PRIMO PIANO
DIALOGHI ‘IMPOSSIBILI’
Faccia a faccia con la ‘gioventù bruciata’ di Napoli


      
Lo scorso settembre un sedicenne del Rione Traiano, Davide Bifolco, fuggendo da un posto di blocco è stato ucciso da un carabiniere. Generando una duratura rivolta in tutto il quartiere, uno di quelli maggiormente a rischio dell’intera città. Uno scrittore, già insegnante e dirigente scolastico in quella zona, nonché ex militante del Pci, cerca un colloquio con uno dei ‘guaglioni’ che spadroneggiano a livello locale. Ma capirsi è vano, è come se la plebe della ‘anticittà’ partenopea fosse ormai il prodotto di una mutazione antropologica, certamente alimentata dal degrado sociale ed economico, che intende soltanto la sottocultura della violenza, della sopraffazione, della legge del più duro e più forte, totalmente estranea allo Stato e alle sue istituzioni.
      



      

 

 

di Ugo Piscopo

 

 

Il Traiano e quelli del Traiano hanno bucato lo schermo a Napoli, in Italia, nel mondo. Anche per loro, quindi, c’è finalmente un momento di gloria. Al centro dell’evento, la fine tragica di un ragazzo che non ancora aveva compiuto diciassette anni e la risposta impetuosa di solidarietà con lui data da un’insurrezione rionale.

È notte avanzata tra venerdì 5 e sabato 6 settembre 2014. Il quartiere è uno di quelli maggiormente a rischio dell’intera città. Grave è il malessere, eccitata l’atmosfera, molti punti al di sopra dell’ordinarietà. Essa qui è semplicemente ad altezza di sé stessa, del quartiere, di una gioventù bruciata che fa della condizione di esasperato malessere un titolo di distinzione e di orgoglio. Si vuole, perciò, restituire agli altri, al mondo costituito da tutt’altre tribù con le loro leggi e le loro consuetudini, una risposta ferma, da “giovani leoni”, come lascia scritto sul suo facebook Davide, il ragazzo che finisce tragicamente proprio quella notte, alle tre circa del mattino. Nell’interpretazione di un ruolo da protagonista della generalizzata volontà di schierarsi e di essere contro. Contro chi? Contro tutto e tutti, perché tutto e tutti sono contro il Rione Traiano, lo vorrebbero calpestare, schiacciare, cancellare dalla faccia della terra.

È un dovere, perciò, resistere, se possibile rènne ‘a paréglia, cioè restituire  pan per focaccia. Che vorrebbero quelli, cioè gli altri? Mettere e far valere le loro leggi, tenere qui carabinieri, finanzieri, poliziotti e compagnia bella? Per fare che? Mantenere l’ordine, essi dicono. Ed è ordine questo, che tiene in piedi colonie penali, schiavi incatenati alla povertà e all’abbandono, come quelli appunto del Rione Traiano, mentre dall’altra parte si pappano le ricchezze del popolo, a la facc re i fess, e ppo’ canteno e soneno allerament?

Perciò, carabinieri e compagni, se proprio non vogliono farsi del male, devono starsene buoni, devono vivere e lasciar vivere. Questa è l’intesa. Vogliono anche fare un po’ di scena? E chi glielo impedisce? Ma nel rispetto degli accordi. Passano i ragazzi con motorini senza assicurazione, senza provenienza, con false intestazioni, e che è? è niente. I ragazzi, ce l’hanno o non ce l’hanno la patente, è la stessa cosa. Patente o non patente, casco o non casco, rispetto o non rispetto per niente e nessuno: sono affari dei carabinieri? Vogliono i giovani sfrenarsi un po’ a razzi e a gara fra loro? La vita è la loro e questi qua non devono rompere. Poi, sono in due, in tre, in quattro sopra lo stesso mezzo? Portano e smistano ‘nno poch’ ‘e rrob? Accompagnano ‘’nno pover Crist, cioè uno che tiene i conti in sospeso col tribunale o col carcere? E cch r’è? È semplice, i giovani fanno esattamente quello che devono fare, in quanto si devono sfogare e in quanto devono vendicare i torti patiti dal loro Rione. E, se si volessero portare i conti come si deve, giovani e vecchi del Rione, tutta la gente del quartiere, avrebbero tanto da esigere. Lasciamo stare, è meglio.

