PRIMO PIANO
DIARIO D’AUTORE (36)
Chi di strali critici ferisce,
di strali critici perisce?


      
Molteplici affondi contropolemici generati dalla querelle nazionale sorta attorno ad un articolo di Franco Cordelli sul Corriere della Sera. Ne fanno le spese, tra gli altri, lo stesso Cordelli, Gilda Policastro, Andrea Cortellessa, Stefano Gallerani e Alfonso Berardinelli. Note memoriali, inoltre, su Stefano Giovanardi, Giovanni Nencioni, lo sceneggiatore Age, Ignazio Baldelli e Luca Serianni. Non dimenticando una saporita parodia della prosa di Salvatore Niffoi e uno sferzante elenco dei ‘plastismi’ della linguista Ornella Castellani Pollidori.
      



      

 

 

di Gualberto Alvino

 

 

Per uno scrittore ignorante arrivato alla fortuna, la maggior sventura è cominciare, d’un tratto, a studiare.

Ugo Ojetti

 

Quelli che sono cattivi pittori et ignoranti giudicaranno per buoni pittori gli ignoranti come sono loro.

Caravaggio

 

 

Viareggio mia! ► «Troppo ventesimo secolo ‒ scrivevo sul n. 50 di «Avanguardia» ‒ nella “cartografia letteraria” disegnata da Andrea Cortellessa [in Narratori degli Anni Zero], secondo il quale mai la narrativa italiana ha avuto una stagione più florida: ben 25 gli scrittori fioriti negli anni Zero (ma la tentazione d’aggiungerne altre manciate è stata, a sentir lui, fortissima), adunati sotto il segno d’una non meglio precisata “qualità”; una cartografia utile, se non altro, a darci la misura dello squallore imperante ormai da troppi anni sulle nostre lettere. Tolti Laura Pugno, Giorgio Falco e Giorgio Vasta — gli unici a meritare il titolo di scrittore —, si tratta infatti di mediocri scriventi accomunati da uno scarso dominio della lingua, dall’invenzione di personaggi imbecilli e decerebrati, dall’assoluta incapacità di governare e strutturare una narrazione (o di destrutturarla, che è lo stesso), dalla tendenza allo sproloquio, alle lungaggini, ai facili effettismi; sicché è davvero arduo, se non impossibile, distinguere l’uno dall’altro. Non si può fare a meno di chiedersi quali possano essere le “qualità” […] d’un Francesco Pecoraro:

 

Poi mi dico: Mannò, questo non è un approccio. Me ne accorgerei. Devo solo insistere e dirgli che si sta sbagliando, che ricorda male, che io a lui non l’ho mai visto.

Invece io non mi sento stanco. Non fresco, certo. Ma non stanco. Ho i piedi freddi e penso ai cazzi miei. Cioè, vorrei pensarci se ne avessi, ma mi sento completamente vuoto e percorribile. Stasera vorrei avere una vita mia, completa di cazzi miei, però mi pare di non averla.

 

il quale, parola del curatore, “Come ogni scrittore di guerra non ha tempo per i dettagli, non ha pazienza per le finezze, per tutto ciò che definisce ‘fru fru’. Va all’osso, e ti mette con le spalle al muro. Ed è proprio lui, certo, il tuo muro. (D’altronde, sei tu — lettore — il suo)”. Non ci sentiamo affatto con le spalle al muro, ma a dir poco annichiliti dalla mancanza di spessore in ogni senso, dal semplicismo (che, si sa, è altro dalla semplicità) sintattico e di pensiero, dalla sconvolgente approssimazione linguistica del presunto “scrittore di guerra”».

     Tutte «qualità» pienamente confermate dal romanzo-fiume La vita in tempo di pace, tanto logorroico quanto farraginoso sia dal rispetto tematico che formale, insoffribilmente farcito di tòpoi («madido di sudore», «ci stanno dentro fino al collo») e di incrostazioni similgiovanilistiche («qualcosa di fico», «comprare una casa fuori-dalle-palle», «te ne sbatti il cazzo», «i politici locali tutti addosso a romperti il cazzo un giorno sì e l’altro pure», «come se si fosse fatto una canna da poco»).

     Ma, si sa, il Pecoraro «non ha tempo per i dettagli, non ha pazienza per le finezze». Perciò è entrato nella rosa del Premio Viareggio.

 

 

Stefano Giovanardi ► Lo incontrai al funerale di Pagliarani nel marzo 2012 dopo molto tempo. M’intercettò tra la folla e venne a stringermi la mano. Era pallido, invecchiato, stentai a riconoscerlo. Lo attirai a me e lo abbracciai: «Ti leggo sempre con piacere», «Anch’io», «Elio ci mancherà». Non l’avrei più rivisto. Fu lui a seguire per incarico di Walter Pedullà, di cui era il primo e più temuto assistente (ma scoprii presto che sotto il carapace di piombo s’annidava un’indole affabile e gentile), la mia tesi su Pizzuto: «Verrà bene, ne sono certo, ma prepàrati: ti costerà sangue» mi ammonì austero nella sede della nuova Lerici, in via del Corso; «Per Pizzuto si svena volentieri» enfatizzò ironico Arnaldo Colasanti, venuto con me per proporgli un lavoro su Landolfi. Negli anni Ottanta ci sentivamo spesso. Una volta mi dette appuntamento da Vanni, in viale Mazzini, il “bar della Rai”: dovevo consegnargli un contributo per «Il cavallo di Troia» e consigliarlo se pubblicare o meno l’essudato d’una sedicente pizzutista altrettanto fatua che piena di sé. Ordinò un baby, lo ingoiò d’un fiato al bancone e andammo a sederci a un tavolino appartato con un piatto di paste che mangiai solo io. «Lo vuole in prima pagina, pensa!» disse sbirciando le gambe d’una pin-up. Poi, senza staccare lo sguardo da lei, alzò improvvisamente la voce: «Ma chi si crede di essere, Baudelaire? In coda, altro che prima!». La ragazza lo fissò interrogativa e Stefano, facendo carte false per non ridere: «No, scusi, non dicevo a lei, parlavo col mio amico pizzutista… Conosce Pizzuto?… Ottimo questore».

 

 

I sensi più riposti«Se in finale ai premi letterari ci va un libro in cui “Giulia in quel preciso istante, come se si fosse convenuto un segnale con un regista occulto, ha erotto in un pianto convulso”, no, non è quello il mio campo»: così, in rete, Gilda Policastro (narratrice, critico letterario e autrice di versi da disgradarne un Mallarmé, come «Tutta la fila si alzò per farmi passare: dovevo andare a darmi una coltellata»), la cui autostima cresce di dì in dì a dismisura: «Ho voluto raccontare la malattia anche attraverso uno stile che fosse disturbante, una sintassi dall’andamento sincopato, una lingua sperimentale che forzasse il significato abituale e che cercasse dei sensi più riposti» (TG5 La lettura, 28 maggio 2011).

Sennonché, si cercherebbe invano nel romanzo (Il farmaco, Roma, Fandango libri, 2010) uno «stile disturbante», una «lingua sperimentale» che forzi «il significato abituale» e cerchi «dei sensi più riposti».

«“Si ha paura della morte, perché si ha paura di rimanere soli. Occorre che qualcuno ci accompagni, al compimento dei giorni”»; «Quando un senso ti manca, pare si sviluppino meglio gli altri, per compensare»; «non aveva che da scegliersi un nick, gli aveva spiegato un infermiere, e la sua vita sarebbe cambiata in un amen»; «cosa ti fa quell’uomo, ogni volta, lì dentro, per tenerti così, ancora, attaccata»: questi sono piuttosto luoghi arcicomuni (sparsi, si badi, a piene mani in ogni pagina), veicolati per giunta da un linguaggio piatto e asodico («si ha paura di rimanere soli»: 17.400 risultati in rete; «in un amen»: 780.000). Basta forse un’indebita virgola dopo morte nel primo lacerto e dopo manca nel secondo, o il sanguinetiano profluvio interpuntivo nell’ultimo a far «sincopato»? Suvvia, gli è un po’ pochino.

