LETTERATURE MONDO
JAMES M. MCPHERSON
Abraham Lincoln,
un ‘poeta
della politica’

      
È stato pubblicato dalla Bur il libro “Lincoln, storia dell’uomo che liberò gli Stati Uniti” pressocché in contemporanea con l’uscita sugli schermi italiani dell’ultimo film di Steven Spielberg, dedicato al presidente che condusse una lunga e sanguinosa guerra civile in America che portò all’abolizione dello schiavismo. L’agile volume ripercorre l’intera vicenda biografica dell’uomo e del politico, evidenziando i suoi enormi meriti, ma anche le sue contraddizioni, separando l’aura del mito dalla verità storica. La sua volontà suprema di voler salvare l’Unione degli stati nordamericani riuscì a saldarsi con l’affermazione di principî di civiltà fondamentali.
      




   

di Domenico Donatone

 

 

«Ci saranno uomini neri che ricorderanno di aver aiutato l’umanità in questa penosa impresa, con lingua silenziosa e denti serrati, sguardo fermo e baionetta inastata; mentre, temo, ci saranno bianchi incapaci di dimenticare che, con cuore maligno e parole disoneste, hanno lottato per ostacolarla

(Abraham Lincoln, 16° Presidente degli Stati Uniti dal 1861 al 1865)

 

 

«Oh, perché essere orgogliosi dello spirito mortale? | Come una rapida fugace meteora, | un lampo di fulmine, una rottura dell’onda, | si passa dalla vita al riposo nella tomba. ||»

Perché sono importanti questi versi? Perché sono versi del poeta scozzese William Knox (1789-1825) che hanno contribuito alla formazione di Abramo Lincoln (1809-1865), sedicesimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Il testo s’intitola Mortalità (1824) ed esprime in maniera molto concisa la fugacità della vita. Vita che si muove rapida e repentina, fugace come l’ombra. Una lugubre poesia, come è stato scritto[1], utile però a farci entrare in contatto con la sensibilità di un uomo che ha liberato gli Stati Uniti dalla schiavitù. Il libro che racconta in maniera molto sintetica, ma non superficiale e lacunosa questo percorso storico doloroso è Lincoln, scritto da James M. McPherson, edito in Italia per i tipi Bur-Rizzoli (tradotto da Sara Reggiani, € 9,50, pp. 101, gennaio 2013). James M. McPherson, storico della guerra civile americana e vincitore del premio Pulitzer, conduce il lettore senza sconfortarlo dentro la trama biografica di Abramo Lincoln. Le biografie sono sconfortanti perché narrano esistenze così meritorie che schiacciano chi le legge. Le biografie determinano sempre un distacco fra lo storico, il lettore e il protagonista. In questo caso, benché il testo non sia corposo, anzi, grazie al fatto che non lo è, si può leggere facilmente la storia più avvincente (a livello quasi letterario) e più drammatica (a livello storico e politico) che ha segnato il Diciannovesimo secolo. Per gli europei è storia che accade oltre oceano, lontana, distante, ma il suo impatto sul resto mondo sarà deflagrante.

Uomo di umili origini, dalla formazione autodidatta e precaria, (da giovanissimo fece il commesso,  il bracciante, lo spaccalegna, il direttore di un ufficio postale, l’agrimensore e il proprietario di un emporio che fallì) motivato a raggiungere traguardi che egli stesso non pensava fossero raggiungibili, Abramo Lincoln per anni alterna l’attività forense all’impegno politico. Avvocato, dunque, ma in concreto uomo illuminato dal grande “sogno” dell’Unione degli Stati americani: un’intesa democratica dichiarata prima nella Rivoluzione del 1776, e dopo nella promulgazione della Costituzione del 1787. Lincoln legge e s’informa il più possibile, fa della lettura il suggerimento più proficuo nell’esistenza di un uomo, così che il suo patrimonio di conoscenze è dato dalla Bibbia di re Giacomo all’opera Il viaggio del pellegrino del predicatore John Bunyan, fino a William Shakespeare e Robert Burns. Una formazione letteraria certamente non vasta, ma opportuna per scatenare curiosità e riflessioni da indurre Lincoln ad essere, tra i politici della storia, un uomo colto e riflessivo, un “poeta dell’azione politica” (per la straordinaria efficacia dei suoi discorsi pubblici e per il sottile tormento esistenziale di lui come individuo) che esprime, ante litteram, il suo programma d’intesa tra gli Stati federali come se fosse un’avanguardia artistica da affermare superando ogni consenso e marcando, sul piano della libertà, il significato profondo di cosa significa essere cittadino libero.