Loro, i carabinieri, per parte loro, non devono vedere, sentire, parlare, sapere. Rompere il cazzo. Niente di niente. Per loro, questo non è niente, proprio niente di niente, non sta succedendo niente, perché niente poi succede, se loro non danno fastidio. Al più, può esserci un regolamento di conti tra una famiglia e l’altra, si può ammazzare qualche carognone, qualcuno che sgarra, che non sa campare o che non vuole campare e far campare gli altri del Rione: ma questo non è niente, anzi, è la verità, significa solo fare un po’ di pulizia, come ogni tanto deve succedere. Non può mancare, è normale. Perché la monnezza va tolta di mezzo.

Se, poi, questi carabinieri eccetera eccetera, e la legge stessa, vogliono funzionare come si deve in questo Rione, devono dare una mano alla situazione. Devono ammanettare e portare al fresco chi dà fastidio, cioè qualche capuzziello che si vuole mettere in proprio e sfidare chi comanda: perché comandare veramente è un’arte di pochi e gli altri si devono solamente stare. Devono calare la testa e camminare inquadrati e rispettosi. Con gratitudine verso chi di dovere.

La legge, in pratica, quella vera, è quest’altra, quella fatta in casa, quella ordinata da chi comanda, da chi ci ha le palle di comandare nella zona: quell’altra, invece, quella scritta nei codici, è semplicemente per modo di dire, per buttare un po’ di polvere negli occhi. È cosa che sta sulla carta. Proprio come quando sulla facciata di un edificio si dice una cosa, e poi dietro la facciata se ne dice un’altra, quella concreta, che fa testo. La legge, allora, è quest’altra qua.

Voi, mo’, vorreste sapere qualcosa del boss o dei boss del  Rione. Ma ve lo volete ficcare rint’’a cerevell che quello appartiene al Rione e non si tocca, non si nomina nemmanco. E voi continuate a scuccià: è uno solo? sono tanti? sono del quartiere? che intrecci hanno con la politica, con l’industria, con i commerci e tutto il resto? Beh, queste, amici miei belli, non sono domande che si fanno, non dovete rompere. Vi deve bastare che c’è uno che comanda, certo. Magari una famiglia, che so? Ma a voi che ve ne fotte? Voi forse non calate il capo e ubbidite come le pecore a chi dovete ubbidire, quando arrivano gli ordini da lassù, dai poteri forti, o certe paroline dagli amici potenti e dai compari, certi suggerimenti da chi sa ed è bene informato? Non mi fate ridere, non ci pigliamo in giro. Tutto il mondo è paese. E Napoli è più paese di ogni altro. Da noi, sono tutti rioni e ogni rione è nelle mani di chi sa e può.





E meno male che è così. Che ci sta uno che indirizza, che ti dà una mano, che ti fa arrivare una cosa di soldi in mezzo alle difficoltà. Facciamo un esempio, il mio, quello di casa mia. Io e mia madre, poverella, intanto campiamo, perché c’è chi ci deve stare, che ci dà un aiuto. Mia madre che dovrebbe fare? Ma però, da questo momento, scendo io in campo, ragazzo o non ragazzo. Me la sento, e basta. Allora, la storia è questa. Mio padre, ad esempio, teneva un buchetto, cioè un negozietto, così per modo di dire. Perché, serviva a mascherare un po’ di attività. Mica tu vuoi campare con un piccolo negozio, che non vende niente. Quello è una finzione, per ammacchiare certi fatti. Poi il negozietto è fallito: è fallito, così per modo di dire. Si è chiuso, è stato chiuso, che vi voglio dire? E mio padre non ha avuto neppure più quella copertura. Allora, si è buttato allo scoperto e si è messo in giro come ambulante. Lo hanno acchiappato, questi qua, questi signori che a fine mese vanno a riscuotere la sfogliatella dello Stato, bella, pulita, sicura. Lo hanno acchiappato e buttato dentro. Mio fratello, un poco più grande di me, che è pure sveglio, è uno che se la sa vedere come me, si è avviato a un po’ di smercio. Beh, sempre questi signori qua, questi della sfogliatella di Stato, non tenevano nient’altro da fare: mica loro vanno ad acchiappare quelli che tengono le mani sui grandi affari pubblici e si spartiscono milioni e miliardi con i furbi e i furbetti, che si fanno rispettare dal mondo intero, si fanno vacanze da sultani negli alberghi più costosi del mondo. Sono ossequiati, riveriti, profumati e si pigliano le meglio femmine, le più fresche del mercato. Loro sì, se lo possono consentire e, quelle che voi chiamate le forze dell’ordine, ‒ ordine di che? ‒, li ossequiano, gli vanno a baciare le mani, se capita l’occasione, cioè la fortuna. Invece con mio fratello, che è uno bravo, troppo bravo, non si sono regolati allo stesso modo: lo hanno acchiappato e fatto giudicare in tribunale. Seh, ‘o tribbunale, chill ch ffà ggiustizzia. ‘A ggiustizzia r’’a mamm.

