LE VIE DEL RACCONTO
PREMIO ENERGHEIA 2013
 

 

I finalisti del Premio telematico 2013

Premio EnergheiaI brevissimi di Energheia – Domenico Bia” –

Tema di quest’anno:  I sette peccati capitali – L’invidia

Questa sezione del Premio come di consueto è stata patrocinata dal sito retididedalus.it, la rivista online del Sindacato Nazionale Scrittori.

I primi tre classificati:

1.      La parola e la morteGianluigi Nardo – Sedriano (MI)

2.      1499Massimo Terzini – Veroli (FR)

3.      La bambola di pezzaUmberto Gangi – Bressanone (BZ)

Premio Domenico Bia – racconto scelto dall’associazione:

La parola e la morteGianluigi Nardo – Sedriano (MI)

 

Gli altri finalisti in ordine alfabetico con degli ex aequo:

Verde MareAngela Maria Arresta – Erice (TP)

GuarireBruno Bianco – Montegrosso d’Asti (AT)

L’acetoCorrado dal Maso – Roma

Ciao StellinaClaudia Bertolè – Torino

Per un posto…  Gabriele Druetta – Torino

NiceMaria Fini – Guardiagrele (CH)

Lo spettacoloAnna Genova – Napoli

Il sogno di un lavavetriAnna Hurkmans – Roma

Questo matrimonio non s’ha da fareAnna Rita Lisco – Bari

La signorina AnaChiara Magazzini – Mercatale Val di pesa (FI)

La lezione di musicaSara Palmieri – Ravenna

Praline al velenoChiara Rossi – Santa Margherita Ligure (GE)

 

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1 -  LA PAROLA E LA MORTE

 di Gianluigi Nardo

Ta fotta minchia“: stavolta non erano le pecore o l’asino a fare arrabbiare Proto, ma quel “figlio di puttana“ del letterato che voleva tornarsene  in città.  Prima, col fatto della vacanza lì sul monte Turgo, lo aveva conquistato con le parole e ora che il pastore non poteva più fare a meno di ripensare e ripetere tutte le sere le parole imparate, voleva abbandonarlo. E pensare: se non fosse stato per lui, ora il letterato chissà dove sarebbe, dopo essersi perduto in mezzo a rocce e strapiombi di quella montagna, sempre maledetta per i forestieri.

Dopo averlo salvato, Proto gli aveva insegnato, giorno dopo giorno, tutti i sentieri più agevoli e i punti pericolosi dai quali guardarsi. Gli diceva di stare attento, quando andava in alto, a non abbandonare e allontanarsi dal sentiero, specialmente quando era in un bosco pianeggiante. In questo caso doveva osservare l’esposizione al sole per non perdere l’orientamento. Così, con parole del suo dialetto, faceva le raccomandazioni al letterato.

“Non sono tranquillo ad andare da solo sul Turgo, è troppo pericoloso”. A questo Proto rispondeva che l’avrebbe accompagnato, insieme al gregge, per fargli conoscere meglio la montagna. L’altro si sentiva rassicurato e, il giorno dopo, quando si ritrovavano ai piedi del monte, aveva tra le mani un libro da regalargli.

Quando il ragazzo cominciò a leggere e a capire quello che era raffigurato in quel libro per bambini, iniziò un’avventura straordinaria. “Ascolta il rumore delle foglie degli alberi, è lo stormire, ricordati: stormire” ripeteva il letterato. Proto voleva sapere anche come si diceva quando le foglie non facevano alcun rumore. “Silenzio, si dice silenzio” era la risposta dell’altro, che si dedicava a questo insegnamento ogni giorno con maggiore piacere. Il pastore era intelligente, ma non sapeva niente al di fuori della sua occupazione, non aveva mai frequentato la scuola.

Per il letterato, abituato a insegnare a ragazzi di scuole superiori, era una situazione strana. Un giorno pensò, persino, di essere un padre che stava allevando un bambino. Per uno scapolone come lui fu una sorpresa piacevole: tentò in ogni modo di rimuovere l’idea, senza riuscirci. Anche per Proto questo incontro e quel continuo dialogo fecero nascere una curiosità nuova.  Era come se avesse scoperto un pozzo dal quale cavare ogni giorno tesori vivi sempre sorprendenti. La cosa più difficile e affascinante era dare senso alle parole, e col significato provare l’emozione che contenevano.

Ora il letterato voleva abbandonarlo, e lui non poteva sopportare questo distacco. Non aveva mai avuto un padre vero e proprio. Il suo se ne era andato al creatore, con il fegato sfasciato dall’alcol, quando Proto doveva compiere quattro anni. Con quella vicinanza, erano nati in lui,  sentimenti nuovi, di gratitudine, ammirazione e invidia. Avrebbe voluto ma non sapeva come fare, per trattenere l’altro, lì sul Turgo.

Proto era maestro nell’uso del bastone. Con un colpo solo in mezzo agli occhi, ammazzava le pecore quando si ammalavano e non solo le sue ma anche quelle dei compagni. Non aveva mai provato con un uomo.

Quando il letterato lo salutò augurandogli buona fortuna e gli girò le spalle, il nodo del bastone gli piombò in mezzo al cranio. Quello vacillò e subito un altro colpo lo fece crollare bocconi.

Proto si portò ai piedi dell’uomo disteso e con un’ultima impietosa bastonata, gli fece schizzare frammenti di cervello dappertutto. L’uomo rimase immobile, braccia e gambe allargate, la faccia piantata nella terra.

In preda all’eccitazione Proto gli andò subito addosso. Lo rivoltò a faccia su per prendersi tutte le parole del morto. Ormai erano sue, ormai poteva riempire il suo tempo e la sua vita con quella ricchezza immensa. Udì solo lo stormire delle foglie e il malinconico belato delle pecore; il resto, silenzio.

***

 

2 -  1499

        

di Massimo Terzini

 

 

Alla fine si guardò le mani e sebbene compisse proprio quel giorno il suo ventiquattresimo compleanno, si accorse che gli tremavano come quelle di un vecchio. Rimase per qualche momento immobile sulla sedia, come a volersi riposare da secoli di stanchezza, poi si alzò e si mise in piedi davanti a lei. Finalmente ce l’aveva di fronte, bella come la prima volta che l’aveva vista, più di un anno prima, tra i banchi di verdure al mercato di Porta Metronia.

Se quella volta avesse trovato le parole che gli mancavano, l’avrebbe raggiunta e le avrebbe parlato: avrebbe scoperto che aveva la sua stessa età e forse tutto sarebbe andato diversamente…        

Invece si era limitato a guardarla da lontano e lo stesso aveva fatto per tutti i mercoledì di tutte le settimane di tutto l’anno, fino a quando non aveva avuto la certezza che nel suo cuore non ci sarebbe stato mai più spazio per altre donne. Impiegava quel tempo ad osservarla, a spiarne i gesti, che giorno dopo giorno gli rivelavano un particolare che la settimana prima non aveva colto. Immaginava di percepirne il respiro, tutte le volte che lei si sedeva a riprendere fiato ed era convinto che anche quel dettaglio fosse necessario per impararla a memoria.

A memoria aveva imparato la linea degli occhi e la leggera convessità delle guance, il profilo del naso e l’attaccatura dei capelli, la morbidezza dei fianchi e la rotondità dei seni. La bocca. Punto focale di una bellezza senza paragoni. La sera, rimasto solo, ne ridisegnava i tratti partendo ogni volta da un dettaglio diverso: una mano, l’arco delle sopracciglia, il respiro… Di tanto in tanto tracciava segni a casaccio fingendo di non ricordarla, ma alla fine, sul foglio, lei compariva lo stesso. Adesso che finalmente se la trovava davanti, sperò, almeno per un istante, che lei sollevasse il capo e lo guardasse negli occhi. Ma lei non rispondeva al suo sguardo, teneva la testa bassa, con l’espressione di chi osserva con animo rassegnato una devastazione.

I suoi occhi erano concentrati su un punto che non appartiene allo spazio degli uomini, un punto oltre il quale si apre solo il mare sterminato della pietà.

Uscì senza badare alla pioggia scrosciante che flagellava Roma da tre giorni, e vagò senza meta tra i vicoli di quella città che stava cominciando ad odiare. I barcaroli, a Ripetta, bestemmiavano per il livello del Tevere che continuava a salire e le lavandaie si rimbalzavano sconcezze contro il maltempo di marzo.

La sua mente era persa dentro i grovigli di un risentimento, il suo cuore schiacciato da una rabbia impotente. Provò pena per se stesso e pianse, per essere arrivato ad un passo da quell’amore senza speranza.

 

Quando a sera ritornò da lei, era grondante d’acqua e scosso da brividi di freddo. La guardò e sembrò capire solo allora che quella donna non avrebbe mai alzato lo sguardo su di lui… Lei apparteneva ad un altro. E nessun genere di competizione sarebbe stato possibile per strappargliela. Così come nessuna forma di gelosia avrebbe avuto senso. Capì che il suo cuore e la sua mente avrebbero potuto coltivare per sempre solo uno struggente, inestinguibile, disperato sentimento di invidia. Invidia insanabile per quell’uomo che lei teneva amorevolmente disteso sulle ginocchia e che non avrebbe smesso di cullare per i milioni di anni a venire.

