LE VIE DEL RACCONTO
MARIO LUNETTA
 

 

 

Museo delle cere parlanti  *

 

 

…fall and vanish from view, you could lie there for weeks

and no one hear you, I often thought of that up in the mountains, no, that is a foolish thing to say, just went
on, my body doing its best without me.

Samuel Beckett, From an Abandoned Work

 

 

 

Introibo

 

 

     Il mio nome è questo e nessun altro, credo: naturale come un sasso, breve e compatto come una parola unica – Furio Corvi. Furiocorvi, insomma, senza tante storie. Da sempre, sì, voglio dire da quel sempre che coincide con l’inizio della vita e il cosiddetto ingresso nel mondo, beh appunto, sì, da allora tutti mi chiamano ut supra, abbreviazioni a parte, diminutivi e vezzeggiativi che da quell’improbabile entry mi sono trascinato dietro fino a oggi, ridicola abitudine a cui non sono mai riuscito a assuefarmi. Che so, Furetto, Corvetto, Corfù (che è poi il più fantasioso e incongruo). Ma anche: Fuco, Fuco caduco, sprezzantemente, definitivamente. E chi me lo applicò fu naturalmente una donna. Una donna per niente stupida, ma direi bizzarra e non di rado completamente fuoricentro, se io che sono il sovrano assoluto delle catastrofi posso permettermi, vero: ma in tutti i casi, inutile rivangare. Meglio rimuovere, allora. Meglio far finta di niente, e cercare il prossimo muro a bugnato su cui sfasciarsi il muso. Credo sia il destino, forse giusto, di chi si ostina come il sottoscritto a indossare ancora con eccessiva frequenza il papillon, in una fase storica – se poi riusciamo a definire così senza scoppiare in una risata il tempo irrimediabilmente tapino che ci è dato vivere – nella quale pare tramontato perfino l’uso della cravatta verticale, di cui peraltro non ho nessuna vergogna a confessare di essere stato a lungo accanito collezionista e spudorato indossatore. Non ho più voglia di niente. Forse ho solo voglia di piangere. Magari mi divertirebbe un cocktail con il gruppo dirigente di quel popolo di formiche che vedo spaventosamente intente ai loro traffici, lavori, spostamenti, ripensamenti improvvisi, drastici mutamenti di direzione. Loro ci annegherebbero dentro, magari. Io gradirei comunque, maghari, scemo che non sono altro.

    

     Sto continuando a perdermi in divagazioni decisamente inconcludenti, vedo. Lo so, ne ho coscienza, ne percepisco l’insensatezza e forse l’imbecillità, ma la curva di quella che magari con troppo sussiego mi attento a definire la mia personalità non mi permette di fare altro: almeno per ora, in quell’hic et nunc che va tanto di moda tra gli infiniti cultori di filosofia in pillole che giocano a fare i piccoli Schopenhauer senza essere neppure i nipotini di Augusto Vera, poniamo: qualcuno di cui nessuno, in vita e in morte, s’era mai accorto, ma al quale da queste parti è dedicata una strada – anonima, banale, in certo qual modo inverosimile – con la pomposa qualifica di “Filosofo”, very well, proprio lì, a due passi da casa mia, coi marciapiedi coperti di foglie gialle e vinaccia e alle inferriate dei muretti festoni appassiti di vegetazione stonata, già presa nel suo mal d’autunno. Laggiù verso il mare il tempo minaccia pioggia, c’è un cielo grigioferro crudo che tra poco esploderà in un temporale iroso, e allora tutta questa roba a geometria caoticamente variabile si trasformerà in pappetta scivolosa, somiglierà sempre più alla triste minestrina dei miei pensieri, delle mie stupide congetture ansiogene…

     

     La mia personalità, ho sussurrato poco sopra: come dire l’insieme dei miei tic, lo scalcagnato esercito delle mie ossessioni frustrazioni disastri ecc. ecc. sempre pronto a una battaglia che non c’è mai stata. Ho voglia di piangere, e è tutto da ridere. Stop. Per cui, mi dico: ma  non sarebbe più intelligente e magari, sì maghari sparire, disfarsi in  fumo, mescolarsi a quel niente glaciale che sono le nubi laggiù, che certo tra poco daranno a questa città una bella sgrullata di grandine?

     Che non c’è più trippa per gatti, ormai – e magari non c’è mai stata, maghari, lo sanno anche i più tonti fra i moscerini. Perfino io l’ho capito, figurarsi: con un certo ritardo, ma l’ho capito.  Però, come sempre mi succede, senza correre ai ripari, prendere adeguati provvedimenti, come si dice. Niente. Una, due, tre, dieci tramvate in fronte, e questo coso qui che è il sottoscritto sunnominato, già, a covare propositi di rivincita, ripensamenti su questo o quel figlio di puttana che gliel’ha messo in quel posto con una dolcezza che neanche un prete pedofilo, questa o quella zoccola tènera come pandispagna che dopo massimo un semestre di spolpamento economico contro fica (ovviamente a rate fortemente distanziate), l’ha mollato giù dura, spietata – e com’è vero allora, anche se detesto le frasi fatte, che chi trova un amico trova un tesoro, o una disgrazia, a piacere, e che le donne portano solo danno: e, almeno a me che sono nato storto evidentemente, un bastimento di malinconia che non affonda mai...  

    

     So benissimo almeno una cosa, di quest’affare scombinato che chiamano vita: che in fondo, a differenza di pressoché tutti i miei simili, non mi sono mai voluto bene. Bene a me stesso, intendo: che – mi rendo conto – può lasciare allibiti i nove decimi di quelli denominati esseri umani, dal momento che risulta senza ombra di dubbio come tutti questi amabili bipedi siano innamorati prima che di ogni altro, di se stessi, loro beati.  Loro beatamente ciechi, ancor meglio detto.

 

     Con una certa intermittenza, anche perché altrimenti una continuità senza pause verrebbe a costituire in questo caso l’anticamera del delirio, mi provo a studiare le protuberanze e i crepacci di quel qualcosa di indefinibile che potrei definire sbrigativamente il mio esse, alla latina; insomma, in parole povere, le tumefazioni, i bozzi e le crepe, le fratture che lo segnano ormai indelebilmente. E col quale m’è sempre mancato lo scatto per andare oltre una generica indulgenza per questa  mediocrità dignitosa dalla cui bolla non sono mai riuscito a venir fuori, malgrado tutte le serrate campagne di autoaccuse, recriminazioni sui presunti errori compiuti, pentimenti per questa o quella porcheriola che col senno del poi ho reputato evitabilissima, e via e via…

     Alla fine di certe puerili colluttazioni con me stesso, una misera conquista: la coscienza, per quanto opaca, di un fallimento. Non di un fallimento nella vita, che riguarda poi la stragrande maggioranza dei miei simili, ma qualcosa di ben più irrimediabile – il fallimento dell’analisi delle ragioni del fallimento. Come dire, il buio.      

 

     So benissimo che venire in qualche modo a capo di questa o quella molecola della mia indole così fornita di magagne e carente di qualità non interessa a nessuno. Ci sono peripli esistenziali ben più eccitanti, su questo non ho dubbi. Chi mi conosce poco o tanto non avrà certo nessuna voglia di accrescere il pacchetto delle sue informazioni sul pregiato sottoscritto, dal momento che la vita  non fa che deragliarti addosso coi suoi convogli sgangherati e ciascuno ha ogni giorno le sue belle grane  per schivarne l’urto. Quanto alla massa degli altri, estranei, sconosciuti, anonimi che non hanno mai fatto parte neppure in misura minima della mia povera avventura, è noto che il loro cibo è un altro: quello delle vicende vere o inventate dei cosiddetti vip, insomma il mondo dei sogni che bene o male li aiuta a rimuovere via radio-tv o gossip eternato sulle pagine spaventose di certi settimanali quello reale, sempre così sfuggente, acuminato, livido, derisorio: davvero un arnese informe che sembra impossibile agguantare per il verso giusto, e quando questo accade penso proprio si tratti di una qualche miracolosa botta di culo, in attesa di pagare tutto, senza sconti e a interessi da strozzini.

     Il mio inguaribile ottimismo, dirà pure qualche spiritoso. Ma mi sia consentito aggiungere, in tutta modestia: la mia esperienza singola, che non è affatto singolare, e che senza nessun merito ma per puro e semplice calcolo delle probabilità assume valenza se non universale quantomeno collettiva – rien d’autre, per dirla nella lingua di Voltaire buon’anima. E certo (tra parentesi) scusandomi per la mia, che inesorabilmente conserva più di una sfumatura di burocratese che, malgrado le timide impennate e i deboli scarti, è condannata a risentire dalla mia turpe pratica professionale. Trent’otto anni al Ministero per i Rapporti con il Parlamento in qualità di segretario à tout faire di questo o quel Sottosegretario non sono una sorsata d’acqua: sono un timbro indelebile. Un tatuaggio volontario o involontario che ti bolla per la vita, pax.

     Di quell’esperienza impastata di goffaggini, idiozie, decisioni risibilmente contraddittorie, carognate e rari lampi di intelligenza politica, mi resta quasi esclusivamente una memoria visiva fatta di corridoi infiniti e stanze sgranate una dopo l’altra in una sequenza che definire da incubo sarebbe anche troppo generoso. Più giusto, credo, sarebbe considerarla, ormai al sicuro da ogni rischio, un enorme trastullo seriale perennemente in cerca di questa o quella pompa atta in qualche misura a giustificarne l’esistenza e l’essenza, l’enigma e la necessità. Ma l’immagine scolpita e per così dire, araldica dei  luoghi in cui ho fornito le mie modeste prestazioni, sono le stanze. Le interminabili Stanze per una Giostra che nessuno riusciva a capire perfettamente, perché davvero l’insensatezza vinceva ogni ombra di progetto: appunto tra noi, rifugiandoci dietro lo scudo di una fragilissima autoironia, ci chiamavamo “stanziali”.

 

     Non so se io abbia (ancora) una faccia ministeriale, ma francamente ormai, al punto in cui sono (in quiescenza da cinque anni, titolare di una pensione più che decente, single incallito e per così dire preterintenzionale, senza neppure un parente lontanissimo in questa città che – malgrado tutto quello che si blatera sulla sua Grande Bellezza – a me fa sempre più l’effetto di un carcere, una tagliola, un tranello volgare, in fondo, prima che feroce), non me ne frega un beneamato. Ci vivo, o ci sopravvivo da superstite, ne conosco a menadito le insidie e le seduzioni, ne ricavo soprattutto noia, una noia senza scampo, continuo tra me e me a chiamarmi sempre meno dott. Furio Corvi – e sempre più impelagato in un’abitudine tra l’idiota e l’affettuoso, Furiocorvi, Furetto, Corvetto, Corfù, facendomi ancora incorreggibilmente lancinare di quando in quando da quel ferocissimo Fuco caduco che è stato per i tre anni tormentosi della nostra relazione il cavallo di battaglia di quella Torturatrice indefessa di cui non farò mai il nome: e questa, forse, è pure una miserevole vendetta, un rimasuglio da cani. Chi s’accontenta gode. Io, che sono incapace di godere, me lo faccio bastare questo rimasuglio. Stop.

 

     Ogni volta mi guardo allo specchio per non riconoscermi: con un’attenzione inquisitoria, un astio che non accenna a calare di un millesimo di grado. In servizio, sì, il sottoscritto dott. Corvi, s’era conquistato sul campo la fama di  funzionario infallibile. Terribilmente pignolo. Terribilmente onesto. Ora mi chiedo senza saper rispondere che senso potessero avere, e avessero, quella precisione, quella puntualità, quell’onestà. Già, soprattutto quell’onestà: dal momento che era poi la qualità meno richiesta, meno apprezzata e meno premiata. La mia carriera infatti ha tenuto un passo da nessun punto di vista eccezionale: delle mie possibili doti è sempre stato positivamente valutato un atteggiamento che potrei chiamare di dignitosa obbedienza, una deferenza nei confronti dei superiori del tutto priva di servilismo – qualcosa insomma che per tutti costoro (per i quali la rettitudine e la dignità valevano zero) costituiva un’entità trascurabilissima. Io ne ero perfettamente al corrente, e proprio per ciò a questa sorta di maniglia evanescente mi aggrappavo come al più solido e rassicurante degli appigli, che venne a significare negli anni qualcosa di molto simile a un amuleto, una difesa non dichiarata contro ogni possibile sopruso esterno e ogni possibile cedimento della mia coerenza: insieme giustificazione etica del mio comportamento e invisibile pratica magica. Com’è vero che anche nelle culture considerate “superiori” certi rituali in qualche modo apparentabili a superstizioni di vario genere trovano spazio e integrazione… La mia pratica invisibile, il mio amuleto inespresso, alla fine, erano il mio voo-doo. Non me ne vergognavo e non me ne vergogno, anche se le attuali circostanze della mia vita sbagliata non ne esigono più l’intervento, e ormai li vedo plasticamente come degli oggetti inservibili: meglio, come animali domestici che per lunghi anni mi sono stati fedelmente vicini, tornati finalmente al loro stato selvatico, nomade, randagio. Tornati al loro nulla, ecco.   