Chill cert funzziona, ma ‘nguoll ai pover Criste. Quello funziona come vogliono farlo funzionare i potenti. Quello sta a loro disposizione per colpire i deboli, quelli che non sanno o non possono difendersi. È per questo che bisogna stringere i denti, essere contro, anche se uno ci deve rimettere la vita. Perché, la vita che è? ‘a vita è ‘nno muorz e se l’add magnà chi tène i rient, no cchi no ttene i rient. Pecché semp’accussì succèr: ‘o Pataterno mann’i biscuott à a cchi no ttene i riènt. …

 

“Piano, piano”, lo interrompo io, “ascoltami un po’…”. “Seh”, mi risponde beffardo prontissimo lui: “Accussì, essem fà. A la fina, mm’aite abbencere pe fforza. Vui sapit parlà”. Allora, gli spiego che forse so parlare un po’, ma che non esiste un solo modo di saper parlare. Lui, ad esempio, nel suo ambito sa parlare benissimo e mi può mettere perfino in difficoltà. A ogni modo, se io provassi a parlare il suo idioma, lui scoppierebbe a ridere, per il mio modo approssimativo e ridicolo di parlare quella sua lingua. Perciò, vado dritto su questa argomentazione: “Tu devi ascoltarmi, perché tu hai parlato e io ti ho ascoltato. Anzi, devi ascoltare con la stessa disponibilità con cui io ho ascoltato e sto ascoltando te e queste tue parole terribili, che dentro mi fanno tanto male. Alle spalle di queste parole, inoltre, ne sento tante altre, un fiume, ancora più terribili e non credo di sbagliare in questo mio sospetto”.

Interrompo, così, il mio giovane interlocutore del Traiano e gli racconto di me. Perché, per prendere contatto con chi ascolta, non c’è nessun miglior canale che parlare di sé, farsi identificare, far conoscere il proprio vissuto. Ma alla pari, come fra due che vanno nella stessa barca e remano insieme, non come uno che sa e vuole fare lezione ad uno che non sa. Anzi, con l’umiltà di chi ha molto da apprendere dall’altro.

Gli racconto di me. Che non avevo ancora trent’anni ed ero da poco sposato. Avevo scelto come sede di lavoro e come luogo di residenza Napoli. La decisione fu un po’ sofferta, perché pensavo a Milano, a Firenze, all’estero per le mie prospettive letterarie. Avevo scartato in partenza Avellino e l’Irpinia, di dove provengo, perché le sentivo irrimediabilmente arruolate in una congrega democristiana, chiusa in sé come in un infrangibile cerchio magico, non scalfibile neppure in superficie. Napoli, invece, mi appariva un ottimo terreno di prova, sia perché aveva un grande passato sul piano artistico e intellettuale, sia perché, se uno del Sud ha coraggio, deve confrontarsi col Sud e nel Sud per cercare di dare un contributo al miglioramento delle situazioni.

Lui fin qua mi ascolta, come annoiato, distratto e ostentamente paziente. Quando, però, passo a dire dove, cioè in quale quartiere, e perché avevo scelto di avere casa, mi comincia a guardare con interesse.

Scelsi, fra tanti quartieri, proprio Soccavo, nelle vicinanze della stazione della Cumana, al di sotto della quale inizia il Rione Traiano, un insieme di terreni, allora, che fino a qualche anno prima erano agricoli e che adesso erano in attesa di un altro destino, ingabbiati in un reticolo di strade aperte, larghe, pianeggianti, e di stradine minori. Qua e là, qualche palazzo nuovo e dignitoso, ma anche tanti edifici popolari e anche tante costruzioni in via di completamento. Era un cantiere aperto. Al centro, da est a ovest, era stata tracciata una strada nuova, imponente tra il Traiano a sud e la vecchia Soccavo a nord, che portava, nei suoi svolgimenti successivi, oltre la Montagna Spaccata, verso Pianura e poi Pozzuoli. Sul suo bordo si erano impiantati una banca, distributori di benzina, una ariosa farmacia, una clinica e tanti negozi più che dignitosi, in attesa di potenziarsi ulteriormente.