Pensò allora che c’era un solo modo per dichiarare a tutti che lei era anche sua… Riprendendo in mano lo scalpello più appuntito, le si avvicinò, la guardò intensamente negli occhi e dopo averla baciata con passione su una bocca che non rispose, le accostò la punta dell’arnese al petto e, nel crescente delirio della febbre cominciò, lettera dopo lettera, ad incidervi sopra il proprio nome.

Quando ebbe terminato, posò scalpello e martello ai piedi di quella che, nonostante tutto, considerava la sua donna, si pulì la fronte e le mani dalla polvere di marmo e spense la lanterna che illuminava debolmente sia lei che l’uomo disteso sul suo grembo. Da quella notte e per i restanti sessantacinque anni della sua vita, non smise mai di pensare che se quel primo giorno a Porta Metronia avesse trovato il coraggio di avvicinarsi e parlarle, forse la storia sarebbe stata diversa.

 

 

 

Nota

Nel 1499, a soli 24 anni, Michelangelo Buonarroti realizza la scultura che, insieme con i dipinti della Sistina, è unanimemente riconosciuta come il suo capolavoro: la “Pietà” di Roma. La storia racconta che la firma, incisa sulla fascia che attraversa trasversalmente il manto della Vergine, sia stata apposta dall’artista solo alcuni giorni dopo aver realizzato l’opera, per evitare che questa potesse erroneamente essere attribuita ad altri.

Qui, alterando parzialmente il vero in favore del verosimile, si è voluto immaginare che le ragioni di quella firma siano derivate da tutt’altra storia…

 

***

 

3 -  La bambola di pezza

 

di Umberto Gangi

 

Pino Masapollo era indisponente. Ventotto anni, apparentemente disoccupato come tutti e sposato con Rosetta Macrì, una ragazza bella come poche, riusciva sempre a rovinarmi la giornata.

O almeno ci riusciva da sei mesi a quella parte.

 

Dopo essersi barcamenato per quindici anni tra occupazioni saltuarie e sussidi statali, aveva improvvisamente smesso di cercare lavoro. Spariva per un paio giorni e ricompariva parlando di fortune e tesori.

Ci prendeva per scemi, Pino. Come se non sapessimo come si trova un improvviso “tesoro” in provincia di Crotone. Come se non potessimo immaginare che in quei due giorni altro non facesse che andare e tornare dalla Colombia per trasportare il carico di “tesori” altrui.

La cosa buona era che almeno quei viaggi (e quelle sostanze: volevamo davvero pensare che qualche degustazione omaggio non ci scappasse?) lo stavano minando nel fisico; in sei mesi sembrava invecchiato di quindici anni.

Anche la mente stava regredendo (i soldi improvvisi, evidentemente, davano alla testa).  Aveva preso il vizio di portarsi al bar un’orribile bambola di pezza, di quelle con i bottoni al posto degli occhi e la bocca ricamata. Quelle che, in casi normali, venivano imbottite con spugne o stracci ma che, visto come se la teneva stretta stretta, Pino Masapollo aveva pensato bene di imbottire con ben altro. Che fosse stato lui a cucirla ed imbottirla, non c’erano dubbi: era deforme da fare schifo e, particolare che mi dava fisicamente fastidio, aveva i capelli lunghi e raccolti in una coda di cavallo come quelli di Pino, che tanto piacevano a Rosetta (valle a capire, ’ste femmine).

S’era fatto l’autoritratto?

Pensava, così, di fregare i doganieri due volte?

Ma la cosa che veramente mi faceva sfibrava ogni nervo era che lui con quella bambola ci parlava. Cominciava ad accarezzarle i capelli e giù a vantar fortune.

 

Quella domenica non fece eccezione. Pino era appena rientrato da una delle sue pseudomisteriose sparizioni. Entrò nel bar e ordinò il solito caffè. Vittorio, il barista, buttò lì un “Allora com’è andata?”

E Pino attaccò il suo solito ritornello:

“Bene! Me la sono cavata. Stavolta è stata veramente dura, temevo di non farcela”, disse con la voce di uno che ha appena scalato l’Everest a mani nude e facendo così abbassare ulteriormente la mia soglia di tolleranza nei suoi confronti. Non poteva almeno evitare di fare la commedia? Avere un po’ di rispetto per chi davvero si spaccava la schiena per venti ore al giorno per tutta la settimana? Non che ce ne fossero in quel bar, d’accordo, ma non era quello il punto.

Poi, per peggiorare la sua (o la mia) situazione, assunse il tono di voce idiota che un adulto usa per rivolgersi ad un neonato o ad un animale domestico e, parlando alla bambola dai capelli luridi, che la rabbia mi faceva sembrare ancora più folti, ricominciò:

“Ma siamo stati bravissimi noi, eh? Un altro doblone per il nostro tesoro, eh? Ancora un pochino e sarà tutto finito”.

Vittorio sorrise e fu l'ultima goccia.

“E smettila di sfotterci!” dissi.

Gli strappai la bambola dalle mani e la scagliai con forza fuori dalla finestra, facendola finire per strada. Con somma gioia il brutto feticcio finì nel raggio d’azione delle spazzole della macchina del lavaggio strade e fu da questa triturata e fagocitata.

Ero pronto a menar le mani ma la reazione di Pino mi spiazzò.

Lanciò un urlo straziato, crollò sulle ginocchia e, continuando a ripetere sempre più flebilmente “No... No... No...”, finì disteso, privo di sensi.

Vittorio si fiondò su Pino e chiamò subito il 118, chiedendo concitatamente l’invio di un’ambulanza.

“Ma cos’è tutto ’sto melodramma?” chiesi “non ha spacciato abbastanza da poter ricomprare una bambola?”

Vittorio mi fissò con rabbia e incredulità.

“Spacciato?” – disse – “PINO era spacciato!”. Mise una mano sulla coda di cavallo di Pino e, tirando delicatamente, la sollevò scoprendo una testa completamente calva.

 

Sei mesi prima gli avevano diagnosticato un tumore al cervello, proprio mentre Rosetta scopriva di essere al secondo mese di gravidanza. Dopo due mesi di cure, era stato subito chiaro che Pino non ce l’avrebbe fatta e che, probabilmente, non sarebbe nemmeno riuscito a veder nascere quello che lui chiamava ‘il suo tesoro’.

Aveva già cominciato a perdere i capelli quando aveva scoperto che sarebbe stata una bambina. Era stato allora che aveva avuto l’idea della bambola: ci avrebbe attaccato, di volta in volta, i capelli che le terapie gli portavano via, lasciando alla piccola quanto rimaneva di sé.

 

Forse Vittorio aggiunse altro, forse no. Ricordo solo l’arrivo dell’ambulanza e l’agitazione dei paramedici.

 

Pino Masapollo morì quel pomeriggio.

Non era mai stato un tipo indisponente.

E io? Cos’ero stato, io?

 

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Verde mare

 

di Angela Maria Arresta

 

Due rintocchi. Da parecchi giorni, da parecchie notti anzi, Fulvia si svegliava sempre alla stessa ora: le due. Il biancore lunare filtrava tra le persiane. Qualche pezzetto di muro scrostato, cui lei solitamente attribuiva forme divertenti e inusuali, sembrava ora volerla atterrire con ghigni beffardi.

Pochi mobili nella stanza: su un lato una cristalliera di primo novecento, di fronte al letto un piccolo armadio e il suo pianoforte, che non era propriamente suo, piuttosto in comodato d’uso, per così dire, poiché non c’era posto nelle altre stanze.

Fulvia si avvicinò alla finestra, si lasciò sprofondare nella poltrona a fiori ormai stinti e guardò fuori. Il mare, poco lontano, brontolava. L’odore acre dell’acqua agitata passava attraverso le fessure del balcone.

Non vinceva il buio l’unico lampione dai vetri molto sporchi, ma quella sera c’era luna piena.

Per fortuna. Anzi, no. Il buio le avrebbe conciliato il sonno, quel benedetto sonno che non voleva arrivare da così tanti giorni ormai. Anzi no. La luce avrebbe fugato i suoi fantasmi, veri o immaginari.

E la luce venne. Ma verde. Si tinse tutto di verde.

Cos’era quel colore? Stava sognando? Si era finalmente addormentata? No, era sveglia. Era reale la sua inquietudine.

Ma è  pur sempre solo un verde!. Mi preoccupo per così poco, mentre in questo stesso momento qualche disperato, novello Colombo, stremato dalla stanchezza, non vede l’ora di raggiungere la costa, per poter vivere una vita degna di tale nome, se non la perde.

Le sembrò di vederli cavalcare le onde quei poveri corpi di chi non ce l’aveva fatta a realizzare il disperato sogno. Venivano verso di lei. Non per farle del male, percepivano la sua partecipazione emotiva, lo sentiva.

Il verde s’incupiva.

Quella nave incagliata.  Anime trovate. Anime da trovare.

Il capo le si piegava per il sonno e per il peso della compassione.

Il mare era il colpevole; involontario, forse. Ora si protendeva per raggiungerla. Voleva fagocitarla.

Non doveva più ascoltare il telegiornale per qualche tempo. Navi sequestrate. Famiglie in ambascia. Interrogativi senza risposta. Patemi infiniti. Anche il suo.

Si guardò allo specchio appeso alla parete.

Che pelle trasparente! Mi son smagrita troppo. I capelli, devo tagliarli, troppo lunghi e smorti.  

Questo verde. Come quando il sole va calando e le ombre si allungano e si impadroniscono di tutto, sta inglobando ogni cosa.

Tre rintocchi. Il mare, impietoso, indifferente, si gonfiava. Le onde prendevano la forma di occhi, di mani.

