LUOGO COMUNE
POESIA E BICICLETTA (2)
Un libro per ribadire che
il ciclismo è cultura


      
A conclusione della manifestazione “CicloInVersoRoma – 2014” viene pubblicato un volume collettivo per celebrare il connubio tra la letteratura e lo sport a due ruote. Pubblichiamo qui la nota introduttiva al testo, redatta dall’ideatore della manifestazione che sottolinea come nei due ambiti ci sia la comune ‘consapevolezza del compiere sapendo soffrire, guardando oltre la meta e al di là del piazzamento conseguito per un’umana dignità che lascerà il segno come ultimo traguardo’.
      



      

di Enrico Pietrangeli

 

 

Lo scorso 28 giugno si è conclusa CicloInVersoRoma, ultima edizione relativa al Giro ciclo-poetico della stagione in corso, in una suggestiva piazza di San Felice Circeo, con una luce crepuscolare che assecondava il verso e un forte vento degno di una romantica tempesta, assai evocativo nonostante le difficoltà per i presenti. Il giorno prima accadeva quel quid per “un libro che nasce spontaneamente, non programmato, sulla spinta innescata dall’incontro del 27 giugno 2014 a Monte Compatri, in occasione di un riuscito cenacolo ciclo-poetico giunto a coronare il sogno di un progetto, quello di vedere poeti e ciclisti raccordarsi nella forza espressa tanto dal pedale quanto dal verso dando consistenza a quell’antico retaggio che da sempre, sia pure inconsapevolmente, li vede insieme”. Questo è quanto viene riportato a chiosa nel retro di quarta di copertina, ma potrebbe bastare da introduzione per questo volume che, di fatto, non necessita di prefazioni o altro per comunicare quel che, nelle intenzioni come pure nelle espletazioni, è e vuole comunicare assai più direttamente al lettore.

È contesto e non pretesto per dare narrazione e non solo di un avvenimento nel tempo, bilancio umano che resta dopo l’evento stesso, se all’umano si è guardato come modello e riferimento, altrimenti quel che rimane non che è un vuoto elaborato di evanescente celebrazione, onanistica reiterazione o pretenziosa ricerca di una forma da esibire in una compulsione creativa fine a se stessa che talvolta, attraverso un titolo ad effetto se non perfino altezzoso, voglia sopperire a ciò che non ha mai avuto di proprio da dire. Ove viene a mancare spontaneità, al di là di ogni debita strutturazione, degli stessi esiti e di ogni intrinseca capacità, cessa l’umano e questo si denota a partire dal messaggio subliminale del ‘di tutto e di più’ o ne ‘il meglio, nient’altro che il meglio’, ma anche attraverso alcune titolazioni che, nel loro volere sprizzare forzata originalità, anziché dare sintesi di contenuti finiscono talvolta col divenire disarticolata ostentazione.

Questo libro poteva nascere altrove e con altri tempi, da ben altri fasti o più eccelsi luoghi, nasce invece da una ex cantina motivata, nel tempo, a divenire un centro culturale, portata avanti da persone che credono, con costanza e ponderata modestia, nella cultura e la sua condivisione, dove nella fattispecie, grazie ad Alberto Pucciarelli e la U.C. Velletri insieme a tutti gli altri presenti, è scaturita la più opportuna scintilla. Ed è a partire dalla valenza delle energie di un luogo che scaturisce la ragione di realizzare questo libro. Una ragione che, in primis, prevede che gli stessi protagonisti di un evento si sentano, a loro volta, predisposti a un attitudine del dare per ricevere con naturalezza e quindi, tutti insieme, crescere in un valore aggiunto esentasse e strettamente umano. Eppure, nonostante i tempi, gli amari tempi in cui incorriamo col nostro esistere, tempi che più che mai dovrebbero imporre una dovuta riflessione di fondo, c’è ancora chi la cultura la vive di assalto, fagocitando, pregna di ambizione, nell’incanto di un bottino da assecondare al proprio guadagno, tra un magniloquente apparire e un infingardo rendere.





Cicloturisti bucolici


Questo libro, dunque, potrebbe essere anche strumento, a partire da un metodo che qualifica e dà spessore ai nostri relativi sforzi nell’intraprendere un qualcosa per un comune accrescimento. La cultura è un bisogno che parte dal cuore e non dall’esigenza di ingraziarsi qualcuno, dalla dedizione nel produrla e non dal presenzialismo di ritorno, dalla volontà di renderla compartecipata e non di amplificarla facendo del numero consenso. Questo libro è, nel ciclismo come nella letteratura, consapevolezza del compiere sapendo soffrire, guardando oltre la meta e al di là del piazzamento conseguito per un’umana dignità che lascerà il segno come ultimo traguardo. L’arrivo di ogni tappa è di per sé già un pensare oltre. Allora ecco che, nella concomitanza del susseguirsi dei percorsi, questo volume sancisce “un progetto che è anche un work in progress, pedalando tra appunti, articoli, cronache e poi ancora continuando con altre note in contrappunti, tra liberi pensieri, idee e prose, stravaganze e memorie, brevi saggi e tanta, tanta poesia, orbene ciclo-poesia a due ruote in un viaggio che continua, qui come altrove, attraversando la mitopoiesi del ciclismo per cicliche corrispondenze che tornano In-Verso”.

