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MARIO LUNETTA
Poesie ‘in mortem’ della moglie


      
S’intitola “Canzoniere della Scomparsa” il libro che l’autore romano ha scritto sull’onda del forte shock emotivo e psichico generato dalla perdita della consorte che aveva diviso con lui mezzo secolo di vita. Una sorta di diario del quotidiano sgomento e dolore immedicabile compilato come in trance, che però non cede mai all’autocommiserazione o all’abbandono retorico nel lirismo, ma conferma una linea poetica nettamente materialista e razionalista.
      



      

 

 

di Marco Palladini

 

 

Tra i moltissimi libri che Mario Lunetta ha scritto nella sua carriera di autore e poligrafo di assai lungo corso, credo che Canzoniere della Scomparsa (Roma, Robin Edizioni, 2014, pp. 128, € 10,00) è proprio quello che non avrebbe mai voluto scrivere. È un libro che si è imposto, ritengo, per forza endogena pochi mesi dopo la morte (9 marzo 2013) di sua moglie Maria Pia Liti, fedele compagna di vita per circa mezzo secolo. È un libro scritto come in trance tra il 6 luglio e il 19 ottobre dello scorso anno: trentuno poesie che costituiscono una sorta di diario del quotidiano sgomento e dolore immedicabile per una perdita che ha modificato irreversibilmente non soltanto gli aspetti e le dinamiche del vivere domestico, ma anche i tratti psichici profondi della propria identità. È come se soltanto quando viene meno una persona che ha condiviso giorno per giorno cinquant’anni della propria esistenza, uno si rendesse conto che non è più lo stesso, che non è più la medesima persona, che gli è stata amputata (e non retoricamente) una metà del proprio dasein, del proprio esserci nel mondo. Non tutti sopravvivono a una simile, così drammatica mutilazione. Penso a Giulietta Masina che muore cinque mesi dopo la fine di Federico Fellini. Penso a Germaine Lecocq, la moglie francese di Giorgio Amendola, che muore di crepacuore il giorno dopo la sua scomparsa.

 

Ecco, io credo che un libro del genere si scriva per poter provare a sopravvivere, per cercare di svellere da sé il peso immane della sofferenza per poterla oggettivare, per riuscire a pietrificarla in parole e versi da depositare sulla pagina e quasi offrirli alla meditazione o contemplazione del mondo. Pur sapendo, come scrive Lunetta nella sua dedica, che tutto ciò lo si fa “inutilmente” e tuttavia lo si fa perché non c’è nient’altro da fare, perché l’elaborazione del lutto assomiglia, forse, a volte a un accanimento autoterapeutico, a una reiterazione del dirsi, ridirsi e tradirsi che sortisce un temporaneo effetto analgesico prima che il dolore post-shock torni diuturnamente o notturnamente a installarsi nella ‘tana’ del corpo “… al pari di una bestia inaddomesticabile, ubiqua / nei suoi latrati silenziosi, zampate assassine, / morsi a freddo che strappano ogni volta / brandelli di vita chiudendo anche il più esiguo / tratto di futuro nel vortice di una tromba d’aria  decentrata, / tornado cieco” (p. 66).





L’epitaffio folgorante di Beckett “è finita, continua a finire e io in questa fine continuo” mi pare che dia ragione di questo esulcerato libro lunettiano che continua nella fine e dopo la fine, perché è questa la logica (talora incomprensibile) della vita, questo è il filo esilissimo, ma d’acciaio del vivente, che corrobora se stesso nella morte, dopo ogni morte. Anche in Canzoniere della Scomparsa Lunetta, del resto, corrobora se stesso come scrittore profondamente loico e laico, assolutamente materialista e razionalista, che non cede mai alla retorica dei sentimenti, all’autocommiserazione, al lirismo strappacuore e strappa-anima, agli abissi melodrammatici dell’Ego interiore. Il suo Canzoniere non è debitore in nulla al petrarchismo e nemmeno, si licet, all’‘umbertosabismo’ (con tutto il rispetto), semmai mi ha fatto pensare per certe volute di autosquartamento e per un certo rovello implacato al duro disincanto di un E. M. Cioran e alla furia gelida e controllata di Thomas Bernhard.