Due cani abbaiavano l’uno contro l’altro. I latrati, inizialmente ravvicinati e rabbiosi, si andavano distanziando, meno convinti. I due cani si annusavano. Uno si mosse, l’altro gli andò dietro, poi gli si affiancò. Scomparvero dietro l’angolo, là, dove si alzava una torre di avvistamento per scrutare il Mediterraneo.

Quattro rintocchi.

Il mare, inquieto e inquietante, si spalancò formando una gola.

Sta per inghiottirmi. Fra un attimo finirò lì dentro. Che assurda fine. Come quella

Il passato aprì uno squarcio di fronte a lei. Il suo amico! Anche il nome lei aveva lasciato laggiù, dove lui si era gettato.

“Venivamo spesso, Fulvia, a pescare, qui, insieme, sotto la torre.  Ma tu non sei più venuta. Tu provi pietà per tutti, guardando il mare, e per me no.”

“È colpa mia, avrei dovuto intuire la tua sofferenza e aiutarti. Il rimorso troppo grande si è aggiunto al dolore e la mia mente ha oscurato tutto.”

“Chi non c’è più vuole essere ricordato, perché è come esserci ancora e io avevo solo te. Il verde è il colore della mia invidia per la compassione che provi per tutti i dispersi nel Mediterraneo.”

“Cambierà tutto ora!”

L’acqua aveva preso le sembianze del bel ragazzo triste, dai capelli ricci e neri, che era annegato anche nel ricordo.

“Tornerò a pescare qui, a guardare il mondo anche per te.”

“E il verde tornerà a essere per me il colore della speranza.”

Il mare si richiudeva su un ultimo sorriso.

Cinque rintocchi. Fulvia si addormentò ( o forse continuò a dormire ).

 

***

 

 GUARIRE

 

 di Bruno Bianco

 

Gentile dottore.

 

La ringrazio per la professionalità e l’umanità che mi ha mostrato in queste settimane, ma credo sia meglio interrompere le nostre sedute.

I miei genitori si sono rivolti a lei per la preoccupazione che stanno vivendo; avere un figlio di trent’anni malato di depressione li sta distruggendo e per il bene che voglio loro ho accettato senza indugio di venire da lei per risolvere il mio problema; la diagnosi che lei mi ha prospettato è certo corretta, ma non ho intenzione  di iniziare nessuna cura.

Deve sapere che non sono mai stato invidioso in vita mia, perché i miei genitori mi hanno insegnato che l’invidia è il modo migliore per vivere male e che ognuno deve accettare di avere solo quanto può permettersi.

Non ero invidioso dei miei compagni di classe dagli astucci griffati e le scatole farcite di pennarelli sempre nuovi, mentre io avevo la cartella vecchia di mio fratello e quattro mozziconi di matite colorate. Non ero invidioso nelle partite di calcio di quelli che giocavano bene mentre io non sono mai stato un granché in nessuno sport. Non ero invidioso dei successi degli altri con le ragazze, nemmeno se li confrontavo con i fallimenti amorosi del brutto anatroccolo che ero io negli anni dell’adolescenza. Non ero invidioso nel vedere chi prendeva voti alti e arrivava anche alla laurea, mentre io ho conquistato a fatica un diploma di ragioniere con tante materie recuperate a settembre.

Ma adesso è diverso. Non si tratta più di pennarelli colorati, partite a calcio, ragazze da conquistare o voti delle interrogazioni; adesso è in gioco la struttura fondante della nostra vita.

Io non ho un lavoro e non ho alcuna speranza di poterlo avere a breve. La crisi ha colpito duro. Gli imprenditori chiudono le fabbriche, i commercianti cessano l’attività e i lavoratori perdono il loro impiego; i sessantenni non possono andare in pensione e i giovani non riescono ad accedere a posti che sono occupati da altri o che spariscono giorno per giorno senza nemmeno la speranza che possano rinascere. Sui giornali si parla di gente che va a rovistare nella spazzatura, a cercare un pasto caldo alle mense della Caritas e a dormire nelle stazioni e che fino a qualche mese prima erano operai, impiegati commercianti e professionisti; poi ci sono quelli che scrivono una lettera di scuse e si sparano una rivoltellata nella testa o si fanno una scorpacciata di barbiturici o si gettano dalla finestra di un piano alto.

Per mia fortuna non ho il coraggio di affrontare né una rivoltella, né un’abbuffata di barbiturici né tantomeno un piano alto e finisco per rifugiarmi nell’unico strumento che mi rimane: l’invidia.

Invidio chi ha uno straccio di lavoro qualunque, anche precario, malpagato, faticoso e dequalificante. Invidio chi al mattino deve mettere la sveglia alle 6, farsi di corsa la doccia, la barba e il caffè e salire su un autobus, un treno o una macchina per raggiungere un luogo chiamato posto di lavoro. Invidio chi alla fine del mese fa i conti e capisce che tra affitto, bollette e spese di sopravvivenza non riesce a avanzare nemmeno un centesimo e magari teme di essere licenziato o di dover chiudere la propria attività; li invidio perché se hai queste preoccupazioni vuol dire che sei immerso in un lago di fango melmoso, ma almeno stai nuotando con le tue braccia e le tue gambe senza che il fondo sia ancora riuscito a risucchiarti.

Quando questo periodo nero volterà pagina, anch’io lascerò quest’invidia che accompagna le mie giornate e tornerò a essere sereno e pacato come sono sempre stato. Ma adesso non le permetto di guarirmi perché so di avere il pieno diritto di godere dell’invidia che lei mi ha diagnosticato; è quanto mi rimane per riempire giornate ormai svuotate di sogni, aspettative e speranze.

Si tenga stretto il suo lavoro, dottore, e insegni ai suoi figli che l’invidia per le cose importanti è uno dei sentimenti più nobili che gli esseri umani possano provare.

 

Con ossequio, stima e invidia.

Il suo ex paziente.

 

***

 

 L’ACETO

 

di Corrado dal Maso 

 

“LA MANGI E BASTA!”

 

In realtà volevo dirgli: odio-tua-madre!, ma sono queste le parole che mi escono dalla bocca: la-mangi-e-basta!

Matteo raspa nell’insalata con la punta della forchetta come se avesse perso qualcosa, con un’espressione remissiva, senza energia; ma subito, indomito, rilancia: “Non si potrebbe avere almeno un po’ d’aceto?”

 

Aceto?

Quando vivevamo insieme non l’abbiamo mai usato, l’aceto.

È un segnale.

Un odore pungente, acre, un refolo soltanto… e dopo un lampo, improvviso; e poi un tuono. E mare grosso, onde di schiuma e metallo, tempesta, vele strappate e... E tu dov’eri, marinaio, quando il vento cambiava? Credevi di avere le mani salde sul timone, ma invece a girare era una roulette, e la pallina è schizzata via.

Aceto.  La richiesta mi prostra.

 

“NON CE L’HO, L’ACETO!”

 

Torna il silenzio. E torno a pensare.

 

Come non odiare quella donna? Rimesto dentro di me e so che non è gelosia. In fondo, basta un attimo per cancellare il tempo, per tornare estranei, e in quell’attimo tutto si perde.  Anche il possesso dell’altro: non è gelosia.

 

È, piuttosto, che se mi guardo attorno vedo una stanza estranea, ostile; il mobile lavello-e-cucina, i mestoli sbilenchi, impiccati; e la televisione che parla da sola, l’ingresso così irragionevolmente a ridosso del letto…

Una macchia umida sul soffitto, di qua.

Di là una sottana sul pavimento, seta e parquet, la abat-jour accesa sotto il quadro di Villacci e le casse dello stereo che tubano profonde, bassi e penombra... Odio questa camera e desidero con voluttà quella casa, quegli oggetti, cose, luci, musica, odori: tutto ciò che era nostro, e che ora è solo suo. E non è più mio.

Un miraggio seducente, il passato.

Un muro giallino, il presente. Tormento rabbia impotenza, neon, tovagliette, insalata… aceto.

 

Guardo Matteo adesso, e vedo qualcosa sul suo volto. Più che una luce, un riflesso; il riverbero triste di un’insegna gialla. Un sogno ad occhi aperti; cascate di patatine fritte che ruzzolano da una cornucopia squadrata, a righe bianche e rosse, pani tondi e gommosi lanciati da soldatini in divisa; militi di un’armata, se non di pace, di piacere, in guerra con un esercito festante di ragazzi, ragazze, zainetti, felpe, marche, marchi. Un mondo lontano da questo posto, dove l’insalata non è mai più di una foglia e l’aceto c’è. Ha forma di plasma, in bustine, da solo o insieme a salse colorate . . .

Insomma, guardo mio figlio e vedo con impotenza il suo volto dolce ferito da un desiderio tagliente,

per quello che non ha: un posto di fiaba, compagni lontani, hamburger, giochini.

 Il mondo normale che c’è fuori da quella porta troppo vicina al letto.

 

Anche Matteo mi guarda, e nei miei occhi di sicuro non vede granché.

 

Un estraneo, mi sembra. Il figlio di un altro. Che, però, all’improvviso mi sorprende: “E come si chiama questa insalata, papà?”

 

Curiosità, o pietà che sia, una risposta gliela devo. Come in tranche, in un attimo sono al mobile e frugo nel secchio fino a che non sento sulle dita la carezza del cellophane, e poi il ruvido dell’etichetta: cerco tra numeri, lettere, parole, ... leggo, finalmente.