La mia casa si affacciava a sud e guardava verso la ferrovia Cumana, dove passavano i trenini che portavano verso il Lago Lucrino o tornavano di là, e che erano un forte motivo di attrazione per i miei figli piccolini. Esultavano, quando passava il trenino, e richiamavano con gridi di gioia e gesti di allegria l’attenzione della mamma e del papà. Essi erano felici, quando li potevo portare al “campetto”, che era nel Rione Traiano, dove hanno cominciato a muovere i primi passi, a camminare e a correre.





A questo punto, il mio giovane interlocutore, alza gli occhi verso di me con simpatia. Io continuo il racconto. Delle andate graduali oltre il “campetto”, sempre più giù verso il Traiano, Piazza Giovanni XXIII, la sezione comunale locale, il consultorio, i palazzoni popolari rivestiti di mattoncini rossi. Una volta, provammo a spingerci verso la Loggetta e oltre, arrivammo alla Mostra d’Oltremare, pensavo a Edenlandia. Ma i miei figli, stanchi si scoraggiarono. Tornammo a tappe a casa. Il più grandicello dei due, poteva avere tre-quattro anni, corse dritto a buttarsi sul lettino e cominciò a ridere, a ridere. La mamma gli chiese perché ridesse tanto, e lui rispose che erano i dolori che fanno ridere.

Io insegnavo al Liceo, allora VIII Scientifico, al Parco San Paolo, sul bordo di via Cinthia. I miei alunni erano tutti della zona (Fuorigrotta, il Traiano, Soccavo). Qualcuno veniva anche da Pianura e perfino da Pozzuoli. Quando, presto, passai a dirigere l’Istituto, progettai di trasportare il Liceo, allocato in un edificio privato, fra la Montagna Spaccata e il Traiano, perché sentivo che lì era l’asse ideale per lo svolgimento di un’attività formativa e culturale, che doveva proiettarsi fuori delle pareti scolastiche, entro un contesto esso stesso in formazione e in travolgente crescita. Un istituto è un ganglio che funziona bene, solo se coinvolge sia direttamente, sia indirettamente il territorio attorno.

Mi rivolsi a quelli dell’Amministrazione Provinciale, da cui dipendeva l’edilizia scolastica dei Licei scientifici e degli Istituti tecnici, per il mio progetto. Mi dissero di sì e cominciarono a studiarsi la proposta. Ma, la loro offerta, non la potei accettare, perché prevedeva la riattazione per il Liceo di un edificio costruito per civili abitazioni. Io volevo un istituto che fosse istituto anche architettonicamente, per poter accogliere degnamente studenti, famiglie, professori, tutti e per poter svolgere efficacemente e modernamente dibattiti, incontri, sperimentazioni e altre attività. Ma non accettai anche per altre non secondarie ragioni: perché significava far pagare alla pubblica amministrazione, tra riattazione, nuovi impianti, fitto dei locali, somme ingenti, che andavano ai privati, quando, invece, si sarebbe potuto costruire l’edificio con fondi pubblici, su suolo pubblico, senza pagare poi alcun fitto a nessuno. Lì attorno, c’era terreno a sbafo. Ma rifiutai, soprattutto per una ragione di trasparenza. L’edificio da loro individuato e studiato era stato costruito abusivamente e abusivo era tutto all’interno e all’esterno. Perfino gli attacchi all’acquedotto, alle fogne, alla corrente elettrica. Perfino il viale di accesso con tutto quello che era stato fatto attorno al corpo di fabbrica era abusivo. L’operazione, se fosse andata in porto, avrebbe fatto un grosso favore, ma grosso davvero, ad avventurieri e speculatori, i quali si sarebbero fatte togliere le castagne dal fuoco con lo zampino del gatto. Per loro sarebbe stato tutto gratis e la pubblica amministrazione avrebbe sopportato le spese e le responsabilità, anche quella di far figurare che tutto era a posto, per collaudi di agibilità staticità sicurezza antincendio. Vedevo in questo un fatto grave non solo in sé e per sé, ma per quello che significava: una sporca intesa tra speculatori, imbroglioni, gruppi di pressione e amministrazione. Perciò, dissi no, perché dovevo dire fermamente no.

