LUOGO COMUNE
STORIA COME RACCONTO
“Togliatti e la democrazia”:
una riflessione tra ieri e oggi


      
A cinquant’anni dalla sua morte e a settanta dalla ‘Svolta di Salerno’ che gettò le basi dell’unità nazionale antifascista e della futura Repubblica italiana, è uscito un libro che rievoca la complessa vicenda politica del più importante dirigente comunista del secolo scorso attraverso i suoi scritti. Pubblichiamo qui la prefazione al volume che non vuole spargere effluvi di nostalgia, ma richiamare i pensieri e i contenuti dell’azione dell’ex segretario del Pci in relazione alle problematiche sociali ed economiche del globalizzato tempo presente.
      



      

di Sergio Gentili e Aldo Pirone

 

 

  • Perché un racconto su Togliatti

 

È un racconto di storia, di scelte di vita e di politica.

Si narra la “Svolta di Salerno”, l’atto fondativo dell’unità nazionale e della funzione di classe dirigente delle forze antifasciste popolari.

Il suo ideatore e realizzatore fu Palmiro Togliatti, il capo dei comunisti italiani.

Pochissimi sanno chi è Palmiro Togliatti. È normale. Sono passati cinquant’anni dalla sua morte. Il mondo in cui è nato e vissuto, in cui ha combattuto le sue battaglie culturali e politiche non c’è più. Qualcuno ne avrà sentito parlare.

Vogliamo parlarne raccontando uno dei passaggi più importanti della nostra storia nazionale, quando gli italiani si alzarono, dopo vent’anni di dittatura, e combatterono per liberare l’Italia e l’Europa dal nazifascismo e per fondare una democrazia socialmente avanzata.  Lui di quella stagione fu un protagonista decisivo.

Noi lo abbiamo scoperto in gioventù quando scegliemmo di stare dalla parte della democrazia, della pace e della piena libertà e dignità dei lavoratori e delle persone. Come tanti della nostra generazione facevamo politica per cambiare il mondo e il nostro paese, per superare le ingiustizie costruendo una società più giusta e solidale, di eguali e liberi, senza guerre e violenza, con più democrazia e partecipazione, convinti che ciò sarebbe accaduto con governi unitari delle forze del lavoro, popolari e progressiste. Si cantava “Fischia il vento” e “Bella ciao”, “C’era un ragazzo che come me” e l’Internazionale, le canzoni di De Gregori, De Andrè e Lucio Dalla.

Allora si sintetizzava tutto il cambiamento con la parola socialismo. Oggi questa parola è a dir poco in disuso. Anche perché oltraggiata dall’esperienza dittatoriale e fallimentare avutasi in Russia. Un’esperienza per troppo tempo nascosta dal mito della Rivoluzione d’Ottobre che aveva già da molto tempo, con lo stalinismo, esaurito la sua spinta propulsiva. Permaneva, e non solo tra i comunisti italiani, la speranza della sua riformabilità e una certa doppiezza tollerante verso il regime antidemocratico sovietico  dovuta, soprattutto, al ruolo che l’Urss aveva avuto, insieme agli stati Uniti e alla Gran Bretagna, nel battere il nazifascismo la cui memoria era ancora assai viva.  E limitava il giudizio critico dei comunisti italiani anche la funzione che l’Urss e il campo del “socialismo reale” esercitavano come contrappeso “antimperialista” e “anticolonialista” delle potenze occidentali nel mondo diviso in blocchi politico-militari contrapposti. Quel “socialismo realizzato” è crollato.

Il nostro incontro con Togliatti, perciò, è avvenuto sul terreno della politica, cioè dell’impegno per trovare i modi e i contenuti del cambiamento con la saldatura tra idealità e impegno quotidiano per la soluzione di problemi di vita nazionale: lavoro, casa, salute, istruzione, previdenza, partecipazione politica. In un quadro di trasformazione democratica contrassegnato dall’introduzione dei famosi “elementi di socialismo” di cui in seguito parlò Berlinguer.

Soprattutto di Togliatti abbiamo incontrato il suo partito: la tensione morale, il disinteresse nel fare politica, la solidarietà e il lavoro collettivo, il senso di noi stessi nella storia del nostro paese e del mondo.

Per cambiare si studiava per conoscere i problemi, per poterne parlare e trovar loro delle soluzioni. Soprattutto, si lottava nella società civile e in quella politica per realizzarle. Tutto questo era per noi il PCI. Un partito nazionale che partecipava a un movimento mondiale per l’uguaglianza e la pace, impegnato nella costruzione di una società democratica di liberi dallo sfruttamento, dalle ingiustizie, dall’egoismo individuale.