 

“INVIDIA”

 

“Invidia, Matteo, si chiama invidia”.

 

Invidia, dunque. Sguardi, pensieri, desideri, sogni, bisogni… scarola.  Metafora verde di quello che vorremmo e non abbiamo, di quello che poteva essere e non è, di una esistenza diversa, lontana oramai. La busta, beffarda, mi dice ‘invidia’ e io non so proprio cosa dire, a lei e alla mia vita sbagliata. Cosa rispondere al sarcasmo della sorte che ghigna di me …

 

Ma ecco che mio figlio mi sorride: “Me la fai di nuovo, papà, l’invidia? Magari, la prossima volta con un po’ di aceto mi piace”.

 

Un brivido. Il mio cuore batte di nuovo, impetuoso, pieno della sua voce, delle sue parole, di quell’affettuoso, tenero esorcismo: ti voglio bene, Matteo, e con te la vita va avanti e tutto il resto non conta.

 

Conta solo il futuro.

 

Sarai tutto quello che non sono stato.

 

E avrai tutto quello che non ho.

 

Tutto.

 

Anche l’aceto.

 

***

 

 

Ciao stellina

 

di Claudia Bertolè

 

Ciao stellina! Ti andrebbe di venire a cena da me una di queste sere? Fammi sapere. Tanti baci. Ste

Le dita dalle unghie rosicchiate premono nervosamente sui tasti del cellulare. Via, messaggio partito. La casa è silenziosa, si sentono solo alcuni cani che abbaiano, nel giardinetto di fronte, la domenica in città c’è quella tranquillità sospesa. Dlin.

Ciao, mi fa piacere sentirti. Grazie… sono messa un po’ male, molto occupata in questo periodo… magari più avanti…? Vediamo. Lu

Stefania osserva quei piccoli segnetti neri sullo schermo luminoso del cellulare, che sembra un occhio cattivo. Si morde nervosamente un labbro, un piccola goccia rossa e densa cade sulla maglia. Merda. Dlin.

Ma dai Lucia, non riesci proprio a liberarti…? Mi farebbe taaaaanto piacere fare due chiacchiere!! Ti prego ti prego J

Lo sguardo va allo specchio, al viso bianco, i capelli arruffati, le gambe secche. Che cavolo hai tanto da fare? Dlin.

Scusa Stefania, è che adesso sono fuori… ne parliamo domani in ufficio, ok?

Fa caldo, le dita sudate lasciano impronte unte sull’occhio luminoso. Cosa avranno questi cani, da abbaiare tanto… Il morso sul labbro brucia un po’. Stefania si porta un dito alla bocca e strappa una pellicina con i denti. La casa è silenziosa, sono tutti via nel fine settimana, del resto il tempo è bello. Quell’ansia cattiva riempie la stanza. Sale da dentro e la prende alla gola. Ogni volta che guarda Lucia prova quella sensazione. Le gambe di Lucia non sono secche, i suoi capelli sono sempre a posto, le unghie perfettamente laccate. I colleghi la seguono con lo sguardo, mentre cammina nei corridoi con i tacchi alti. Stefania le sorride, cerca di essere gentile con lei, ciao stellina, come stai oggi? E intanto pensa che strapperebbe volentieri ad uno ad uno quei capelli sempre a posto. Ti odio ti odio ti odio. Grosse lacrime salate le scivolano sulle gote mentre guarda fuori dalla finestra.

Ed eccolo lì, direttamente dal profondo di un’anima insoddisfatta, un piccolo essere salta sul bordo del davanzale, si accuccia e guarda fuori con lei. Verdognolo, gli occhi piccoli e cattivi. Anche i cani hanno smesso di abbaiare.

 

***

 

Per un posto…

 

di Gabriele Druetta

 

Fermata 1293. Piazza Solferino.

Salgo sul pullman dopo una giornata straziante di lavoro.

Il 14 come al solito è affollato; provo comunque a cercare un posto per sedermi. Mi avventuro tra le

mille posizioni delle gambe delle persone attorno a me: allungate, incrociate a forma di quadrato, triangolo o chissà che cosa; e tra il puzzo delle ascelle e degli aliti della gente. Malgrado ciò, con un

po’ di disgusto, concludo la mia avventura poco epica ma molto coraggiosa.

Arrivato al fondo del pullman mi accorgo che non c’è nemmeno un posto libero. Non ci voglio credere, dopo una giornata di lavoro stremante, non riesco nemmeno a godermi il mio viaggio di ritorno da seduto!

Ad un certo punto mi accorgo che sale un gruppo di anziani.

Non hanno nemmeno il tempo di tirare fuori dalla tasca il biglietto che, immediatamente, tre ragazzi

si alzano per farli accomodare.

Io mi sono fatto mezz’ora di viaggio in piedi, dopo aver lavorato per un’intera giornata. Mentre

loro, col bastone, i capelli bianchi e la dentiera, tenuta attaccata alle gengive miracolosamente con

quella colla tanto pubblicizzata in televisione, possono accomodarsi tranquillamente!

Ingiustizia, vorrei andare da loro a chiedere la tessera gialla, quella che danno alle persone invalide.

Inoltre vorrei vedere se sono veramente così stanchi, malati e vecchi, da essere prontamente fatti accomodare. E poi, io avrò solo vent’anni in meno rispetto a loro e, in più, io ho lavorato, io.

Passano ancora dieci minuti ed entra un signore grosso e sudato, si piazza davanti a me, alza il braccio e… Non ce la faccio più.

Sfilo la mano dalla maniglia e vado dai vecchietti a domandare, con tono scocciato e nervoso:

“Cosa avete in più rispetto a me per rimanere seduti tranquilli a godervi comodamente il viaggio?”

Uno di loro, quello più anziano e seduto sulla sinistra, risponde pacatamente:

Speta d’arivè a nostra età, e it capirass mej”. *

Imprecando contro di loro, esco di fretta e con fare stizzoso.

Sposto lo sguardo prima a sinistra e successivamente a destra. Riesco solo a vedere immagini sfocate e poco chiare.

Sento la voce di una donna che mi chiama per nome e mi chiede “perché?”.

Dopo cinque minuti, passati a non capire il senso di quella domanda, imploro una spiegazione.

Silenzio.

Altri dieci minuti. Mi ricordo di un ragazzo. Una frenata brusca. Una domanda già sentita.

“Cosa hai più di me?”.

Silenzio.

Era un silenzio diverso, calmo, irrequieto. Quasi irreale.

Trascorsi in tutto una ventina di minuti, almeno credo, riesco a ricordarmi perfettamente chi sono, dove sono, e perché sono qua.

Oggi, ritornando a casa dalla mia partita a bocce, salgo sul pullman, trovo un posto e mi seggo.

Ad un certo punto sale un giovane che pretende il mio posto. Io, per riscattare ciò che avevo detto e

fatto vent’anni fa, l’ho fatto sedere.

Mi alzo, appoggio la mano sul palo posto alla mia destra, sento frenare il pullman in modo assai brusco, cado… Vuoto.

Adesso mi pare tutto più chiaro.

Mi trovo in ospedale, su una barella ad aspettare la mia morte.

Forse avrò sbattuto la testa, si sarà leso un polmone, si sarà rotta… O forse niente di tutto ciò.

Sento dei pianti, una mano, degli impulsi elettronici.

Sempre più freddo, non riesco a respirare, pensare.

“Chiedete scusa. Per favore. Siamo intesi? Fatelo per me.”

Sento mormorare delle parole confuse. Sempre più deboli. Poi niente.

Non so se i tre vecchietti mi concederanno le loro scuse.

Non lo saprò mai.

 

 

 

*  Aspetta di arrivare alla nostra età, e tutto ti sarà più chiaro.”.

 

***

 

NICE

 

di Maria Fini

 

Nice gironzola senza fretta tra le bancarelle del mercato. Ha tutta la mattina per sé; suo marito è via per lavoro, i ragazzi sono all’università.

Camminando si specchia in una vetrina: ha fatto bene, pensa, ad andare dal parrucchiere, si sente a posto con i capelli ben pettinati. Non bella, certo (bella non si è sentita mai), ma a posto. Sono anni che non viene al mercato, forse da quando i figli erano ancora piccoli. Non c’è mai stato molto tempo. La sua vita è trascorsa tra la casa e la macelleria dei suoceri. Bisognava aiutare, e lei non si è mai potuta tirare indietro. Mentre cammina pensa, come le capita sempre più spesso, agli anni trascorsi dimenticandosi quasi di se stessa, al fatto che adesso, a sessantacinque anni, è troppo tardi per cambiare le cose, per vivere un’altra vita.

All’improvviso, il suo sguardo è attratto da una donna. Non la vede bene, seminascosta com’è dietro ad un bancone di tessuti, ma qualcosa nella sua figura le è familiare. Si avvicina; la donna si gira verso di lei, le dice “Prego?” e subito un lampo illumina i suoi occhi.

“Cleonice!”.

È il suo nome, Cleonice, ma nessuno la chiama più così. Per tutti lei è Nice o, semplicemente, mamma.

“Cleonice, ma sei proprio tu?”.

“Laura!”. L’incredulità le spezza la voce. Laura! È lì, davanti a lei, l’amica della sua adolescenza, l’unica amica che abbia mai avuto. Nello spazio di un istante, il ricordo di quegli anni la colpisce come uno schiaffo.

Laura, la bellissima Laura.