Ma, in cuor mio, cominciai a temere che quello non fosse un episodio isolato, che una tendenza del genere si stesse diramando e rafforzando in tutta la zona, con la conseguenza di imporre un riconoscimento nei fatti di un’alleanza di forze varie, che potevano egemonizzare quegli spazi e orientare il tutto verso una degenerazione della vita civile e dell’etica stessa. Ecco, che si stesse mettendo addosso all’intero quartiere una cappa pesante e opaca di soffocamento della libertà e dello stesso slancio vitale. Cominciai a temere che i sogni di gloria per Soccavo, il Traiano, Pianura fossero in grave pericolo. Che le mie attese di lievitazione e affermazione di quel territorio e di quella società, fondate su una ridefinizione degli spazi e degli usi dei medesimi in senso moderno, sui processi di acculturazione, sull’intervento delle giovani energie, sulle proiezioni di calcoli riguardo all’aggravarsi delle contraddizioni sociali complessive, potessero andare deluse.

I timori, intanto, erano confermati dall’esperienza politica, che venivo facendo nella zona. Ero impegnato nella segreteria del Pci, sezione di via Giustiniano. Il Pci raccoglieva localmente il maggior numero di consensi. Seguivano rispettivamente la Dc e il Msi. Anche sul piano nazionale, il Pci di Enrico Berlinguer era in forte crescita, aveva avviato una manovra di sorpasso, che riuscì splendidamente e clamorosamente. Dal Pci, allora, anche gli avversari si aspettavano grandi e decisivi cambiamenti. E in questo partito, come in un fiume ricco di acque provenienti da vari versanti, scorrevano tensioni molteplici, ma non dissonanti. Non ancora le logge massoniche e gruppi di pressione vi avevano messo le mani sopra, cosa che avvenne nel corso degli anni Ottanta.

Lavoravo gomito a gomito con ragazzi e ragazze pieni di energia e di speranza, con operai, qualcuno dei quali mi commuoveva per la propria abnegazione, ‒ uno di questi, Luongo, sofferente di asma, mi confidò che, se doveva morire, voleva morire mentre lavorava per il Partito. C’erano impiegati del Comune, dell’Enel, medici, infermieri, disoccupati, docenti, bidelli, lavoratori del settore privato. Uscivamo, magari divisi per squadre, a fare attacchinaggio insieme, a distribuire “l’Unità” insieme, a fare propaganda porta a porta. Sapevamo a memoria le situazioni buone e quelle cattive di ogni via, di ogni angolo, di ogni fabbricato. Personalmente, conoscevo come il fondo delle mie tasche, via Giustiniano, via Epomeo, Viale Traiano, via Adriano, via Nerva, via Tullo Ostilio, via Tertulliano, via Cassiodoro, via Tevere, via Ticino, via Piave. All’angolo, tra via Piave e via Tevere, in un fabbricato di recente costruzione riuscimmo a impiantare battagliando un centro polifunzionale, dove si tenevano dibattiti, proiezioni, mostre, eventi vari. Venivano là a parlare registi, artisti, designer, critici, attori, politici, sociologi, psicologi, giornalisti, non solo da Napoli, dell’Università e di altri Istituti di ricerca e di produzione culturale, ma anche da Roma, da Torino. Personalmente, da esperto del mondo scolastico, mi interessai dello sveltimento dei lavori e dell’accelerazione delle pratiche amministrative per la costruzione e l’avvio della Scuola media “Pirandello”, che, presto, per effetto del boom demografico, si sdoppiò. Conquistai tale una simpatia, che, quando, nel 1982, fui candidato per il Pci alla Camera, per il collegio Napoli-Caserta, generai, senza volerlo e saperlo, una certa gelosia in Federazione. Infatti, nella distribuzione interna dei quartieri ai vari candidati, insieme con altri tre quartieri, avevo avuto anche Soccavo. Ma, a seguito di sondaggi, risultò che avrei “spopolato”, perciò la Federazione corse ai ripari e attribuì in corso d’opera Soccavo a un altro, a cui era stata garantita l’elezione al Parlamento. “A te”, mi dissero con grande serietà in Federazione, “diamo garanzia per le prossime elezioni. Per queste, devi sacrificarti e portare acqua al mulino”. E portai più di novemila voti, risultando tra i primi dei non eletti.

Il mio giovane amico del Rione Traiano, mi guarda compiaciuto, intanto mi segnala che lui non è che abbia capito tutto quello che ho detto, anche perché lui non è interessato a tanti problemi, come quelli della cultura e della scuola. A scuola, per potergli rilasciare la licenza media, è stata una storia lunghissima. Le sue presenze, si potevano contare sulla punta della dita. “A ffinale”, mi dice, “hann fatt ‘nno ‘nguacch, e mm’hann licinziat”. Ride, come perdonando ai suoi professori, che sono stati comprensivi con lui e con altri quasi come lui. Poi, precisa che ha avuto veramente piacere di sapere che io ho una conoscenza così precisa delle strade del suo Rione. Infine, mi lascia proseguire.