                                                       

     Sto facendo raccolta di scarti, un accumulo decisamente disordinato di rifiuti, avanzi, cianfrusaglie, vario ciarpame col quale ho condiviso volente o nolente i giorni che ho vissuto, per così dire, i mattini che mi sono provato a respirare più liberamente, le notti che mi sono illuso di consacrare a questa o quella piccola gioia… Come aprire un baule immediatamente richiuso con violenza. Come tirare su una lenza che sembra pesante e quando vai a verificare trovi solo l’amo vuoto. Questo, credo, dovrebbe bastare a convincermi dell’assoluta inanità di ammassare dati, memorie, progetti di progetti mancati, cretinate, azzardi insensati, meschinissime vittorie e, con una prevalenza schiacciante, sconfitte vere, dure, inequivocabili. La fatica serve forse a darmi informazioni attendibili sul mio profilo caratteriale, sul caos della mia psiche, sulla mia intelligenza che ho sempre francamente stimato collocata ai piani alti di quella media, cioè a dire di quella mediocre? Sarei portato a rispondere di no. E allora? Perché insistere a rimuginare in questa marmellata rancida che mi pare cominci a emanare un sentore di putrido sempre più acuto mano a mano che mi provo a procedere nelle zone basse del barattolo? Forse per puntiglio balordo nei confronti del cosiddetto passato che non passa? Per la speranza di scoprire chissà quale territorio sconosciuto nei meandri dissestati del mio sistema nervoso in frantumi? Per ambigua condiscendenza verso me stesso al confronto con Quella Certa Persona? Per sfida buttata in faccia a chi? Per sfogo? Per farmi compagnia? Per far finta di sopravvivere alla mia vita che non c’è mai stata?

     Ma no, no. Per tener fede a un dovere, semplicemente. Per onorare un impegno preso sul filo di un enigma: per nient’altro che questo, credo – tuttavia senza esserne del tutto sicuro. E tutto ciò non è in fondo altro che l’introibo alla vera questione. Pardon. Spero solo, intanto, che non mi si prenda per un buffone che butta chiacchiere al vento. Via, mi si consideri pure un ventriloquo, un grillo in delirio, un matto farneticante… Bon. Questi per me non sono epiteti offensivi, sono soltanto definizioni, molto imperfette peraltro, della nostra inadeguatezza alla vita.

 

     Ho detto un momento fa qualcosa sulla mia modesta intelligenza, e mi pare giusto – anche per garantirmi in qualche misura contro illazioni malevole – portare qualche timida pezza d’appoggio. Beh sì, laurea in Giurisprudenza 110 cum laude (francamente, niente male: e mi si consenta di abbozzare un velocissimo sorriso), un master all’UCLA di Los Angeles, alcune pubblicazioni entro il quadro della disciplina nell’ambito della quale ho prestato servizio per trentott’anni, mi piace ripeterlo. Più letture varie, liberamente random, prevalentemente letterarie… Conservo ancora una memoria piuttosto lucida, ed ecco allora le frequenti citazioni regalate a me stesso silenziosamente o a voce alta di classici senza tempo, che poi sono modi appena occultati di rivivere le emozioni che in gioventù quei testi furono capaci di comunicarmi, riesumazioni non dette di ricordi a loro legati, infine prove di sopravvivenza sorrette da stampelle che non cedono mai…

     Nel mio studio domestico o in uno di quei luoghi così laicamente mistici che sono ad es. le Catacombe di San Callisto o quelle di Santa Domitilla, prove terribilmente in ritardo ma neanche troppo malriuscite di quel remotissimo Eden di cui favoleggia la Bibbia, libro di inaudita arroganza e inaudita ferocia… Una gran pace in quei luoghi, davvero posti dove la solitudine può ancora riempirsi di immagini, sussurri, memorie, utopia… E dove pronunciare qualche frammento di grandi scritture remote o meno depositato nel Reparto Reminiscenze di questo mio cervello scombiccherato costituisce ancora un conforto, nel caos avvelenato, nell’urlante marasma di questa città che mi rifiuta e che rifiuto senza remissione, ormai.

 

     Citazioni assaporate nel palato prima che la glòttide la trasmetta alle corde vocali. Un piacere fisico, con una sua strana componente erotica di volta in volta piena di morbidezza o di crudeltà. Frammenti impeccabili, eppure lontani da qualsiasi imbalsamazione, di una consapevolezza senza compromessi, quindi di un’intelligenza superiore e tuttavia disponibile per tutti i poveri volenterosi avidi come il sottoscritto di coglierne lo splendore riflesso…

     Che so, passi del De bello gallico di Giulio Cesare… Ma non solo l’incipit celeberrimo che fa Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur… Troppo facile. Qualcosa di meno ovvio, invece. Qualcosa di più sofisticato e di meno lapalissiano, per così dire. Come ad es. il guardingo elogio degli Svevi, libro IV, che è anche una lezione, un monito da trasmettere al popolo romano, e che scandisce Hi centum pagos, ex quibus quotannis singula milia armatorum bellandi causa ex finibus educunt. Reliqui, qui domi manserunt, se atque illos alunt; hi rursus in vicem anno in armis sunt, illi domi remanent. Sic neque agri cultura nec ratio atque usus belli intermittitur

     Dio mio, il guerriero senza pietà e con l’oculato uso dell’indulgenza che conquista, sottomette e integra i barbari dentro l’immenso corpo di Roma, oppure – senza un’ombra d’esitazione - schiaccia chi resiste al suo tallone di ferro, e al tempo stesso nutre dentro di sé l’intellettuale implacabile che schiantando il nemico col frontale delle sue legioni non smette un attimo di valutare il quadro delle differenze e delle affinità per impadronirsi della cultura del vinto e metterla in carniere, da antropologo attentissimo e da sommo stratega: un miracolo ben prima di Cristo…

     E poi, il dialogo terribile tra Ifigenia e Oreste scolpito nel sangue della memoria sconfitta nell’Ifigenia in Tauride dell’empio Euripide, nel tratto in cui Ifigenia si rivolge al fratello Oreste che non ha riconosciuto: “La faccenda di Troia la conosci, se ne parla dappertutto. E Oreste, che ne ha passate da non dire, replica: Magari non ne sapessi niente, neanche in sogno… Davvero un sanguinoso colpo di pugnale inferto a se stesso…

     Oppure qualche passo particolarmente annodato del Ronsard di Les Amours quando dice Vivre sans volupté, c’est vivre sous la terre e insieme, contraddittoriamente, Ni les combats des amoreuses nuits, / Ni les plaisirs que les amours conçoivent, / Ni les faveurs que les amants reçoivent, / Ne valent pas un seul de mes ennuis, per poi precipitare nel regret piuttosto disperato, totalmente laico e quasi muto di quel congedo senza risposta che fa Amour, je prends congé de ta menteuse école, / Où j’ai perdu l’esprit, la raison et les sens

     E ancora, ovviamente, con gli occhi a questa mia Roma che sempre più deperisce e s’infogna, il Baudelaire di Le Cygne, in cui è proclamato con giusta superbia il manifesto della poesia moderna… Paris change! mais rien dans ma mélancolie / N’a bougé! palais neufs, échafaudages, blocs, / Vieux faubourgs, tout pour moi devient allégorie, / Et mes chers souvenirs sont plus lourds que des rocs... E via e via, senza freni: Ad es., eccomi frequentemente intrigato da quel delizioso paroliere che fa di nome Prévert, il quale ruba impunemente da tutti i magazzini e diluisce benissimo il tono supercilioso dei surrealisti, non escluso Eluard… L’elegiaco Eluard, intendo, che scrive C’est entendu je hais le règne des bourgeois / Le règne des flics et des pretres / Mai je hais plus encore l’homme qui ne les hait pas / Comme moi / De toutes ses forces… E, quasi a rispondergli col suo beffardo orgue de Barbarie, ecco appunto il Prévert che sghignazza Un pied sur la rive droite, un pied sur la rive gauche / et le troisième au derrière des imbéciles…  

     Retrocedendo negli anni, lo sconfinato Leopardi che continua a regalarci, generoso lui, frammenti sfavillanti della sua statua gigantesca… E l’attacco di quella sapientissima follia che è il Don Quijote, e ancora i Trovatori licenziosi, quelli della scortesia (Guilhem de Berguedan, per dire, o Peire Duran, o Arnaut Daniel), e quindi i nostri pre-danteschi, con in testa a tutti i due Guidi, Guinizelli e Cavalcanti, quando dicono (il primo) Sì sono angostioso e pien di doglia / e di molti sospiri e di rancura, / che non posso saver quel che mi voglia / e qual poss’esser mia la mia ventura – e il secondo, con un’interrogazione a suo modo abissale: Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira, / che fa tremar di claritate l’are / e mena seco Amor , sì che parlare / null’omo pote, ma ciascun sospira?

     E poi, alla rinfusa, quando la memoria avverte insopprimibile il bisogno di affondare nella nostalgia della lontananza più morta da questo nostro cadaverico presente, ecco Lucrezio, l’uomo della “fiorente giovinezza del mondo” che afferma da temerario spregiatore di ogni superstizione come “nil posse creari de nilo”… E ancora Catullo che, sapendo di poter solo perdere, non rinuncia a battersi in duello col proprio destino e sussurra alla sua recalcitrante “Vivamus, mea Lesbia, atque amemus / rumoresque senium severiorum / omnes unius aestimemus assis” perdendosi nel suo delirio erotico, così, così, “nox est perpetua una dormienda. / Da mi basia mille, deinde centum, / dein mille altera, dein secunda centum, / deinde usque altera mille, / deinde centum / dein …”  E infine il sarcastico vincitore della morte che si chiama Petronio, arbitro di eleganze letterarie ed esistenziali fino al suo ultimo respiro, il cui gran libro due volte mi sono provato a voltare nel disonesto italiano dei nostri giorni senza mai uscire soddisfatto dalla sfida, per cui tengo ancora lì, nel secondo cassetto della mia scrivania Luigi XIV, molto malinconicamente, i due tormentatissimi blocchi di un tentativo impossibile…    

 

     Non sto allestendo un teatrino autobiografico, intendiamoci. La mia vita è di per sé un soggetto tutt’altro che attraente, per cui, anche ad avere la debolezza di metterla in vetrina, il risultato sarebbe solo quello di una squallida ovvietà. Mi rendo conto di star rivolgendo contro di me il cosiddetto “fuoco amico”, ma proprio non credo che, anche ad arricchirne la sostanziale pochezza con trucchi di scena, fondali e costumi fantasiosi, le cose cambierebbero di molto.

     Gli anni che mi si sono delicatamente o brutalmente depositati addosso non riesco a percepirli ormai, lo ripeto, che come un impasto insapore, una minestra insipida che riesco a trangugiare solo inserendo di quando in quando nella sua mistura sgradevole le lucenti armature di parole di cui ho detto poco fa, o l’ascolto di certi pezzi di musica come quello da cui sono uscito stamattina intorno alle dieci e trenta, prima di incontrare un sedicente amico che non vedevo né sentivo da anni, proprio un ectoplasma che a primo impatto ho faticato un po’ a rivestire di ossa e carne – delle ossa e della carne che ricordavo, voglio dire.

     L’ascolto, quello delle Variazioni Goldberg di Bach interpretate da quel sinistro deus ex machina che è Glenn Gould, roba che come si sa contiene ed emana un senso allucinato della musica, qualcosa che non manifesta un’opzione stilistica ma addirittura il possesso di un corpus insieme materiale e mistico, in una sorta di padronalità cannibalica… Vogliamo ricordare che il conturbante criminale antropofago Hannibal Lecter, protagonista del film di Thomas Harris Il silenzio degli innocenti, pone tra i suoi feticci estetici appunto le Variazioni Goldberg (stemma di diversità violentemente sofisticato, di snobismo inimitabile)? Vogliamo ricordare che nel romanzo di Thomas Bernhard Il soccombente, apparso nel 1983, il narratore e l’amico Wertheimer abbandonano lo studio del pianoforte dopo aver ascoltato sconvolti le Variazioni suonate da Gould? Vogliamo ricordare che la celebre scrittrice Muriel Berthe Cummings, anche lei – come Glenn Gould – canadese, anche lei di Toronto (as chance would have it!), suicida il giorno del suo 45esimo compleanno, s’è impiccata mentre dal suo studio si diffondevano le note delle Variazioni Goldberg nell’interpretazione di Gould?

Si può anche, volendo (e volendolo in malafede), parlare di casuali agganci a una moda travolgente che tra gli anni Cinquanta e i primi Ottanta del secolo scorso attraversò il mondo: ma non credo che basti. Parliamo piuttosto, forse con un briciolo di fondatezza in più, di ossessione. Meglio: di attrazione fatale per la morte, coltivata da artisti di una specie assolutamente particolare. Qualcosa, mi pare, da cui non sono mai stato affetto; eppure il fascino perverso che su di me continua a esercitare la musica ri-creata dal pianista impareggiabile è un dato di fatto che non posso negare.

