TEATRICA
ROMEO CASTELLUCCI

Dall’antiteatro
ad una scena museale


      
Presentato all’Argentina di Roma l’ultimo lavoro del regista cesenate, “Go down, Moses”. Ispirato in modo assai traslato ad alcuni momenti della vita del Mosè biblico, lo spettacolo si offre come una epifanica confezione di sicuro magistero tecnico ed espressivo, ma anche fortemente compiaciuta e a rischio di maniera. Teatrante-star delle ribalte europee, ha rigettato l’etichetta di avanguardista e imboccato la strada di una formula estetizzante di montaggio delle visioni, che garantisce il consenso internazionale, ma mostra anche l’esaurimento di un linguaggio innovativo e realmente eversivo.
      




      

di Marco Palladini





Una scena di Go down, Moses, regia di Romeo Castellucci (ph. Guido Mencari)


Il teatro attuale di Romeo Castellucci ha sempre più l’aspetto di una epifania scenica di squisita confezione e di grande magistero tecnico ed espressivo, ma anche fortemente compiaciuta e a rischio di maniera. Come se tutto il lungo percorso del 54enne regista di Cesena fosse giunto a un punto di autosublimazione, di ripetizione senza innovazione per eccesso di fedeltà a se stesso, alla propria cifra stilistica e motivazionale.

Go down, Moses, allestito all’Argentina di Roma, si vuole ispirato a una serie di passaggi della parabola esistenziale e religiosa del Mosè biblico, invero totalmente trasfigurati e trascesi e rielaborati per tranches di montaggio di visioni, per segmenti di composizione scenica.

L’incipit vede dietro un velatino delle ombre cinesi: sono un gruppetto di visitatori a una sorta di vernissage dove è esposto un unico quadro che raffigura un coniglio (animale-simbolo assai caro a Castellucci, forse di derivazione Lewis Carroll). Mentre il gioco delle luci via via discopre le fisionomie degli attori-attanti, si alterna l’immagine di un oblungo rullo azionato da un motorino su cui calano dall’alto gli scalpi di fluenti capigliature femminili che vi si attorcigliano e ruotano vorticosamente: altra autocitazione del regista affezionato al macchinismo celibe in scena.

Quindi in un riquadro illuminato del palco appare una stanza da bagno dove si svolge una lunga scena con una giovane ragazza presa da spasmi e ansimi e grida, che si toglie collant e mutande e dà vita a un parto fantasma e splatter, imbrattandosi tutta di sangue e imbrattando di rosso plasma anche le pareti, il pavimento e la tazza del cesso. Una evidente allusione alla nascita di Mosè, poi qui abbandonato invece che sul fiume Nilo, in un cassonetto della spazzatura da cui fuoriesce il pianto disperato di un neonato. Brusco cambio di ambiente e ci ritroviamo in un commissariato dove la giovane madre ancora sporca di sangue e ravvolta in una coperta viene interrogata da un funzionario di polizia che cerca di sapere dove ha depositato il corpo del figlio. La fanciulla tace ostinatamente e quasi provocatoriamente. Quando alla fine apre bocca, dice cose senza senso, parla della noia profonda di cui soffrono gli animali, si interroga in qualche modo sul vivere. In un momento successivo la ragazza viene accompagnata in un ambiente ospedaliero dove la fanno stendere sul lettino di una macchina per la Tac e lì viene risucchiata in una specie di tunnel spazio-temporale.

Da quel momento, infatti, lo spettacolo cambia passo e diventa un trasognato flusso di immagini pittoriche, anche suggestive ed evocative dietro l’effetto flou del velatino, dove silhouettes borghesi fanno trasparire richiami al ‘roveto ardente’ e al ‘vitello d’oro’, ma dove soprattutto si configura un ambiente cavernicolo primitivo dove si muovono o sostano o si relazionano o aspettano o, appunto, si annoiano alcune figure-scimmia che rinviano a una idea di pre-umanità, ma pure tradiscono la palese citazione di una scena di 2001, Odissea nello spazio. Salvo che nel film di Stanley Kubrick c’è la rivelazione che la scimmia assassina è la diretta progenitrice della schiatta maledetta dell’uomo, mentre qui è tutto incantato e vago e, forse, vacuo. Non accade, in effetti, nulla di significativo, come se proprio la noia fosse il senso nascosto del lavoro.  





Sergio Scarlatella e Rascia Darwish in Go down, Moses (ph. Guido Mencari)


L’eco musicale dello spiritual Go down, Moses vuole, quindi, chiaramente alludere alla schiavitù dei neri african-american assimilata a quella degli ebrei in Egitto. Ma il rapporto con la divinità e la missione assunta da Mosè di riportare i suoi confratelli nella terra eletta restano indeterminati e meramente astratti. Tornano poi le immagini del rullo-macchina in azione (l’impersonale ciclo dei corsi e ricorsi della storia e delle generazioni?) e del foro d’entrata della Tac (inferno o paradiso?). Poi lo spettacolo si chiude in dissolvenza sulla bella colonna sonora, come sempre concepita da Scott Gibbons, senza sussulti o scene-madri risolutive.

Assurto alla categoria di regista-star internazionale (come Brook, Bob Wilson, Nekrosius etc.), potendosi valere di poderose co-produzioni europee e americane, Castellucci mi sembra che, oramai, licenzi spettacoli che sono eleganti quanto algide variazioni e citazioni di ciò che ha già fatto in passato. Questo Go down, Moses nulla aggiunge alla sua lunga e illustre teatrografia. La mia impressione è che, dopo l’eruzione creativa degli undici spettacoli del ciclo della Tragedia Endogonidia degli anni zero, Romeo riposi attualmente sugli allori, amministri il suo cospicuo credito artistico ribadito dal Leone d’oro alla carriera che ha ricevuto nel 2013 alla Biennale-teatro di Venezia. Il punto è che il suo teatro mi sembra, oggi, già appartenere al museo.  

Ritorno allora con la memoria a quando conobbi Castellucci nel 1981, quando era un imberbe ventenne e proclamava fieramente con i suoi compagni della Società Raffaello Sanzio di volere fare puro ‘antiteatro’. Molta acqua è passata sotto i ponti da allora, se è vero che lo scorso ottobre in una intervista sul Corriere della Sera firmata da Emilia Costantini, Romeo dichiarava: “… Io, ripeto, non sono un provocatore. Il mio lavoro è attinente al classico, mi muovo nel solco della tradizione, adotto le regole di quel sistema che discende dalla tragedia greca. Non sono un avanguardista, non lo sono mai stato. Il linguaggio teatrale per me è strumento per rappresentare ‘il destino’ dell’uomo…”.

Dunque, secondo Castellucci è sempre stato un equivoco averlo scambiato per una delle punte italiche dell’avanguardia scenica. Pura palinodia? Poco nobile e tardiva ritrattazione? Chissà, forse ha ragione lui: ma il “pessimismo antropologico” e il “senso di pericolo” che lui pretende che circolino nei suoi lavori odierni mi pare in realtà che si siano ricomposti in una chiave museale, in una misura estetizzante e pacificata, non più innovativa ed eversiva, buona per un pubblico internazionale indifferenziato e colto che un tempo si sarebbe definito ‘radical-chic’. Il suo teatro sembra svolgere una formula di successo un po’ come il segno ‘pulp’ di Quentin Tarantino. Nulla di male, certo, ma quando Castellucci perseguiva il mero antiteatro mi sembrava assai più eccitante e stimolante.          

             

 

(gennaio 2015)





Un'altra icastica immagine dello spettacolo di Castellucci (ph. Guido Mencari)





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