LUOGO COMUNE
ROSALBA DE FILIPPIS
Un intenso racconto
in versi sulla scia
di Frédérick Tristan


      
“Danielle. L’ultima foglia è sempre la più alta” è un poema che nasce nel solco di un eteronimo femminile dello scrittore francese, traslocatosi nella figura immaginaria di una poetessa diciassettenne dal talento precoce, morta suicida. Ne deriva nel testo vibratamente lirico dell’autrice molisana una sorta di canto nostalgico e triste dedicato alla donna, alla sua vita, ai suoi amori, alla sua esistenza.
      



      

di Domenico Donatone

 

 

Bisogna dirlo subito e senza timore, con la ragione che sragiona, che crolla e s’innalza, e che troppe ne ottiene dentro il tessuto narrativo del poemetto, che Danielle. L’ultima foglia è sempre la più alta, (edito per i tipi Campanotto Editore, Pasian di Prato (Ud), 2013, pp. 86, € 10,00), di Rosalba De Filippis, è un canto nostalgico e triste dedicato alla donna, alla sua vita, ai suoi amori, alla sua esistenza. Un testo di puro esistenzialismo che si raggiunge nel segno di una visione. La De Filippis conduce il lettore dentro il “bosco”, il suo bosco, dove abita e respira gran parte delle emozioni e del senso della vita, per mettere a conoscenza del lettore fatti assoluti, pieni di un quid specifico che la poetessa ha deciso di restituire nella forma più intelligente della narrazione: il poema. Un racconto in versi che definisce con incanto e fervore sintattico non solo il resoconto di una storia ambientata tra gli spazi più affascinanti della tassonomia floreale, del giardino, del bosco e della foresta, ma della condizione femminile che si scopre nel raggiungere il culmine della possibilità di coniugare il passato e il presente senza porsi necessariamente in antitesi con loro.

 

Tutto ciò rende “donna” e, ancor più, femmina, la sincera e schietta confessione. Confessione non religiosa, ma esistenzialistica, di chi per dire ha bisogno di riconsegnare al fiume delle parole l’argine che le contiene. L’argine di una storia che fluisce armoniosa e drammatica (piena di immagini sublimi e psicologiche) lungo un percorso fatto di continue stazioni, in cui, non a caso, l’immagine di Cristo (che la poetessa scrive con la minuscola, “cristo”) indica non il percorso, ma un percorso che tocca vivere indipendentemente dalla resa o dal sacrificio che si prescrive nel modulo doloroso della crocifissione. E croci e crocifissione, insieme a gambe allargate e circoscritte nel cerchio, nel cammino della De Filippis ce ne sono. Emergono come punti focali di un racconto che per essere esatto, esercita sui fiori come sugli animali (il gatto e la tigre) il giudizio sul caos-cosmo, ovvero la norma che racchiude la condizione umana. Bello e intenso, nella pacatezza del giudizio, Danielle è un testo che si prescrive non solo nel prolungamento di una maggiore diffusione, ma nel presupposto quasi scolastico di un insegnamento.

 

Il poema prende il titolo da un’invenzione letteraria. Un’invenzione dello scrittore francese Jean-Paul Frédérik Tristan Baron (1931), denominatosi come Pessoa con altri svariati nomi[1], che decide di licenziare la sua opera poetica con il nome di Danielle Sarréra: poetessa diciassettenne dal talento precoce, morta suicida[2]. Il poema della De Filippis è pronto a inquadrare il tema suggerito da Tristan, nell’emulazione e nella rifrazione di un “rapporto psicografico”, come scrive Stefano Lanuzza nell’introduzione, e a narrare con decisione quello che nel sentiero della condizione femminile è oggi tema di proficuo confronto: la differenza culturale. Perché senza spaventarsi delle conseguenze, la schiettezza è l’unica arma che non difetta mai! Ed è questo quello che Rosalba De Filippis dà al proprio lettore, intendendolo maturo e fanciullo senza dicotomia spietata ma fraterna, quando con impronta assertiva e inconfutabile, propria dei poeti che hanno conosciuto le lunghe traversie del vero, ella apre il suo poemetto con la seguente formula: «Così è, Danielle | in questo tempo lontano | in cui certo il tuo passo | su docili traiettorie | di una stagione ormai alla fine ||[3]».





Andy Warhol, Edie Sedgwick (1943-1971)


Un meccanismo che ricalca un metodo di scrittura senza infingimenti e frasi sospese nel lessico del ricordo, della certezza esistenziale e non della sicumera, col tono di chi sa perché ha saputo che così colpisce la vita. La poetessa parla con Danielle, la protagonista in controluce del poemetto, il punto focale su cui si riversa la narrazione. A lei racconta il vissuto, la proietta in sé e fuori da sé, facendola apparire immagine riflessa e contorno tangibile della confessione. È una storia di rapine emotive, di sottrazioni familiari, di punti consuntivi e di analisi antropologiche, ma si evince anche una storia di ricerca nel testo della De Filippis, intenta a sviscerare da dentro la materia plurima che costituisce la voce della donna. Farsi “rosa” e “casa”, farsi continuamente non scudo del proprio vissuto ma specchio, elemento di verità e di fragilità da trapassarsi costantemente con lo sguardo che non è del becero guardone ma dell’astuto giudizio che incede. Allora i versi a questo punto hanno tutto il sapore della visceralità, qualcosa che racchiude sacro e profano, qualcosa che tiene unito un racconto che costantemente cerca di fuggire anche al suo tracciato, perché la poesia non è solo analisi e gloria, è anche spazio in cui si alberga con la volontà di recidere la forza del canto.