Lei al suo confronto, è sempre stata niente. Bruttina, insignificante, un po’ in sovrappeso. Laura era snella, bionda, con quell’eleganza naturale che la faceva soffrire più di ogni altra cosa. Le voleva bene, Laura, la considerava la sua migliore amica. Le raccontava i suoi amori, la portava alle feste dove lei non veniva mai invitata, le prestava i vestiti. Non si accorgeva di quanto la facesse soffrire vederla così ammirata, corteggiata da tutti, mentre lei, Cleonice la brutta, rimaneva in un angolo ad aspettarla, senza che nessuno la degnasse di uno sguardo. Quanto ha sofferto, quanto avrebbe voluto gridarle in faccia tutto il suo odio!, ma non poteva, Laura era così amorevole con lei, così dolce.

Adesso è qui, davanti a lei, e quasi non la riconosce.

“Come stai, Cleonice? Da quanto tempo…”.

Dove sono finiti i suoi capelli biondi, le sue gambe lunghe? Dov’è finito il suo meraviglioso sorriso?

Di fronte a lei c’è una donna sfiorita, appesantita; i capelli spenti legati alla nuca; le gambe gonfie, che la gonna lunga non riesce a nascondere.

Laura l’abbraccia, sinceramente felice di rivederla. Le sorride, e per un attimo riappare la luce dei suoi occhi color smeraldo. Quanto ha odiato quel sorriso, quanto le ha invidiato quegli occhi. L’invidia le ha avvelenato la giovinezza, tanto che è dovuta scappare via per potersi salvare e forse è vero che anche per le brutte nella vita c’è un po’ di felicità, perché poi si è sposata, ha avuto due figli, non ci ha pensato più.

“Ma dove sei stata tutti questi anni? Ti ho cercata tanto, sai...”.

Nice risente nella sua voce tutto il suo affetto, quell’affetto che non ha mai saputo ricambiare.

Laura le racconta di sé. Si è sposata due volte, ma adesso è sola. Non ha avuto figli; forse è per questo, dice, che entrambi i matrimoni sono finiti. Lo dice con voce opaca, con appena un’eco di un antico dolore.

Lei ripensa ai suoi figli, a suo marito che, a suo modo, le ha voluto bene e pensa che dalla vita, in fondo, ha avuto tanto.

Davanti a lei c’è una donna sola, povera. Nonostante fossero entrambi ricchi, i suoi mariti non le hanno lasciato nulla. Lo dice senza astio, Laura. Buona come sempre, fino all’ultimo.

Nice la guarda ancora una volta: il trucco non riesce a nascondere le rughe, il viso è sfatto. In uno slancio di affetto, l’abbraccia forte.

“Anche tu mi sei mancata, Laura!” le dice, e per la prima volta è sincera.

Gli anni di dolore scompaiono; di tutto il rancore non rimane più niente.

La vecchiaia le ha rese uguali, finalmente.

 

***

 

Lo spettacolo

 

di Anna Genova

 

Sonia guardò l’orologio in alto alla parete, erano quasi le otto e finalmente un’altra giornata rinchiusa nella sua merceria piena di bottoni e merletti, volgeva al termine. Erano passati ormai vent’anni, giorno dopo giorno; era nata la sua prima figlia poi l’altra, si era separata dall’inutile e ubriacone marito ed era ancora lì a contare bottoni, a tagliare fodere e stoffe, aspettando solo la sera per tirare giù la vecchia e rumorosa saracinesca e tornarsene a casa dalle figlie, cresciute da sole a due isolati dopo, al primo piano di un monolocale.

Aveva un aspetto appesantito dalla sua mezza età, come dai suoi ottanta chili. Indossava spesso maglioni larghi e lunghi fin sopra i pantaloni che fasciavano le grosse cosce, i capelli scoloriti da vecchie tinture e portati indietro da una pinza, facevano da cornice, insieme ad un generoso doppio mento, ad un viso disegnato a tratti da una vistosa peluria. Le folte sopracciglia lasciavano appena intravedere due occhi verdi, spenti quanto malinconici.

Era stanca, di tutto. Aprì la cassa, fece per contare i pochi soldi, quando la presenza di una donna le si pose davanti chiedendo due bottoni gioiello per l’abito che si accingeva a  mostrarle.

«Lei è la mia ultima speranza, mi aiuti» le supplicò «stasera ho la prima dello spettacolo e i bottoni che mi ha procurato la costumista sono davvero orribili, inadatti, capisce? Mi dica come può la “contessa Quattromani” indossare un prezioso abito dell’ottocento con due bottoni di plastica sul corpetto, per giunta bianchi, bianchi su un velluto blu, pazzesco, davvero pazzesco! Come posso chiuderlo sto corpetto sennò, mi dica, mi hanno detto che è ben fornita. »

Intanto apriva il portabiti di stoffa e quando la lunga lampo fu completamente scivolata giù, lo stupore di Sonia si fece così intenso da fare esplodere sulle gote un rossore imbarazzante di fronte al quale la donna non poté che esserne lusingata.

«Bello vero? » commentò soddisfatta.

«Altroché se è bello! Bello è anche poco» rispose Sonia sollevando con forza le sopracciglia.

Quell’abito la riportava ad un’epoca in cui avrebbe voluto nascere solo per indossarlo almeno una volta. Cose così l’avevano fatta sempre sognare guardando le sue fiction preferite, ma non aveva mai visto niente del genere così da vicino. Dopo averlo fissato a lungo, Sonia spostò il suo sguardo curioso sulla donna, sulla pelle del suo viso curato, sul trucco perfettamente in tono con il verde degli occhi, sui capelli tinti d’oro e raccolti in un luccicante fermaglio, sulle unghie rosso porpora che spuntavano dalle maniche del lungo cappotto di astrakan a coprire con garbo le robuste spalle e persino sul particolare doppio mento che si muoveva traballante insieme al suo spigliato chiacchierare.

Tutto di lei sembrava lontano: la sua vita agiata, quasi mai annoiata. Eppure tutto così familiare da riuscire ad emozionarla per ogni particolare su cui si soffermava.

«Ha sentito parlare vero della famosa commedia “I quattro amanti della contessa Quattromani”?» Chiese l’eccentrica attrice col preciso sospetto di non essere stata riconosciuta.

«Come no! Chi non la conosce» rispose Sonia raccogliendo un sorriso rassicurato. Si diede poi subito da fare per accontentare la sua speciale cliente che non esitò, per la soddisfazione, a ripagarla con due biglietti per lo spettacolo di quella sera e ringraziandola ancora le lanciò un bacio e uscì di corsa.

Sonia inchiodata al pavimento ammirò i biglietti che stringeva tra le mani, certa di stringere qualcosa di più che due semplici pezzi di carta, qualcosa che la faceva sentire altrove. No, quella donna non l’aveva vista su un cartellone pubblicitario né in televisione o al cinema. Quella donna era impressa sullo specchio nel quale da troppo tempo non si guardava. E non era appena somigliante alla sua immagine, era identica. Sotto al trucco, al cappotto di astrakan, dietro la felicità e l’esaltazione, c’era proprio lei. Quella che con poco sforzo e molta fortuna sarebbe potuta diventare. Forse anche solo per una sera, dal buio di una sala.

 

***

 

 

IL SOGNO DI UN LAVAVETRI

 

di Anna Hurkmans

 

Essere stritolati dalle ruote di un suv non è proprio una cosa piacevole. Per fortuna il passaggio all’altra vita è veloce. E che vita!

La colpevole era certamente lei, quella bella ragazza bionda che mi aveva fatto impazzire dalla prima volta che l’avevo vista. Con questo non voglio mica insinuare che mi aveva spinto sotto la macchina. No, la sua vista mi aveva semplicemente fatto perdere l’equilibrio – in tutti i sensi – ed ero caduto, proprio quando la macchina dietro alla sua  arrivava. L’avevo incontrata un paio di mesi fa, la prima volta che mi ero messo a lavare i vetri ad un semaforo vicino Ponte Mammolo. Lei si era fermata ed aveva accettato subito di buon grado il mio servizio. Più che le monetine che mi aveva messo in mano avevo gradito il raggiante sorriso che mi regalò. Aveva lunghi capelli biondi legati in una coda. E occhi nocciola da cerbiatta.

Passava ogni giorno alla stessa ora con la sua Smart grigio-metallizzata. Non sempre mi faceva lavare il vetro, ma il sorriso non me lo negò mai.

Fui felicissimo, quando un giorno mi chiese il mio nome.

  Atjar? Che bel nome! E di dove sei? Indiano forse? Ah, dello Sri  Lanka! Un’isola, vero? ‒

E da quel momento mi salutò sempre col mio nome, che felicità!

Dopo un po’ presi il coraggio di chiedere il suo. – Mirella. ‒ Non poteva chiamarsi in un altro modo, questo nome riassumeva perfettamente la sua bellezza e la sua dolcezza. Da allora non smisi di pensarla, di sognarla giorno e notte. Vedevo la sua immagine davanti ai miei occhi soprattutto nei momenti brutti, quando la gente mi trattava in modo sgarbato o quando mi toccava fare interminabili code in questura per il permesso di soggiorno. La gente attribuiva la mia pazienza alla mia origine orientale. Invece...

In attesa al semaforo ero sempre sorridente. O perché lei doveva ancora passare, e l’aspettavo con gioia. O perché era già passata e il suo saluto mi aveva caricato di felicità per il resto della giornata. E ben presto notai un altro vantaggio inaspettato, causato dal mio perenne sorriso: alla fine della giornata avevo incassato molto più dei miei colleghi; la gente paga più volentieri un individuo con un viso sereno che uno con la faccia lunga.