«Doveva solo occuparsi di tenere in ordine la casa, che lui polacche tra i piedi, meglio la morte»: qui il «disturbo» sarebbe rappresentato dall’anacoluto, assai più innocuo di quelli manzoniani?

«C’hai sempre una, c’hai una anche quando non ce l’hai, cazzo.”»; «ʼCazzo c’entrava tutto quello con sua madre.»; «ʼcazzo di farmaco.»; «Ma che cazzo.»; «e che cazzo.»; «avrebbe di sicuro obiettato che erano pochi, e che si credeva.»: e qui dove sarebbe, di grazia, la «lingua sperimentale»? Nell’assenza d’interrogativi ed esclamativi? Nel turpiloquio, ormai d’obbligo nell’odierna romanzeria? Nella grafia popolare c’hai? In quella (volutamente?) scorretta «ʼcazzo» ‘che cazzo’? (quale parte della parola eliderà mai l’apostrofo resta un mistero impenetrabile).

Pensieri in libertà, buttati giù con le prime parole che vengono alla penna. Ci vuole altro, ben altro per forgiare una lingua sperimentale che forzi il «significato abituale», ecc. ecc. ecc.





Franco Cordelli


Travi e pagliuzze ► In un’inutile articolessa dal titolo La palude degli scrittori («Corriere della Sera», 25 maggio 2014; sommario: «[…] settanta nomi tra romanzieri e critici suddivisi come in un ideale parlamento letterario, anzi uno scaffale di libreria, che da sinistra a destra mostra i gruppi di appartenenza: “senatori”, “gruppo misto”, “dissidenti”, “novisti”, “moderati”, “conservatori”, “vitalisti”»), Franco Cordelli, gran maestro dell’autopromozione a costo zero, oltre a squadernare un’ineffabile classifica di scriventi e gazzettieri “letterarî” spacciati per critici e scrittori, su cui glissiamo pietosamente, si mette a far le pulci ad autori tutt’altro che infami come Falco e Vasta:

 

Le «sagome sudate»… Quando sono arrivato a queste due parole ho avuto un moto di rabbia, di sicuro eccessivo. Ma si sa che per un sintagma si può perdere la testa ‒ in un doppio senso. Le «sagome sudate», che per me non vuol dire niente, compare in un romanzo di Giorgio Falco: La gemella H. Compare nella prima pagina. Poi invitando me stesso alla calma ho messo da parte La gemella H e ho preso il libro precedente di Falco, L’ubicazione del bene, che avevo conservato ma non letto. Di questo sono arrivato fino in fondo. Ne cito due frasi: «Le pale del ventilatore girano lente, sembrano acchiapparsi a vicenda, al prossimo giro, spiate dall’aria accucciata». Sappiamo bene che si possono usare metafore in mille modi, che si possono avere visioni, che si può stravolgere fino a essere considerati veggenti. Ma se si può accettare che le pale sembrino acchiapparsi, chi ha mai visto l’aria accucciata?

L’altra frase, ancora da L’ubicazione del bene, dice: «L’aria (sempre l’aria! ma è molte pagine avanti, in un altro racconto) arriva dal basso, noi siamo a disagio nel restare fermi, disabituati a quell’ariosità gratuita, così andiamo verso uno dei cannocchiali che, come molte altre cose, per avere senso ha bisogno dell’energia di una moneta». Come non pensare che per scrivere «l’energia di una moneta» di fantasia bisogna averne molta? Qualunque cosa sia, una simile espressione, metafora o che altro, non è un bello scrivere. Al più (ovvero al meno) è un modo di scrivere che ha il merito di mostrare l’intenzionalità, la volontà d’essere originali, il mettersi in posa.

Alla lettura di Falco ero arrivato sull’onda di una stampa a lui molto favorevole, nell’ambito di una circoscrizione che per comodità diremo d’«avanguardia». Ed ecco poi (dopo l’avvenuta lettura) proprio su La gemella H un articolo di Giorgio Vasta, il cui primo libro non avevo finito di leggere per motivi analoghi a quelli di Falco. Anche dell’articolo di Vasta do due esempi di prosa che a qualcuno è parsa letteratura pura e a me pura farneticazione. Prima frase: «Si ha la sensazione che Falco sia dominato da una duplice ossessione: da un lato dal bisogno di ricomporre per via letteraria una genesi del contemporaneo, vale a dire quella cosa che chiamiamo presente; dall’altro dal desiderio di rendere conto nella lingua (e dove, se no? né posso trattenermi dall’osservare che contemporaneo e presente sono la medesima cosa) rendere conto nella lingua di ogni microfenomeno umanamente percepibile gli infrasuoni, l’ultravioletto, le più minuscole increspature dell’esistente».

La seconda frase di Vasta dice: «Il transito dalla guerra alla pace permette un’ulteriore consapevolezza: la messa in torsione dell’etica (questo, della frase che qui ripeto, è il picco), il suo sfiguramento proprio del conflitto bellico, non è qualcosa che termina con la fine della guerra ma prosegue in forme più attenuate e diluite, socialmente compatibili». A me sembra incredibile che questi due scrittori possano essere esaltati. Eppure così è.

 

Cordelli, proprio lui, che nei suoi elzeviri (una volta li facevano i Cecchi e i Contini, ora li affidano ai bontemponi) scrive «ella» per lei, «scena da mozzafiato» per mozzafiato o da mozzare il fiato, ed emette libri con la stessa facilità con cui respira («Penso di aver avuto in dono, anche se poi questo dono ho cercato di incrementarlo, la capacità, la possibilità di scrivere in modo veloce»: appunto).

Prendiamone uno a caso: L’Italia di mattina (Milano, Leonardo, 1990; ahinoi ristampato, come se la princeps non ci avesse già bastantemente punito, da Giulio Perrone nel 2010 con l’aggiunta del sottotitolo Il romanzo del Giro d’Italia, ancorché non vi si narri nulla di nulla):

 

Giro d’Italia 1989. Un cronista-scrittore di nome Scipione racconta, tappa per tappa, la corsa ciclistica; attraversa paesi e città da Taormina a Trento, con traguardo a Firenze. Porta con sé libri e domande: viaggia, legge, si interroga. «Scipione scriveva e i corridori gli correvano intorno», attraverso un’Italia che lo sorprende per luce e bellezza.

 

Così la bandella (vergata certo dallo stesso autore, come si evince dall’inutile lineetta, dal supervacaneo «viaggia» dopo il perfetto equipollente «attraversa paesi e città», e soprattutto dagli impareggiabili corridori correnti) del libro più stucchevole, scombinato e indigesto che sia stato prodotto nell’ultimo mezzo secolo dall’editoria non solo italiana.