E io continuo, anche perché ho lasciato in sospeso qualcosa. E provvedo subito a metterlo alla luce del sole. Su questo slancio in avanti collettivo, sul fiorire di tante speranze mie e di tutti, si allungò qualche ombra anche dall’esperienza politica, riguardo alle alleanze che si venivano stringendo sull’uso e sul controllo del territorio e che non promettevano nulla di buono.





Sul lato della stazione della Cumana, che si affaccia sul Rione Traiano, appena si esce di sotto al ponte della ferrovia, in quattro e quattr’otto, lavorando anche di notte, era stata impiantata una palazzina tutta rivestita in vetro, vezzosamente moderna. Era per un’esposizione permanente di automobili dell’ultima generazione e per un ufficio vendite. Noi della segreteria del Pci prendemmo informazioni e sapemmo che era tutto abusivo, ma anche che uno dei nostri ci stava dentro e dava garanzie e che un altro appoggiava l’operazione dall’esterno, perché gli era stata garantita un’automobile ultimo modello. Tenemmo una riunione informale, invitando l’uno e l’altro. Il primo non si fece proprio vedere, l’altro fu presente, però negava. Presto, intanto, comparve in giro con la sua auto fiammante e, senza che nessuno glielo chiedesse, ci teneva a precisare, come scusandosi, che aveva così investito una bella sommetta che la moglie aveva avuto dalla famiglia.

Sentivo che il nemico avanzava, servendosi di mezzi subdoli, ma molto persuasivi.

“Sì, però,” mi fa notare il giovanissimo interlocutore, “si trattava di una semplice palazzina. Mo’, ammece, è tutt ‘nfett”.

è vero”, confermo io, “quelli e altri simili erano gli avvisi di uno sconvolgimento, che si sarebbe abbattuto catastroficamente sul quartiere e non solo sul nostro quartiere”.

Ma tutto sto sott’ancoppa”, mi chiede questo ragazzo tutto casual e crestato alla Hamsik, “comm è stato pussib-l, si ‘a maggiuranz vulèva j’ a nn’ata parte? Tu comm’’o spiechi?”.

“Là per là”, rispondo, “non me lo sapevo spiegare neppure io. Speravo che quelli fossero episodi passeggeri. Una specie di influenza che poi passava. Ma dovevo registrare che purtroppo quella tendenza si rafforzava progressivamente e che tornava comodo a molti, se non a tutti, restare invischiati in questo processo”.

Ma nc’eva stà nn’utele rint’a tutt chest, sinnò erano ‘nfissuti tutt quant?”, osserva lui.

“L’utile, certo, c’era”, ammetto io. “Ed era che era scattata una solidarietà di massa: io copro te, tu copri me. Zitto tu e zitto io, mentre, dentro a questa complicità, si stabiliva un contratto sociale per legittimare prevaricazioni, imbrogli, ruberie e perfino delitti. Così in basso, così in alto. In alto, tornavano i padroni, non quelli di una volta, altri, che erano più volgari, prepotenti e strafottenti di quelli di prima. A questo punto, me ne andai da Soccavo, dove la situazione era particolarmente penosa e brutale. E si allontanarono, quasi contemporaneamente, tanti intellettuali e artisti, amici miei e conoscenti, che prima con orgoglio provocatorio dichiaravano di risiedere a Soccavo.

E non è stato nno ‘ngann, nno trademient?”, mi chiede lui.

“Non credo proprio”, mi giustifico io. “Quando si gira il vento e comincia a soffiare da un’altra parte, non si può fare niente. Ma il vento passa, il fatto è che nella realtà, quando si sono fatti dei guasti grossi, bisogna fare i conti con questi guasti, co sto’ scungiglio, come diresti tu”.

Sì, va bbuo’”, fa lui, “iammo appriesso, pechhé ncopp’a chesto nce foss ra parlà assaje. Ropp, nce si’ turnat cchiù a ‘o Traiano?

“Qualche volta”, riprendo, “ripassai per Soccavo, ma per trovare un cadavere al posto delle speranze di prima. Una volta, mi fermai e mi presentai al centro polifunzionale: volevo dare uno sguardo dentro. Mi bloccarono all’ingresso, mi dissero semplicemente che non ero gradito. Chiesi spiegazioni attorno alla gente. Seppi che quello non era più un centro polifunzionale, ma che i locali erano stati occupati da un centro sociale che era un bordello e faceva spavento.