Proprio come un poeta, perché è questa l’emozione che scatena il resoconto biografico di James M. McPherson, Lincoln è dilaniato da conflitti interiori, da slanci che lo portano a toccare il “cielo” e poi, di colpo, a precipitare nel baratro più profondo della depressione. Tutto ciò colpisce e perseguita Lincoln in quanto individuo, prima ancora di diventare uomo di responsabilità e di Stato, che si prostra e si erge con grandi dolori dinanzi alla ferocia della guerra di secessione. Vive, Lincoln, la sua esistenza come se fosse una missione. Una missione che si scatena dinanzi la possibilità concreta di realizzare una nazione non più dilaniata da lotte interne ma finalmente liberata. Liberata perché unita, liberata perché capace di essere forte con sé stessa, liberata perché capace di perdonare i suoi errori. Come un poeta che vive ai margini, immerso nei suoi tormenti, Lincoln decide, da politico, di stare al centro della scena repubblicana e libertaria del suo Paese, unendo alla rappresentanza politica la sensibilità della sua cultura. Incomincia nel 1834 la sua prima avventura legislativa nell’Illinois, per concluderla, dopo vari avvicendamenti, dopo rinunce, delusioni profonde e repentini slanci di entusiasmo, con il mandato di Presidente degli Stati Uniti nel 1865. Data storica non solo perché si “risolve”, come scrive McPherson, la questione lasciata irrisolta dagli eventi del 1776 e del 1787, cioè la pratica dello schiavismo, ma perché si compie un omicidio. Abramo Lincoln viene assassinato da un attore di teatro, John Wilkes Booth, che riesce a introdursi nel palco in cui il Presidente e sua moglie stanno assistendo alla rappresentazione di una commedia, al Ford’s Theatre di Washington, il 14 aprile, e a sparare un colpo di pistola alla testa. Lincoln muore, dopo diverse ore di coma, la mattina del 15 aprile 1865, alle 7:22. Questo perché Booth, «che capeggiava una losca cospirazione dei servizi segreti confederati», tramava da tempo una risoluzione del problema dello schiavismo e della secessione con una resa di Lincoln che fosse capitale.





Abraham Lincoln (1809-1865)