Periodi fluviali, caotici, spesso resi indecifrabili da deficiente controllo sintattico e da accessi lirici tanto involuti che fuor di luogo:

 

fu ucciso per le stesse ragioni per cui fu ucciso, a pochi chilometri di distanza, il figlio della donna a causa delle cui lacrime ciò che vive [ciò che vive?] poté diventare non solo ciò che si pietrifica e smette di pulsare [sarebbe?], ma anche ciò che cova sotto la cenere, “sotto il vulcano” [sì sì, il romanzo di Malcolm Lowry; e allora?], ed è prima o poi destinato a tornare alla luce, sia pure sotto altra forma — come in un poema di Ovidio [deve trattarsi delle Metamorfosi; ma per quali ragioni quello là fu ucciso?]

se il ciclismo ha in sé la forza di superare se stesso [predicato estensibile a qualunque sport], di tirarsi fuori dagli impicci di ciò che sta ai margini [impicci di ciò che sta ai margini?] ed è quindi egoistico per chi vi soggiorna [soggiorna dove, nel ciclismo?] e claustrofobico per chi vi transiti [idem] (il solitario Giuliani aveva concluso la sua fuga, senza conquista della maglia rosa ma con una vittoria “etica”), ciò che lo ha generato o semplicemente protegge il nocciolo agonistico, la sua perla, ogni volta che non trovi uno sbocco sul mare e che dal fuoco [che mare? quale fuoco?] non riesca a ripercorrere la strada all’indietro, fatalmente precipita in un suo buio più oscuro del buio precedente [chi, che cosa precipita?]

se non facciamo fatica a capire le ragioni che spingono chi possiede privilegi ancora maggiori [maggiori di quali?] a ordinare ai carri armati di tutto travolgere davanti a sé, c’è quel guizzo di irragionevolezza che resiste a ogni spiegazione [certo, se è irragionevole non può non resistere a ogni spiegazione] nel gesto di sacrificare la propria bicicletta la propria vita gettandola sotto il carro armato, o lasciando che l’enormità e la pesantezza della macchina da guerra polverizzi ciò che è leggero e a tutti i costi vuole restare tale [la bicicletta? è questa la risposta esatta?]

 

     Incredibili banalità profuse senza ritegno, truismi e modismi da agghiacciare il più paziente e volenteroso dei lettori: «vendere cara la pelle», «c’è chi vince e c’è chi perde», «senza arte né parte», «al suo paese, che si chiamava Pozzillo e che Pozzillo si chiama tuttora, naturalmente [naturalmente, già: quando mai un paese cambia nome?]», «svettano i pioppi» [ovvio: cos’altro può fare un pioppo se non svettare?], «inscrivere il suo nome nella leggenda», «bagliori sinistri»…

Improprietà, goffaggini, asserti peregrini se non esattamente irrazionali, veri e proprî sfondoni:

 

Noi di Sicilia siamo diversi aveva detto il pescatore: senza orgoglio, come di chi dica una verità lapalissiana [recte: come chi dica]

Già il capoluogo, nell’avvistarlo dall’alto e da lontano, era una smentita alla contemporaneità urbana [come dire: Ugo, nel guardarlo, è bello?]

quel paese mitico […] dove settant’anni prima nacque Fausto Coppi [recte: era nato]

Era il Diario siciliano di Ercole Patti […]. Ogni brano risultava puntigliosamente contrassegnato da una data novembre 1932, settembre 1936 [a) se un diario (dal lat. diarius ‘di un giorno’) non contenesse date che diario sarebbe?; b) puntigliosamente? Tutt’altro: manca del giorno e dell’ora per esser puntiglioso]

nessuno potrebbe negare che non c’è più vero scrivere, nel nostro secolo, di quello giornalistico [nessuno? eserciti di letterati di prim’ordine sarebbero pronti a giurare solennemente il contrario];

il paesaggio in un racconto è ciò che viene detto ambiente, le circostanze etniche e morali che danno luogo all’azione [le circostanze etniche e morali costituirebbero l’ambiente di un racconto? In quale testo di narratologia sarà mai scritto?]

i corridori avevano affrontato disagi e fatiche considerevoli, che la maggior parte dei tifosi di tutti gli altri sport non immaginano [perché, il pugilato, l’alpinismo o la maratona sono passeggiate di salute?]

rosso-arancione-verde [è universalmente noto che i colori del semaforo sono il rosso, il verde e il giallo, non l’arancione]

 

«Ho nostalgia, desiderio di una prosa sorvegliata» ha il fegato di dichiarare lo scrittore romano nell’intervista in appendice al volume.

Per davvero?





Gilda Policastro


Rastremate endiadi ► … la quale Gilda, replicando su corriere.it all’articolessa cordelliana con un’intemerata di pari costrutto (Andrea Caterini e Stefano Gallerani non van bene; meglio Paolo Giovannetti, Pierluigi Pellini e Gianluigi Simonetti, assai più degni e famosi di Carneade: questo il tenore), ci comunica (tanto per informare gl’internauti che lei pure scrive qualcosa e avrebbe meritato, diamine!, se non un seggio, almeno uno strapuntino nel «parlamento letterario») che un giovane editor ha commesso ai suoi danni «un errore marchiano di concordatio [accordo e concordanza son troppo volgari: meglio il latino]»: «un’endiadi in una bandella vorrebbe il verbo al plurale: vaglielo a spiegare».

Niente affatto: bandella o non bandella, spesso l’endiadi e la dittologia hanno il verbo al singolare: «Quest’è Bacco ed Arïanna» (Lorenzo il Magnifico); «Infin che il danno e la vergogna dura» (Michelangelo); «Grandine grossa, ed acqua tinta, e neve / per l’aere tenebroso si riversa» (Inf. VI 10-11); e non solo nell’italiano poetico e antico:

 

se i soggetti sono percepiti come semanticamente unitari o l’uno come riformulazione dell’altro è possibile l’accordo al singolare: la maestosità e regalità del suo portamento ricorda personaggi d’altri tempi. (Enc. Treccani, s.v. accordo);

[La presenza di soggetti coordinati può essere seguita da accordo alla III pers. sing. quando] i soggetti sono nomi astratti percepiti come un’unità semantica. (Luca Serianni, Prima lezione di grammatica, Roma-Bari, Laterza, 2006, p. 148).

 

Ma un editor talmente quadrupede da ignorare la parola rastremato («l’aggettivo rastremato veniva da uno di codesti pischelli espunto da una copertina […] perché “non esiste in italiano”») difficilmente ha dimestichezza con l’endiadi, figura di parola nobilissima, ergo non alla portata dei quadrupedi, consistente «nell’usare due espressioni coordinate (generalmente due nomi) al posto di un’espressione composta da due membri di cui l’uno sia subordinato all’altro (aggettivo + nome, oppure nome + specificazione complementare subordinata)» (Bice Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Milano, Bompiani, 1997. s.v.). Es. notte e ruina = tenebrosa rovina. E se il «pischello» avesse accordato il verbo al singolare non avrebbe commesso alcun peccato. La castigatrice del Gran Classificatore intendeva forse dire che due o più soggetti coordinati vogliono il verbo al plurale; cosa, peraltro, non sempre vera: «Il romore e il tumulto era grande» (Machiavelli), Mi lega a lui una profonda stima e amicizia.

Ma vaglielo a spiegare.

Anzi, gliel’ho spiegato, proprio lì, su corriere.it, e lei apriti cielo: insulti e minacce a più non posso. «A sessant’anni si accanisce su questioni di lana caprina con una critichessa di vent’anni più giovane di lei? Io sparirei dalla circolazione». M’ha scatenato contro i suoi amici in Facebook (tranne Pietro Montorfani, che di letteratura è fine intendente), uno dei quali, detto lo Sgarbino dei Navigli, raffazzonatore di versiciattoli sconclusionati e autore di post che sarebbe eufemistico dire vandalici, per ingraziarsi una possibile recensora non ha trovato di meglio che ironizzare sul mio nome, pur rispondendo a quello (ahilui) di Micheletto: «Come ci si sente a chiamarsi Gualberto?». Dio mio, potendo scegliere avrei preferito chiamarmi John Keats o Lord George Gordon Byron, in subordine Paul Newman o Dustin Hoffman, ma non credevo di avere un nome così stomachevole. Si dirà: la Policastro, persona di classe e di cultura, avrà immediatamente cancellato quel post. No. La Signora afferma di detestare fake e provocatori, ma è molto lieta d’annoverare tra i suoi amici soggetti da polizia postale come il suddetto e tal Seminacoccole, che si guarda bene dal moderare quando le dànno manforte.