 

 

  • Una storia smemorata

 

Il libro non vuole essere una biografia di Togliatti, ce ne sono già tante e molto importanti. Neppure vuole partecipare a quella sorta di “tribunale” in cui è stata trasfigurata una certa ricerca storica per cui le personalità politiche non funzionali al pensiero unico vengono trattate come degli imputati e poi espunte dalla storia nazionale quasi condannate alla damnatio memoriae. Ci interessa invece raccontare un passaggio storico decisivo, pochi mesi, di scontri e incontri politici, che hanno segnato la nascita di un’Italia libera, democratica, popolare e repubblicana. Quel passaggio viene distrattamente e frettolosamente ricordato nei testi scolastici come la “Svolta di Salerno”. Anche se fu un passaggio fondante dell’unità della nostra nazione, senza il quale le cose sarebbero andate in un modo diverso e la nostra democrazia ne avrebbe risentito negativamente nascendo zoppa. La Resistenza al nazifascismo, combattuta da giovani e con le armi in pugno, ha avuto una intelligenza, una guida, che l’ha resa lotta di Liberazione nazionale e popolare. Quell’intelligenza si chiama politica cioè sintesi tra idealità, azione e volontà delle persone reali. L’Italia, in quel periodo, ha conosciuto una politica alta. Quella che mette al centro del suo agire gli interessi della nazione e non il meschino egoismo di gruppi sociali. Una politica pulita e democratica delle forze popolari antifasciste che seppur svolta da grandi personalità tra contraddizioni di varia natura non è mai stata piegata alla personalizzazione e al leaderismo. Raccontare di un protagonista di questa politica per noi vuol dire avanzare una radicale critica e una forte speranza allo stato di cose presente. Critica verso i tratti degenerativi attuali della personalizzazione del sistema politico e speranza poiché non c’è motivo per non riprodurre oggi una politica di quello spessore. Anzi, l’Italia ne avrebbe una grande necessità.





Una foto giovanile di Palmiro Togliatti (1893-1964)


·         Il destino di una generazione

 

Togliatti è un uomo del secolo scorso. La sua attività si è svolta tra gli anni ’20 e ’60. Il destino della sua generazione è stato “penoso e tragico”.

Una gioventù scaraventata nella politica dalla carneficina della prima guerra mondiale e dal successo della Rivoluzione d’Ottobre in Russia. Essa fondò il Partito comunista d’Italia nella speranza di rovesciare le classi dirigenti che avevano portato alla guerra e di costruire il socialismo in Italia ed in Europa.

Speranza che fu presto stroncata dall’avvento del fascismo in Italia e del nazismo in Germania.

Togliatti, alias “Ercoli”, fu un esiliato. Altri della sua generazione subirono l’oltraggio del carcere fascista e della morte come Antonio Gramsci, la violenza mortale delle squadracce di Mussolini come Giacomo Matteotti, Giovanni Amendola, don Minzoni, Piero Gobetti, i fratelli Rosselli. Altri giovani furono costretti all’esilio o a decenni di carcere e di confino. 

Una generazione la sua che  poi conobbe la tragedia della seconda guerra mondiale.

Quei giovani diventati adulti non si piegarono mai al fascismo anche quando tutto sembrava perduto. Poi, con la lotta di Liberazione, in prima persona, hanno contribuito alla sconfitta della barbarie nazista e reso libero e democratico il nostro paese. Se l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e su avanzatissimi principi costituzionali è merito di quella generazione che ha avuto una funzione di guida politica. Furono patrioti che, pur appartenendo a orientamenti culturali, religiosi e politici differenti, hanno ideato e guidato una moderna rivoluzione democratica. Togliatti fu tra questi e vi svolse un ruolo decisivo.

Poi con la spartizione del mondo in aree d’influenza, i blocchi ideologici tra capitalismo e comunismo, il mondo entrò in una nuova guerra, quella fredda, combattuta con l’incubo nel cuore del rischio della catastrofe nucleare. Togliatti fu tra quanti lavorò in prima fila per unire le forze della pace con l’obiettivo di fuoriuscire dal cosiddetto “equilibrio del terrore” eliminando le armi nucleari per mettere il mondo sui binari del dialogo e della coesistenza pacifica.

 

 

·         Nuove classi dirigenti per un’ Italia democratica

 

La Liberazione segnò il rovesciamento della collocazione storica delle forze popolari socialiste, comuniste e cattoliche che superarono la loro storica estraneità per assolvere alla funzione di nuova classe dirigente nazionale.