 

Nel libro l’io retrocede alla terza persona che viene ad essere designata attraverso l’ironico acronimo di “i.s.” (vale a dire di “immortale sottoscritto”) ed è questo obiettivato “i.s.” a procedere in un interminato e interminabile colloquio con il fantasma della Scomparsa: “Pare accertato che di frequente, nella sua corsa immobile / sul binario dell’angoscia come un carrello senza guida / che giri intorno a se stesso in una miniera abbandonata, l’i.s. / si rivolga alla sua ragazza a voce alta, chiedendole assenso / & complicità, annaspando nel vuoto del suo delirio in una / pratica ventriloqua di cui pure comprende l’insensatezza ma / di cui può tuttavia apprezzare il povero succedaneo della realtà, / ormai per sempre perduta nel suo nulla senza conforto”. (p. 64)           

 

Sì, uno spettro si aggira nelle stanze della casa coniugale, uno spettro abita la vita dimidiata dello scrittore, uno spettro circola nelle sinapsi della sua mente, laddove pure essa insiste a ragionare che che “Il sogno di una cosa è diventato / il segno di una cosa, e i fantasmi visivi si sono rivelati / gli irrevocabili sogni in re di di quella cosa alla quale / l’uomo stenta  così tanto a dare cittadinanza, in questo mondo / di orrore smisurato…”. (p. 52)

 

Negli infernali gironi del lutto che si elabora oppure no, le delusioni e le disillusioni verso una realtà socio-politica sempre più intollerabile si frammischiano quasi naturalmente al dialogo straniato con lo spettro della moglie: “Corre voce che remeggiando malamente nel gorgo / della sua innocua follia, uno di questi giorni / più capricciosi di un coleottero, l’i.s. abbia proposto alla Scomparsa / di giocare con lui al vortice del ‘tu non sai che io so che tu sai’, / oppure ‘io so che tu non sai che io so’, oppure ancora / ‘io so che tu non sai che io non so’, fino all’incoscienza, / quasi piantando una vite senza fine”. (p. 49)





Francky Criquet, Peu a peu, 2010


Bisogna notare che se, come uomo e vedovo, Lunetta procede barcollando trafitto dal dolore, dal disorientamento psico-emotivo, sommerso dalla piena dei ricordi e, forse, dei rimpianti, come poeta la sua scrittura non cede mai, conserva un piglio sempre lucidamente autoanalitico, assieme a una lucentezza di eloquio e ad una impeccabile scelta lessicale, così come le citazioni e i riferimenti sono sempre calibrati e appropriati, mai appaiono vacue messe in posa. Come nel testo che si richiama nel titolo “Metànoia con Savinio” ad un concetto cristiano che sintetizza un processo di trasvalutazione di sé, di profonda conversione morale, spirituale ed intellettuale. Ma Lunetta, pur schiacciato dalla morte della consorte, non è un neo-convertito, egli gioca con obliquo e amaro sarcasmo oggettivando la metànoia in una “… poltrona-cuccia / dalle grandi orecchiere che per un decreto / che non è tenuto a fornire giustificazione al proprio / operato maledetto s’è trasformata in un giro storto / di fendente notturno nell’ascensore per il patibolo / della Scomparsa…”. Per concludere che “Nessuna gratitudine s’aspetta l’i.s. da quel covile / diventato spelonca, nessun segno di contrizione per la difesa / insufficiente della Scomparsa che le si era affidata / con la fiducia ingenua di un’adolescente, nel freddo / irridente del suo male. Ora la guarda, l’accarezza perfino, / le fa un cenno di saluto come assistendo alla sua / improbabile metànoia in un essere vivente, insieme / complice e correo: ma Savinio non c’entra”. (p. 26-27)

 

Infine, l’omaggio di Lunetta alla moglie (che ci sorride cordialmente nella foto in copertina), alla sua “segreta intelligenza delle cose”, si scioglie in un terminale “grazie” plurilingue, un grazie “a non finire” al suo fantasma non dell’aldilà, ma dell’aldiqua, che rimbalza anche nei tanti omaggi visivi degli amici artisti della coppia che occupano la seconda metà del libro: un tributo collettivo, pressocché un ‘canzoniere’ pittorico che attesta di un caldo circolo di vincoli di amicizia e sodalità che si salda nella memoria di un tempo felice trascorso assieme. La vita di ciascuno è appena un lampo cosmico e già lasciare un buon ricordo di sé è, senz’altro, un esito non ambiguo e positivo del proprio passaggio sulla terra.         

                

 




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