 

     Ho provato, durante l’improbabile incontro con l’amico improvvisamente tornato a materializzarsi davanti a me, a farlo in qualche modo partecipe. Non sapevo a quale argomento potessi afferrarmi per non franare in un silenzio che mi pareva alla fine l’unica risposta alla sua banalità, che ora, dopo più di un decennio, mi appariva ancor più insopportabile. Se non l’ho fatto, tutto il merito è da attribuire alla mia cortesia diplomatica, alla mia ipocrisia professionale diciamo pure. I miei trentott’anni di ministerialità, ripeto: le mie inguaribili stimmate. Lui, il banalissimo amico, davvero solo un succedaneo scadente, ignorava completamente il mitico pianista canadese, e lo confessò senza ombra di imbarazzo. Stavamo seduti da mezz’ora a un tavolino di Canova a piazza del Popolo, avevamo cianciato del più e del meno, come si dice, mi chiedevo se quell’incontro fosse reale o non invece la pura e semplice proiezione di un film idiota su uno schermo sporco: e a quel punto mi sono trovato in apnea, sono andato stravolto alla cassa, ho pagato, ho stretto la mano a lui che poveretto non si capacitava, ho farfugliato non so che scusa, me ne sono andato come fuggendo, in cerca di un taxi. Qualcuno, forse lo spettro inquieto di Glenn Gould, mi aveva teso quella trappola.                    

 

     Sopravvivo in questo paese mancato in cui non mi piace vivere, e lo dichiaro senza nessuna supponenza. Non riesco da alcuni anni a vedere più l’Italia che pure ho amato, mi ha affascinato, mi ha stretto nelle sue spire proprio come una donna. Un luogo della terra, voglio dire, dotato di una sua maschia bellezza e insieme di un’avvolgente mollezza femminile. Qualcosa di unico al mondo, davvero. So di ripetere una considerazione di scontatissimo senso comune ma senza provarne ombra di imbarazzo, perché è l’incontrovertibile verità. Io, che mi sono sempre considerato politicamente un moderato, ho smesso perfino di indignarmi davanti a un declino che sembra voluto dalla classe dirigente di cui anch’io in misura ridotta ho pure fatto parte – nel senso che la miseranda politica senza progetto dei nostri anni ha azzoppato l’Università, ha mandato al diavolo la scuola, e di conserva gli imprenditori mangiaerario hanno messo in soffitta ricerca, innovazione e gusto del rischio, cosicché questo paese eternamente in prova s’è giocata la sola chance che gli fosse rimasta per uscire dalla cosiddetta crisi, che è il capitale umano… 

     Perfino di indignarmi, sì. Ciò che mi resta è il disgusto per questo quotidiano franare verso una direzione che non si vede mai, la nausea per l’altissima marea di volgarità e di stronzaggine che sembra annegare tutto, dalla conversazione alla prosa dei giornali, dal blablabla radiotelevisivo alle dichiarazioni dei politici, dal mercato della letteratura a quello dell’arte. Avidità, insipienza, inettitudine nel dare un minimo di senso plausibile a quel che si dice o si fa in nome del cosiddetto popolo italiano, che poi già di suo ci mette, in questo disastro, un bel carico da undici…

 

     Non ho mai sopportato gli esibizionisti, quindi figuriamoci se parlare di me può essere un ùzzolo buono a solleticare la mia vanità. Il fatto è che se voglio parlare nel modo più corretto di Quella Certa Persona sono costretto a dire di me qualcosa che mi aiuti a capire un po’ meglio di che pasta io sia, fin dove possa arrivare nell’esplorazione delle scarse profondità della mia coscienza, della mia incoscienza e del mio inconscio, insomma tentare di conoscermi un po’ meglio di quanto la mia superbietta di supposto auto-onnisciente non si sia fin qui preoccupata di fare. Magari a partire dai piedi, meglio – dalle scarpe, che mi sono sempre piaciute non modaiole ma di qualità alta, e al momento sono rimaste, svanita la passione per le cravatte, l’unico tiepido fuoco del mio abbigliamento. Insomma: una questione di credibilità nei miei confronti da parte di coloro che leggeranno questa testimonianza, se così vogliamo chiamarla.

    

     Mi guardo intorno: se il mondo è una palla sgonfia che continua a scoppiare, questa Italia è un discount di specie infima. La maratona di New York vale l’ennesimo flop della Ferrari. Per Cassius Clay la vita è un ring invisibile. In Brasile il futebol prevede anche il sangue: giorni fa un arbitro è stato decapitato e la testa, occhi strappati e lingua tagliata, è stata lasciata in uno zaino davanti al giardino di casa: si sospettano storie di narcotraffico. Piercamillo Davigo dice che qui da noi si premia chi delinque, e forse non ha tutti i torti. Probabilmente papa Francesco è stato intercettato anche lui: il Datagate vìola il Vaticano, ma Bergoglio dice buongiorno dalla finestra e non fa una piega.

    

     Per tornare al mio privato, o meglio: alla mia intimità corporale: da qualche giorno sono un po’ stitico. Kakapokokifapokomoto, dice quel proverbio nippo-romanesco in voga negli anni della mia prima adolescenza. E’ appunto il mio caso. Cammino poco, e la cosa non aiuta la digestione. Il fatto è che, oltre a aver perso curiosità per il mondo esterno, nella sua stupidità sempre più uguale a se stesso, la sola entità che alla fin fine non mi annoi, non mi provochi disagio, non mi dia troppa irritazione, è la compagnia del meschino sottoscritto: id est quella di un uomo che s’è preso l’impegno spinoso di parlare con la massima sincerità di un altro uomo che gli è stato anche troppo generosamente amico: una specie di autotransfert psicanalitico insomma, che se non sarà risolutivo per me potrà forse rispondere, almeno in qualche assai impreciso modo, a spiegare l’enigma che ancora circonda la sua imponente figura di scomparso.

     La figura dell’Altro che non c’è più, già. Che è anche quella di qualcuno che esprimeva un’alterità in qualche modo inaccessibile senza mai premere il pedale del narcisismo impudente, e anzi marcando la propria distanza anche con una disponibilità generosa ma pure terribilmente mirata ad excludendum, nei confronti di molti che, almeno mi sembra, non lo hanno ripagato con pari dosi di gratitudine. Per non dare alle sue altruistiche attenzioni, forse, uno stigma intrinsecamente umiliante. Per leggerezza. Magari per abolire lo stesso obbligo di riconoscenza che non potevano non sentire. Mah. A nessuno piace ammettere di aver fruito dell’aiuto disinteressato di un benefattore, per il semplice motivo che è sempre molto difficile distinguere fra vantaggio e merito, una volta acquisito il primo.  

     Basta. Non voglio impantanarmi nell’acquitrino di patetici moralismi, roba che sempre  confina pericolosamente con taciuti complessi di superiorità. Preferisco pensare che le ragioni della mia modestissima Weltanschauung continuino ad avere una plausibilità solo se non escludono la magia del colpo di dadi – ed ecco allora che colgo come un episodio immensamente rappresentativo, toh, una sorta di allegra microallegoria del caso, la presenza di questa foglia lanceolata rosso ruggine addolcita da un’appassionata striatura verde chiaro che chissà come è finita sul ripiano della mia scrivania, forse un colpo di vento che l’ha staccata dal ramo per depositarla qui come il segno di una vita non ancora estinta pur nel suo essere ormai soltanto un simulacro, forse solo un sollievo alle mie mestizie, alle mie acredini irrisolte, o anche un messaggio vegetale da decifrare nella sua implacabile leggerezza, o un semplice preannuncio del mio stesso appassire, decadere, spegnermi. Sciocchezze, alla fine. Divagazioni di una mente snervata. Cazzate, voilà – per dirla nel gergo volàtile dei croupiers.

    

     Si parla con troppa irresponsabilità di amicizie. Si parla di conoscenze, in realtà senza conoscere la natura profonda delle une e delle altre. E’ questa considerazione a inibirmi la pretesa di poter aprire la cassaforte custodita nel modo di stare al mondo di Quella Certa Persona. Quanto sto scrivendo è quindi probabilmente soprattutto un tentativo di sorreggere la mia carcassa per interposto individuo (o interposto fantasma). Tutto ciò che posso garantire è una franchezza spinta fino alla crudeltà; e se non basta la mia parola, non ho davvero altro da offrire come avallo. Pace.

    

     Ventidue anni fa, proprio in una giornata incorporea come questa qui di oggi e di ora, stracco residuo di un autunno che non vuole lasciare campo all’inverno, mi trovavo a Bologna in missione con un collega. Avevamo trascorso la mattinata in una riunione d’ufficio perdendo tempo su certi affari di panna montata: e l’avevamo fatto col solito scrupolo degno di miglior causa. Avevamo appena aggredito un tratto dei 37 km di portici della città, passeggiando rilassati e già col pensiero e il palato al pranzo che di lì a poco avremmo consumato in una trattoria a me ben nota, Teresina in via Oberdan, covo attendibilissimo di gastronomia locale, quando mi sentii chiamare da una voce non estranea, anche se, a caldo, di imprecisato titolare : “Furetto! Furetto!”   

     Un nomignolo che tornò a infastidirmi. Mi voltai verso la fonte da cui era stato emesso, e riconobbi, seduta al tavolino di un bar, una vecchia conoscenza: Nuto Barcon, un collega di ministero che anni prima era stato dietro sua domanda trasferito a Bologna – persona alquanto insignificante ma dotata di strenuo spirito traffichino e con la fissazione di entrare, anche per l’incontenibile spinta della moglie, donnetta di miserande ambizioni, nel cerchio magico delle Very Important Persons. Quando una volta m’aveva comunicato raggiante al telefono di essere stato invitato a cena con altri amici a casa di Lucio Dalla, lo avevo annichilito con un gelido “Complimenti. Salutamelo, ciao”. Da allora non avevo più avuto notizie di lui.

 

     S’era alzato dalla poltroncina e ora veniva verso di me. Mi abbracciò prima che io potessi evitarlo, mi buttò addosso i soliti convenevoli del come stai, chi non muore si rivede, ma quanto tempo buon Dio, finalmente ci ritroviamo in questa Bononia felix, è proprio un miracolo; e mi trascinò, è quasi il caso di dire, al suo tavolino. Lì era rimasta seduta un’altra persona che gratificò me e il mio collega di uno sguardo rapido pieno di disinteresse e nel momento che Barcon ci presentò non fece che abbassare la testa con deferenza molto formale.

“Siete miei ospiti per un aperitivo, naturalmente”, disse Barcon.

Fece un segno al cameriere mezz’età, che si avvicinò.

“Due Campari, okay?”

Allargai le braccia sopraffatto, guardai il mio collega che abbozzò un silenzioso segno di assenso, risposi “Bene, vada per i Campari. Grazie”.

Barcon prese a battere il tasto del come vanno le cose in ufficio, che ci prepara di nuovo la capitale, cosa credi anche da lontano seguo la tua brillante carriera, e io, terrorizzato, spostai nel modo più scialbo la barra a nord:

“Svèlami piuttosto cos’ha di bello questa Bologna di cui tutti dicono mirabilia… La conosco poco, e sono ansioso di cadere nelle sue reti…”

Lui si prese una pausa sospettosa, poi sparò greve:

“C’è gente allegra, e si mangia bene da matti. E’ sempre una guerra con la cintura, amico mio”.

Sorriso grassoccio.

“Belle donne, poi” aggiunse. “Che aiutano a vivere”.

Era visibilmente incerto se avesse esagerato; per cui, di fronte alla nostra accondiscendenza silenziosa firmata da una piega solidale delle labbra, cambiò di colpo registro:

“Beh, a parte questo, è un posto dove si respira cultura… L’anima di Morandi sembra ancora dipingere questi cieli… Poi c’è un grande poeta come Roversi, sai, quello che nel momento che per Lucio Dalla sembrava segnare la fine di una carriera partita magnificamente, ha salvato il cantante scrivendo testi che Dalla non capiva fino in fondo e insisteva a stravolgere, con grande disappunto del poeta… Poi c’è stato l’album Automobili, che Roversi ha firmato con uno pseudonimo, e questo voleva dire che l’amicizia, anzi la complicità tra i due era finita…”

     Aveva pronunciato l’ultima frase con la voce impostata, come stesse enunciando una verità nota a lui solo. Proprio un inguaribile coglione, mi dissi. Poi riprese: “E ancora, ancora – indicando la persona che era seduta accanto a lui – ci vivono uomini di straordinario valore come il signore che ci onora della sua presenza a questo bar sicuramente indegno di lui… Sto parlando di uno dei maggiori poeti e scrittori italiani, e non aggiungo altro…”   

     L’altro, del quale con le presentazioni non avevo capito il nome, e che magari non mi avrebbe detto granché viste le mie forti lacune in fatto di letteratura contemporanea, non alterò di un millimetro una cert’aria imperturbabile dalla quale non affiorava uno straccio di curiosità per le nostre chiacchiere. Più che irritarmi, la cosa mi stupiva. Era come se non avesse niente a che fare con noi, gentilmente sigillato in un altrove privo di qualsiasi rapporto coi tre personaggi seduti con lui a quel tavolo di bar.