L’idea di società su cui le nuove classi dirigenti si sono caratterizzate era basata sui principi dell’uguaglianza, della libertà e della democrazia.

La novità ideale e politica era costituita dall’idea di democrazia. Non quella prefascista elitaria e reazionaria, che non aveva retto al fascismo, ma una democrazia di tipo nuovo: progressiva.

Concepita come necessaria per affermare il governo unitario delle forze popolari organizzate nei partiti, nei sindacati, nelle associazioni di categoria, in una visione decentrata del potere unitario della nazione; e necessaria per realizzare un profondo rinnovamento in grado di sradicare le radici economiche, sociali e culturali del fascismo individuate nel connubio fra capitale finanziario monopolistico e rendita parassitaria che connotava il dominio delle classi alte dell’epoca, portatrici di visioni classiste e discriminatorie verso il mondo del lavoro operaio e contadino.

Rispetto a questa prospettiva di rivoluzione democratica occorreva dare piena coscienza del ruolo centrale che assumevano le forze socialiste e comuniste nel governo del paese. Infatti, non erano più pensabili posizioni di estraneità, di settarismo e di scontro permanente con altri soggetti sociali e politici.

La vicenda storica oramai collocava il movimento dei lavoratori e popolare al governo insieme ad altre forze sociali e politiche. E tra queste c’era il mondo cattolico con la sua importanza e le sue novità politiche. La svolta che si imponeva ai partiti d’ispirazione socialista era anche di natura ideale, di adesione piena alla democrazia che non poteva più essere considerata un valore di altri o un metodo e un assetto istituzionale strumentale e passeggero.

Il grande merito di Togliatti e del suo partito fu di aver realizzato l’adesione convinta alla democrazia e allo stato democratico di grandi masse popolari. E ciò fu un bene comune per l’Italia. 

 

 

·         Togliatti e lo stalinismo

 

Togliatti ha potuto ideare e dirigere quell’innovazione culturale e politica anche perché era uno dei massimi dirigenti del movimento comunista internazionale e per quella sua politica godeva dell’appoggio di Stalin. La sua autorevolezza era grande. Aveva aderito al movimento comunista e alla fondazione del partito comunista d’Italia insieme a Gramsci, ne era diventato dirigente sulla base di un cambiamento del gruppo dirigente bordighiano sostituito da quello ordinovista portatore di una linea politica più aperta alle alleanze, al radicamento nazionale dei partiti comunisti e alla loro autonomia. Quella sua adesione non la mise mai in discussione anche nei momenti più tragici e bui dello stalinismo ai quali non si sottrasse. Una parte della sua generazione aveva fatto la scelta di dedicarsi alla costruzione del socialismo dopo i tragici fallimenti bellicisti della classi dirigenti dei paesi europei. Per loro l’esperienza sovietica era l’avvio di una nuova epoca storica, quella della costruzione di una nuova società sottratta allo sfruttamento capitalista in tempi di “ferro e di fuoco”. L’Urss rappresentava con tutti i suoi limiti la condizione prima per andare avanti e per questo andava difesa a tutti i costi dall’accerchiamento capitalistico in quanto “patria del socialismo”. Ma i costi furono drammatici e più alti dei benefici. Costi tanto alti da essere inammissibili.

La logica estrema e discutibile dello stare con la propria parte anche quando sbagliava che Togliatti rivendicò ancora nel ’56 di fronte ai carri armati sferraglianti per le strade di Budapest in Ungheria, in seguito e non a caso, il suo partito costruito su basi democratiche non la praticò più a cominciare dalla condanna dell’invasione della Cecoslovacchia nel ’68. Con l’andare del tempo la contraddizione su cui si era fondato il “partito nuovo” togliattiano, costituzionale e democratico, fra la fedeltà all’Urss e la ricerca di una propria via democratica e nazionale al socialismo andava sciogliendosi nel senso che la democrazia pluralista diventava, come ebbe ad affermare Enrico Berlinguer nel 1977 a Mosca in casa sovietica, non più una propria particolarità nazionale ma un  valore storicamente universale”.





Togliatti tiene un comizio nel 1945, alla fine della guerra


·         Berlinguer togliattiano

 

Oggi in molti ricordano Enrico Berlinguer con grande commozione e rimpianto. Di fronte alle miserie di una politica corrente, vociante con estesi fenomeni di malaffare, acuta è la nostalgia per la buona politica che lui rappresentò quasi fisicamente. Tornare a ragionare sulla svolta di Salerno aiuta a comprendere meglio l’ispirazione unitaria e le radici culturali e politiche della sua politica di  compromesso storico” e anche della questione morale.