La sera, sdraiato sulla mia branda in mezzo ad altri connazionali, la sognavo e le mie fantasie diventavano sempre più audaci. M’immaginavo di accarezzarle le mani, le belle braccia bianche e morbide, di sfiorarle il viso e poi... persino di baciarla. Ma purtroppo sapevo, capivo che erano sogni irrealizzabili. I sogni di un povero immigrante lavavetri...

Eppure...

Non so se devo ringraziare Shivah, che prego tutti i giorni, o tutta la Trimurti. Ma il mio sogno si è avverato in modo insperato.

Purtroppo ho rischiato molto: al momento del mio trapasso il mio cuore non era puro. Perché mi era scoppiato dentro un feroce sentimento di invidia. Perché lei quella mattina non era sola in macchina. Era accompagnata da un bel giovane alto e biondo a cui  permetteva persino di mettere una mano sulla coscia, che spuntava dalla sua minigonna . Non ci ho visto più. In senso letterale. Ho chiuso gli occhi per non vedere questa profanazione. E così non ho visto il suv.

Devo confessare che al momento della reincarnazione ero molto preoccupato. Per il mio peccato di invidia non potevo certo sperare di essere  trasformato in un animale superiore,  un elefante, un toro o un cervo. Ma trovare la mia anima risucchiata in un corpicino esile con alucce trasparenti e gambette stecchite e lunghe lì per lì non faceva proprio parte dei miei desideri. E poi quello strano pungiglione! Ma fu infine quel particolare a farmi capire di essere diventato una zanzara. Poi però mi resi conto della mia fortuna. Potevo entrare nella sua macchina attraverso il finestrino aperto. E posarmi sulla sua pelle liscia e profumata. Camminare tutto lungo il suo collo da cigno ed infilarmi audacemente sotto il suo vestito e seguire il percorso nella profonda vallata tra due dolci collinette, esplorando terre esotiche sconosciute e favolose... e poi – oh suprema gioia! ‒ pungerla e succhiare il suo dolcissimo sangue. Ah, le indicibili gioie della reincarnazione, sconosciute a voi occidentali!

 

***

 

 

QUESTO MATRIMONIO NON S’HA DA FARE

 

di Anna Rita Lisco

 

Lo avevo detto a Matilda che lui non mi piaceva affatto. Troppo rozzo, il tipico palestrato che lascia pochi lembi di pelle libera, tra tatuaggi e muscoli rimpolpati da anabolizzanti e sedute dal massaggiatore. E poi quel piercing messo lì a caso, sul sopracciglio destro, mi indispettiva ogni volta che ci cadeva l’occhio.

‒ Sei giovane, la ammonivo.

‒ Ascolta tua zia che di cose nella vita ne ha viste tante!

Matilda, ventuno anni, un visetto pulito ma insipido, faceva spallucce come fanno di solito quelli della sua età, con una spavalderia innaturale e irritante.

‒  Zia, io e Manu ci vogliamo bene. E quando c’è l’amore c’è tutto. Ci vogliamo sposare, non è bellissimo?

Matilda ammicca in direzione del fustacchione che, nel frattempo è impegnato ad ispezionare le sopracciglia davanti allo specchio del corridoio.

‒ Ma zia, hai visto quanto è bono? Credi che me lo faccia scappare così un tipo del genere? Ma quando mi capita più?

In effetti Matilda non ha tutti i torti. Non la si può definire una bella ragazza e confrontata con quello lì, fa una misera figura. Forse proprio per questo non li vedo bene. Lui così alto e aitante, ben messo. Lei piccola, scialba, di poche pretese. Cosa ci avrà trovato Manu di tanto interessante?

Continuo a stuzzicarmi un brufolo che mi è comparso stamattina sulla fronte. Ho quarantasette anni, dovrei aver superato da un pezzo l’era della pelle grassa. Ma non certo per questo appaio meno radiosa. Gli uomini fanno la fila per uscire con me, donna single ed emancipata. E chi ha mai pensato di sposarsi? Sai che palle, con un uomo, sempre il solito, attaccato al piede come una palla di piombo!

Non li vedo proprio bene, so già che lei ne soffrirebbe troppo, che lui la tradirebbe a ogni occasione. È troppo bello per lei.

A me invece gli uomini mi mangiano con gli occhi quando passeggio per la strada o al giardino.

Lui, Manu, mi guarda a malapena, sembra che abbia due belle fette di prosciutto sugli occhi e non si accorge del ben di dio che gli passa e ripassa davanti…

 

Lo avevo detto a Matilda, non si può dire che non l’avevo avvisata. Erano settimane che cercavo di spalancarle gli occhietti sui rischi di un matrimonio affrettato con la persona sbagliata. Ho cercato tutti i modi di farglielo capire, anche quando ci ha scoperti a letto, non ho fatto altro che reguardirla

 

***

 

 

La signorina Ana

 

di Chiara Magazzini

 

La sveglia suonò alle sette.

Rebecca si alzò, fermandosi un istante a contemplare la sua immagine riflessa nello specchio.

Il suo aspetto era orribile, ma non perché si era appena alzata. Da sotto il pigiama spuntavano rotolini di grasso e le cosce, strette nei pantaloni, sembravano un paio di prosciutti.

“Perché non sei come Alessia?”, si ripeteva sempre Rebecca.

Alessia era la ragazza più carina della scuola. Aveva un corpo mozzafiato. Tutti i ragazzi le correvano dietro. Chi avrebbe potuto resistere ai suoi occhi verdi, circondati da morbidi riccioli rossi?

Rebecca, invece, con i suoi capelli arruffati e gli occhi piccoli come quelli di un topo, era oggetto di scherzi e battute.

 

Si vestì e scese in cucina, dove sua madre stava preparando la colazione.

‒ Vuoi latte e biscotti? ‒ le disse quando sentì Rebecca entrare.

Mmh…come vuoi ‒ rispose la ragazza. Se c’era qualcosa di cui non aveva bisogno, pensò, erano calorie in più.

Sua madre si voltò e osservò attentamente la figlia.

‒ Ti trovo dimagrita, ancora. ‒

‒ Sono sempre la stessa ‒. Possibile che quella stupida di sua madre, si ostinasse a farle credere certe cose?

‒ Ti sbagli. Ho notato che mangi poco. Perfino i tuoi professori me l’hanno detto, sono preoccupati per te ‒.

‒ Non è così. È solo stress da studio, passerà ‒.

‒ Come credi. Basta non fare sciocchezze. Ora sbrigati, o farai tardi ‒ disse sua madre, uscendo dalla cucina per rispondere al telefono.

Non appena fu certa che sua madre stesse parlando, Rebecca si alzò. Versò il latte nel lavandino, i biscotti nell’immondizia e uscì.

 

Erano circa sei mesi che aveva adottato queste strategie, tutto merito di Ana.

Si erano conosciute un pomeriggio, nei giardini pubblici.

Ana era una ragazza alta e magra, con capelli e occhi scuri. Aveva uno sguardo penetrante, al quale era difficile sfuggire.

La sua voce così persuasiva, era impossibile non ascoltarla.

Dal loro primo incontro, Ana aveva visitato quotidianamente Rebecca. Era come se sapesse sempre dove si trovasse.

Quando Rebecca decideva di isolarsi da tutto e tutti, rimanendo sola con i suoi pensieri, Ana arrivava sempre e le parlava a lungo.

 

‒ Sei brutta e grassa, lo sai benissimo. Vuoi essere come Alessia, vero?

Lei è perfetta. Tu, invece?

Non sei niente, non meriti di vivere. Come hai fatto a diventare così grassa?

Il cibo non dà la felicità. Mangiare è sbagliato.

Non ti vergogni a farlo? Sei disgustosa! Guarda gli altri come si abbuffano. Inconsapevoli del loro sbaglio, convinti di essere felici.

Tu non sei come loro. Puoi essere superiore e sai come farlo. Devi privarti del cibo. È giusto questo, perché il cibo è sbagliato.

Devi stare il più possibile fuori di casa. Mentre la tua famiglia si abbufferà, tu starai lontana dal peccato e il tuo corpo sarà puro ‒.

Ogni volta Ana le ripeteva queste parole. La sua voce era così ammaliante. S’insinuava in Rebecca come una sostanza vischiosa.

 

Così era iniziata la sua battaglia.

Grazie alle parole di Ana, Rebecca era riuscita a convivere con il digiuno.

In molti le dicevano, preoccupati, che era dimagrita troppo, ma Ana appariva e le gridava contro.

‒ Sbagliano gli altri! Sono solo bugiardi! Sei e sarai sempre la stessa stupida, schifosa, grassa ragazzina, se non ascolti me.

Io ho ragione!

Devi ascoltare me! La mia voce! ‒

Rebecca era come in trappola. Non sentiva altro che la voce di Ana.

 

Era febbraio, quando Rebecca fu ricoverata d’urgenza in ospedale. Era svenuta a scuola, pallida e tremante dal freddo.

Le persone che la soccorsero dissero che tra le braccia, sembrava di avere uno scheletrico piccolo gatto, avvolto in maglioni e sciarpe che non erano in grado di proteggere Rebecca dal freddo, di cui soffriva perennemente.

In ospedale, sua madre piangeva ai piedi del letto, dandosi della stupida e dell’ingenua.