 

«Ti ho trovata questa notte

con le stelle

cadevi tra gli sterpi

già sfinita dopo il parto

tra le ombre del mio orto.

Quanti

gli inciampi

i dove per le strade

viottoli che il tempo ha già negato

spade incrociate di ginestre

non lasciano passare più nessuno»;

 

«Ridatemi quel solo pomeriggio

passato a separare le mie vesti

da quelle di due madri ritornate

con ciglia di rigore e di demenza.»;

 

«Ho preso vita nel vetro

ricolmo di un bicchiere

un cristallo da avere

forse più vuoto che pieno

la malizia di madre

me lo aveva insegnato.»;

 

«sono una preda

colpevole di essere sposa

con le mani nel grembiule e nella strada.»;

 

«io non so cosa è appeso

al mio orecchio maldestro

talvolta penso a una scrittura senza spazi

versi di paradisi infetti

[…]

sono domestica

mi faccio tutto un male di consuetudini

affacciate alle finestre

di pulviscolo mischiato al fumo denso»;

 

«Danielle, mi sono fatta rosa

in un giardino con le bocche

le piccole farfalle al davanzale

sono migliori

e con le ali esatte.

Sono la Danielle che sbatte

la sua porta

ferma gli amanti

con le cravatte bianche

divarica le gambe

dentro un cerchio.

Perché il dolore

non vale un accidente.»;

 

L’incidenza dei versi, accentuati da ripetuti anacoluti, trova sostanza nella ragione semantica per cui la De Filippis fa della chiarezza un punto ulteriore di specificità interpretativa, in cui tutto pur di apparire nitido diventa doppia visione, significato estensivo di qualcosa di profondamente psicologico e di pensiero. È l’esattezza dei singoli versi, la costruzione di sintagmi, che nel poemetto produce ulteriore significazione («le spine fanno presa nella sabbia»; «perdo così un po’ tutto | anche un amore alzato con la noia»; «le ossa | di lampadari spenti»; «mi lego dentro il sonno alle magie del niente»; «ammetto colpe come nel diluvio»; «solo i figli sono tenere radici | con la sincerità sopra la porta»; «I consuntivi sono noci acerbe»; «la linea che mi guida | di parentele dritte come aghi»; «scaccio il piccione alla finestra | col pane mescolato agli escrementi»; «scrivo un vangelo di figli»; «lucciole mangiano il mio buio»; «le rughe si assottigliano in fiducie»; «mi sfibro in un addio immaginato»; «nasci | e hai già le impronte | che ti addosseranno»;) come dire che c’è così tanto spazio narrativo nello sfavillare di un unico verso che una storia è contenuta in altre storie, da far rinvigorire il tessuto sintattico della versificazione.





Frédérick Tristan


Questa lunga confessione della De Filippis, «un dialogo cerimoniale giammai consolatorio, una telepatica identificazione» con Danielle (S. Lanuzza), ci occorre per capire due cose: che la differenza di generi è una convenzione. La sfida, come ha scritto anche Furio Colombo[4], di mutare i generi, senza alterare l’impegno di narrare e anche di inventare, si sta facendo strada proprio nei reperti più arrischiati della creazione artistica, e di questo la De Filippis è testimone col suo fare poesia senza mischiarsi a nessuna avanguardia che rifiuta e ripudia; che è un valore antropocentrico, di stampo romantico ma polemico, l’avversione al cambiamento più becero della poesia, perché così com’è ritratta la donna in questo poema, nonostante la percussività dell’“io” che sembra distogliere con l’uso del singolare l’attenzione dal senso della pluralità, è il mondo segnato da una sensibilità che non cessa mai di farsi, anche a costo di risultare eccessivo.

 

«Danielle, è fatale il nostro scomparire

e sono mie le impronte sul greto

mio il corpetto con la filigrana

mia la sottana appesa sopra il ramo.

Altra non sono se non le stanze accese

altro non vedo se non grafia già ingenua

come una poesia fortissima di gambe.

Danielle, è per sbaglio che ti ho ricercato

guadato tutto quanto il fiume

le piume delle folaghe

non hanno ostacolato il mio bisogno

di averti accanto.[5]»

 

 

 

 



[1] Jean Marakié, Adrien Salvat, Mary London: vedi introduzione di S. Lanuzza, p. 8.

[2] «Resta il fatto, certo paradossale, che negli straordinari scritti del suo ‘doppio’ femminile, il metamorfico impostore Tristan, prolifico autore di romanzi, saggi e raccolte di poesie, giunga, appunto nel 1976, a pubblicare sotto mentite spoglie la sua opera più sensibile e a scuotere lo snobismo letargico delle istituzioni letterarie.» (S. Lanuzza)

[3] Danielle. L’ultima foglia è sempre la più alta, di R. De Filippis, p. 17, Campanotto, Prato, 2013.

[4] ilfattoquotidiano 28/11/2013 “Quei tedeschi annegati nel Mississippi italiano”

[5] Cit. op. p. 27




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