Il partito di Berlinguer era il “partito nuovo” di Togliatti ed era stato costruito su una concezione dell’impegno politico come piena dedizione al bene comune e non personale. I suoi militanti si sentivano potatori e interpreti di una politica nobile e disinteressata.

Le radici di tutto ciò affondavano nel terreno coltivato da Togliatti. Non a caso Berlinguer parlò di un “nuovo grande compromesso storico” che avrebbe dovuta dare luogo alla “seconda tappa della rivoluzione democratica e antifascista”. Il primo compromesso e la prima tappa erano state quelle di Togliatti (che qui racconteremo). Anche nella “questione morale” sollevata da Berlinguer agli inizi degli anni ’80 si coglie la critica verso chi ha stravolto e degradato il valore dei partiti che sono la democrazia che si organizza, lo strumento con cui le masse popolari si formano come classe dirigente che guarda e si dedica agli interessi generali, al bene comune partendo dal soddisfacimento dei bisogni di vita e di libertà delle sue parti più deboli soprattutto degli operai e dei lavoratori tutti.

Questa funzione dei partiti è stata stravolta da chi ha fondato partiti personali ed elettoralistici, senza partecipazione, facendone uno strumento con cui gruppi privilegiati lottano per impossessarsi di pezzi di potere pubblico con cui arricchirsi, fare clientelismo e affari, anche quelli sporchi. Per questo tutti ricordano Enrico Berlinguer come una bravissima e onesta persona che per primo denunciò il degrado del sistema dei partiti.  Ciò è sacrosanto, ma è potuto accadere perché il leader comunista, e con lui i militanti del Pci, avevano scelto di essere rivoluzionari moderni, che concepivano la politica come impegno per costruire una società democratica e giusta, pacifica e solidale, osservante dei diritti personali e collettivi, senza lo sfruttamento di uomini e di donne. Non c’era nessuna diversità genetica dei comunisti ma solo la scelta di essere persone oneste e solidali. Oggi queste cose Papa Francesco le chiede ai cattolici e a tutti gli uomini di buona volontà e sulla sua bocca appaiono travolgenti novità rivoluzionarie.

 

 

·         Il mondo di Togliatti non c’è più

 

Se si guarda all’intera storia della Repubblica italiana le classi popolari hanno scelto la “democrazia progressiva” per conquistare diritti sociali e civili dentro un processo di costante sviluppo economico almeno fino alle soglie degli anni ’90.  I comunisti italiani, incontrando spesso le altre forze popolari socialiste e cattoliche, sono stati i propulsori principali e nazionali di un tale avanzamento morale e materiale. Il partito che Togliatti aveva messo in campo e al quale poco prima di morire ricordò orgogliosamente “messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba” oggi non c’è più. Il suo mondo, quello che lui descriveva come l’affermarsi di nuovi stati, economie e partiti di natura socialista con cui bisognava fare i conti in  termini di coesistenza pacifica e di dialogo, è archeologia politica. Le sue polemiche oggi non hanno più interlocutori. Anche loro sono spariti: la DC, i neofascisti, la guerra fredda, il mondo comunista, la Cina di Mao convinta dell’inevitabilità della guerra mondiale, l’Urss, i movimenti di liberazione nazionale, la Jugoslavia. Non c’è più il Pci. E non ci sono più le basi materiali e produttive di quel capitalismo rivoluzionato dalle nuove tecnologie, dal ridimensionamento della produzione fordista e della concentrazione in grandi fabbriche di una classe operaia forte e combattiva. Oggi al posto dell’inchiostro verde della stilografica di Togliatti c’è il computer.

Della cultura politica di Togliatti rimangono vive le grandi opzioni della pace, della democrazia, del dialogo e della liberazione dell’umanità dall’oppressione, dalle discriminazioni e dalla fame.

Essa può aiutare a porci le domande giuste sul senso sia della vita umana, sia dei processi della vita collettiva cioè della storia: da che parte si sta e come si vive la politica. La si vive da spettatori gaudenti o infuriati? Insieme ad altri, organizzati e impegnati per il bene comune, o viceversa per i propri affari. Si sta con chi vuole una società che esalti la dignità della persona puntando ad eliminare lo sfruttamento e la svalutazione del lavoro oppure si vuole continuare a vivere in una società fondata sull’egoismo individuale e sulle ineguaglianze? La pace è un valore non negoziabile o ci guida il mito tragico della forza delle armi?