«Ma lo scrittore è questo, un ragioniere della lingua? E il critico un esattore delle mende grammaticali/lessicali?» chiese risentita il giorno dopo, palesando urbi et orbi la sua tenera ingenuità. 1) No, lo scrittore non è un ragioniere della lingua: è un profondo conoscitore dei suoi infiniti e sofisticatissimi meccanismi (altrimenti secerne “romanzi” come Il farmaco); 2) un critico che come lei (in Polemiche letterarie, Roma, Carocci, 2012, p. 35) prende il ci attualizzante di Capriccio italiano («Ci hai tanto il caldo pure tu») per ridondanza pronominale, definisce temporalmente inconseguente la frase «e poi riprendiamo che andiamo» [= ‘ricominciamo ad andare, ripartiamo’: cosa c’entra mai la conseguenza temporale?] e si dice persuasa che l’endiadi voglia sempre e soltanto il verbo al plurale) dovrebbe essere costretto per legge a cambiar mestiere, perché può far danni.

PS. A me mi piace: questa, Policastro, è ridondanza pronominale.

PS. PS. La Signora dice: «Lei ha stralciato dal mio libro un esempio in cui la ridondanza pronominale non v’era, ma v’era nel successivo». Vediamo cosa v’era. Sì: v’era il seguente esempio: «le ragazze parlavano l’una con l’altra, aspettando, e poi ci abbiamo consumato un po’ di tempo insieme, ancora, così a ballarci». Allora, dove sarebbe la ridondanza pronominale? In «ci abbiamo»? In «ballarci»? In ambo i casi «ci» significa ‘con loro’, le ragazze; pronomi tutt’altro che ridondanti, come nella frase Ci [= con lei] discorreva già da un anno quando si sono fidanzati (es. tratto dal Vocabolario Treccani, s.v. ci). La lingua degli autori, Policastro, non è cosa da prender sottogamba. «Lei è un pignolo mi scrive qualcuno : di imprecisioni ce ne sono in tutti i libri del mondo, senza che se ne debba inferire necessariamente l’ignoranza dell’autore». Imprecisioni? Diciamo piuttosto madornali granchi, ben tre in un capoverso di sei righe: quanti ce ne saranno nelle duecento pagine di quel libro e in tutti gli altri testi policastrensi?

PS. PS. PS. Così Mariarosa Mancuso poco dopo: «Le liste irritano, soprattutto chi non ne fa parte. A Franco Cordelli risponde (su corriere.it), Gilda Policastro. Rimedio peggiore del male. Poiché in Italia nessuno si assume le colpe sue, sbeffeggia un editor che le impedì di mettere il termine “rastremato” in una bandella (poi dicono che i libri non si vendono, e la colpa sarebbe dei lettori? O magari della letteratura che non conta più nulla per via della tv diseducativa?). Le ha solo reso un gran servizio, quindi eleggiamo subito “codesto pischello” ella dixit a nostro eroe. Altrettanto non possiamo dire di una scrittrice che cerca di impressionare sfoderando “endiadi” o “l’iperbato, questo sconosciuto”» (Questo titolo non è rastremato, «Il foglio», 1 giugno 2014). Ma questi (la Mancuso e il sottoscritto) domanda la critica-poeta-narratrice ai suoi amici «afferrano l’essenza del discorso o ne stralciano il dettaglio, invece di guardare se per caso non vi sia della polpa?». Rispondo volentieri: a) nell’arte della parola l’unica e sola polpa è lo stile (cfr. supra circa Il farmaco); b) «una scrittrice che cerca di impressionare sfoderando “endiadi” o “l’iperbato”», non solo in una bandella ma nei quotidiani online, non può non destare fondati sospetti. Lana caprina? Un dettaglio non condurrà forse all’assoluto, come giurava qualcuno, ma può contenere universi. Quanto all’età (grande argomento, prova d’eleganza, acume, somma intelligenza: da oggi, prima di criticare qualcuno, prometto solennemente di verificarne la data di nascita), sessanta sono oggettivamente parecchi, chi può negarlo? Ma a quaranta (che non son vénti) certe nozioni dovrebbero esser possedute e completamente assimilate.

PS. PS. PS. PS. Il bravo Calcaterra mi toglie le parole di bocca: «Parte benino e finisce malissimo invece l’arrabbiata replica di Gilda Policastro, la quale nel contestarlo a Cordelli si macchia del medesimo peccato, ne fa una questione tribale (paradossalmente così dandogli ragione); e, nel difendere i due TQ (Falco e Vasta), replica a sua volta il gioco della torre, buttando giù Scurati e Ficara. Comportamento analogo quindi, ma solo di segno opposto: al tedio da postumo in vita del critico, fa eco la muscolare sovraeccitazione della Policastro» (Domenico Calcaterra, Cordelli nella palude, «succedeoggi», 6 giugno).

PS. PS. PS. PS. PS. Ma ecco l’amico d’infanzia del Francone nazionale, Alfonso Berardinelli, svelare l’arcano: «Sapendo come si attiva e funziona una delle sue più tipiche tecniche, la vedo agire anche qui. L’autore ha davanti a sé un dato reale, questo dato lo disturba, altera il suo equilibrio e senso di padronanza: il suo istinto sarebbe negare la realtà, ma dato che questo è impossibile la neutralizza deformandola, creando confusione, mescolando cose vere e cose false in modo che alcuni soffrano, qualcuno ci rida, nessuno riesca più a raccapezzarsi. […] Naturalmente è tutto uno scherzo, una polemica da niente» (Il critico con la palude in testa, «Il foglio», 1 giugno 2014). Cose false, da ridere. Una beffa. Una polemica da niente. Ecco com’è ridotto il nostro maggior quotidiano nazionale; ecco gli arbitri delle nostre lettere.

PS. PS. PS. PS. PS. PS. «Puri e semplici attacchi personali anche volgari, come quello di Alfonso Berardinelli dalle colonne del “Foglio”» ribatte con tesi da brivido, sempre su corriere.it, Stefano Gallerani, vedicaso uno degli scrittori (recte: un procuratore legale con l’hobby delle recensioni che non ha mai generato prodotti memorabili) immersi nella fanga da Cordelli: «Al contrario di chi gli ha rimproverato, per usare un eufemismo, un umorale gusto, io sono convinto che quello di Cordelli sia un gesto innanzitutto etico (ché gli scrittori rispondono, anche loro malgrado ovvero a loro insaputa e non meno di ogni essere umano, alle leggi morali): un esempio di rigore e sincerità che periodicamente tutti dovremmo praticare per scrollarci di dosso il fango secco della palude che ci irrigidisce membra e pensieri». Mai gratitudine fu più sinceramente sentita e peggio espressa.





Andrea Cortellessa


Volenti o nolenti? ► All’articolessa risponde anche Gabriele Pedullà: «Il “novista” Cortellessa, autore dell’antologia da cui è sorta la polemica, è il maggiore giovane critico italiano (in un paese nel quale si è giovani critici sino a cinquant’anni e giovani poeti fino a quando non si entra nei “Meridiani”, per chi ci entra), non solo perché Cortellessa è un interprete formidabile e un lettore onnivoro; il “novista” Cortellessa è il maggiore giovane critico italiano perché ormai, volenti o nolenti, è alle sue scelte che tutti gli altri devono rifarsi: che sia per prendere posizione a favore o contro».