Lincoln aveva espresso la volontà, dopo la vittoria della guerra civile da parte dell’Unione, con il tracollo definitivo degli eserciti della Confederazione a Richmond e alla resa del generale Lee ad Appomattox, l’11 aprile, che gli afroamericani e i veterani neri dell’esercito unionista potevano essere istruiti al voto. «Questo significa cittadinanza ai neri», borbottò un uomo fra la folla, ovvero l’attore John Wilkes Booth, nel giorno in cui Lincoln tenne il discorso di pacificazione. Per gli americani e per quel grande seme embrionale di civiltà che era stato da poco piantato, la morte di Lincoln significa tornare ad essere nuovamente orfani. E orfani dei migliori presidenti degli Stati Uniti gli americani sono in qualche modo sempre stati, tant’è che la storia corre veloce a John F. Kennedy, assassinato a Dallas nel 1963, perché anch’egli voleva favorire l’integrazione dei neri in America. James Hood si chiamava il primo studente di colore che provò a iscriversi nell’università dell’Alabama nel 1963[2]. Poté farlo solo dopo l’intervento di Kennedy sul governatore di quello Stato. L’America, dunque, cresce nel sangue e nell’intolleranza. È una nazione da sempre devastata da lotte interne, nelle quali il pregiudizio razziale determina il collasso della stessa democrazia. Certo non si può, mentre il film di Steven Spielberg dal titolo Lincoln (2013) va in onda nelle sale cinematografiche, non toccare la questione principale su cui tutta l’attenzione storiografica è concentrata: l’abolizionismo, la questione della schiavitù. Ebbene, giova dirlo subito, menzionando una lettera che il Presidente scrisse e indirizzò al New York Tribune, diretto da Horance Greeley, quanto segue: «Il mio obiettivo primario in questa battaglia è salvare l’Unione, non abolire o preservare la schiavitù. Se potessi salvare l’Unione senza liberare nessuno schiavo, io lo farei; e se potessi salvarla liberando tutti gli schiavi, io lo farei; e se potessi salvarla liberando alcuni e lasciandone altri in catene, lo farei anche in questo caso.» Cosa accade, dunque, nella mente di chi legge queste parole e ritiene da sempre che Lincoln sia l’uomo della provvidenza, colui che libera perché crede fermamente nella libertà dell’individuo? Un corto circuito che va subito arginato. La questione, di fatto, si rende complicata da spiegare, ma James M. McPherson riesce a snellirla, a illustrarla con chiarezza. Al grido dei Democratici contro i Repubblicani “o la guerra o l’emendamento”, Lincoln intuisce che le sorti dell’America dipendono tutte dal XIII° emendamento della Costituzione: farlo approvare al più presto dal Congresso e rendere in questo modo tutti gli individui uguali dinanzi alla legge. Solo così è possibile porre fine alla lacerante guerra civile di secessione. Dare agli Stati membri dell’Unione e agli Stati confederati la possibilità di unirsi nel segno dell’uguaglianza così come la Costituzione americana indica sin dalla sua stesura. Un emendamento che, di fatto, libera gli schiavi ma di sicuro non li emancipa.

Scrive McPherson che «queste accezioni diedero luogo a proteste secondo cui il Proclama di emancipazione in sé e per sé non liberava nessuno; Lincoln, infatti, proclamava liberi degli schiavi là dove non aveva il potere di far rispettare il decreto e non toccava la schiavitù in quei territori su cui invece poteva esercitarlo. Le obiezioni erano, sotto molti aspetti, infondate. Lincoln non aveva il diritto di appropriarsi degli schiavi in quanto proprietà nemica, se i padroni non erano, di fatto, nemici. Decine di migliaia di schiavi e contrabands [gli schiavi fuggiti in cerca di asilo e arruolatisi nell’esercito dell’Unione] vivevano in zone del North e South Carolina, della Georgia, della Florida, del Mississippi e dell’Arkansas occupati da forze unioniste, ai quali tuttavia il proclama veniva applicato.[3]» Per Lincoln, dunque, emendare la schiavitù significa aggiungere una forza ulteriore al progetto di unificazione, godere di un esercito aggiuntivo, per cui promettere e mantenere la fine della schiavitù rende ulteriormente determinante la sconfitta degli Stati confederati. In senso machiavellico Lincoln stesso ammette: «Ho il diritto di prendere qualsiasi misura risulti efficace a sottomettere il nemico.[4]» Da questa posizione così forte si determina un accostamento non molto sbagliato di Lincoln Presidente degli Stati dell’Unione e comandante in capo dell’esercito unionista sempre più autoritario, colui che abolisce l’habeas corpus[5] e istituisce tribunali pronti a praticare “arresti preventivi” qualora semplici cittadini appoggiassero e favorissero la confederazione degli Stati del sud. Cosa accade, dunque, che muore un mito? Che la bella storia si contorce dinanzi alla dura verità dei fatti? Il mito incontrastato di Abramo Lincoln, Presidente decisivo nella storia dell’unione degli Stati americani, ha commesso azioni che meritano una reprimenda? Di sicuro la storia è ben altra cosa dalla fantasia e leggerla non significa poterla vivere direttamente. Però la storia è anche immersione, curiosità: storia significa ricognizione di tutti gli eventi, tra questi, anche i meno piacevoli. Non cade un mito per chi vuole leggerlo in questo modo, perché si comprende quale fu l’entità del reale operato di quei giorni così concitati precedenti l’abolizione della schiavitù e l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.

