente scorciati, secondo una sinusoide interrogativa che mette in discussione, sempre, ante omnia, la sua propria ragione: quasi una sorta di controepica realizzata da una mente disperatamente matematica, in un’impeto inesorabilmente frenato da un’esattezza senza cedimenti. La prova regina e, starei per dire, quasi “biologica”, dell’energia timbrica di Luzzi la offre lo scompaginamento dell’ordine cronologico delle composizioni in favore di un ordine tematico-stilistico nel quale una poesia datata 1958 fa parte della stessa famiglia genetica di altre poesie posteriori, fino al 2014, senza esserne schiacciata in termini di densità e sapore: tenendo ovviamente conto del progressivo arricchimento e sapienza retorico-argomentativa e – parimenti – della più complessa strategia in itinere della sintassi poetica.

Carte in tavola, quindi:

 

“Disegnammo col nudo piede / cuori sulla rena e stimmate / scure e simboli brucianti. Parve / sfarzo di membra / di serpente a spandersi / sull’ocra color carne. / Spossati sedemmo tra ottuse clessidre / a misurare il vuoto degli astri” (Inquieta, 1958).

 

“Ogni angelo è tremendo. Fonda / la sua moda e le sfugge. Sfonda / la tela del teatro e la rammenda. / Ogni persona è docile. Interna / al caldo nudo. Inverno / di ogni enigma. Entrambi inesistenti / come pressoché tutto l’esistente” (A Erminio su una idea di Rilke, 2008).

 

“La poussière, la foule, l’amour. Sostantivi. / E le nostre città, cariche e forti. E la tua. / E la fragile durezza dell’anonimato / le guance a mezzo, il bacio delle otto, il / colare di una ragione geometrica sui tuoi blu / che sono come uno zinco indefinibile, striato / da ruggini gioiose, ali di vespe, tortillas / antenate, mai più riprodotte. La foule, dicevo. / E altri bisillabi come testa, cuore, peuple, / griffati, biffati, striati, sfibrati / da una piccola pioggia indecisa, maldestra. / Un improvviso ridere, anonimo e sdrucciolo / oltre il pavé asimmetrico di corso Magenta. Lei / che guarda al fondo fisso della propria / memoria recente, nel nocchio del foulard / che è come un uccello impallinato e imploso. Lei / che ha lasciato le vetrine, sta per superare / la zona delle meridiane, i ricordi di Belluria, / è sempre lì a un palmo, la foule, la foudre / i denari spicci gli occhiali larghi come ombrelli / le meme, voi sì, e gente sconfinante e tu, / vous que passez sans me voir. Consorteria / degli interisti che non abitano più qui. Il bacio / subito oltre la vetrina dell’armaiolo, il caffè / tarato brandy di Jannacci, l’idea di giustizia / intascata di scatto in via Spiga, i portamenti / non infiniti, qualche crepa nel ghiaccio, iniziale…” (Intervista alla folla – per Giuseppe Zecca, 2014).

 

L’universo poetico di Luzzi è costruito, almeno in apparenza, su due o tre ossessioni (la caducità senza scampo di tutto, il lampo effimero dell’eros che si trascina in vari tormenti, la dignità sistematicamente calpestata), nel momento stesso in cui si frantuma, si sbriciola, si fa polvere. L’ombra del materialista Tito Lucrezio Caro attraversata da Rilke, ci si potrebbe spingere a azzardare. Senonché la dizione luzziana ha sempre, lungo una sintassi che si articola fino alla frenesia più sofisticata ma infallibilmente regolata entro una rete di modalità “scientifiche”, una perentorietà che è assente in quest’ultimo; e la convinzione, di marca Lacan, che presuppone l’amara (ma certo anche autoironica) e pure invincibile fiducia scettica nella ricerca: Dirla tutta, la verità, è materialmente impossibile: mancano le parole.

Già: perché, come si sa, la verità è sempre rivoluzionaria. E, nel caso del poeta Luzzi, primario compito di chi produce poesia è quello di dirla come sa e come può, da dentro l’intricatissima foresta del linguaggio, sempre da dominare e sempre da respingere nelle seduzioni che questa verità si impegnano a coprire o distorcere. Qui, lungo il cospicuo percorso della poesia luzziana, è il centro dialettico che sempre si rapporta al centro biopsichico della sua tensione linguistica mai placata – come si legge nella Nota dell’autore in chiusura di Disgeli:

 

“Convinto come sono che una idea davvero vecchiotta e credo improponibile come quella che pensa a una sorta di stato di grazia come base di lancio della proiezione del verso nel cielo, debba essere correttamente sostituita da riflessioni finalmente serie sulle relazioni tra biologia e campi emozionali, coscienza della propria soggettività collettiva e funzionale, e infine, stoicamente, convinzione storica molto precisa del carattere di per sé rinviato, utopico, tenacemente antagonistico, della pratica del verso in tempi, non di povertà certamente, quanto di tirannide mercantile. E invito a riflettere quanto e sempre più (ciechi o ipocriti coloro che sembrano non accorgersene) l’invasività del mercato, non lasciando per sua natura immune spazio alcuno dall’esercizio del proprio primato, stia ormai riuscendo con successo a condizionare verso il basso questo nostro genere, reo di continuare, nei casi migliori, a voler essere sede della vitalità della lingua, dell’esercizio della critica, della disobbedienza al messaggio standardizzato, vuoto e sempre più impoverito, che sembra puntare alla universalità mentre in realtà serve a soffocare il senso delle identità soggettive poste in guardia e possibilmente predisposte alla solidarietà. Disobbedienti, tanto per essere chiari”.

 

Che è, senza ambagi e senza diplomazia, una dichiarazione di poetica che esibisce una dichiarazione politica: di disobbedienza, tanto per essere chiari.




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