Conosco Cortellessa ab immemorabili (ricordo una sua telefonata d’inizio secolo con la quale mi annunciava la nascita d’una nuova rivista «L’Illuminista» invitandomi timidamente a collaborare); fui, credo, tra i primi a pronosticargli una carriera non obscura, data la sua notevole erudizione, quando ancora non aveva emesso che fiochi vagiti critici ed era in cerca di lavoro (penso con infinita tenerezza a quando mi chiedeva i miei libri e mi abitava vicino mandavo la prole a portarglieli personalmente). Ma, non me ne voglia l’ottimo Pedullà, che ci si debba «volenti o nolenti» rifare alle sue scelte mi sembra francamente eccessivo, se non fuori dal mondo, sia perché il pur benintenzionato manca d’una solida formazione linguistico-filologica («Non si capisce allibiva Paolo Baldacci nell’«Indice dei libri del mese» del luglio 2010 quali studi abbiano abilitato Cortellessa a curare questa edizione [G. De Chirico, Scritti, vol. 1, 1911-1945, Milano, Bompiani, 2009], compito al quale si dimostra del tutto impreparato»), senza di che la critica si riduce a ciarla, sia per la sua discutibile idea di letteratura, sicché la quasi totalità delle sue «scelte» (come s’è detto) lascia di stucco. Mi permetto di consigliare a Gabriele di stornare un istante lo sguardo dal recinto dei gazzettieri e di rivolgerlo alle riviste accademiche: rimarrà stupefatto dalla mèsse di talenti critici che ivi si allevano nella generale disattenzione.

 

 

Gioielli lessicali ► … Ed ecco maanchismo ‘buonismo, eccessiva disponibilità e tolleranza, veltronismo’. Attendiamo fiduciosi il momento di nonsolismo, ecompagniabellismo, ecceteraecceterismo, delrestismo, maguardaunpoismo, peraltrismo, quantaltrismo, sialunochelaltrismo, questoequellopermeparisonismo, nonrompermilanimismo

 

 

Sante paroleMaurizio Dardano su Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti (Stili provvisori. La lingua nella narrativa italiana d’oggi, Roma, Carocci, 2010, pp. 30-31): «Lo scarso controllo del vocabolario e quella che definirei una ‘sciatteria programmata’ non conquistano la ricercata autenticità; tutto sommato non rendono un buon servizio alla rappresentazione di ambienti e personaggi; vero è che talvolta si sfiora un comico del tutto involontario [...]. Resta il fatto che spesso le scelte lessicali di questo autore dipendono da una espressività ‘a tutti i costi’, non controllata, vale a dire dal bisogno di richiamare continuamente (e nei suoi aspetti fisici) una realtà degradata e frammentaria, da descrivere e da elencare pedissequamente: dagli oggetti accatastati nei magazzini ai rifiuti dispersi nella campagna. Perseguire a ogni costo l’efficacia comunicativa trascurando la correttezza linguistica. Questo è l’obiettivo di alcuni scrittori di oggi. Non va dimenticato che tale espressività spesso riduce o addirittura annulla la facoltà conoscitiva che dovrebbe essere propria del narrare».

 

 

Come come? ► Alfonso Berardinelli («L’Ulisse», 2010, 13, p. 158) così pontifica: «la prosa ha regole diverse [da quelle della poesia]: chiarezza, razionalità, una certa più naturale discorsività, meno inversioni sintattiche, più idee che metafore».

Perché, le metafore e le inversioni sintattiche non son forse idee?

 

 

Giovanni Nencioni ► Ci davamo del lei (non so quante volte declinai la sua proposta di passare all’allocutivo meno formale, pago del mio ruolo ripetevo nelle nostre lunghe telefonate vespertine, suscitando il suo imbarazzo infantile di «strafanatico fan»; e lui: «Non mi risulta d’essere una rockstar»); ciononostante il nostro rapporto non sarebbe potuto essere più intimo e confidenziale: ogni problema di cui lo investivo esistenziale, professionale o famigliare che fosse diventava per quel galantuomo d’antan una questione di Stato cui inconcepibile sottrarsi, un assillo personale da aggredire e risolvere nel miglior modo e nel minor tempo possibile. Negli ultimi anni la malattia gli aveva cancellato mezzo cervello, e non ricordava né i titoli né i contenuti dei suoi scritti (menomazione al cui confronto la sordità di Beethoven fu una grazia divina), ma non chiudeva una lettera, non riagganciava una volta la cornetta senza prima pregarmi di salutare mio figlio William, di cui menzionava casi e dettagli che io stesso avevo quasi dimenticato.

La sua conversazione era vivacissima, a contrasto con un tono tendenzialmente pacato che si screziava d’abrupte ma melodiose impennate all’accendersi del minimo interesse. Quando, l’ultima volta che mi chiamò, gli dissi per distrarlo da non rammento quali affanni che, benché potesse essermi nonno, per un pelo non eravamo stati entrambi allievi di Paolo Mix, lui al liceo Galileo nel ’27, io all’Augusto di Roma verso la fine degli anni Sessanta, tuonò di colpo passando al tu: «Sezioni diverse? Ma ci avrai parlato una volta, almeno una. Non dire di no!». Dissi di sì per non spegnere il suo entusiasmo di ragazzo.

Fu la prima e l’ultima volta che gli mentii.

 

 

Coming out ► Alessandro Baricco confessa in tv d’essere invidioso delle persone «baciate dalla leggerezza».

Animo, Baricco, più leggero di lei si muore.

 

 

Agenore Incrocci detto Age ► Non fu, come si dice (si diceva: da quanto non se ne parla più?), uno dei massimi sceneggiatori dell’altro secolo (scriveva per denaro, ripetendosi, grammaticalizzando il suo limitato repertorio; troppo incline a facili effettismi, sempre sopra le righe; una sera trovai il coraggio di dirglielo: rispose con un sorriso da lord), ma un gran mestierante, il più grande che abbia mai conosciuto.

Ogni volta che andavo a trovarlo nel suo sconfinato appartamento di via Città della Pieve, appollaiato su corso Francia (partivo dalla Tuscolana e quel portiere in livrea, la piscina, il giardiniere perennemente al lavoro mi accecavano), era una festa: sapevo che ne sarei uscito più ricco di prima, benché avessi letto più libri di lui; sapevo soprattutto che mi avrebbe affidato un altro lavoro, garantendomi qualche mese di respiro.

La cameriera filippina mi serviva il caffè su un vassoio che mia madre avrebbe usato per un pranzo di dieci persone: caffettiera di ceramica color crema, bricco del latte, zuccheriera, coppa di cristallo colma d’acqua minerale freschissima, petites madeleines hot from the oven, tovagliolo di lino ricamato a forma di rosa: una tavolozza in 3D. Erano momenti supremi: la sua calma mi scendeva nelle ossa riconciliandomi con me stesso. Ne avrei di cose da dire, ma chissà perché, quando penso a lui, mi viene in mente un pomeriggio marzolino del ʼ76: seduto allo scrittoio, m’insegnava uno dei «trucchi» della comicità: «Tutti lo sanno e il personaggio no, altrimenti non fai ridere»; d’improvviso la porta dello studio si spalancò e sua moglie indicò terrorizzata il terrazzo: una tromba d’aria aveva frullato in aria i vasi e stava sradicando le tende. Ci precipitiamo fuori. Age allunga la mano verso un fermo d’ottone e io lo allontano: «Lascia fare a me». Afferro la prima tenda e riesco a chiuderla, idem la seconda e la terza. Giunto all’ultima mi sento risucchiare e vengo sbalzato in aria come una bandiera. Non ricordo se fosse il terzo o il quarto piano. Age fa un cenno alla moglie ed entrambi si aggrappano alla stoffa riportandomi dolcemente a terra.

Ci abbracciammo come atleti dopo la vittoria.





Age (Agenore Incrocci)


Gemme ►Titolo di «Repubblica» del 12 ottobre 2012: «Spero muoriate in un incendio». Ciononostante rinnuoveremo l’abbuonamento.

Luca Telese, giornalista: «Fustìga la casta»; Beppe Grillo comico e politico: «Lo Stato strangóla i cittadini». Sottoscrìviamo in pienó.

 

 

Teorici ► Pier Vincenzo Mengaldo: «Si può narrare quando alla tensione non segue mai distensione?».

Sì.

