LUOGO COMUNE
RIFLESSIONI CRITICHE
Ritrovare le ragioni della scrittura e della ricerca


      
Pubblichiamo un intervento inedito dell’autore napoletano, da lui scritto poco tempo prima di morire nel maggio del 2005 a 76 anni. Dalla sua postazione di sperimentatore fedele alla migliore lezione delle avanguardie novecentesche, lamentava la caduta verticale di tensione estetica e culturale e la resa pressocché incondizionata al mercato, all’ideologia liberista, alla logica coatta del best-seller, con la benedizione del sistema massmediatico. Primi responsabili gli scrittori tra i trenta e i cinquant’anni, per la loro quasi totale perdita di pulsioni creative e per la loro incapacità di immaginare nuove avventure letterarie.
      



      

 

 

di Franco Cavallo

 

 

Quale scrittura?

Già, quale scrittura? Dopo gli eccezionali (per molti aspetti sono da considerarsi tali) anni Sessanta e Settanta, che corrisposero grosso modo alla stagione della nouvelle critique di barthesiana e telqueliana memoria, della semiotica e dello strutturalismo, quindi a un ventennio denso di un grande fervore teorico e di illuminanti sollecitazioni estetiche, si è venuta a creare una sorta di terra di nessuno, di palus putredinis, nella quale ognuno cerca di arrangiarsi come può.

Voglio dire che, tranne che in pochissimi luoghi facilmente individuabili, dove si continua a fare (o a tentare di fare) ricerca, le ragioni della scrittura oggi sono tornate a una nuova (e volgare; nel senso di falsa e dunque per niente innocente) forma di naïveté, che è dettata esclusivamente dall’industria culturale, ovverosia dalle ragioni del profitto a ogni costo, con tutti i disvalori che l’industria culturale stessa – in quanto espressione dell’universo capitalistico – finisce col determinare.

Oggi tutti aspirano al best-seller, alle grandi tirature, al grosso pubblico, ai facili guadagni: i carmina, insomma, devono dare non soltanto il pane, ma anche il companatico e, quando ciò sia possibile, il superfluo. Ma è un gioco che non a tutti riesce; anzi il più delle volte a fare cassetta sono le attricette, le conduttrici televisive, i guitti, i diffusori di giochi di enigmistica, i cantautori, piuttosto che gli scrittori veri e propri.





Franco Cavallo


Questa moda aberrante, per cui il libro – e quindi, implicitamente, l’atto dello scrivere come espressione di un atteggiamento totalizzante – deve corrispondere a un preciso criterio commerciale, ha finito con il determinare una sorta di circolo vizioso, tautologico, tendente verso il basso, che coinvolge un po’ tutti, nello specifico letterario: lo scrittore, la critica (ammesso che esista ancora una disciplina di ricerca che possa fregiarsi con un tale titolo), il lettore, per poi ritornare al punto di partenza, vale a dire lo stesso mondo editoriale.

Sembra davvero incredibile che, in così poco tempo, si sia determinato uno stravolgimento (ma sarebbe più esatto dire uno sconquasso) di così vasta portata; eppure è quanto è avvenuto in Italia (ma ormai il fenomeno riguarda l’intero occidente) negli ultimi quindici anni.

La povertà delle proposte che oggi si vedono in giro corrisponde alla desolante mancanza di curiosità intellettuale che si riscontra non tanto nei giovani e giovanissimi, i quali non hanno alcuna colpa nel fenomeno d’involgarimento in atto – fenomeno che anzi sono costretti a ereditare e a subire –, e nella costruzione di un universo appiattito dal processo di omologazione galoppante (intendi: globalizzazione), quanto negli scrittori di media età – tra i trenta e i cinquant’anni, per intenderci – e la loro quasi totale perdita di pulsioni creative, la loro incapacità di avventurarsi in qualche nuovo paradosso, o magari (perché no?) di mettersi alla ricerca di nuove, fertili utopie.

Come far fronte a questa deriva?

La risposta sarebbe perfino troppo semplice, dopo quanto si è detto: ritrovare le ragioni della ricerca, che sono poi le ragioni stesse della scrittura creativa; e recuperare altresì quel tasso, anche minimo, di memoria storica, che oggi sembra gravemente compromesso e senza il quale intere aree della cultura novecentesca rischiano di essere cancellate per sempre, senza che si possa poi fare nulla per recuperarle.





Da Seven Poems n. 2 (part.), 2014


Purtroppo il problema non è di semplice soluzione. È proprio una volta che si è giunti al punto di consapevolezza di cui sopra, anzi, che il problema si complica; poiché si è costretti a prendere atto del fatto che, dal piano strettamente letterario ed estetico, esso si trasferisce a quello, ben più ampio e complessivo, politico e ideologico.

Fino a quando a prevalere sarà l’idea, diventata ormai quasi ossessiva in certi ambienti politici ed economici nostrani, di liberismo a oltranza; di un liberismo che, tra l’altro, si sta rivelando talmente selvaggio da non arretrare davanti a nulla, neppure davanti alle guerre più assurde e alle più ignominiose catastrofi ambientali; fino a quando sarà la filosofia dell’“utile” a determinare i valori di vita dell’uomo occidentale, anche per la letteratura di ricerca (che è qualcosa di molto diverso dalla ricerca che si esercita in campo scientifico e tecnologico) non ci sarà scampo.

E pensare che c’è chi continua a inneggiare alla morte delle ideologie!...

 

 




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