Come sopra si ricordava, la figura di Lincoln è di un “poeta della politica”, che opera a favore di una visione che nemmeno lui riesce bene a comprendere, a contemplare del tutto e poter sul serio afferrare senza inciampare nell’errore e nella pratica della violenza. Lincoln va in soccorso di un popolo che non ha ancora piena coscienza di sé, portandosi, nell’intimità più profonda di sé come uomo, la ragione morale del suo compito che scaturisce dall’immagine più straziante di un evento che lo riguarda personalmente. L’immagine è la seguente: «A bordo c’erano dieci o dodici schiavi, legati insieme con catene di ferro. Quell’immagine divenne il mio tormento; me la ritrovo davanti agli occhi ogni volta che varco i confini dell’Ohio o di qualsiasi altro Stato schiavista.» È Abramo Lincoln che ricorda un viaggio diretto verso Louisville, nel 1831, in cui egli, alla vista di uomini e donne venduti e acquistati come merce nei mercati di New Orleans, si sente coinvolto e chiamato a fare qualcosa. Dinanzi a quell’immagine, alla vista di quegli schivi, scatta la conversione di Lincoln avvocato, critico con gli abolizionisti, e viene fuori il Lincoln politico repubblicano che inizia a sperare sempre più nella risoluzione di quel dramma. Su quella chiatta c’era anche lui, insieme a uomini e a merce agricola. Quel ricordo così nitido poteva diventare romantico nella trama di un romanzo, materia di pura affezione, mentre diventa stimolo per tradurre il sentimento in azione. Lincoln intuisce che non può limitarsi ad agire solo per il bene dell’Unione così come aveva scritto nell’articolo per il New York Tribune. Infatti, McPherson chiarisce la contingenza storica e traduce in termini concreti il significato della rivoluzione di Abramo Lincoln: «In quanto misura adottata in tempo di guerra, il Proclama di emancipazione avrebbe cessato di avere effetto terminata la guerra. Molti schiavi avrebbero conquistato la libertà, ma la pratica della schiavitù sarebbe sopravvissuta. Così Lincoln e il partito si impegnarono ad adottare un emendamento costituzionale che la abolisse. […] Lincoln diede il suo contributo con un sapiente uso del clientelismo ed esercitando pressioni politiche mirate.[6]»





La locandina del film (2012) di Steven Spielberg


Così andarono le cose. Lincoln si vide spinto dalla sua coscienza a perseguire nei fatti quella che poteva essere la realizzazione di un punto politico-costituzionale morale oltre che libertario. È sicuramente consigliato per quanti vogliano andare solo al cinema a vedere il film di Spielberg, leggere e documentarsi sulla vita del Presidente, per evitare che molte cose sfuggano durante la proiezione della pellicola. L’elemento poetico, ulteriore, che determina affetto umano nei confronti di Lincoln è il suo animo turbato, sempre e continuamente, la sua visione della vita come missione che non ha senso se non si realizza concretamente qualcosa. La vita è approdo, attracco in un porto che possa rendere sicuro lo stare al mondo e vivere con dignità. Benché l’esistenza stessa passi, come scrive William Knox, il suo poeta preferito, dalla vita al riposo nella tomba in maniera così repentina, il sentimento di struggimento che affligge Lincoln è così intenso da condurlo ad affermare: «Smettiamola con tutto questo cavillare su quest’uomo e quell’altro, di pensare a questa razza e […] a quell’altra come inferiore […] e uniamoci in un solo popolo, affinché un giorno si possa di nuovo dire che tutti gli uomini sono creati uguali.», e aggiunge, in merito alla schiavitù, che sarà un problema che si ripresenterà anche dopo la scadenza del suo mandato: «È una questione che persisterà in questo Paese quando le flebili voci del giudice Douglas [esponente del partito democratico nell’Illinois, Stato dai forti sentimenti razzisti ] e mia taceranno. È l’eterna lotta fra giusto e sbagliato.»