 

 

Teorici (segue) ► Se voglio distendermi mi faccio una pennichella o una passeggiata in campagna.

 

 

La parola accesa ► Si chiamava Piero, non ricordo il cognome. Scriveva di continuo, sbuffando e torcendosi da far paura, salvo premiarsi con un boccale di birra e tre Superfiltro a ogni frase ben riuscita. Gliene riuscivano molte, e la sera era ubriaco cotto, la faccia affondata nel manto whisky del suo Yorkshire per reprimere gli accessi di tosse. La figlia s’era invaghita di me (per conquistarmi mi chiese di portarla a vedere Gli aristogatti) e lo aveva supplicato d’invitarmi a cena: «È alto, bruno, sta per prendere la maturità classica e scrive poesie». «Ma non hai nemmeno quindici anni» rispose lui senza troppa convinzione.

Non ho mai disprezzato così un essere umano. Era il mio esatto contrario. Detestavo il suo cervello quanto stravedevo per i suoi fianchi. Lavorava nel negozio della madre (un’allegra extralarge col chiodo della chiromanzia, che una volta mi chiese di spiegarle come funzionava «la cosa del burro» in Ultimo tango a Parigi perché voleva provarci col marito) e aveva un solo scopo: far soldi incantando i clienti con sconti più finti della bigiotteria che spacciava per opere d’alto artigianato.

Dopo qualche settimana di dedizione assoluta (esaudiva all’istante ogni mio desiderio) si tolse la maschera: «Voglio cambiarti da cima a fondo e ci riuscirò. Primo: basta con la poesia: tròvati un lavoro e apri un conto in banca; secondo: butta quell’eschimo: d’ora in poi ti vesto io». Lo dissi a Piero, e lui: «Sopportala, le passerà. L’unica cosa che ti chiedo è di non arrivare al dunque in quella faccenda: è troppo piccola». Lo accontentai, anche se resistere agli attacchi di quella Circe fu un’impresa: una domenica ci trovammo soli in casa aprì la vestaglia e mi si offrì nuda; mi limitai, ahimè, allo stretto indispensabile.

Lasciare lei significava rinunciare alla mia amicizia col padre, perciò ingoiai amaro per qualche mese. Di più non potei. Quando la cosa finì (la portai a una tale esasperazione che fu lei a troncare), con Piero continuammo a vederci di nascosto per un cinema o una trattoria. Ricordo quando, la bocca piena d’agnello, mi disse: «La parola deve scottare, altrimenti è meglio lasciar perdere. Ma per scottare deve uscire da una fornace. Tu sei una fornace?».

Ripartii da lì.

 

 

Ma no! ► «Come tardo scrittore, gli devo un insegnamento, ma assoluto, fondamentale: “la narrazione vince l’assurdo di tradurre l’azione in rappresentazioni poiché riconosce che il fatto è un’astrazione”» (Andrea Camilleri, Due debiti con Pizzuto, in Antonio Pizzuto, Ravenna, Firenze, Polistampa, 2002, p. 9).

Sicché dovremmo credere che la prosa narrativa del papà di Montalbano vinca come quella del prosatore palermitano l’assurdo di tradurre l’azione in rappresentazioni poiché riconosce che il fatto è un’astrazione?

 

 

Sinvergüenza Essere Vasco Rossi il titolo scelto da Massimo Galanto per il suo speciale andato in onda su Raidue lo scorso 8 maggio: «È stato proprio il titolo a convincermi: è fantastico!» esclama la popstar nella prima inquadratura. Sì, fantastico, non c’è che dire. Ma ricalcato da Being Flynn, film del 2012 diretto da Paul Weitz. Santo cielo, Galanto, bastava dirlo.

 

 

Locuzioni passe-partout ► Che mi consti, nessun osservatore della lingua italiana ha finora rilevato il sempre più largo diffondersi di dopo di che nel significato di ‘però’, ‘ciò detto’, ‘tuttavia’, ‘a dispetto di quanto premesso’, ‘questo non toglie che’ (deprivato pertanto d’ogni valore temporale) e della locuzione congiuntiva nel senso che o nel senso, seguìto da ideali due punti , per lo più come sostituto del famigerato connettivo testuale cioè, la congiunzione par excellence della coordinazione esplicativa, frequentissima tra i giovani degli anni Sessanta e Settanta e oggi quasi del tutto scomparsa, sulla quale un fantasioso linguista scrisse: «riflette quell’ansia di spiegare e di spiegarsi che è sinonimo di disponibilità al dialogo» (Marcello Durante, Dal latino dall’italiano moderno, Bologna, Zanichelli, 1981, p. 274). A me pare, invece, che il ricorso alle formule stereotipe sia un sintomo di passività e d’indolenza, tipico di coloro i quali o non hanno nulla da dire o non sanno come dirlo o cercano di scimmiottare il branco per ottenerne plauso e accoglienza.

Ecco un paio di gioielli del primo fatto, captati da un celeberrimo salotto televisivo:

 

Io ti voglio un bene dell’anima; dopodiché [= ma] avrò pure il diritto di criticare certi tuoi atteggiamenti.

Mussolini ha realizzato molte opere pubbliche; dopodiché [= tuttavia, a dispetto di quanto premesso, ciò non toglie che] fu anche il mandante del delitto Matteotti. [E in verità il delitto avvenne prima, non dopo che le opere pubbliche furono realizzate]

 

ed ecco esempî del secondo, rubati negli androni della Sapienza e in un ristorante esclusivo del centro storico romano:

 

È uno studente modello, nel senso: [= cioè, infatti, tanto vero che] non solo piace a tutti i professori, ma anche ai compagni.

Sono una persona molto sensibile, nel senso che [= perché] mi commuovo facilmente.

Siamo considerati genitori scomodi, nel senso che [= per il solo fatto che] anteponiamo il senso morale agli affetti.

Io mi definisco un sartriano, nel senso: [= ossia] sono un esistenzialista convinto.

 

Ma confesso che mi si fonde il cuore quando i miei studenti cercano di giustificare la loro impreparazione sussurrandomi all’orecchio: «Volevo dirle… cioè nel senso che… cioè voglio dire nel senso… Ha già capito?».

 

 

Sangue e ossa «Giovedì 18 aprile, ore 19.00, presso La Nuova Pesa Centro per l’Arte Contemporanea in Via del Corso 530 a Roma, si terrà il primo incontro, anzi il primo “numero” di Viva, la rivista mensile animata da Nicola Bultrini (poeta e critico letterario), Claudio Damiani (poeta), Stas’ Gawronski (autore in Rai di CultBook), Giuseppe Salvatori (pittore) attraverso la presentazione di opere (letterarie, figurative, musicali ecc.) e autori “in carne e ossa”. Viva intende indicare, nella confusione mediatica in cui abitiamo, opere d’arte nuove e vere, ma anche riproposte, dando testi e indicazioni concrete, generando punti di riferimento, incontri, nuova socialità nel nome dell’arte, e per l’arte, proprio come una “rivista”. Viva perché l’arte sia viva, evento che nasce dalla vita e sia teso alla vita, non idea o astrazione, ma esperienza di carne, sangue e ossa che ogni giorno si rigenera e riverbera spontaneamente, a dispetto di chi la vuole condizionata a presunti pensieri dominanti».

Iniziativa meritoria, cui vanno i nostri migliori auspici. Ma che vorrà dire «opere d’arte vere»? Esistono forse opere d’arte finte? Se sì, non sarebbero opere d’arte. E che mai significherà «arte viva»? Va da sé che un’opera morta non è un’opera d’arte. Infine: per quale motivo idea e astrazione dovrebbero essere il contrario della vita?