Alcuni compagni di classe erano andati a trovarla. C’era anche Alessia, che le aveva portato una piccola pianta dai fiori gialli.

Era presente anche Ana, annidata nella testa di Rebecca come un viscido ragno, dove era sempre stata.

 

***

 

 

LA LEZIONE DI MUSICA

 

di Sara Palmieri

 

Di mestiere faccio la “voltapagine”. Anzi, la “voltaspartiti”. È un lavoro che mi sono inventata dopo aver capito che non sarei mai diventata una pianista di professione. Non c’erano in me né la passione, né il talento. Ho studiato pianoforte per dieci anni perché era un desiderio dei miei genitori a cui non sapevo oppormi. Mi sognavano su un palcoscenico, alla tastiera di un elegante pianoforte a coda, ad esibirmi nelle più famose sale concerto del mondo. La musica, a me, piaceva ascoltarla: c’erano stati e c’erano ancora tanti ottimi artisti a scriverla e ad eseguirla, non capivo perché dovessi sobbarcarmi io la fatica! Ero una bambina ubbidiente e sopportavo con stoica rassegnazione quei lunedì e giovedì in cui era stata fissata la mia lezione di musica. Le mie mani scorrevano senza convinzione, spesso inceppando, sulla tastiera, tra scale e sonatine mentre la mente volava altrove. D’estate, per raggiungere la casa della mia insegnante, camminavo a lungo, nella cittadina assolata e deserta, con gli spartiti sotto il braccio, e pensavo alle mie amiche che se la spassavano al mare. Per esercitarmi a casa, i miei avevano acquistato un pianoforte di seconda mano, che avevano fatto accordare, su cui troneggiava un metronomo. Concludere gli esercizi e srotolare sui tasti ingialliti la fascia di velluto blu prima di chiudere lo strumento, era la gioia più grande. Ho sempre odiato le competizioni e, in simili circostanze, ho sempre reagito ritraendomi. La scuola di musica era frequentata da una compagna di classe, perfettina e inappuntabile, che, non potendo i suoi permettersi un pianoforte, aveva riprodotto su un tavolo, con i gessetti, una tastiera e su quella si esercitava con risultati a dir poco brillanti. Sia l’insegnante che i miei genitori me la additavano ad esempio. “Guarda Mirella, non ha il pianoforte eppure suona benissimo!” Per quanto mi sforzassi non capivo che gusto ci fosse a suonare su una tastiera disegnata e muta. Fu così che cominciò a tormentarmi un sentimento fino a quel giorno sconosciuto. Mi serpeggiava silenzioso in petto e in fondo me ne vergognavo. Ero una bambina fantasiosa e così passavo le ore sui libri di solfeggio immaginando Mirella che diventava una pianista famosa, sui palcoscenici più prestigiosi del mondo, circondata da ammiratori estatici in camerini inondati di fiori. Ma sul più bello, alla fine di ogni performance, mentre accennava un inchino con quella sua grazia stucchevole, portandosi odiosamente la mano destra sul cuore, la facevo scivolare rovinosamente, chiudendo quei deliranti tormenti sull’immagine penosa di Mirella col vestito strappato, la pettinatura scapigliata, il make up disciolto. Solo allora mi si stampava sul viso inebetito un ineffabile sorriso.

Oggi Mirella – quarantenne single e precaria – insegna in una scuola media, non fa concerti e non è diventata famosa. Io invece volto le pagine nel teatro della mia città di provincia. Sono molto richiesta dagli artisti perché sono bravissima e non mi distraggo mai. Sono un “tecnico”, che sa leggere la musica. Quando arriva l’ultima battuta sono già pronta a voltare la pagina, cercando di farmi piccola e invisibile. Lo scroscio degli applausi che chiude ogni concerto appartiene anche a me e se le luci della ribalta illuminano soltanto il pianista, è come se avessi suonato anch’io. Mi sento appagata ed orgogliosa perché ho voltato la pagina al momento giusto e la musica non si è interrotta: le note dei minuetti o delle arie, diesis e bemolle, hanno volteggiato tra la gente e l’hanno avvolta con delicatezza come piume di struzzo. Sul palcoscenico salgo dunque ogni sera, come volevano i miei genitori, come non è riuscito fare a Mirella.

 

***

 

 

Praline al veleno

 

di Chiara Rossi

 

Nel 1932, decisi di lasciare il ristorante di Chiavari, dove lavoravo come maître, per dare un taglio al passato. Fu così che sbarcai a Buenos Aires. Divenni presto amico di un compositore di tango, Osvaldo Pugliese, figlio di italiani; abitavamo vicini, nel quartiere della Boca, e fu facile frequentarci. Una mattina, bussò alla mia porta con in mano il Secolo XIX, avuto da un uomo d’affari giunto da Genova: “Leggi, leggi”, mi disse tutto trafelato. “Parla di quella tua storia incredibile…”

‘A sei mesi di distanza dal delitto di Chiavari, gli inquirenti hanno fatto luce sul mistero che avvolgeva la scomparsa di Lina Bacigalupo, talentuosa cuoca del ristorante dell’Hotel Negrino. Sulle braccia della donna, trovata avvelenata, era stato scritto: Non affidare i tuoi volgari piatti a un cuoco, se non è un artista’.

Quelle poche parole bastarono a far riaffiorare la dolorosa vicenda di Lina, cuoca del ristorante dove lavoravo, di cui ero stato ‒ non ricambiato ‒ tremendamente innamorato. La curiosità di Osvaldo mi costrinse a tornare col pensiero al giorno in cui il famoso Marinetti, poeta-drammaturgo d’avanguardia, era riuscito a coinvolgere Lina, suscitando la mia più livida gelosia, nella creazione di una di quelle sue serate stravaganti, che riempivano le pagine dei giornali. Come D’Annunzio che lo liquidava come ‘un cretino fosforescente con qualche lampo d’imbecillità’, lo detestavo, ma Lina era molto presa dai suoi modi signorili da artista.

Un giorno si presentò con una scatola di praline acquistate in Francia appositamente per Lina e, dopo aver gustato i suoi piatti sopraffini, si misero a parlare. Iniziarono col dilungarsi sulla pasta, che Marinetti definiva, disgustato, antivirile alimento amidaceo: lui auspicava l’abolizione di quella assurda religione gastronomica, perché, a suo dire, legava coi suoi grovigli gli italiani ai lenti telai di Penelope e ai sonnolenti velieri, in cerca di vento… E Lina rideva, tutta beata, di quelle uscite: “Voi Futuristi siete davvero strambi… Artisti, pittori, poeti…”. “Anche cuochi!”, proseguiva lui. “Si pensa, si sogna e si agisce secondo quel che si beve e si mangia. Volevo proprio parlarvi di un evento memorabile che mi sono messo in testa di realizzare qui: una mostra d’arte, un circuito di poesia e una mia conferenza. Se vi sta’ bene, Lina, ci sarebbe il mio amico Bulgheroni, primo cuoco della ‘Penna d’Oca’ a Milano, che verrebbe appositamente a cucinare insieme a voi: gli ho già parlato del vostro tocco magico!”. Con questo, il farabutto l’aveva conquistata! “Stiamo progettando un Aeropranzo, in cui mescoleremo poesia e musica agli ingredienti, per accendere i sapori. Sarà come un rito, con i commensali come attori di uno spettacolo a sorpresa”. “Un timballino di testina di vitello, ananasso, noci e datteri, farciti di acciughe?”, suggeriva Lina; e Marinetti, di rimando: “Audace! Frutti africani, gravidi di una sorpresa! Un «Timballo di avviamento» per lasciare ogni esofago ingorgato dall’ammirazione!”. E così via, i due si scambiavano prelibatezze mentali. Parlarono anche del «Decollapalato», un brodo assai bizzarro, a base di sugo di carne, champagne e liquori: un capolavoro di lirica brodistica… “Io ci metterei sopra dei petali di rose!” cinguettava Lina; “Petali vaghi e fragili, che nuotano sulla miscela… Magnifico, per la verginità gustativa cui pensavo!”, la assecondava Marinetti. “E se servissi del salame in un piatto con caffè espresso bollente, mescolato con acqua di Colonia?”. “Geniale! Un «Porcoeccitato»!”… Basta per me era troppo; li abbandonai al loro delirio.

Osvaldo non riusciva a star serio ‒ la mia gelosia lo divertiva troppo ‒, ma il mio sguardo affranto gli diceva tutta la mia sofferenza. Avevano avvelenato Lina e non mi capacitavo che qualcuno le avesse voluto tanto male da ucciderla… Osvaldo riprese per me la lettura del quotidiano:

‘Il delitto della Bacigalupo è stato messo in relazione con altri tre delitti similari avvenuti in questi mesi, a Torino, Bologna e Roma: tutte le vittime erano cuochi di professione legati ai simposi dei Futuristi. Il lavoro incrociato dell’Interpol ha portato ieri all’arresto di uno chef francese, che si è dichiarato l’incompreso precursore dei piatti della cucina futurista. Lo chef, di cui al momento non è ancora stato diffuso il nome, agiva con un complice, un killer incaricato di avvelenare i colleghi italiani, che a suo dire continuavano a derubarlo della sua meritata fama mai raggiunta. Costui, sfruttando la sua notevole somiglianza con Filippo Tommaso Marinetti, il poliedrico artista rivoluzionario e geniale inventore del Futurismo, si era più volte presentato nel ristorante di Chiavari, con l’intento di carpire alcune ricette ancora inedite alla Bacigalupo…’

Non riuscivo più a leggere, ero sconvolto. Quelle maledette praline! L’invidia come movente, dunque, un’ossessione devastante quanto una letale infezione.