“Se domani vi trattenete ancora a Bologna – fece Barcon – venite alla serata reading che vedrà come protagonista la nostra gloria letteraria cittadina nell’aula magna dell’Archiginnasio…”

Ebbi un attimo di esitazione. Nel mio collega non colsi nessun segno di contrarietà.

“Domani mattina siamo impegnati in Regione, ma forse nel pomeriggio…”

Barcon ebbe un guizzo di soddisfazione.

“Bene! Bene! La manifestazione comincia alle diciassette e trenta, quindi per voi è imperdibile!”

La gloria cittadina taceva. Mah, mi dissi, sarà pure un padreterno della scrittura, ma certo quanto a loquela è un analfabeta o un muto… O magari solo un impertinente, maghari

Mi stupiva l’interesse col quale da alcuni minuti seguiva con lo sguardo attraverso i vetri i due camerieri che si muovevano sfarfallando all’interno del locale.

A un tratto se ne uscì impersonalmente, come rivolto a se stesso, voce assolutamente àtona:

“Spesso i camerieri sono l’emblema più immediato dell’infelicità”.

La frase ci rovinò addosso con la violenza di una slavina  Ebbe il potere di spiazzarmi, riportandomi di colpo alla realtà.

Con gli occhi fissi nel vuoto soggiunse:

“La cosa terribile è che loro non se ne accorgono. Peccato”.

Le labbra appena arricciate in un aborto di sorriso tra crudeltà e ironia, chiosò, come a sciogliere il nostro silenzio imbarazzato:

“Oh beh, nient’altro che una battutaccia da bar, appunto”.

Guardai la faccia di quell’uomo e all’improvviso la scoprii come un luogo attraversato da un intreccio di emozioni controllatissime eppure definitive. C’era qualcosa di simile a un dolore impassibile, che a un tratto si sciolse in un’arguzia di alleggerimento con su una spolverata di sarcasmo:   

“Capisco che al mondo ci sono problemi ben più gravi delle angosce sia pure rispettabilissime dei camerieri… E mi scuso per…”

“Ma no, no, figurarsi” lo interruppe Barcon. Quindi, rivolto a me e al mio collega: “Vedete di cosa può essere capace la sensibilità di un grande artista?”

     Ora si sentiva al centro del palcoscenico, il gaglioffo. Provavo un  certo disgusto per lui, ma il mio interesse nei confronti del “suo” scrittore era indubbiamente cresciuto. Poche battute di quella persona che non conoscevo né sul piano umano né sul piano creativo erano state sufficienti a stuzzicare la mia curiosità di umanista della domenica. Non riuscivo a staccare gli occhi da quella sua faccia salda, fermissima eppure costantemente solcata da inquietudini e reazioni da decifrare, come fosse una sorta di codice arcaico lievemente butterato di caratteri cuneiformi,  figurazioni fugaci, labilissimi ideogrammi.     

     Per uscire da quella specie di vaneggiamento, mi rivolsi a lui d’emblée, incongruamente:

“Mi scusi professore, e scusi la possibile banalità della mia domanda… Se permette, da quel modesto ma appassionato lettore che sono, vorrei chiederle una delucidazione, per così dire, tecnica…”

I suoi occhi si chiusero appena un attimo, quindi li ebbi di nuovo su di me spalancati come due spie indolenti:

“Prego, s’immagini”.

Breve pausa da parte mia. Poi:

“Mah, mi piacerebbe sapere fino a che punto i fatti, gli eventi che lei racconta nei suoi romanzi e nei suoi racconti finiscono per determinare la forma dei suoi lavori…”

Lui chiuse di nuovo gli occhi, cancellò dalla sua espressione qualsiasi traccia di possibile supponenza, poi rispose, con voce neutra e al tempo stesso inflessibile:

“Ma veda, io non racconto fatti o eventi… Mi limito a far loro un po’ di spazio nel magma, e questo fa sì che io abbia la possibilità di cogliere con un po’ di fortuna il senso di questi fatti e di questi eventi, che di per sé sono pura insensatezza…”

Un attimo di esitazione; quindi, senza un filo di enfasi:

“Proprio come la vita, che non per caso può far rima con calamita, parassita, ferita. E volendo, dipartita”.     

Non avevo afferrato granché, ma lo stesso dissi, con una partecipazione cortese per verità non priva di un filo di stizzito stupore:

“Ho capito. La ringrazio per il prezioso chiarimento, professore”.

     Lui abbassò appena la testa e buttò gli occhi altrove: ma intanto, per un’associazione magari molto incongrua, chissà, ora mi saltano ai bordi della vaschetta della memoria il volto e la voce di un ex collega, che proprio qualche giorno fa ha creduto di deliziare il sottoscritto e un piccolo gruppo di amici con la declamazione di una ventina di couplets di sua composizione: un vezzo di cui va fiero da sempre, e che con l’età non s’è certo affievolito. Ne riporto qualcuno, più che altro in omaggio alla mia generosa capacità di sopportazione:

 

Ho fatto un concerto di scoregge

laureate in legge.

Chi sta con le mani in mano

ha una faccia da ruffiano.

 

In questi tempi ristretti

resta solo il caccia e metti.

 

Invece che a Balotelli

che va a caccia di fringuelli

il vero “Pallone d’oro”

spetta a Ludovico il Moro.

    

Chi c’ha le scarpe rotte

chiagne sì, ma non fotte.

 

Chi va troppo veloce

non arriva alla foce.

Chi assai lento procede

non abbusca mercede.

 

Oggi sì, la politica

che un tempo è stata mitica

anche nel furto a oltranza

è solo roba stitica.

 

Malgrado tutto, torno a dirmi, sia pure a colpi di stornello la patria è salva.

    

     “Beh, s’è fatta ora di pranzo” precisò Barcon con un filo d’impazienza. “E’ già l’una e mezzo. Cari amici, è stato davvero un piacere, che naturalmente si rinnoverà domani pomeriggio all’Archiginnasio…”

“Naturalmente” confermai.

Lo scrittore ringraziò in anticipo, e il quartetto si sciolse.  La calamita di Teresina in via Oberdan stava già esercitando potentemente il suo magnetismo sui nostri stomaci, e io francamente ero in preda a un turbamento che mi rifiutavo di associare all’impressione che su di me aveva prodotto l’illustre sconosciuto, come usa dire. Ero piuttosto irritato. Speravo soltanto, stupidamente, che la serata all’Archiginnasio potesse risolversi in un flop per quell’uomo che – supponevo – chiudeva in sé un’arroganza sconfinata. Avevo sempre creduto che l’arroganza fosse sinonimo di stupidità, e mi dava fastidio la sola ipotesi che almeno in un caso potesse non essere proprio così.

 

     Della serata all’Archiginnasio ho un ricordo tutt’altro che preciso, peraltro non dovuto al tempo trascorso, ma a qualcos’altro di ben più decisivo, credo. La rivedo ora come scontornata, qualcosa in assetto variabile ma sempre attorno a un asse inesorabilmente solido… Che so, una sorta di ellisse in via di costante ridefinizione, con lui, lo Scrittore, a occupare con la sua voce ora il centro ora gli apici dell’orbita, in una consonanza volutamente aritmica tra lui e l’Attrice che collaborava con sobrietà e senz’ombra di birignao alla scansione imperterrita e malvagia dei testi, mentre né lui né lei si mossero mai un attimo dalla posizione in piedi di fronte alla platea, uniche suppellettili di servizio un tavolino posacarte e due microfoni a stelo: due statue eleganti e impassibili.

     L’esibizione durò una cinquantina di minuti, e riuscì, questo posso dirlo con assoluta certezza, un efferato esercizio di tortura a spese del senso comune. Non volava una mosca, ma io sono portato a pensare che la più gran parte del pubblico, magari quella che si sarebbe aspettata una godibile scampagnata letteraria, ne sia rimasta stordita e magari indignata.

     Barcon sorrideva soddisfatto, senza capire granché, suppongo. Il mio collega aveva un’aria lievemente preoccupata. Io, con disappunto e insieme uno strano compiacimento, sentivo cedere l’armatura di latta del mio veteroumanesimo sotto i rostri di un sistema linguistico altro, di un pensiero altro, forse di un’altra vita più intrattabile, più dura ma indiscutibilmente più nostra, di noi, di qui, di ora.   

     Ero anch’io, alla fine, parte del pubblico. E mi trovavo di colpo in off side: sconvolto, ma non indignato. L’atteggiamento di quell’uomo che offriva con pacata sicurezza i suoi testi asintattici e urticanti a un’alquanto sconcertata platea non ebbe mai bisogno, per tutti i cinquanta minuti della sua esibizione, di scendere a patti un solo istante. C’era un piatto unico, senza alternative. Prego signori, questo e nient’altro offre il locale. Buon appetito, buon pro vi faccia.

     Quel che mi lasciò allibito fu l’assoluta mancanza di qualsiasi piaggeria nei confronti di un’entità come il Pubblico, che sicuramente dal suo punto di vista era da considerare a priori ostile. E tuttavia, mi turbò scoprire battuta dopo battuta che quel che inizialmente poteva sembrare arroganza andava trasformandosi pian piano in stile. In una totale mancanza di volgarità. In vigile naturalezza. Avrò modo di rifletterci su, mi dissi per non uscire da quel confronto con le ossa rotte e una resa senza condizioni.

     Non avevo nessuna voglia di mettermi in fila per felicitarmi col Protagonista della serata e con la sua partner. Lasciai a Barcon un biglietto da visita coi miei complimenti e un saluto, e lo pregai di consegnarlo al suo illustre amico, perché io e il mio collega proprio non potevamo trattenerci oltre.

 

 

 

Accadimenti vs smemoratezze

 

 

 

1.

 

 

     Naturalmente al mio rientro a Roma, una volta sbrigate le incombenze d’ufficio e messa a punto la relazione da sottoporre al Sottosegretario del Ministro dei Rapporti con il Parlamento, mi parve necessario opporre qualche difesa all’invadente curiosità di aggiornarmi a sufficienza sul lavoro dello Scrittore, che da quel momento presi a definire, con qualche sospetto e qualche attrazione, con la circonlocuzione che userò per l’intero corso di questa mia testimonianza: Quella Certa Persona.                                      

     Mi parve di avere un debito di gratitudine nei suoi confronti dal momento che s’era premurato di ringraziarmi per lettera del mio biglietto di saluti e felicitazioni, e questa fu una ragione in più perché mi precipitassi in libreria e acquistassi tre dei suoi libri ancora disponibili usciti negli ultimi cinque anni. Titoli non proprio tranquillizzanti, debbo dire: Ben poco da aggiungere; Elogio del disprezzo; Un sasso s’è sciolto nell’aria. Il primo e il terzo erano romanzi, il secondo un saggio.

     Li lessi come accostando tre oggetti da cui attendersi certamente qualche sorpresa, con una certa apprensione e una buona dose di sospetto – insomma, una sensazione altalenante fra attrazione e repulsione, fino alla mia resa. Sì, perché di fatto, addentrandomi nella lettura, mi pareva di avanzare con difficoltà e non senza irritazione in un paesaggio estraneo da cui peraltro emanasse un magnetismo di grande intensità, sgradevole e insieme affascinante. Un paesaggio che, pagina dopo pagina, pur non potendolo considerare familiare e rassicurante, mi invadeva debilitando progressivamente i miei apparati difensivi, fino a trasformarsi in una trappola.

     Negli autori che avevo letto e amato fino ad allora avevo cercato delle guide che sempre più compiutamente potessero rendermi un membro sia pure anonimo della tribù dei Privilegiati, insomma quelli che certi snob qualificano sbrigativamente come anime belle. Beh, nei testi di Quella Certa Persona non c’era nulla di tutto questo. C’era piuttosto una presenza di estrema durezza e di estrema eleganza, nonchalance, indifferenza alle convenzioni: di più, alle aspettative del lettore. Un esercizio di salutare frustrazione, ecco cosa fu per il sottoscritto la lettura di quei tre libri così fuori quadro, concepiti sul filo di un codice che rifiutava ogni transazione e non dava adito a alternative di sorta. Prendere o lasciare: ma tutto ciò, senza nessuna sfrontatezza, nessuna insolenza – proprio come se il lettore non esistesse che per ridursi a complice di un’operazione quantomeno eterodossa che gli veniva presentata senza alcuna volontà di stupire e nessuna pretesa di gratitudine.

