SPAZIO LIBERO
SU ANDREA FOGLI
La scena incandescente dell’arte


      
In occasione della mostra “Ogni cosa” al Casino dei Principi di Villa Torlonia a Roma, che rimarrà aperta fino al 7 aprile, una testimonianza sull’opera dell’artista capitolino, vista dall’angolazione di una donna che fa teatro. Nel suo antro-officina si incontrano la scarsità e la sovrabbondanza, santi e creature immaginarie, suggestione e liberazione, la veglia e il sonno. Un mondo di fuori, ma anche di dentro, che partorisce gorghi carnali-animali.
      



      

di Cinzia Villari





Dal chiostro all’antro, alla grotta, il tragitto sarebbe stato breve. Bisognava percorrere pochi metri tra i vicoli  e attraversare un solo ponte. Non era difficile, il cammino non era impervio non c’erano salite emotive, tratti scoscesi, metri accidentati da calpestare. E così ho raggiunto l’antro, sono entrata nel ventre, nella grotta per incontrare l’opera che l’artista aveva narrato nel chiostro.

Ottobre. Autunno romano, Roma, strizza l’occhio al passante in questa stagione, è  languida, opulenta, bellissima. I luoghi ce li lascia spalancati, si lascia attraversare, penetrare. Il Chiostro del Bramante, suo salotto ideale, ci accoglie quella sera, noi invitati, a questo appuntamento con l’artista. Una sera dal cuore timido ma dai polmoni infuocati. Il chiostro diventato spazio per una rappresentazione che sceglie di essere informale conferenza e evento sociale, ci narrerà il percorso di un artista noto da tempo al mondo dell’arte contemporanea. Ma il chiostro, da luogo della rappresentazione si trasforma in luogo dell’immaginazione e si entra in uno spazio altro. Io sono una donna di teatro e ho i sensi trafitti da una percezione che vuole altro,  la vista viziata da quarte pareti, l’udito sporcato da grida e sussurri, ho incubi di memorie perdute e sogni di platee vissute ma sono anche spettatrice vigile, attenta che sente l’azione e la parola scenica e qui nel chiostro tutto questo sembra scorrere con fluidità e in abbondanza. Così ho incontrato da vicino l’opera di Andrea Fogli. Arcate pilastri  e loggiato erano la scena che inglobava un mondo.

Non era una mostra che metteva in mostra perché le opere reali  abitavano in questo caso in una narrazione che le  faceva vive differentemente. La parola dell’artista si confondeva con immagini che a cadenza metrononomica ne scandivano un tempo estetico e un tempo interiore.  Le mie retine  guardavano, osservavano, i miei condotti uditivi ascoltavano, interpretavano. Percepivo spazi solitari, intravedevo personaggi parziali, enigmatici, rivelatori di una minima parte di loro stessi…poi gli applausi e la presa di coscienza che il sipario sarebbe calato.

In teatro la performance dura la vita di una farfalla  e l’opera diventa ricordo solo  se ha la forza di non cadere in un’instante nell’oblio. Nelle altre arti no, nell’opera di Fogli, no. Così quando è giunto un invito informale per pochi amici non ho bypassato come a volte accade, volevo vedere da vicino l’opera, capire se era viva come la narrazione al chiostro mi faceva presagire. Così ho attraversato il ponte ma non quello dell’esitazione, della coscienza turbata che ti fa muovere incerto, ma semplicemente il ponte quello che portava al ventre e sono entrata nell’antro. 





Andrea Fogli, Isola VIII, 2013


Nell’antro: qui si attraversano la scarsità e la sovrabbondanza, santi e creature immaginarie, suggestione e liberazione, la veglia e il sonno. Qui l’umano mostro magnifico si connette con il mondo di fuori ma anche con il mondo di dentro, e i cuori sono pietre e le pietre cuori. Ma le notti però, che partoriscono gorghi carnali-animali, abitano un buio bianco perché per dirla con le parole di Fogli “lo sbiancamento ne aiuta la necessaria smaterializzazione”. Siamo lontani dall’opulenza in quest’antro perché la sovrabbondanza non sta nell’accumulo ma nel sentire  con le più multiformi sfumature e il paesaggio che ne accoglie i significati è appena tratteggiato e  questo mondo, se lo si narra lo si fa sottovoce perché qui la storia è appena raccontata…

Dunque eccola quella parzialità, quell’enigmaticità, quella porzione minima di rivelazione di cui nel chiostro ne presagivo il senso.

Nell’antro approccio a qualcosa dunque, che mi è familiare, qualcosa che fa parte da tempo della mia idea d’arte: qui il meno è più per dirla beckettianamente ma è un meno incandescente che tiene conto, almeno mi sembra di percepire, della presenza del ricettore, c’è teatro in questo antro fertile, se per teatro si intende un collettivo di anime dove l’interazione prevede che entrambe le presenze siano incandescenti. Qui abita l’artista con le sue opere mute ma c’è spazio per lo spettatore vigile attivo. Sono opere mi sembra che, nonostante viaggino ai bordi dell’astrazione, riescono a mettersi in contatto con te che le incontri. Viziata da una condizione che prevede il rapporto assoluto tra l’attore e il ricettore, non riesco ad immaginare l’arte se non nella grandezza di questo rapporto, nell’intensificazione della co-presenza. Mi interessa non solo quello che dalla scena si trasmette alla sala ma anche quello che dalla sala si trasmette alla scena ed è nei meccanismi di retro-alimentazione di questo reciproco raccogliere e restituire che ne va della sopravvivenza dell’arte. Il pubblico non è una macchia nera bagnata di buio. È un’entità viva, attiva che scrive ciò che l’opera lascia in penombra, che completa quello che la rappresentazione non spiega. Ma se il rapporto non si crea, la spettatore diserta lasciando l’opera in un vuoto abissale.

Ho attraversato il ponte e sono entrata nell’antro, le notti sono bianche là dentro ma per il collettivo delle anime la temperatura è incandescente…

 




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