SPAZIO LIBERO
“POESIE A REBIBBIA”
Versi che attraversano le sbarre


      
“Aspettare l’attesa e sperare la speranza” è un’antologia di composizioni poetiche di detenute nel carcere romano, curata da Nina Maroccolo e Plinio Perilli che da tempo tengono un laboratorio di poesia in quel penitenziario. Una significativa esperienza insieme maieutica e pedagogica che assume il valore di una tensione alla costruzione di un progetto di vita, dentro la prigione e fuori dalla prigione, una volta riacquisita la libertà.
      



      

di Ivana Conte

 

 

Il primo compito di chi attua qualunque forma di relazione d’aiuto è verificare se sia davvero voluta, richiesta e sostenuta dalle parti in causa, senza infingimenti e senza credere, sperare, pensare che il rapporto sia paritario. Non lo è, non può esserlo.[1]

 

Vivere nei luoghi del disagio, della privazione, della detenzione non può porre nella stessa condizione chi li frequenta  temporaneamente e per scelta e chi vi è costretto per periodi a volte anche molto lunghi.

 

Plinio Perilli, nell’appassionata introduzione al libro Aspettare l’attesa e sperare la speranza – Poesie a Rebibbia - [2], lancia un monito a chi pensa di entrare tra le mura blindate delle prigioni italiane con la convinzione di portare luce e verità a chi soffre; e fa bene, perché una solida relazione si può pensare di costruirla solo attraverso la maieutica, l’ascolto profondo, la sospensione del giudizio.

 

La parola poetica, la scrittura poetica, le voci del pensare poetico espresse dalle detenute della casa circondariale - sezione femminile di Rebibbia,  sono state concertate e organizzate da Plinio Perilli, Nina Maroccolo e Antonella Cristofaro[3], attraverso la propria sensibilità e formazione; non potrebbe essere altrimenti e rivelano  spesso alcune convergenze forti con il sentire delle donne recluse.

 

Conoscendo la realtà di quei luoghi per avere realizzato alla sezione  femminile con nido di Rebibbia, un progetto destinato a donne rom con i propri figli, da pochi mesi a 3 anni di età (poi vengono sottratti alle madri e loro trasferite al femminile)[4], ho ritrovato la potenza dell’assenza dei figli nei versi di chi denuncia il distacco e la lacerante separazione dalla creatura creata, che è anche la vita ancora possibile

 

Qui sono pochi i momenti che mi fanno sentire libera; ho trascorso

due anni nella sezione nido. Con me il mio piccolo ometto, e con lui

ogni cosa, ogni momento trascorso insieme aveva sempre il sapore

della libertà. Perché i figli per me sono Amore, Vita, Libertà, tutto ciò

di più bello al mondo.

 

                                                                                                   Luisa

 

Così come ho ritrovato l’attaccamento sano alle radici culturali e geopolitiche di provenienza in alcuni testi molto forti, specie se scritti in inglese o in un italiano imperfetto eppure limpidissimo negli intenti.





Corpo di confine, 2013


Ci si può chiedere se un laboratorio di scrittura, che viene da molte donne detenute definito la scuola, alla quale si corre felici per conoscere e studiare, rappresenti un’esperienza temporanea, dal valore terapeutico ma non artistico (il dibattito su questi temi, anche in ambito teatrale è intenso).

L’aspetto più rilevante, a mio avviso, è costituito invece nella tensione alla costruzione di un progetto di vita, dentro al carcere e fuori dal carcere, una volta riacquisita la libertà

 

Cella 41

 

Non voglio nascondermi

dietro una terapia

per non pensare.

Il giorno dopo, il problema

rimarrà lo stesso.

 

Ma i problemi si affrontano,

non si scappa dai problemi,

i problemi che ti angustiano

ma ti rafforzano, ti fanno crescere.

 

Non voglio nascondermi più.

La mia vera terapia è pensare.

 

                                 Jasmine/Lyse

 

Tutto appare in discussione nei versi delle detenute: il concetto di tempo, di libertà, di futuro.

L’infanzia della propria vita, l’origine dell’esserci riaffiorano con prepotenza e sembra per molte un’ancora, un attracco poderoso per non morire, per mantenere solido il legame con i figli, per ricordare amori persi o comunque distanziati dalla detenzione. Per immaginarsi di nuovo libere, con un bagaglio di conoscenza di sé e di lacerti di cultura ricomposti, che forse attutirà il colpo di tornare ad un tempo che scorre, all’esterno, in modo assai diverso. E che le ha dimenticate.

 

 



[1] Illuminante, in questo senso, il libro La relazione di aiuto, di Andrea Canevaro, Arrigo Chieregatti – Carocci Editore, Roma, 1999.

[2] Aspetto l’attesa e spero la speranza – poesie a Rebibbia -, a cura di Nina Maroccolo e Plinio Perilli - edizione Licenza Poetica, Roma, 2014.

[3] Plinio Perilli è poeta e critico letterario; Nina Maroccolo è scrittrice, performer, cantante e artista visiva; Antonella Cristofaro  è docente di Italiano presso la casa circondariale di Rebibbia – sezione femminile e referente del progetto sulla Poesia, proposto dall’ITIS  J. Von Neumann (anno scolastico 2013/2014).

[4] Si tratta del Progetto BelVedere, curato da Agita/Casa dello Spettatore dal dicembre 2013 al luglio 2014, con il sostegno del Dipartimento Politiche Sociali, Sussidiarietà e Salute  Direzione Accoglienza e Inclusione U.O. Inclusione Sociale Ufficio detenuti ed ex, del Comune di Roma.

 




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