 

     Esitai per varie settimane prima di inviargli una lettera improntata, debbo confessare, a un’ammirata franchezza. Gli dicevo insomma che c’era nei suoi testi una sicurezza del tutto priva di esibizionismo, in qualche modo innocente, ed era soprattutto questo ad aver provocato il mio interesse. Gli confessavo la mia grave incompetenza in ordine alla nostra letteratura vivente, e tuttavia, essendo in possesso di un bagaglio più che sufficiente di letture di classici che andavano in particolare dai latini agli italiani fino almeno a Verga e ai francesi tra Sette e Ottocento, potevo ritenermi sufficientemente in grado di giudicare almeno in termini generali il valore di un libro: e i suoi libri, appunto, mi parevano il frutto di un ingegno “capziosamente originale”. Sì, azzardai questa formula proprio in prova della mia franchezza, per significargli che accanto a un’indubbia ammirazione sussistevano in me elementi di perplessità dovuti a una sorta di sgomento davanti all’assoluta mancanza di “utilità” delle sue scritture. Lui non chiedeva nulla a nessuno, e questo era a dir poco allarmante. Ricordavo con un certo disorientamento che qualcuno a cui andava la mia stima incondizionata aveva detto tempo prima che qualsiasi testo letterario intelligente è sempre terribilmente utile. Ma utile a cosa? Mi chiedevo. Ad aggrovigliare ancora di più lo spaventoso groviglio del mondo? E rimanevo immerso nella mia nebbia, anche ora che m’ero imbattuto in certi modi di scrittura quanto meno anomali rispetto alla norma, eretici, eterodossi, insomma segnati da una diversità irrimediabile.

     Nelle sue pagine non c’era niente di descrittivo, di illustrativo o di logicamente plausibile. Tutto era oltre, apparteneva a un altro punto di vista e lasciava quindi il lettore senza nessuna difesa se non quella della propria consapevolezza di fronte all’abisso.          

    

     Dopo un paio di settimane mi arrivò la sua risposta, cortese e inflessibile:

 

Gentile amico,

debbo manifestarle la mia gratitudine, soprattutto per ciò che nei miei libri provoca la sua perplessità. Lei mi pare un giudice non prevenuto, e soprattutto capace di ascolto anche di fronte a situazioni espressive delle quali confessa di non possedere i meccanismi, quindi il motore attivo, e il loro senso, o controsenso – mi lasci passare il termine. La sento come un lettore sensibile, e soprattutto non dogmatico. Vorrei che per lei questo giudizio potesse significare un’assunzione di responsabilità: e detto da un autore “dogmaticamente” sperimentale come il sottoscritto, non è certo cosa da poco.

     Per cui, la invito caldamente ad assistere a una pubblica lettura di miei testi recenti che si terrà nell’auditorium di Castel Sant’Elmo a Napoli, il 5 aprile p.v., h. 17,30.

La sua presenza mi farebbe molto piacere, e così il suo giudizio. Naturalmente, lei sarà mio ospite in toto (viaggio compreso). Sperando di vederla in quella data, le porgo i miei saluti più cordiali, Nome e Cognome.

    

     Fui lusingato e intimorito da quell’invito. Un funzionario statale sia pure di rango elevato, e uno scrittore che faceva dell’azzardo il suo atout più irrinunciabile: quale confronto stravagante, e in fondo assurdo! Dopo un paio di giorni di incertezza, a decidermi per il sì fu il ricordo di un altro tipo di azzardo letterario, allo stesso tempo lontanissimo e simile a quello di Quella Certa Persona: la sfida di Stendhal tra la prosa del Code Civil e la propria scrittura – una gara continuamente rinnovata fra rigore neutralizzante e pregnanza dialettica. 

     Alla mia risposta affermativa seguì un suo biglietto col quale mi comunicava di aver prenotato per me una singola all’hotel Vesuvio. Un taxi mi avrebbe portato all’auditorium.

Confermai e ringraziai qualche giorno dopo, premurandomi per ogni evenienza di segnare in calce il numero del mio cellulare.

 

     In quell’epoca mi lasciavo trascinare da un flirt tra bizzarro e eccitante con una donna che chiamerò Frida. Laurea in Lingue con velleità di scrittrice, piuttosto disponibile e piuttosto indisponente. Lavorava nella Segreteria dell’Ambasciata di Francia in piazza Farnese: la cosa la lusingava e la faceva sentire in diritto di ritenersi un gradino più su rispetto ai suoi compatrioti, sottoscritto incluso: una specie di parigina casualmente di stanza a Roma, insomma. Consideravo il suo atteggiamento alquanto infantile, per cui non riusciva a irritarmi, e questo irritava lei. Instabile e imprevedibile, ecco cos’era, per cui non mi parve igienico portarla con me a Napoli. Ero già abbastanza in tensione di mio, quindi decisi di andare da solo a affrontare il drago, o almeno a sciogliere in parte l’enigma che forse non solo sul piano della creatività letteraria aveva preso a costituire per me Quella Certa Persona.

 

     Scesi all’hotel Vesuvio verso le sedici, e alle diciassette e quindici ero già all’ingresso dell’auditorium, che andò rapidamente riempiendosi di spettatori. Dopo una ventina di minuti si alzò il sipario, e si ripeté la scarna scenografia della serata all’Archiginnasio, con l’attrice che sembrava avere stavolta un ruolo forte di variazione vocale. Il solo ma decisivo elemento in più, che per chissà quanti poteva suonare come una sorta di schiaffo al gusto del pubblico, fu, dopo l’applauso, l’avvertenza scandita da una voce fuori campo che mise di colpo off side tutti i presenti, sottoscritto incluso e, va detto, sinceramente deluso:

  

QUESTO INCONTRO TRA (Nome e cognome) E IL PREGIATISSIMO PUBBLICO PREVEDE PER VOLONTà DEL PROTAGONISTA LA SEMPLICE LETTURA DI ALCUNI TESTI DELLO STESSO.

NON è PREVISTO QUINDI ALCUN ALTRO INTERVENTO IN QUESTA SEDE.

CHI VOLESSE ESPRIMERE UN GIUDIZIO SUI MATERIALI PROPOSTI O RIVOLGERE QUALCHE DOMANDA ALL’AUTORE POTRà FARLO SCRIVENDO ALL’INDIRIZZO MAIL DI QUEST’ULTIMO, CHE SARà RILASCIATO ALLA CASSA A TUTTI GLI SPETTATORI CHE NE FARANNO RICHIESTA.

GRAZIE.

 

     Si trattava senza dubbio di una procedura inaudita, e difatti il pubblico fu attraversato da un mormorìo di delusione e di scontento. Evidentemente, lo Scrittore non cercava nessuna simpatia preliminare né piativa forme eretiche di consenso o simili. Intendeva chiarire prima di tutto che la sua persona era soltanto un tramite fra la sua scrittura e il pubblico, non un feticcio da adorare o contro cui scagliare anatemi. Insomma, il linguaggio come prius che non abbisognava di addobbi, orpelli o altre suppellettili scandalose o accattivanti. Una realtà già ricca di se stessa, questo alla fine egli intendeva sottolineare perfino con una certa supponenza, come mi accadde di udire nei commenti di qualcuno tra i più avveduti dei presenti: e questo, malgrado la delusione, valeva già come riconoscimento di legittimità, non di arbitrio vanitoso. Fatto sta, dicevo tra me e me, che Quella Certa Persona ha sottratto al pubblico un diritto da sempre acquisito, e senza congruo preavviso. Qualcuno aveva letto questa sottrazione come un atto di arroganza. Qualcun altro, pochissimi per la verità, da contarsi sulle dita di una mano, espresse seccamente il suo dissenso alzandosi e uscendo dalla sala. Pensai con un se si vuole discutibilissimo divertimento che probabilmente lo Scrittore avesse messo nel conto questa eventualità, dal momento che di lì a poco lui e la sua partner apparvero dietro ai microfoni ed entrambi fecero un accenno di inchino in risposta all’ovazione che, se non fu proprio standing, non risultò certo neppure troppo fredda.

     Beh, mi dissi a precario conforto, se scrivere è difficile, vivere non lo è di meno. Per cui, mettiamoci all’ascolto.

 

     Il Nostro iniziò a leggere con una sorta di partecipazione indifferente, a pochi millimetri dall’impassibilità, una narrazione a struttura tentacolare che toccava in contemporanea una serie di situazioni che di colpo si saldavano in un grumo poco dopo frazionato e disperso, dove centro e periferia si scambiavano continuamente di ruolo. Ammesso che vi sia un centro, mi dicevo con apprensione. Ammesso che vi sia una periferia. Resisteva un plot che non accettava di essere del tutto annullato, ma che si sperperava in mille schegge per perdersi in un effetto di ridicolo, di parodia, di beffa. Il risultato era, me ne rendevo conto con stizzosa ammirazione, la costruzione decostruente di un plateau frantumato che senza dirlo presentava alla fine un conto oltremodo crudele: semplicemente la crudeltà della vita, commentai fra me e me. 

     Quella Certa Persona lesse il primo testo per venticinque minuti, col solo supporto sonoro di brucianti tocchi di clavicembalo che venivano da una fonte imprecisata. Probabilmente, nella concezione duramente calvinistica dell’esibizione, sarebbe stata di troppo perfino la presenza fisica dello strumento e del musicista.

     Nel momento stesso in cui rivolse al pubblico un Grazie sobrio sì ma non di maniera, scoppiò un applauso a macchia di leopardo, per così dire. Qua e là, da alcuni gruppi di spettatori giovani  e meno formattati, partivano frenetici battimani, fischi di approvazione e grida, Bravo! Bravo! Corri sul filo spinato! Non ti fermare! – a cui Quella Certa Persona concesse un accenno di sorriso come chiuso in se stesso, per tornare subito dopo alla solita espressione di cortese imperturbabilità, o qualcosa di simile, davvero non saprei essere più preciso.  

     Attaccò l’attrice. Un testo apparentemente opposto al primo, che ben presto si rivelò una specie di suo doppio rovesciato. Quanto era stata tutta tenuta su un registro di inattaccabile compostezza la lettura del pezzo precedente, tanto quella del secondo fu una catena di capriole vocali, di gridolini, di forsennato esercizio recitativo tutto su toni alti, altissimi, vertiginosi, che di colpo crollavano in osceni bla bla bla, in grugniti, in sordità gutturali, in rasoiate di silenzio… Un delirio, un farneticamento che parve aver annichilito il pubblico, e all’improvviso rientrò nel solco di una severità implacabile, che durò fino al termine quando cadde come una lama di ghigliottina. 

     Il teatro esplose. Tutto il pubblico s’era ricompattato in un atto di gratitudine e di felice stupore. Sul palcoscenico s’era svolto un rito demiurgico a due voci e gli spettatori, anche senza averne afferrato lucidamente il senso, ne erano rimasti – come il sottoscritto – invincibilmente stregati.

Ancora! Ancora! Bis! Biiis! Si udiva nel vocìo contagioso. Ma non avevano fatto i conti con Quella Certa Persona, che ora indicò la sua partner come la vera destinataria della standing ovation, pronunciò un Grazie più caloroso due, tre volte, baciò la mano della donna e alzando appena la sua destra in un saluto amichevole, la sospinse lievemente dietro le quinte, quasi sul ritmo degli ultimi accordi del clavicembalo.

 

     M’ero messo pazientemente in fila davanti al camerino per felicitarmi con entrambi. Eravamo un gruppo piuttosto nutrito, non ancora guarito dall’eccitazione provocata da quei cinquanta minuti di lettura. Non pochi, evidentemente ancora febbricitanti, continuavano a scambiarsi opinioni, giudizi, supposizioni, dubbi: e la cosa mi stupì, conoscendo gli italiani come un popolo particolarmente allergico alla cultura. Mi parve di essere precipitato di colpo su un altro pianeta, nel quale l’intelligenza non venisse continuamente umiliata. Non ho mica ascoltato Orazio o Properzio, mi dicevo: ho ascoltato qualcosa di remoto da loro anni luce… Eppure… Eppure… Un quid sotterraneo affiorava di tratto in tratto con violenza magica a renderli non uguali ma alternativamente simili, concepiti dentro un trattamento della lingua e del senso mai scontato, in un’avventura che faceva di un mix di dramma e umorismo, tragedia e sarcasmo, la propria Grande Illusione – per lasciare al lettore, o all’ascoltatore, una responsabilità protagonistica…

Elucubrazioni silenziose, pensieri in corsa disordinata che furono interrotti dal trillo del mio cellulare. Era proprio lui, Quella Certa Persona:

“Sono felice che lei sia qui, e la ringrazio. La prego, abbia la pazienza di attendere ancora dieci minuti al bar del vestibolo, e saremo da lei. Poi saremo onorati di averla nostro ospite a cena”.

Ero in uno stato di apprensione, che mi sforzai di nascondere.

“Bene, Maestro. A tra poco”.