Salvatore Niffoi


Espace d’un matin ► Che fine avrà fatto Salvatore Niffoi? Dopo la gran cotta di Calasso («la forza delle storie di Niffoi, la qualità della scrittura, la scossa che riesce a provocare, […] la sua sapienza linguistica, la ricchezza enorme di storie, la capacità di combinare in maniera unica gli elementi narrativi…»), del pittoresco Camilleri barbaricino spruzzato di darrighismi nessuno fa più parola né lo invita nei salotti televisivi. Eppure è così amabile, raffinato, intelligente («La professoressa che ha costretto lo scolaro bullo a scrivere cento volte Io sono un deficiente è stata fin troppo indulgente: io gli avrei incollato le chiappe con l’Attack» tuonò una volta da Vespa, ghiacciando gli astanti).

Tempo fa gli dedicammo questa parodia:

 

Qua da noi, a Malloppeddas, sangu crama sangu, e certe mattine neanche il sole si fida di sorgere per non far succedere scandalo grande: lo vedi barcollare come un ubriaco in mezzo al cielo, che a quell’ora è più livido e viola dell’arraschiu di un tisico morente, e rituffarsi dietro le montagne di Sas Bulas Spoioladas come un topo nella sugna, fiùùùùùù, fìfì, fiùùùùùùùùùùùùùùùùù, come una lamia sulle mammelle d’una pitzinna, oltre i vigneti di Abbas Tzicorrosas et Putzinosas, tàtàn, tàn tàn, cacatàtàtàn, tàtàn tàtàn tàtàn tàtàn, come un lupo sull’anzone strazziolato, verso la pianura di Sa Buzara de Babbachiuzi Tzoppu, splìn, splìììììììììììììììììììn, tìn tìn tìn, spùc, spòc, spùc, e atzutzuddarsi con la luna barbaricina che non vuole saperne di tramontare e di perdersi il primo isquartamento della giornata. Perfino il maestrale, da urlo, si fa bisi-bisi sommesso per non coprire i lamenti dei latitanti contro carabinieri e malagiustiscia, taccullidas de bocchisorzos iscannados che calano come un manto morbido e triste sulla vallata: «Eo mi corco in su lettu meu, anima e corpus incumando a Deu, anima e corpus a Santu Giuanne; s’inimigu mai no m’ingannet, s’inimigu mai no mi tochet, né a die né a notte, né in vida né in morte, iscuru a chie confidat in homines, pustis de sa tempesta benit calma, abba et bentu benint a passare, sa vortuna ata arribare».

Già, perché a Malloppeddas, come a Mammuddones, a Su Coddu Ismiddatu, a Sas Madixeddas Subra Mortos, a Viduantzia Gaddighinosa, a Bagassedda Ischerfiada e a Passu Tra Fogu la vita è cupa e dirgrasciata come la lottura, la miseria fa venire il gelo ai piedi, e sangue chiama sangue, rayolu rayolu, astiu astiu, vinditta vinditta. Frùùùùùù, bùmbùmbùm, scatataplàk, plìk, plèk. Così è sempre stato, e così sempre sarà, fino alla fine dei tempi. Pthù!

Se vi trovate a passare di qui tirate dritto e non guardate in faccia nessuno. Non azzardatevi: conosco più di un balentino che ancora scappa a gambe levate per la Calada d’iscramintados con la carne a brandelli, e altri che non hanno avuto nemmeno il tempo di pentirsi della troppa abbalansa.

Oddeu, mischineddos, manco ai cani.

Questa gente non è stoffa da farci stole. La loro pelle scavata nel marmo ingrato di Nurghilè è fulva come un’ascia appena cavata dalla brace, le loro mani sono più dure del cristallo di cava, gli occhi sembrano quelli di una faina nel pollaio. E chi è colpito dal fulmine ringrazia Dio per averlo baciato in fronte, poi si avventa sul primo che passa come un falco sul coniglio sbadato, aaaaaah, aaaaaaaaaaah, aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaah, sdùn sdùn, trìcchete, tràcchete.

Tirate dritto. E state alla larga soprattutto da mannai Zippulledda Corconè, che vaga eternamente per le strade con le sue scarpe di vacchetta, la cappa di velluto e le gambe a ighisi come verghe di steccato, nichidada e ammuscincada come una mastina orba della cucciolata. «E comente ti permittis? è il suo grido di guerra quando qualcuno le posa gli occhi addosso, anche per sbaglio. Custa la paghi cara, berme, burdu! Ti tzaccu s’ischina, ti mangio il cuore, ti crasto con la roncola, ti brucio la casa con tutta la tua berentzia, ti spacco la colondra con l’istratzone fino alla pelcia del culo, che il crancu t’allufflasse il cervello, su malecaducu t’irbeccasse, la gutta ti deve abbulvuddare come un pallone prenu di cacarugnulu, t’addentigasse il demonio, che tu possa derroccare nell’isprefundu, ballaloi! Ajò, io passeggio in grascia e Deus e tu osi guardarmi per far parlare la zente limbuda? Non puoi barigare alla mia vendetta, cozzone! Accocónati e fatti ratzigare cussu cabu di mortu, abuminiu de sa terra, birgonza de su populu gabillu!». E se la vittima non le sfugge di mano, tutti alzano gli occhi al cielo e si fanno il segno della croce. Tutti, tranne il padre e i fratelli del malcapitato, che restano fermi come pietre pregustando il momento in cui la squarteranno come una scrofa dopo averla fottuta a turno come solo i barbaricini sanno fare, e spargeranno le sue carni smembrate nelle forre di Malloppeddas, Mammuddones, Su Coddu Ismiddatu, Sas Madixeddas Subra Mortos, Viduantzia Gaddighinosa, Bagassedda Ischerfiada e Passu Tra Fogu.

Perciò si narra che i bambini di queste parti nascondono i loro sogni nei teschi sbeccuzzati dai corvi.

 

 

Ammaestramenti ► «Quel che manca ai testi delle canzoni [per essere poesia] è la musicalità interna alla lingua, visto che la musica viene da fuori» (Walter Siti, L’Italia è volata nel blu dipinto di blu, «Tuttolibri», 17 dicembre 2011).

Dunque, il proprium della poesia sarebbe la musicalità? Buono a sapersi.

 

 

Chiaro/scuro ► «No, non è difficile scrivere chiaro, anzi, non soltanto non è difficile ma è facilissimo e soprattutto naturale. […] Tutto dipende dalla forza del sentimento che ti spinge a comunicare con gli altri uomini, e poi dalla logica e poi dall’uso degli strumenti, cioè dall’uso della parola detta o scritta» (Primo Levi).

«No, il problema della comprensibilità è questo: che il lettore deve educarsi a comprendere quello che legge, non che lo scrittore deve sforzarsi a fargli capire, perché sennò diventa Fröbel lo scrittore, no? Noi non abbiamo preoccupazioni pedagogiche, l’autore non ha preoccupazioni di questo genere […]. Il lettore non interessa, il lettore non deve interessare. Lo scrittore non deve preoccuparsi del lettore. Io avrò venticinque lettori, forse meno. Ma che cosa mi importa?» (Antonio Pizzuto).

 

 

Quando si dice la combinazione ► «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco / lo dichiari e risplenda come un croco / perduto in mezzo a un polveroso prato» (Eugenio Montale).

«Non pretendo di dire la parola / che scoccata dal cuore traversi / le dodici scuri forate / fino a forare il cuore del pretendente» (Valerio Magrelli).

 

 

Predicare/razzolare ► Mi ricàpita tra mano un agile, gradevole volumetto di Ornella Castellani Pollidori sugli stereotipi nell’italiano contemporaneo (La lingua di plastica. Vezzi e malvezzi dell’italiano contemporaneo, Napoli, Morano, 1995), ancora attualissimo. Ecco cosa intende la linguista per plastismi: «i tanti logori cliscé, gl’innumerevoli tecnicismi e burocratismi superfluamente usati, le dubbie trovate, la pletora di formule “usa e getta”, fatalmente volgari nella loro immediata ed eccessiva popolarità, immesse di continuo sul mercato della lingua da una folla di discutibili maîtres à parler» (p. 14). E poco dopo: «la quantità di plastismi è inversamente proporzionale alla sicurezza linguistica dell’utente» (18).