Un testo che non vuole essere soltanto bicicletta e poesia in quanto esclusiva di un connubio predeterminato, ma ragione d’essere di una “poesia”, che va di là di uno stagnante resoconto e che, a partire da alcuni specifici articoli di repertorio sull’argomento, affonda finanche dentro le perplessità di una poetica che, pur sussistendo, sovente rischia di restare inespressa, per riflettere e far riflettere su opportunità di aggregazioni al fine di renderla più fruibile. Momenti dove, con l’eticità del rispettivo saper discernere, è quindi possibile orientarsi e intraprendere, con consapevolezza, la relativa e più adeguata strada da percorrere, la nostra strada, perché no … magari tornado a cavalcare una bicicletta. L’augurio è che ci sia sempre, nel comune interesse, un tratto di cammino da percorrere insieme accantonando, per quanto possibile, l’imperativo di un interesse di parte.

“Love, peace and bike”, perché dal cuore, se c’è, non può che nascere compassione e desiderio del bello e del vero da lasciare emergere in ogni caso. Scorrono così, con ciclo-in-verso, molti anni d’impegno, volti alla continua evoluzione di un’idea culturale che tale è rimasta nella sua integrità, talvolta ridimensionata altrimenti più estesa in base alla ricettività accordata in ogni luogo attraversato, ma incontaminata, un’idea nella sua interezza e come tale fresca, priva di un senso del consunto che trapela in ogni forzatura, ben anche essa fosse nuova di zecca o blasonata di un marchio. Gli anni Settanta, la loro profonda carica umana, il senso di appartenenza e di condivisione, restano l’ultimo riferimento e baluardo del Novecento tanto nella poesia quanto nel vivere. E la bicicletta, oltre che poesia, è, prima di tutto, una qualità del vivere.

Anni Settanta ancora da rielaborare, rivalutare e riabilitare, al di là di una camaleontica violenza che ne ha snaturato i contenuti traghettandoci altrove, in un punto di non ritorno, dove la stessa cultura è venuta meno e ogni brutalità non ha più volto: ci vive addosso ignorando ciò che è umano dietro un buonismo di facciata nel tornaconto di pochi. Anni Settanta, meticci e fecondi … Anni di una cultura basata sulla sovrapposizione, laboratorio di ibridazione nella ricerca del nuovo, quale metodo caratterizzante a partire dall’esternazione di una forma espressiva. Anni rigeneranti l’essere e non l’apparire prima ancora che l’avere, del mettere insieme per contrapporsi a un sistema divenuto inadeguato e ormai degenerato. Anni generosi, che il ciclismo immortala e riporta attraverso la generazione dei Merckx e dei Gimondi eredi dei Bartali e dei Coppi, quali momenti di storia in lucenti percorsi. Pantani verrà dopo e percorrerà altre strade, vie che vanno oltre le pene affrontate sfidando la montagna: “Chi è Pantani? Uno che ha sofferto tanto. E che in bici si è divertito e, soprattutto, ha divertito”. È nella formulazione del divertimento, dal metodo, che passa quella incontrovertibile linea di differenza che c’è tra il sentire di un’epoca e dell’altra. Negli anni Settanta ancora ci si divertiva, poi ci si diverte in prima persona oppure si diverte altri. Occorre quindi ricostruire un mondo, renderlo più umano, riappropriarsi di una presa di coscienza sociale con una cultura condivisibile e alla portata di tutti, nel principio della mutua assistenza e solidarietà, dove, se occorre, lavorare meno e lavorare tutti superando egoismi ed emarginazione.





Pedalare è bello, a qualsiasi età


La cultura è un punto di partenza ineluttabile, troppo spesso soltanto osannato come fondamento per noi tutti. In questo libro, oltre ai miei, troverete scritti di Domenico Sacco, Plinio Perilli, Simona Cigliana, Andrea Bisighin, Alessandro Mascia, Monica Martinelli, Neriene, Lucianna Argentino, Cinzia Marulli, Sandro Di Segni, Vittoria Arena, Maria Lanciotti, Vitaldo Conte, Ermanno Eandi, Olindo Guerrini, Giovanni Lauricella, Luca Leoni, Stefano Caranti, Lara Cecere, Mauro Corona, Lorenzo Poggi, Alberto Pucciarelli, Paolo Carlucci, Anna Maria Mazzoni, Marzia Spinelli, Anita Napolitano, (Ennio) Piacentini, Antonella Santoro. Contributi, perlopiù, ricevuti spontaneamente oppure inoltrati nel giro di pochi giorni. Li ringrazio tutti, per come hanno voluto inserirsi nella tematica preposta, ovvero quella del binomio poesia e bicicletta, come pure per la qualità espressa, e ci spiace per alcuni, sinceramente apprezzati ma che, per ragioni di tempo, non abbiamo potuto aggiungere, confidando in nuove occasioni.