Avevo preferito tagliare corto, con un tocco di cortesia formale. A cena avremmo avuto tutto il tempo di discutere di tutto o di niente, secondo la piegatura delle circostanze: per cui. Piuttosto, mi dissi nell’istante in cui chiudevo la comunicazione, ci sarebbe stata da considerare l’incognita della sua partner, qualcosa a cui avrei dovuto assegnare un ruolo in una partita ancora immersa in uno strano chiaroscuro…

 

     Andammo a cena al Gambrinus. Mangiammo bene e parlammo molto, eppure di quella serata ricordo solo tre cose: 1) la presenza discreta ma a suo modo stringente della sua partner, che mi fu presentata come Favilla (un nome? uno pseudonimo?) e che da subito vidi come qualcosa di ben più che una collaboratrice. Una scheggia viva e consistente della sua avventura creativa, per dirla in breve; 2) alcune considerazioni di lui, che ancora sento incancellabili nella mia memoria, ma che dico: nella mia mente. E che, a riportarle come vi si sono depositate, pèrdono certo un carattere fondamentale come il timbro tensivo e insieme astratto della sua voce, la convinzione non propagandistica che l’animava, insomma ciò che il tempo opacizza senza dissolverlo:

“Anche nella scrittura letteraria bisogna scegliere la complessità contro la semplificazione” aveva risposto alla mia pretesa forse alquanto populistica in ordine al rispetto dei diritti dei lettori.

“Ma i lettori hanno solo un diritto: quello di fare la stessa fatica dell’autore. Un autore degno del nome interroga il mondo; un lettore degno del nome interroga l’interrogazione dell’autore. Credo non ci sia altro da aggiungere sul tema…”

Aveva sorriso, con quella sua piega sottile e indefinibile delle labbra, tra cortesia e intransigenza.

Sorrisi anch’io, ricordo. E aggiunsi qualcosa sulla volgarità di ciò che viene definito informazione culturale, e che finisce spesso per impiastricciare anche le migliori intenzioni. Mi pare di aver fatto un po’ di sociologia in pillole, parlando della società di massa che s’era trasformata in società liquida. Lui aveva spostato di pochi millimetri l’asse del ragionamento: “Ma sì. Personalmente credo che ci siano due specie di ciò che si definisce successo: quella riservata a pochi talenti superiori e quella riservata a molti, moltissimi portatori di banalità…”. Una pausa, quindi, al netto di qualsiasi autoglorificazione: “Il sottoscritto, per esempio, è titolare di una notorietà scomoda, che è molto diverso dall’essere un autore di successo”.

Era come se avesse detto: Esserlo, amico mio, mi farebbe orrore.

       Poi, infine, 3) un brindisi stupidamente scapestrato.

Sì, a un tratto, come trovandomi in uno stato di gradevolissima esaltazione, trascinato in una regione amica di cui fino allora non avevo sospettato l’esistenza e della quale sentivo che Quella Certa Persona era l’energico governatore, e forse anche per darmi un tono meno subalterno, proposi con decisione un brindisi alla magnifica serata che mi era stata offerta e ai due impareggiabili protagonisti…

Versai nei nostri calici l’eccellente amarone che lo Scrittore aveva ordinato, tutti e tre li alzammo in sincrono, e non so come, a un tratto il mio urtò quello di Favilla, che sforzandosi di salvare il suo, se lo lasciò sfuggire dalle mani. Il calice cadde sul tavolo e imbrattò la giacca e i pantaloni del suo compagno. Lei indossò affranta una faccia depressa. Io avrei voluto scomparire. Solo lui, il danneggiato, non fece una piega.

“Niente di irreparabile, miei cari” disse con pacatezza. “State tranquilli, ci sono cose peggiori”.

Chiamò il cameriere, chiese del borotalco, se lo passò sulle zone macchiate di giacca e pantaloni e rispose all’uomo che aveva proposto di cambiarci di tavolo che no, grazie, non ce n’è bisogno: “Anzi, guardi, preferiamo restare qui perché alla fine la tovaglia imbevuta di questo magnifico e distratto amarone porterà sicuramente bene, a noi e a lei…” 

     Dubito che quella tovaglia paonazza ci abbia portato davvero bene, ma è sicuro che almeno per quanto riguarda il sottoscritto la cena che vi consumammo su vinse l’Oscar della felicità. Fu tutto un sorridere sorridere sorridere in crescendo, per toccare anche punte di ridere disancorato: e magari la spinta decisiva la dette quell’amarone allevato nella vigna più segreta di Bacco. Ne uscii con la convinzione che Quella Certa Persona sarà stato (parola sua) titolare di una notorietà scomoda, ma anche di un sense of humour di gran conio.

     Tra l’altro, e non da ultimo, avevo imparato con divertimento che se i miei classici continuavano a mantenere la loro difficilmente scalfibile tempra, c’era tuttavia fra i letterati viventi qualcuno che non li faceva rimpiangere troppo. Beh, sì: una classicità terribilmente odierna, concluse il mio tradizionalismo di funzionario curioso, che sentivo ormai contuso, ferito ma non umiliato. Qualcosa che metteva in gioco le proprie contraddizioni, le proprie ulcere, le proprie rimozioni ecc. sul tavolo di uno stile che esigeva soltanto consapevolezza. Mi rendevo conto che stavo in qualche misura in modo tutt’altro che chiaro cambiando pelle – e questo mi comunicò, anziché malessere, un nuovo,  più misterioso appagamento.

 

     Quei pochi, superficiali contatti con Quella Certa Persona avevano, come dire, agito da propellente sulla mia rassegnazione di consumatore di una cultura gloriosamente ossificata. Stavo imparando progressivamente a guardare con un’ottica diversa le cose della letteratura, me le sentivo addosso come un animale vivo che dovessi di volta in volta addomesticare, e anche i miei classici inconsumabili avevano acquistato una vitalità altra con la quale sentivo di dover fare i conti in modo molto diverso dal passato. Le cose cambiano. Gli uomini cambiano le cose, ma difficilmente si avvedono dei loro stessi mutamenti. Vivono, viviamo in un’eternità precaria: forse solo questo ci aiuta a mettere un giorno dopo l’altro e a non alzare bandiera bianca. Prendiamo il mio gioco ministeriale, ad es., classificato lavoro di prestigio, in realtà uno spregevole passatempo. Sapevo benissimo che non è certo con quei metodi che si sposta in alto l’asticella del bene collettivo e si realizzano le condizioni più favorevoli perché venga superata. Mi pareva a volte di lavorare all’interno di un contenitore di immondizia molto lucido e discretamente odoroso.

     Non sei un politico, mi dicevo con sempre più debole fervore giustificativo: sei un alto funzionario. Ma un alto funzionario ha, bene o male, certe responsabilità politiche, quindi sei – anche se in misura molto parziale – un politico. Questa contraddizione mi infastidiva, e solo negli ultimi tempi riuscivo a attenuarne gli effetti. Mi rendevo conto che la nascente amicizia con Quella Certa Persona poteva darmi più carte per decifrare il mondo, armi più efficaci per difendermene. Sarebbe stata, insomma, anche un modo per rendere più moderna la mia panoplia e dare alla pochezza del mio lavoro un’oncia di dignità in più. 

     Personalmente, mi sentivo meno contratto, più tonico. Anche nell’ambito della routine ministeriale stava accadendo qualcosa di cui peraltro non mi sfuggiva il versante umoristico: era insomma come se avessi acquistato un ascendente più forte sui colleghi e – non ho nessun impaccio a dirlo – sulle colleghe. Mi vedevo, e in molti mi vedevano, più disinibito e disinvolto, più sicuro nelle mie prese di posizione: e magari più di qualcuno, maghari, avrà fatto su questa aumentata autostima delle illazioni legate a protezioni potenti, a spinte finalmente attivate, maghari a favoritismi di chissà quale torbida natura. Stronzate, inutile dire. Se quei signori e quelle signore condannati all’inutile ricerca di se stessi avessero avuto il minimo sospetto delle vere ragioni di quello che un filosofo antico avrebbe definito l’inizio di un’autentica metànoia, mi avrebbero sicuramente considerato un povero illuso, un acchiappanuvole, se non addirittura un imbecille. Io mi trovavo intanto in un’impasse. Il mio problema, in verità, era soprattutto quello di capire verso quale direzione avrei dovuto muovermi in quell’alquanto buffa ricostruzione della mia già stramba personalità, della quale ho già accennato qualcosa e che ora sempre più mi pareva un giocattolo le cui giravolte diventava ogni giorno più complicato governare. Era, insomma, come indossare un abito nuovo, rigido e tagliato in modo approssimativo, che dovessi adattare alle mie membra e alle quali anche lui doveva assuefarsi: una faccenda molto interessante e molto tortuosa. Ci sarebbe voluta una fede religiosa che non avevo. E certo non era sufficiente una donna, la donna che frequentavo in quel tratto di tempo – e che ho già chiamato scherzosamente la Torturatrice – a potermi dare un aiuto risolutore.

 

     Quel giorno, un’aria senza arterie: quindi snervata, povera di sangue, scolorita, insapore. Avevo un impegno fuori casa neppure sgradevolissimo, semplicemente da assorbire con scarso dispendio di pazienza, stop.

     D’altronde, venivo fuori dalla riunione preparatoria per un convegno su “Presenza e incremento della cultura italiana in Romania” da svolgersi presso l’Istituto Italiano di Cultura a Neptun a livello sottosegretariale, e mi risuonavano ancora nelle orecchie in tema di teatro certi passaggi proprio fuori dai denti di un famoso regista, che dopo quei pronunciamenti assai difficilmente, supponevo, avrebbe fatto parte della delegazione…

Che so: l’auspicio di un teatro fondato su una forte consapevolezza progettuale… Un atteggiamento che potesse contrapporsi con qualche efficacia al vassallaggio medievale degli operatori nei confronti dei vari poteri politici… Una raffica non proprio di maniera contro la corruzione italiota immortale eterna… La differenza umiliante tra la condizione del nostro fare drammaturgico, scenico, registico e quella di altri paesi europei, Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Polonia, perfino Portogallo… Beh, quando il Sottosegretario alzò la testa fissando il soffitto per mezzo minuto, gli occhi ridotti a due bulbi di vetro come sotto un attacco di paralisi, ebbi chiara l’insostenibilità della situazione. Il collega che presiedeva la riunione tolse bruscamente la parola allo spericolato oratore, che se ne andò senza un cenno di saluto: e solo in quel momento la testa del Sottosegretario tornò serenamente alla sua posizione naturale. Quest’arroganza silenziosa umiliò anche me. Fu un istante: e mi schizzò addosso come una fiondata la massima di Savonarola che nella sua lingua incandescente dice: La vanagloria è un ladro nascosto: ti ruba l’anima forse, e tu non te ne avvedi. Comunque, non era successo nulla. Nessuna sgradevolezza, neanche l’ombra di un incidente. Nella sessione pomeridiana furono fatti i nomi dei componenti la delegazione a livello ministeriale. Io ero tra loro. Il famoso regista no, ça va sans dire.

 

     Avrei portato con me la mia amica, naturalmente a mie spese e non a spese dell’erario, come qualcuno molto vicino a un notabile di turno si vociferava avesse fatto almeno una volta. In quegli anni certi sgarri che poi sarebbero diventati norma avevano ancora il potere di scandalizzare.

     Lei non fece la schizzinosa: accettò senza troppe storie ma, da inguaribile stupida, non rinunciò a precisare che sarebbe venuta con piacere perché voleva verificare se il Mar Nero non si schiarisse almeno un po’, sotto la luna. Non sopporto le spiritosaggini fuori luogo. Ebbi per un istante la tentazione di lasciarla a secco, ma immediatamente dopo prevalse la considerazione opportunistica che se la sarebbe legata al dito per sempre, per cui…

     A Neptun faceva un bel freddo. Il Mar Nero non era più nero di qualsiasi altro mare, era solo – mi parve – meno inquinato dei nostri. Bella soddisfazione. Le sessioni del Convegno, più che noiose, inutili. Gli austriaci parlavano dell’Austria, i romeni della Romania, gli spagnoli di tutti i plagi che il loro teatro aveva subìto negli ultimi cinquant’anni (cosa peraltro tutta da dimostrare), gli italiani del loro voler essere piuttosto che del loro essere, del loro produrre, del loro realizzare… Ecco, insomma: giuro che la sola cosa sufficientemente piacevole di quel breve soggiorno fu proprio lei, la mia amica, che a letto mi fece dimenticare gran parte delle osservazioni fuori luogo sparse a piene mani su tutto ciò e tutti coloro che la circondavano, guarda come veste quella disgraziata, non sopporto questi uomini carichi di brillantina, quella scemotta in pantaloni rossi non fa che ridere, certo che qui si mangia peggio che alla Caritas, questo non è un freddo, è un freddo umido anzi bagnato, ma come fanno questi spagnoli a parlare sempre così ad alta voce…?, ecc. ecc.