Bene. Però anche lei non scherza mica:

15: «si presentano alla ribalta», «si metta in moto il meccanismo», «s’inoculi il virus».

17-18: «la coscienza che i plastismi […] attraversino l’uso linguistico come meteore».

18: «far terra bruciata», «chi è senza peccato scagli la prima pietra», «in linea di massima».

26: «tutto sommato».

32: «a più riprese».

34: «presa di distanza».

37: «cedere alle lusinghe».

40: «sfruttato su larga scala».

41: «in qualche modo», «prestò facilmente il fianco alle critiche», «a dire il vero».

42: «a titolo d’esempio», «anni luce separano…».

54: «messo alla gogna», «in tempi non sospetti».

61: «veleggiando col vento in poppa sull’onda della moda».

64: «Per completare il quadro», «a dir la verità».

66: «far piazza pulita».

80: «vecchie come il cucco».

101: «alla resa dei conti».

119: «non sta né in cielo né in terra».

125: «più che mai sulla cresta dell’onda».

178: «con una punta d’ironia».

181: «si guadagna un posto d’onore».

195: «il plastismo è sempre in agguato».

196 nota 12: «se sostenessi una censura [sostenere una censura?] del genere mi darei la zappa sui piedi».

205: «ha sbaragliato la concorrenza».

 

 

Successi ► Nessun autore del Novecento italiano è stato mai osannato in vita come Dario Bellezza, poeta poco più che mediocre e atrocissimo prosatore, oltreché critico assai sui generis, oggi completamente dimenticato. Fu l’incauto Pasolini a “lanciarlo” («Ecco il miglior poeta della nuova generazione») e ad imporlo all’attenzione di Contini, che lo incluse (quandoque bonus dormitat Homerus) nel suo Schedario di scrittori italiani moderni e contemporanei. Ma qui voglio ricordare l’uomo, così sprezzante e gonfio di sé che pareva dovesse esplodere da un momento all’altro. Nella primavera del ʼ77 gli telefonai per proporgli un’intervista su incarico di non ricordo quale giornale; rispose al decimo squillo con un esclamativo chi è. «No, non ci ho tempo». «Va bene biascicai mortificato , come non detto, non preoccuparti». «Preoccuparmi io? Ma non preoccuparti te!», e sbatté la cornetta.

 

 

Conferme ► Gianfranco Contini: «non si può essere un critico letterario se non si è un buono scrittore. Non conosco nessun critico letterario sopportabile che non sia uno scrittore. […] Non riesco a vedere esempi di critici eminenti, che siano tali soltanto per la mente e non per la scrittura».

Roberto Antonelli: «Un simbolismo in cui la forza delle cose, la volontà a suo tempo espressionista, di “andare alla radice delle cose”, porta le cose alla più essenziale e disperata aridità di cose».

 

 

Tradizioni ► Fu, se non m’inganno, Guido Oddo, verso la fine degli anni Sessanta, il primo telecronista del tennis a usare il verbo perdere con la stessa reggenza del passivo di battere ‘sconfiggere’. E da allora non c’è tennista cronista allenatore raccattapalle giudice di sedia o di linea che non dica o scriva: «Il tennista Federer ha perso da Nadal».

 

 

La vita gira, fa il suo mestiere ► Verso la fine degli anni Settanta mi barricavo in casa con Arnaldo Colasanti e il manipolo di giovani scrittori che avrebbero di lì a poco fondato la rivista «Braci» (tra cui Claudio Damiani e Paolo Del Colle; spesso c’erano anche Felice Paniconi, sempre latore di primizie reatine, e la cintura nera di karate Marco Mancini, oggi ordinario di Glottologia), ciascuno segregato in una stanza, per leggere i narratori russi dell’Ottocento (cui sarebbero seguiti i francesi e i tedeschi). La consegna era non meno disumana che tassativa: un romanzo al dì, a prescindere dalla mole (la volta dei Karamazov ci scambiammo sguardi disperati). Poi tutti a tavola, fra glosse, lasagne, roventi dispute, involtini di Luogosano e prosciutti di Vestfalia inaffiati da fulvi nettari irpini sotto gli occhi vigili di mia madre Maria Pepe, della nonna sabina di Arnaldo o dell’astinente Riccardo (detto Riccardone per i muscoli alla Schwarzenegger), primogenito dei Colasanti, mio amatissimo compagno di ginnasio e di liceo, ora medico e missionario laico in giro per il mondo. Dopo cena era l’ora del kata: il futuro rettore dell’Università della Tuscia scattava in piedi e nel generale stupore combatteva contro un avversario immaginario.





Centoni e centurioni ► Ho molto amato Ignazio Baldelli. Le sue lezioni iniziavano di prima mattina in un’aula troppo angusta per contenere più di cento studenti. Non ne mancai una, grazie al mio amico Arnaldo Colasanti, che poco dopo le sette passava a prendermi sotto casa con la 124 bianca del padre ed evitava il traffico tagliando per il Mandrione. Il Nero Wolfe della «Sapienza» faceva il suo solenne ingresso alle otto in punto e cominciava a parlare prima ancora di sedersi, quasi avesse fretta. Allo scricchiolare della sedia per la gran mole, qualche leggero scoppiava a ridere nel silenzio assoluto; lui fingeva di non sentire, ma si divertiva. Ogni tanto, temendo d’annoiarci, incastonava nel discorso una facezia: «Chi di voi vuol dirmi cos’è un centone?… Badate, ho detto centone, non centurione… Temo che nessuno di lorsignori desideri rispondere. Lo temo fòrtemente» con l’ò aperta, benché non tonica.

Volle vedere il mio primo romanzo (s’intitolava Gottinga, lo avevo appena composto per il laboratorio di Pagliarani) e ricordo che mi trattenne nel suo studio un’ora intera: «È stata per me una lettura istruttiva: un’orgia impressionante di trasgressioni sintattiche e lessicali che…»: non parlava: cantava, incantava.

Il primo esame fu un trionfo: «È andato molto bene. Ha preso anche la lode!». Mi aveva interrogato lui presente e vigile il suo assistente, un Luca Serianni giovanissimo, così schivo e riservato che per udire le domande dovevo avvicinarmi fin quasi a toccarlo. «Come si pronuncerebbe luna se in latino la -u- fosse breve?», «Lòna».

 

 

Serianni ► Gli scrissi molto più tardi, nel ʼ92, per proporgli un saggio sul lessico pizzutiano che, dopo un fitto e animato carteggio, pubblicò in «Studi linguistici italiani», di cui era allora condirettore con Arrigo Castellani. Nel ʼ96 fu la volta dell’Onomaturgia darrighiana; poi brevi saggi, recensioni. La collaborazione dura tuttora. Nel 2008 firmò con me, Pietro Trifone e Salvatore C. Sgroi un volume dedicato a Giovanni Nencioni. È la persona più cortese, puntuale, acuta e onesta che abbia avuto la ventura d’incontrare nel mondo accademico. In più di vent’anni ci siamo scambiati decine e decine di lettere senza mai vederci, pur vivendo nella stessa città: scelta mia (devo avere la stessa nevrosi di Manzoni: più invecchio e più i contatti diretti mi atterriscono), da lui plenariamente approvata: spesso mi ha confidato di non disdegnare affatto il nostro «ottocentesco» commercio epistolare. Fino all’anno scorso giurava che mai e poi mai sarebbe passato alla posta elettronica: troppo tempo da perdere, troppe energie sprecate. Speravo mantenesse il punto.

 

 

Roma, 10 giugno 2014




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