 

 

 

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Note finalisti

 

Angela Maria Arresta, nata a Trapani, vive a Erice (TP). Insegnante di Lettere in pensione, coniugata e nonna, collabora con associazioni culturali e impegnate nel sociale, quali ‘Il Comitato delle Donne’, ‘Salviamo la Colombaia’, ‘Gruppo poetico San Michele’, e altre.

Ha pubblicato il suo primo romanzo, 2012 L’abbraccio di Venere”, nel 2011 ed è presente in numerose antologie, con racconti e composizioni poetiche.   Ha conseguito, tra i più recenti riconoscimenti, nel 2013, per la sezione adulti, il primo premio nel concorso poetico dell’AIDO di Trapani, “Un dono per la vita”, il terzo premio, sezione adulti, nei concorsi nazionali letterari “Città di Ceppaloni”, (BN) e “Città di Acireale” (CT), una Menzione d’onore, per una poesia a carattere religioso, dallAssociazione Amici di Don Giustino Russolillo, di Napoli.         

 

Claudia Bertolè, di Torino, laureata in Giurisprudenza e in Lettere Moderne. Ha partecipato a diversi premi letterari con racconti. Collabora al sito http://sonatine2010blogspot.com (recensioni del cinema giapponese contemporaneo). Le piace leggere, scrivere, andare al cinema. Tra i suoi autori preferiti Yukio Mishima, Raymond Carver, Chuck Palahniuk, Amélie Nothomb. “Libro del cuore”: Una banda di idioti di John Kennedy Toole. Quando riesce le piace frequentare i festival cinematografici, italiani ed europei. Negli ultimi anni si è appassionata al cinema giapponese contemporaneo, in particolare all’opera del regista Koreeda Hirokazu (autore, tra gli altri, di: Maborosi, Nobody knows, Still walking, Like Father Like Son) sulla cui opera sta preparando una monografia.

 

Bruno Bianco, di Montegrosso d’Asti(AT) ingegnere libero professionista che si diletta nella scrittura di racconti e prosa in genere e saltuariamente scrive anche qualche poesia e brevi testi teatrali. E’ un partecipante accanito ai premi letterari e quando ottiene qualche "successo" si sente appagato come se avesse vinto il nobel per la letteratura.

 

Corrado dal Maso, nato a Foggia, vive e lavora a Roma. Ascolta tanta musica e possiede, da sempre, una chitarra. Scrive racconti brevi, con i quali ha vinto diversi concorsi letterari; e legge, senza ordine, attingendo alla notevole biblioteca del padre.

 

Gabriele Druetta, di Torino, appassionato per il racconto, la rappresentazione di storie e lo spettacolo in genere, fin dalla più tenera età (è, tra l'altro, violinista in un'orchestra giovanile), frequenta il primo anno di liceo. Scrive sceneggiature di cortometraggi con cui arriva finalista in premi come: Sottodiciotto (2012). Il suo ultimo cortometraggio si intitola Prima Fermata. È inoltre autore del sito “La nuova roba” e di vari racconti come “Per un posto…”.

 

Maria Fini, autrice di Guardiagrele(CH).

 

Umberto Gangi di Bressanone(BZ), attualmente coltiva l'hobby della fotografia e del foto ritocco ma in passato si è dedicato alla musica, agli scacchi, alla programmazione (nel senso informatico del termine). Legge di tutto ma ha una predilezione per gli scrittori che sappiano £mettere su carta” l’ironia: Stefano Benni e Umberto Eco sono, senza dubbio, i suoi autori italiani preferiti. 

 

Anna Genova vive a Napoli, classe 62, frequenta il laboratorio di scrittura creativa Lalineascritta, condotto da Antonella Cilento. Ha pubblicato il racconto “Via di fuga” nell’antologia Fughe Giulio Perrone edizioni. Con il racconto “Pranzo dai nonni” ha vinto il premio Loria 2013 pubblicato nell’antologia Tre volte racconto, Transeuropa edizioni.

 

Anna Hurkmans, olandese, risiede a Roma. Dopo la laurea alla Sapienza di Roma ha per molti anni insegnato nella capitale. Come scrittrice ha vinto vari premi letterari per racconti, lavori teatrali e canzoni. Come cantante e attrice ha tenuto recitals su Edith Piaf, Brecht e il mondo Yiddish in Italia e all'estero. Con il compositore Raffaele Paglione ha scritto i musicals Vincent (rappresentato in Olanda), Don't cry Butterfly (New York e Londra), Violet & Mussolini (Londra e Roma)  e Casanova (Roma).

 

Anna Rita Lisco, barese, contabile con la passione per la penna, la lettura e i viaggi. Ha ottenuto alcuni riconoscimenti nazionali che la gratificano più dei numeri.

 

Chiara Magazzini, nasce a Bagno a Ripoli (Firenze), nel febbraio 1993. Nel 2007 s'iscrive all'Istituto Statale d'Arte di Porta Romana a Firenze, oggi  Liceo Artistico di Porta Romana e Sesto Fiorentino, frequentando l’'indirizzo di oreficeria. Nel 2012 partecipa al concorso Sit in Florence 2012. Nel 2013 ha realizzato un anello per Artefatto Soft Power, svoltosi a Trieste e una coppia di copribottoni per la mostra d’artigianato abruzzese, avvenuta a Guardiagrele (Chieti). Nell’estate 2013 esegue uno stage, presso un'azienda orafa a Firenze. Ha compiuto nel 2010 l’Esame di Maestro d’Arte; nel 2012 si diploma nell’Esame di Stato con 89/100. Attualmente frequenta il secondo anno di Perfezionamento in Oreficeria, un corso biennale che il liceo offre.

 

Gianluigi Nardo, autore di Sedriano(MI).

 

Sara Palmieri di Ravenna. Lettura e scrittura sono sempre state le sue passioni, anche grazie a sua madre, maestra elementare, che le ha indirizzate ed incoraggiate. Tra le sue letture preferite degli anni di formazione i classici russi e francesi dell’Ottocento. I suoi autori amatissimi Katherine Mansfield, Natalia Ginzburg e, tra i viventi, Luis Sepulveda e, di recente, Haruki Murakami. Non le piacciono l'ipocrisia, il disimpegno, la mancanza di opinioni e perciò non capisce quelli che nei sondaggi rispondono “non so”. Ha vissuto a Sud, a Nord ed  oggi nel “quasi” centro e vive i cambiamenti come opportunità e arricchimento, rifiutando ogni forma di “campanilismo".

 

Chiara Rossi www.imaginabunda.it  – Giornalista pubblicista di Genova, da anni dedico la sua attenzione ai temi connessi alla comunicazione nelle sue svariate declinazioni, maturando esperienze professionali in vari ambiti e specialmente curando – dal punto di vista editoriale, grafico e fotografico – progetti editoriali commerciali e di sensibilizzazione per associazioni no profit.

Scrivendo si dice ciò che si è e si fa essere ciò che non è si legge nei Testi delle Piramidi dell’Antico Egitto: forse per questo ama tanto scrivere. Guardare il foglio bianco e sentire il leggero frusciare del pennino intriso d’inchiostro che vi scivola sopra, già di per sé è un piacere, che poi continua, nell’arrivare in fondo alla pagina e rialzare lo sguardo in alto a sinistra della nuova e ricominciare, alla ricerca del Non Dove che è l’origine di ogni racconto. Scrivere è come un viaggio, a volte condiviso, a volte solitario. A lei interessa molto il viaggiare, ma anche il risultato del viaggiare.

Dottore magistrale (laurea specialistica con lode, ateneo di Genova) in Scienze dell’Educazione degli Adulti e della Formazione Continua

Dottore (laurea triennale con lode, ateneo di Genova) in Esperto in Processi Formativi

Pubblicista (Albo dei Giornalisti di Genova)

Aree di interesse personale:

Viaggi & fotografia

Scienze umane, psichiche & teologiche (sociologia e antropologia delle religioni)

Lettura & scrittura (professionale e creativa)

Poesia & pittura (mostre)

Pianoforte & musica (classica, lirica, antica e etnica), danza (classica e contemporanea)

Mondo & cultura araba (lingua, calligrafia, letteratura, religione, usi e costumi)

Archeologia, con particolare predilezione per l’egittologia

Hatha yoga, equitazione, nuoto, immersione subacquea

Bridge

 

Massimo Terzini, autore di Veroli (FR). A proposito dei suoi hobby, racconta di non averne di particolari. Probabilmente perché si occupa con infinito piacere della sua attività di pittore, il che non gli lascia residui di tempo per momenti di ricreazione altrettanto gratificanti. La lettura (e la letteratura) gli rende piacevoli gli altri momenti della giornata nei quali non dipinge, incontra amici, o... scrive. “Memorie di Adriano” della Yourcenar e “Le menzogne della notte” di Bufalino, sono i libri che mette in cima ad una ideale piramide di capolavori. Per rimanere in tema, l’INVIDIA, è il sentimento che meglio esprime il suo stato d’animo quando pensa a quei testi o, scendendo (di poco) i gradini della piramide, a scrittori veri come Tiziano Scarpa, Antonio Tabucchi, Italo Calvino, Raymond Carver, Sandor Màrai, Milan Kundera, G. G. Marquez.

 

 

 

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Le vie del racconto

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