     Almeno sotto le lenzuola si impegnava golosamente e per me diventava un’altra persona, cioè un altro oggetto sopportabilissimo: qualcosa di indispensabile, durante quelle tre giornate idiote. Anche per difendermi in qualche modo da quell’aggressiva babele di lingue maltradotte da interpreti piuttosto improbabili, lasciavo che la mia testa così penosamente costipata si prendesse le sue libertà, come in un minestrone di ricordi e di sensazioni lontani o recentissime, frammenti di testi letti, porzioni di giochini goderecci tra lei, la morbidissima Torturatrice e il sottoscritto, immagini repentine ed effimere ancora stampate sulla rètina: come quella, ad es., di quel picchio stecchito dal freddo su un lampione a giraffa, una scultura nature pazzamente perfetta vista qualche giorno prima a pochi metri da casa mia, mentre andavo in garage a prendere la macchina, provando alla fine più pietà del lampione che dell’uccello, perché poi, via, quest’ultimo poteva anche volarsene via per trovare un riparo più confortevole, mentre l’altro, il povero lampione, era condannato a vita all’immobilità, senza scampo. Il bene. Il male. Proprio come nel famoso film ornitologico di Hitchcock, 1963, tanto simile a una seduta psicanalitica sul filo dell’orrore: inconsapevolmente. Il bene era il lampione ottuso. Il male il picchio vanesio. Sì, vanesio come me, ormai preso in una confusione volàtile come in una stolida evasione da chissà dove per chissà dove…

     Verso la fine dell’ultimo intervento di un saggista amburghese grondante di amorosi sensi per la retorica profetica di Heidegger, un filosofo che in verità mi è sempre parso un professore di provincia sempre a metà fra un quaresimalista e un Grande Iniziato, ripensai con un filo di malessere al fatto che la notte prima di partire per Neptun avevo sognato una frotta di uccelli che cantavano in tedesco certi versi di Holderlin, e m’ero svegliato pieno di angoscia…  

 

     L’ultimo giorno di quella missione fu sicuramente il peggiore, com’è giusto che sia. La mia accompagnatrice neptunense, della quale ho da tempo perso le tracce, secondo qualcuno ha perfino cambiato città, e che Dio l’assista nel suo girovagare inconcludente dentro se stessa, quasi a porre un timbro di sprezzante condanna su un’esperienza che non doveva averla troppo soddisfatta, dette proprio il meglio di sé. In tarda mattinata m’ero assentato dal convegno e ero salito in camera, un’accogliente stanza del resort che c’era stato assegnato, affacciata sulla piscina a forma di cuore coi bordi scarlatti, povera imitazione delle pacchianate americane anni Cinquanta, e pazienza.

     Lei mi salutò appena, disponendosi a entrare nella cabina doccia. Risposi con un sorriso che voleva essere il top della disponibilità, non so con quale risultato. Mi buttai in poltrona, e l’occhio mi cadde sul marsupio semiaperto di lei. Ne veniva fuori un libro. Quando lessi il nome dell’autore e il titolo mi parve di aver ricevuto uno schiaffo. Il nome di QCP troneggiava perentoriamente in copertina, più grande del titolo in caratteri rossi: Assenza di rischio. Lo tirai fuori dalla borsa con la sensazione avvilente di compiere un sopruso ai danni di lei, salita di colpo di molti gradini nella mia considerazione. Pieno d’impaccio, presi a scorrere l’incipit quasi di soppiatto.

 

Il rischio consiste soprattutto nella paura di rischiare, s’era detto Miro Brogi un attimo prima di scagliare la pietra contro la vetrina del negozio di scarpe facendola scoppiare. Sparì nel vicolo buio mentre fermentava l’ira stupefatta del proprietario e dei due lavoranti che s’erano precipitati fuori urlando. Da due giorni Miro aveva compiuto quattordici anni, era un filosofo inconsapevole e non provava un briciolo di soddisfazione. Quella era la perfetta formalizzazione di un atto gratuito, ma lui non poteva saperlo. I concetti del suo logos sarebbero venuti molto dopo, ecco tutto.

 

     Ora lei era uscita dalla doccia,  stillante, avvolta nell’accappatoio rosa, e mi sorrideva come per ringraziarmi dell’aiuto che le avrei dato per asciugarla. Cosa che naturalmente feci con cura, ma la mia testa vera se ne stava altrove, al romanzo di QCP, a quell’incipit straniato che s’era insinuato tra noi come per una regia segreta.

“Cosa fai, con quella faccia da imputato alzatevi?”

Ancora una delle sue spiritosaggini fuori tempo e fuori luogo.

“Mah, davo un’occhiata a questo libro, e mi sono detto: Beh, se T. lo sta leggendo, deve comunque apprezzarlo almeno un po’…”

Aveva scosso la testa e qualche goccia d’acqua m’era finita sulla faccia. Sorrisi magnanimo, ma in realtà ero furioso: e certo, non solo per la bagnatura. Tuttavia l’asciugai con tutta la possibile diligenza, ma sentivo che la presenza di quel libro aveva messo in gioco tra noi un quid che poteva essere labile o intrigante, con la stessa percentuale di probabilità. Lei si dette un’ultima passata ai seni quasi ad offrirmeli, poi fece, con un’ombra di delusione di fronte alla mia indifferenza:

“Mah, sai… Apprezzarlo… Apprezzarlo… Di lui ho letto qualcos’altro, e credo che sia uno scrittore tutt’altro che disprezzabile… Inoltre, l’ho conosciuto… Ci siamo frequentati un po’, fino a quando mi sono convinta che era, come dire, un uomo pericoloso…”

Mi stava crescendo dentro un grumo di rifiuto per quel giudizio. Ma come si permette, questa borghesuccia bas-bleu, di tranciare giudizi su un uomo che pensa e vive undici piani più in alto del suo sottoscala? Infastidito e irritato, insomma: nessuna gelosia, ça va sans dire. Solo sorpresa.

“Pericoloso? E allora perché insisti a leggere ciò che scrive? Ami così tanto il rischio inutile?”

Stava infilando la sottoveste, e mi guardò un po’ stranita.

“Questo libro m’è capitato sotto gli occhi poche ore prima di partire per questo posto da pensionati, su una bancarella. Guarda, neppure io so perché lo abbia comprato. Tra l’altro, non vedo QCP da molto tempo, e non ho nessuna voglia di rivederlo…”

Ribattei, come in un giudizio indiscutibile:

“Lo conosco anch’io, da un po’. E credo proprio si tratti di una persona  di valore straordinario”.

Mi rifilò un’occhiata di disappunto.

“Una canaglia che è anche un ottimo scrittore, ti va bene?”

Capivo di essermi infognato in una disputa insensata, e insieme ero incuriosito per le sue valutazioni su QCP, impietose e tranchantes. Davvero non valeva la pena di impegnarsi in un litigio. Perdipiù in un paese straniero, mi venne da pensare con una battuta scema di alleggerimento.

“Vogliamo fare due passi?” dribblai goffamente. Una condiscendenza forse eccessiva, che lei dovette giudicare falsa.

Mi fissò, ostile:

“Un autentico farabutto. Quello che si dice un uomo capace di tutto. Stop”.

Mi aveva sparato a tradimento. E io ero all’improvviso a terra, inerme, incapace di reagire.

Lei era sempre più su di giri.

“Vedi, sono tutti regali di lui, sì, di quella specie di mostro artificiale”.

Sul tavolo, in un fazzolettone russo nero a fioroni scarlatti, erano raccolti anelli, bracciali, una collana e un orologio d’oro. Strinse il fazzolettone con un nodo rabbioso:

“Ecco, guarda. Questa roba non merita altro”.

     S’era avvicinata alla porta-finestra sotto la quale si apriva la vasca a cuore della piscina. Aveva spalancato tutto, furiosa, e era uscita sul balconcino.       

Io non capivo più niente, ormai. La seguii come un cieco segue il suo cane.

Si voltò a guardarmi un attimo, un sorriso di pietra, poi gettò tutto giù con violenza. L’involto finì in acqua in uno splash! esterrefatto, e io lo vidi ondeggiare come un pesceluna a colori prima di adagiarsi sul fondo. 

Operazione compiuta. Una vendetta astratta. Un’esecuzione delirante. Ora poteva impegnarsi a sistemare la sua valigia, con lentezza studiata: un modo per non darmi spiegazioni. Io dissi solo, prima di uscire:

“Dovresti avere più cura della tua salute mentale, mia cara”.

     Scesi al bar, ordinai un caffè (orrendo) e una grappa di prugne (più che decente). Durante il viaggio di ritorno a Roma non credo di aver scambiato con lei più di dieci parole. Sono state le ultime che ci siamo rivolte, perché una volta all’aeroporto di Fiumicino lei scelse di congedarsi con un semplice, gelido cenno della mano, costringendomi a pensare che sì, le sue onde neurologiche erano condannate a oscillare tra una continua nuvolaglia di stupida leggerezza e improvvisi lampi di furore ingiustificato. Peccato, perché tutto ciò sciupava la sua grazia che, mi pareva, sapeva emergere nei momenti in cui si controllava di meno. Ma poi, che fare: così va la vita.

 

     Fatto è che ora, dopo quella brusca esperienza, non sapevo decidermi se  assumere nei confronti di T. la condanna che è sempre giusto stabilire per un calunniatore, oppure dare almeno un certo credito ai suoi giudizi su QCP. In tutti i casi, quest’ultimo non rimaneva sullo sfondo, ma – sia pure a tratti – incombeva sulla mia tutt’altro che superba autostima, costringendomi a considerarne senza tregua la consistenza.

     Un po’ dopo mi capitò sotto gli occhi un’intervista rilasciata al Corrierone, in cui, a una domanda decisamente indelicata che riprendeva senza troppa diplomazia certe dicerie sulla presunta arroganza di QCP, quest’ultimo aveva risposto al cronista, con la sua nonchalance più urticante: “Ma veda, molti passano la vita a ignorarmi… Certi altri fingono di non riconoscermi, dopo anni che siamo stati in rapporti se non proprio amichevoli almeno civili… La cosa non mi turba nemmeno un po’… Io, modestamente, sono comunque altrove, e sono comunque un altro…” 

Certo, mi dissi, quest’uomo ha molte facce: il problema è vedere quale di queste facce è il suo volto. Con una postilla forse fondamentale: Anche certe amicizie che sembrano indistruttibili possono subire all’improvviso un deragliamento. A quel punto l’amicizia è finita. Bene. Io credo che QCP sia addirittura incapace di deragliare, perché è un treno che viaggia su un materasso d’acqua.

 

     Le circostanze non mi aiutavano troppo in questa indagine, chiamiamola pure molto approssimativamente così, a costo di sfiorare la goffaggine.

Lui viveva a Bologna, io a Roma: per cui, la nostra frequentazione non poteva essere che molto limitata. Inoltre, dal momento che lui si teneva accuratamente lontano da ogni forma di gossip o di pubblicità, e io ero pesantemente impegnato nel mio lavoro ministeriale, le occasioni di incontrarci in qualche manifestazione culturale restavano le sole possibilità di contatto ravvicinato. Ci scambiavamo, è vero, qualche breve e-mail di tanto in tanto, in cui, soprattutto da parte sua, c’era molta cortesia e nessuna discesa agli inferi della coscienza. Io avevo un assoluto rispetto del suo riserbo; e d’altronde da qualche tempo mi frenava nell’approfondimento di quella che con molta improprietà ho definito indagine essere stato messo al corrente proprio da lui del fatto che stava lavorando “con inaspettata difficoltà” a un libro di saggi: un deterrente per il quale non avevo antidoto. Il lavoro verteva su un tema che egli riteneva costituisse l’orrore più decisivo del vivere contemporaneo: Semplificazione vs Complessità, in cui la prima, facilmente vincente sulla seconda, proponeva scorciatoie generatrici di superficialità, illusioni, menzogne e, fatalmente, guerre, soprusi, massacri indiscriminati. Forse c’era in questa concezione un che di audacemente paradossale. Forse un che di assolutistico, a pensarci bene.

     Mi parve di capire, dal pochissimo che era emerso dai suoi accenni, che la categoria della Semplificazione, ufficialmente adottata da tutti i governi e le classi dirigenti d’Europa e d’America come unica modalità buona a risolvere i problemi, era in realtà solo un bluff capace di scavare tra equità e ingiustizia un baratro sempre più fondo. Quella del suo saggio, insomma, era una riflessione socio-filosofica che richiamava immediatamente un j’accuse politico: e questo, se non altro, mi pareva più che sufficiente a smentire quelli che troppo spesso venivano definiti a suo carico atteggiamenti provocatori di puro e semplice individualismo dandystico, inducendomi a riconoscere sempre più a QCP un’onestà intellettuale che non si nascondeva mai dietro alcun alibi.

     Potevo permettermelo per l’elementare ragione che operavo in un ambiente che era una vera e propria fabbrica di alibi a getto continuo: e lo riconoscevo, posso dire, a dispetto del mio moderatismo ideologico che non mi impediva tuttavia di giudicare, per puro amore di integrità e rispetto di me stesso, le insufficienze e le storture più imperdonabili dei ministri che avevo visto succedersi un governo via l’altro, e dei loro tirapiedi di vario livello.