Un’altra volta, da ispettore ministeriale, in una delle mie visite alla Scuola Media “Marotta”, che è stata la tua scuola, cioè la tua non-scuola, caro mio amico, perché ti sei rifiutato di frequentarla, e che io all’inizio avevo auspicato che venisse istituita appunto al Rione Traiano, al centro, mi sentii distante dal quartiere e da quella scuola come la terra dalla luna. La dirigente, la Professoressa Dente, molto seria e coscienziosa, mi aveva parlato, tra gli altri casi difficili e a rischio, di un ragazzo, il cui padre era in carcere e la cui famiglia era in una condizione di disagio estremo. Quella volta, al termine della mia visita, stavo per salutare la preside e andare via, quando lei mi fece cenno e mi disse in un orecchio che tra le mamme che stavano all’ingresso, c’era la donna di quel caso difficilissimo. Io dissi che volevo conoscerla. La preside la chiamò e lei venne un po’ sorpresa. Io mi presentai e le chiesi se potessi essere utile per qualcosa. Lei mi rispose senza esitazioni che non c’era proprio niente da fare nelle sue condizioni. Allora, io intesi di dirle qualche parola di incoraggiamento, la invitai a non avvilirsi, con l’auspicio che il marito presto tornasse dalla casa circondariale e stesse con la famiglia. Lei si irrigidì, fece un passo indietro, quasi un balzo, e, fissandomi feroce negli occhi, mi dichiarò che stavo bestemmiando, che le stavo facendo un malaugurio, che, invece, era bene che quello stronzo del marito se ne stesse per sempre in carcere e infradiciasse là dentro. Perché, se tornava a casa, era la fine, lei e i figli avevano finito di campare. Mi sembrava di essere caduto dalle nuvole e di trovarmi in un mondo non mio. Certamente, in una realtà, che non mi sarei mai immaginata di tale violenza. E riconobbi, con me stesso, di non essere più adeguato a relazionarmi con un rione, per il quale mi ero battuto con fervore in tante occasioni. Ero io un altro, adesso, o era il quartiere tutt’altra cosa da quello che era stato fino a una quindicina di anni prima?”

Eh, accussì è. Pe cchest, nce vo a ggent co ‘e pall sott. ‘U bbiri puro tu o no?”, mi chiede questo baldo ragazzo con cui sto parlando.

“No, no”, faccio io, “non è questo che ci vuole. Ci vuole, invece, la cultura della legalità. Ci vuole una società che voglia e sappia rispettare diritti e doveri”.

E ggià a cultura, sempe sta cultura. A cultura che r’è? Nui ccà, e io pe primm, nce sputamm ‘ncopp”.

“Però, per appoggiare un’altra cultura”.

Che vene a dicere? Che nc’entra a cultura cu nnuie?

“C’entra e come. Sarà un’altra cultura, in questo caso una cultura contro, ma comunque sempre cultura è”.

No ppo’ esse, un me fazz capac. Tu mo’ mme vulisse fà a mme? Tu ‘un me faie. Nuie, mo’, a ‘o Traiano, essem tene a cultura. E addò ‘a tinimm sta cos?

“Dove l’avete? Dentro e fuori di voi, nel cervello e nelle parole, oltre che in quello che fate e nelle maniere di fare”.

Chesto è bbello: j mo’ teng a cultura cusut ‘nguoll! E che r’è nna cammis? E chi ‘o ssapeva sso fatt!”.

“Scusami, ma non hai detto poco fa che ci vuole uno che si faccia rispettare? Da dove ti viene questo pensiero se non dalla cultura tua e di quelli del Traiano che la pensano come te?”

Allora, non ess cummenì pur’j ‘ncopp’a sto fatt?”, dice prontamente lui. “’A primma cosa ccà  è c‘a legg add esse fatt respettà. E ‘nce vo’ chi nce vo, comme rich’j. E levammo accussì ra miezz sta storia r’a cultura”.





Scritta al Rione Traiano


“No, no”, gli obietto, “come dici tu è come qua, al Rione Traiano, si vuole che tu dica e pensi. Tu, semplicemente, credi di dire tu, di parlare tu”.

E com’essa rìcere? Comm’essa penzà?”, scatta lui. “Agg capit: essa penzà come rice ‘a tilivisione, come riceno sti sfaccimm re ggiurnal? A pirifiria, ‘a razz, e tutt u rièst?”.