Guerrini, ovviamente, resta sempre modello e fonte d’ispirazione di questa iniziativa e, pertanto, non poteva non esser presente, anche a testimonianza di quel tardo ’800 che, unitamente a un saggio breve di Plinio Perilli sul ’900, rende un’indispensabile visuale a tutto campo e nondimeno specifica su quanto trattato. Si segnalano, inoltre, tra le cronache e gli articoli, anche diversi inediti. Il resto è stato un lavoro di non facile assemblaggio, che si spera di aver reso al meglio, rendendo sempre e comunque quel trait d’union indispensabile al lettore. Un libro che, attraverso il collage di copertina, riattraversa i tanti anni di avventure di ‘versi a pedali’ condivisi insieme ad altrettante persone, senza nostalgia alcuna, perché è così che si rivive il bel momento che è stato e che resta, per quel che è dimorando nell’intensità della memoria, fecondo e luminoso come sa essere una galassia in un viaggio verso l’infinito, che lo preserva ma sa anche come, di volta in volta, condurlo altrove rigenerandolo.

Tra i tanti fotogrammi sovrapposti, ci sono anche quelli di Ganna e di Guerrini. Il primo, manovale e vincitore del primo Giro d’Italia nel 1909, è emblematico del nostro sport storicamente più popolare nonché rappresentativo di un certo tessuto sociale in un’epoca altrettanto ricca di fermenti e prese di coscienza. Eroe d’altri tempi che, non a caso, porta l’epiteto di “Re del fango”. L’altro, forse più di altri, è a tutti gli effetti esemplificativo di una poesia in bicicletta insita nel vivere, connaturata a partire dalle passioni, possibile anche in tarda età ma che, soprattutto, parte da un gesto significativo: assecondare e coinvolgersi in questo amore verso la bicicletta per pedalare con suo figlio Guido. Il lavoro è in corso di stampa presso l’editore e, la relativa uscita, è prevista tra fine agosto e i primi di settembre. Pertanto, a tutti coloro che, come per le altre edizioni, si aspettavano più o meno di questi tempi un resoconto, si rimanda all’uscita del libro per approfondire l’argomento ringraziando, come sempre, i diversi enti, associazioni ed altro nonché le tante persone che, anche quest’anno, vi hanno preso parte attivamente credendo negli intenti e nella spontaneità di questa manifestazione che, prima ancora di ogni debito riferimento al portante binomio di poesia e bicicletta, vuole assecondare amore tanto per la poesia quanto per la bicicletta. Un amore che nasce sempre attraverso un dialogo aperto, mai discriminatorio, considerando tutti equamente degni di attenzione, rendendo sempre e comunque opportunità a chiunque di quanto meritorio.





Poesia della bicicletta


Il ciclismo, probabilmente, più di altri sport matura da non poi così dissimili presupposti, mettendo profonde radici nell’immaginario collettivo nazionale. Ora che tanto si torna a parlare di bicicletta, viene da chiedersi come mai non v’è altrettanta proporzione di coinvolgimento. La bicicletta non può essere inanimato oggetto per un corrente gusto vezzo del momento, inappropriata nostalgia o ulteriore mezzo di cui farsi fregio, poiché è storia in movimento, qualcosa che, al contempo, è modernità e tradizione. Il ciclismo è cultura. Così come per la poesia, la bicicletta non può passare per un frazionamento d’interessi di gruppi. Tanto la poesia quanto la bicicletta appartengono a noi tutti e vanno altresì condivise senza confini, altrimenti, pur celebrandole, rischieremo entrambe di annientarle. Per questo, con propositiva criticità, possiamo dire che, anche in questa edizione, non abbiamo lavorato a vuoto spendendo energie e tempo per dialogare con tutti, piccoli o grandi, conosciuti e sconosciuti che siamo stati in grado di raggiungere.

In conclusione, con coerenza e tutta l’eticità espressa sull’argomento, ci si lascia come sempre nell’auspicio di un arrivederci con tutti, nessuno escluso, anticipando l’incipit del resoconto di stagione: “Nove mesi d’ininterrotto lavoro, riunioni di comitato, coordinamenti e vari appuntamenti, qualche delusione ma anche ponderate discese e ardite risalite; non tutti sono arrivati al traguardo, ma la metafora ciclistica tiene bene quanto quella di un parto in gestazione per dare dimensione di quanto, spesso ignorato, ci sia dietro le quinte di un evento. E al traguardo, con costanza, dedizione e soprattutto fede nei contenuti e la fattibilità di un progetto, sono giunte tanto le due curatrici della manifestazione, ovvero l’avvocato Lara Cecere e la dottoressa Francesca Neroni, quanto Mario Coen, attraverso l’organizzazione generale, con pieno merito. L’ideatore stavolta sta a guardare, naturalmente supporta a tutto campo, ma si tiene fuori, non decide e soprattutto pensa al solo fine che tutto, comunque vada, giunga a compimento e quindi che, pedalando, si cambi pure strada, ma pur sempre per arrivare alla relativa destinazione: sostanza residente nella memoria e giammai vana moda o tendenza e gloria dell’altrettanto effimero momento”.

 

 

 

www.youtube.com/watch?v=or5c6GyjO2k

 

 




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