    

     Ricordo che mi aveva citato con tono ironico e nondimeno molto adesivo l’adagio di Maynard Keynes che dice: “Tre ore di lavoro al giorno sono più che sufficienti a soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”. Ero corso a sfilare da uno scaffale della biblioteca ministeriale un volume di saggi del grande economista inglese, ed ero rimasto stordito dalle parole di una conferenza da lui tenuta a Madrid nel giugno 1930: “Non sarà male por mano a qualche modesto preparativo per quello che è il nostro destino, incoraggiando e sperimentando le arti della vita non meno delle attività che definiamo oggi ‘impegnate’. Ma soprattutto, guardiamoci dal sopravvalutare l’importanza del problema economico o di sacrificare alle sue attuali necessità altre questioni di maggiore e più duratura importanza. Dovrebbe essere un problema da specialisti, come la cura dei denti. Se gli economisti riuscissero a farsi considerare gente umile, di competenza specifica, sul piano dei dentisti, sarebbe meraviglioso”.   

     Chissà, mi chiesi con turbata curiosità, se QCP conosce questo testo? E chissà quanti dentisti ne sono al corrente? Qualcuno di loro, magari, potrebbe sentirsene fortemente gratificato, o no? Qualcun altro, non troppo fornito di humour, potrebbe sentirsene perfino offeso. Mah, fesserie. Piccole miserie di questa povera mente da funzionario, cui di tanto in tanto càpita di incappare in certe schegge di pensiero superiore che di colpo rovesciano il tavolo dell’esistenza, e allora la logica abituale si trasforma in un groviglio, il filo rassicurante del ragionamento in un labirinto terrorizzante…

     Tutto questo mi pareva a volte somigliare alla scherma che combattevo sempre con una certa imperizia con le donne che frequentavo, o meglio: che mi ammettevano alla loro frequentazione. Debbo dire che tutte, al dilà dei loro caratteri che andavano dal noncurante al passabilmente partecipe, dal lezioso al gentilmente belligerante, dal puntiglioso all’accaldato, dal freddino al noiosetto, tenevano in serbo una dose discreta o più di rado vivace di carica erotica: e probabilmente questa era sufficiente a farmi sorvolare sulle loro ragguardevoli insufficienze e peggio.

     Una galleria di esemplari femminili tutt’altro che facili, debbo dire. E alla fine, forse proprio questa difficoltà di costruire ogni volta una rapporto che avesse in sé un’elementare necessità, eccitava la mia presunzione di cacciatore regolarmente mancato. Ero piuttosto incapace di bluffare, e loro, nessuna esclusa, se ne rendevano conto per istinto. A quel punto, capivo di essere perduto, ma – direi – volevo vedere fino a che punto la caduta sarebbe stata rovinosa. Di più: la caduta, per rovinosa che fosse, non riusciva a scalfire né il mio orgoglio né il mio fervore nei confronti delle mie indocili amiche. Stranezze dell’eros. Contraddizioni stolte della passione. Che dire di più. Ogni fallimento non era un fallimento, era solo la riprova che dal duello uscivo di volta in volta vincitore, dal momento che l’avversaria si rendeva conto che le era stato impossibile sottomettermi: per cui, implicitamente, la sconfitta era sua. Sofismi da rigattiere della logica, ora me ne rendo conto, ma il tempo scorre nella sua imperturbabile indifferenza, e la sola cosa che sia incapace di fare è l’attesa: ergo…

    

     Quella volta di tanti anni fa era di scena colei che ho chiamato Frida, pseudonimo piuttosto stridente, debbo riconoscere.

Un gran pomeriggio d’autunno, quando Roma si percepiva nelle sue oscure trasparenze anche attraverso la malinconia sontuosa che emanava dalla vicina Villa Borghese, pure attraverso i miasmi degli scappamenti auto, i rumori, gli stridori, i fischi. Quando Roma, già. Ora che questa che è stata la più bella città del mondo è ridotta a un immenso suk sconclusionato abitato da gnomi illusi di essere dei giganti, diviso in parti uguali tra volgarità e disperazione. Quando Roma, già, ancora…

Una luce appassita, che somigliava al profumo di un frutto appena troppo maturo, e invece era ancora teatro prodigiosamente governato da una regia naturale, anche nelle sue scompostezze.

     Ce ne stavamo seduti all’aperto, io e lei con tutto il suo spolvero neanche troppo ironico di spocchia Ville Lumière, a gratificare i nostri palati con un gelato ai frutti di bosco, lì al Café de Paris, una delle schegge residuali della Dolce Vita d’antan, ormai senza più il touch di fulgore e di lutto che era stato l’indistruttibile dono di Fellini. Vetrine di negozi tempestate di foto di attori famosi, Zilli, la Boutique Armani, l’Harry’s Bar, e di fronte l’hotel Excelsior e Doney, il Caffè Strega e il Gran Hotel Marriot Flora, e via e via… Superfluo ricorrere alle icone di Marcello Mastroianni e  Anita Ekberg, una storia d’amore che era già cinema prima del loro grande film senza storia… Forse un po’ meno superfluo, se si vuole capire appena un tratto in più di questo paese che sta divorando se stesso come una scimmia impazzita, ricorrere alle vicende più recenti del mondanissimo locale finito nel 2005 sotto il controllo e la gestione della ‘ndrina Alvaro, strappato quattro anni dopo dalla magistratura alle grinfie della ‘ndrangheta, e ormai, sembra, a rischio chiusura. Una vicenda molto italiana anche questa, quanto a scenografie e intrecci eterocliti eppure saldamente interconnessi. Voilà.

 

     Io parlavo, lei taceva. Lei parlava, io tacevo: proprio una serie non preordinata di games tennistici a perdere, nel frastuono dei motori e dei clacson, le svirgolate fischianti dei furgoni della polizia e delle autoambulanze, il reticolo molesto dei trilli dei cellulari: tutta una giungla di rumori appena attutita dall’involucro di vetro della veranda…

     Lei, Frida, mi aveva chiesto di pazientare, perché tra le diciotto e le diciotto e trenta ci avrebbe raggiunto una sua collega francese che doveva consegnarle la fotocopia di un documento molto ma mooolto riservato: il referto medico della clinica parigina dove molti anni prima era stata ricoverata dopo un tentativo di suicidio fortunatamente maldestro l’amica di un celebre scrittore che era stato la punta di lancia di un esistenzialismo fortemente tinto di marxismo – “talmente celebre – aveva aggiunto Frida maliziosamente – da potersi permettere di rifiutare con tante grazie il Nobel per la Letteratura… Un gesto di invidiabile arroganza, non trovi?”

“Non saprei” ricordo di aver risposto. Aggiungendo banalmente: “Mah, sai: l’estro degli scrittori è spesso imprevedibile, e non di rado sfiora la superbia…”

Lei mi fissò con una severità un tantino sprezzante:

“Ma lui era qualcosa più di uno scrittore, in fondo”.

Discorso seccamente chiuso, anche perché in quell’istante era apparsa davanti a noi la sua amica, e lei fu tutto un gateau di moine, poi mi presentò e presentò la donna al sottoscritto, quindi tornammo a sederci e naturalmente invitai la nuova venuta a ordinare qualcosa.

“Mais je vous connais, madame…”

“Oh oui… Et je, monsieur, moi meme je connais vous…”

Quindi, un piccolo educato scoppio di risa. Era bastato scrutarci dieci secondi per fissarci sulla stessa lunghezza d’onda: Marsiglia, primavera di due anni prima, entrambi membri di due delegazioni allargate per celebrare una di quelle enormi futilità che vengono definite Rapporti Internazionali. Il mondo è proprio piccolo, sempre più piccolo. “Marseille” mi pare d’aver suggerito.

 

“Mais oui, naturellement… Marseille…”

Altro piccolo scoppio di risa da parte sua, un po’ meno misurato del primo, poi – seccamente – la sterzata professionale in direzione Frida:

“Ma chérie, notre ami est sans doute hors de discussion, nous y voilà… Mais avant tout tu dois me jurer que tu ne passeras à aucun de tous les possibles médias ce document ci… Tu vois, c’est à la fin un petit morceau d’histoire du coutume et de la culture, quelque chose qui doit rester ensevelie dans les archives de l’Ambassade… Pour etre meme exhumé dans trente, quarante, cinquante années… Tu sais combien je compte sur ta conscience professionnelle, mais en ce cas je suis obligée à prétendre ta parole d’honneur, qui pour moi vaut bien plus qu’un serment…”

 

     Beh, dire che mi parve di essere capitato in un trasognamento da matti non è esagerato. Guardai la francese senza vederla. Ascoltai il silenzio rancoroso di Frida, che era impallidita. Pareva di colpo un’ombra di pietra. L’altra, impassibile, insistette implacabilmente:

“As tu compris, mon amie?”

E le passò la busta che conteneva la copia del documento.

A quel punto Frida parve svegliarsi dal suo torpore malato. Fissandola con occhi di vetro, non rispose. Aprì la busta, ne estrasse il documento, lo scorse rapidamente, poi chiese in un sibilo:

“Questa è solo una copia, vero?”

“Mais oui, naturellement”.

“Bene” disse.

Fece in pezzi il foglio e depositò i frammenti nel posacenere vuoto.

L’altra la guardò sbalordita, mentre il cameriere s’era accostato per le ordinazioni.

“Oh, mais non. Ce n’est pas possible…”

Aveva assunto all’improvviso un’aria da Giovanna d’Arco, mentre il tempo cambiava all’improvviso e su Via Veneto prese a rovesciarsi un séguito di cateratte forsennate. Le due donne si fissavano con ira gelida nello sguardo, ciecamente. Io non sapevo quale delle due dovesse considerarsi la più offesa; ricordo soltanto che a un tratto la francese urlò nel pandemonio della pioggia battente “Puah! Italiens!”, e se andò via come una furia sotto l’acqua, urtando senza scusarsi l’innocente cameriere. Uscii stravolto dalla veranda, le urlai dietro di tornare, ma lei era già scomparsa chissà dove.   

“Per me un cappuccino, prego” fece Frida, come se lo spettacolo non la riguardasse minimamente.

“E per il signore?” chiese il cameriere.

Mi sentivo come un pupazzo di stoffa inumidito e del tutto fuori luogo.

“Oh, per me, sì, un calvados” farfugliai con impaccio.

Frida mi lambì con un’occhiata veloce e un tantino sprezzante.

“Davvero ammirevole, la vostra cavalleria di maschi italiani nei confronti delle straniere, vero?” sottolineò raccogliendo meticolosamente dal posacenere i frammenti del famoso documento. Li infilò nella busta vuota che era rimasta accanto alla sua borsetta, ed ecco, quel gesto proprio non mi piacque. Lo trovai meschino e volgare.

Ora cominciavo a irritarmi, dopo il nevrotico show allestito da loro due in quel modo inconsulto.

“Proprio non vi capisco” feci con durezza.

“Perché dovresti?”

“Mah, solo per rispetto del buonsenso…”

Lei non rispose subito. In effetti, dopo quanto accaduto, non mi pareva troppo ben disposta verso di me. Quindi, alquanto stupidamente, come siglando una massima di La Rochefoucauld:

“Beh guarda, un conto è il buonsenso, un conto l’intelligenza”.

Di colpo mi stavo rendendo conto di non poterla più sopportare. La sua spocchia “parigina” era diventata “belga”, nel senso del Baudelaire che dice, a quanto mi ricordo: “Definire il carattere belga è difficile quanto classificare il Belga nella scala degli esseri”. Mi stavo caricando d’antipatia per Frida, e mi rendevo conto di esagerare almeno quanto il poeta delle Fleurs nei confronti dei belgi. Ma ormai ero partito, e il motore non si poteva più spegnere. Il fatto era che, proprio come il cielo che ora sembrava respirare di nuovo dopo essersi scaricato di tutta quell’acqua superflua, avevo bisogno di respirare un’altra aria: e da solo.

Sorbii il mio calvà, attesi che lei finisse il suo cappuccino, poi le chiesi in tono molto neutro:

“Dove posso accompagnarti?”

Lei mi guardò, sorpresa e indignata come se le avessi dato uno schiaffo. Poi rispose, con un’indifferenza che voleva essere terribile e non fu che mal recitata:

“Ti ringrazio, ma non ce n’è bisogno. Volevo vedere La tragedia di un uomo ridicolo di Bertolucci… Forse parla di te… Beh, lo danno al Fiamma, pochi passi da qui, per cui… Grazie. Alla prossima”.

     Mi porse la mano con freddezza. Contraccambiai sullo stesso registro. Credo sia piuttosto difficile che ci si possa rivedere, una volta o l’altra. Mah, la vita è proprio un gioco truccato fra bari dilettanti, o poco più.

Guardandola allontanarsi tra i passanti come una decalcomania sempre meno definita, pensai a un tratto che forse lui, QCP, lo sapeva – e che a saperlo meglio di lui era la sua scrittura. Mi colse un brivido, questo lo ricordo con una precisione terribile. Non ricordo invece come chiusi la serata, ammesso poi che l’abbia davvero chiusa.

 

 

 

 

*  Questo che qui pubblichiamo è il primo capitolo del nuovo romanzo, ancora inedito, dello scrittore romano.

 




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Le vie del racconto

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