“Lasciamo stare”, dico, “sono effettivamente sciocchezze”.

Aeh!”, sghignazza, “sciucchézz, chiacchier, fessarie: so’ cazzate”.

“Magari, cazzatelle”, ammetto. “è così, nel mondo d’oggi, parlare di periferie, non ha senso più. La città moderna ha perduto il centro, è formata da un insieme di quelle che, in maniera inadeguata, sono ancora chiamate ‘periferie’. L’idea della razza, poi, è una bestialità, non merita commenti”.

Pecché nu dicimm pur o rièst? Ca Napul è munnezz? Ca Napul è sfrantummat? Ca nc n’essem fuje ra Napule? Ca l’auturità è debbole, co’ nno sciusc va ‘nterra? Nuie po’ nc l’essem tene tutte ste offese. Comm rìcen ssi strunz lloc. Tu cch piènz, ca va bbuono accussi?”, incalza lui.

“Io non penso che questo vada bene. Non va bene. Nient’affatto. Ho sentito pure io queste e altre stupidaggini. Ma bisogna pure far parlare gli altri. Ognuno, poi, risponde di quello che dice”.

Tu ric ca ‘o purpo se coce co ll’acqua soia stess? ‘O purpo, va bbuono. Ma chest so ‘nfamità, carugnat, zuzzarìe. Un s’hann permett. L’hann pavà, l’hann pavà. Vuje at, amméce, a chisti signuri ccà, ‘e ppurtati ‘nchiànta ‘e mano. E accussì vulit ‘mpapocchià ‘a ggènt”.

“Senti, non si può tappare la bocca agli stupidi. E gli stupidi sono tanti. Poi, se dovessimo parlare di quanto di sbagliato si fa e si dice nel mondo, non basterebbe una vita. Piuttosto, parliamo di noi. Parliamo di te”.

E che bbuliss rìcere ‘nguoll’a mme?

“Sul tuo conto non pretendo di dire e di sapere niente”.

Meno male pe tte, j stev’aspettann”.

“A te, come ragazzo, però, vorrei dire qualcosa”.

“Come ragazzo, j’ un so’ ragazzo: ‘un ne ngarr una, rico una. Certamente, so gguaglione, pecché so giovene abbastantement. Ma so’ uno tuost, tuost assaje e pecchésto so rispettato”.

è appunto sulla tua durezza e sul fatto che sei rispettato per comportamenti pericolosi, che vorrei dire mezza parola”.

J’, ra principie, sapeva ca ccà jemmo a fernesc. Un pirdimo tiemp, j’ un tengo tiemp. Chèllo ch’agg fa, ‘o fazz e bbast, mo’ e sempe”.

“Sempre, è facile a dirsi, ma che sappiamo noi di noi, che sai tu di te per sempre?”

Chéste so’ ccose che ricen e penzen ll’ati. J’ stongo ccà e ccà stong’j’. E nisciun, manc ‘o Pataterno me smove”.

“Ognuno di noi può in qualunque momento ripensare e rivedere le proprie decisioni”.

Ll’at sì, cert, certament, ma j’no ssongo ll’at. La vita d’’a meja, è d’’a meja. E’ dd’’o Traiano, chi tèn r’asigge arretrat co tutti l’interessi ‘a ll’at. Mo’ è ppejo pe ll’at, pe parlà co tutto ‘o core”.    

 

Questo, più o meno, il dialogo col giovanetto del Traiano, che, senza lasciarmi l’opportunità di ribattere o di aggiungere qualche altra integrazione al discorso, balza sul suo fiammante motorino e parte a tutto gas, da baldanzoso e strafottente guappo, e con aria disgustata anche nei miei confronti, in quanto me ne sono andato pure io via, mentre avrei dovuto restare là e schierarmi con chi di dovere. Perché la questione di fondo è schierarsi una volta per sempre, costi quello che costi, con chi però sa comandare e sa farsi ubbidire senza se e senza ma. Opuramente s’adda pavà, adda scorre ‘o sang.

A questo punto, mi pongo e pongo all’eventuale lettore qualche domanda: chi ha ucciso Davide la notte fra il 5 e il 6 settembre 2014? chi ha tratto vantaggio dalla sua morte? di fronte a questo caso, è lecito chiamare in questione il fondamentalismo dell’anticittà di casa nostra? Si badi che le due ultime due parole suonano volutamente con implicazioni allusive ad altro, che non è “casa nostra”.




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