Queste domande stanno dentro anche la nostra “nuova epoca”, accompagnate da altre sfide per l’umanità. Non c’è più la guerra fredda ma al suo posto una serie di guerre locali pericolosissime nel Mediterraneo, in Europa, in Medio Oriente, in Africa. La politica internazionale è tornata ad essere declinata sulla falsariga degli interessi di grandi e piccole potenze. Il pericolo atomico è ancora sullo sfondo, non è scomparso. Gli si è affiancato, inedito e drammatico, il rischio ecologico del pianeta dovuto all’aumento della temperatura che provoca la riduzione della biodiversità e dei ghiacciai, l’avanza della desertificazione e le ondate emigratorie dei popoli poveri, l’instabilità climatica. In sostanza il mondo sta vivendo l’esaurimento del modello economico energivoro e industrialista dovuto ai limiti della disponibilità delle materie prime. Tutto ciò rende attuale l’intuizione togliattiana sull’emergere nel mondo moderno, oltre le classiche contraddizioni classiste, di quella “comune natura umana” posta di fronte alle minacce che gravano nel tempo presente sul genere umano e le altre specie viventi. 





  • La democrazia “regrediente”

 

Il neoliberismo, affermatosi in occidente nel dopo guerra fredda ha aggravato le contraddizioni sociali ed ecologiche. La globalizzazione è stata segnata da un tipo nuovo di capitalismo di natura finanziaria e speculativa. Le società europee sono divenute un caleidoscopio di contraddizioni: consumismo e riduzione del lavoro e dei salari, aumento della CO2 e sviluppo di tecnologie avanzatissime, decentramento produttivo e precarizzazione del lavoro, aumento delle diseguaglianze e riduzione dello stato sociale, restrizione dei diritti democratici e degli spazi di partecipazione e riduzione della sovranità degli stati. È nato un nuovo e moderno “proletariato”, disperso e frantumato nella miriade di piccoli luoghi produttivi, fatto di giovani senza diritti e futuro, privi come sono di sicurezza, di lavoro e delle garanzie sociali per la casa, la salute e la pensione. Non è l’egoismo generazionale che è causa di tutto ciò ma il modello sociale neoliberista dominato dalla finanza speculativa. Questo modello, resosi protagonista di fallimenti finanziari giganteschi a danno dei contribuenti e dei risparmiatori, ha coltivato fenomeni di degrado morale nell’economia e nella vita della persone con la ricerca del profitto a breve nel campo della “finanza creativa” a scapito degli investimenti nell’economia reale e produttiva.

L’ideologia dell’egoismo sociale ha riaffacciato in Europa i mostri già conosciuti: razzismo, femminicidio, xenofobia, populismo. I valori della coesione sociale, del civismo e del rispetto della persona e della natura vengono continuamente disconosciuti se non derisi. Gli istituti della democrazia sono stati debilitati e resi estranei ed impermeabili alla partecipazione popolare. E ciò vale anche e con particolare durezza per il nostro paese.

C’è un’Italia che si dibatte dentro questa crisi d’epoca che è economica, democratica, morale ed ecologica insieme. È alle prese con un declino che sembra non arrestarsi mentre sulla scena politica si avvicendano alcuni comici-politici e politici-comici. La “democrazia progressiva” è stata stravolta, resa elitaria e regressiva: i partiti da grandi formazioni partecipative sono diventati personali o puri contenitori di varia umanità, la partecipazione popolare si sta fortemente affievolendo, gli elettori votanti sono sempre di meno, un notabilato borghese diffuso e di censo ha preso stabile possesso delle istituzioni, la corruzione e il malaffare politico si sono diffusi mentre l’etica pubblica s’è molto ridotta. In questa “democrazia regressiva” in cui ha assunto centralità il rapporto plebiscitario e populista fra governati e governanti le classi popolari non si sentono più a casa loro. Tuttavia le forze sociali e culturali per una rinascita democratica non sono scomparse. Anzi. Una sinistra degna di questo nome le deve solo ritrovare, organizzare e rimotivare.

Chi volesse dedicarsi all’impegno politico dalla parte delle classi lavoratrici e popolari per risollevare l’Italia, la conoscenza dell’azione politica, del pensiero e dell’elaborazione teorica di Togliatti potrebbe tornare di una qualche utilità.

 

 

 

 

*  Sergio GentiliAldo Pirone: Togliatti e la democrazia, Roma, Bordeaux Edizioni, 2014, pp. 212, € 14,00

 

           




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