In riferimento a questo pensiero ho capito che tornare a discutere della figura di Abramo Lincoln, specie in questo momento storico così difficile, in cui la mia generazione, e non solo, è destinata ad essere schiava della precarietà e della mancanza di lavoro, significa ribadire una necessità, avere per questo tempo storico il nostro Abramo Lincoln che elimina, ad esempio, tutti i contratti atipici di lavoro e si batte per un contratto unico di somministrazione. Significa capire l’importanza storica e civile del messaggio di Lincoln, per cui si può affermare con sicurezza che egli ha abolito la schiavitù perché consapevole del giusto mentre i politici del Ventesimo secolo passeranno alla storia per averla reintrodotta, consapevoli culturalmente di cosa è ingiusto. Essendo presente nella vita di Lincoln la poesia come elemento dirimente le sofferenze dell’animo, ed essendo egli dotato di una capacità oratoria così intensa da ammaliare il suo uditorio, si dà, in conclusione, la possibilità di rileggere il famoso discorso che Lincoln tenne, il 19 novembre 1863, per l’inaugurazione del cimitero militare di Gettysburg, quattro mesi dopo l’omonima battaglia. Quel discorso è «un elegante poema in prosa» che si fonda «sul susseguirsi di tre serie di tre immagini strettamente interconnesse: passato, presente, futuro; continente, nazioni, campo di battaglia; nascita, morte, rinascita.[7]» Di seguito il testo integrale:

 

«Or sono sedici lustri e sette anni che i nostri avi costruirono su questo continente una nuova nazione, concepita nella Libertà e votata al principio che tutti gli uomini sono creati uguali. Adesso noi siamo impegnati in una grande guerra civile, la quale proverà se quella nazione, o ogni altra nazione, così concepita e così votata, possa a lungo perdurare.

Noi ci siamo raccolti su di un gran campo di battaglia di quella guerra. Noi siamo venuti a destinare una parte di quel campo a luogo di ultimo riposo per coloro che qui dettero la loro vita, perché quella nazione potesse vivere. È del tutto giusto e appropriato che noi compiamo quest’atto. Ma, in un senso più ampio, noi non possiamo inaugurare, non possiamo consacrare, non possiamo santificare questo suolo.

I coraggiosi uomini, vivi e morti, che qui combatterono, lo hanno consacrato, ben al di là del nostro piccolo potere di aggiungere o portar via alcunché. Il mondo noterà appena, né a lungo ricorderà ciò che qui diciamo, ma mai potrà dimenticare ciò che essi qui fecero. Sta a noi viventi, piuttosto, il votarci qui al lavoro incompiuto, finora così nobilmente portato avanti da coloro che qui combatterono.

Sta piuttosto a noi il votarci qui al grande compito che ci è dinnanzi: che da questi morti onorati ci venga un’accresciuta devozione a quella causa per la quale essi diedero, della devozione, l’ultima piena misura; che noi qui solennemente si prometta che questi morti non sono morti invano; che questa nazione, guidata da Dio, abbia una rinascita di libertà; e che l’idea di un governo di popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a perire dalla terra.[8]»

 

 

 



[1] Lincoln, storia dell’uomo che liberò gli Stati Uniti, di James M. McPherson, p. 20, (Bur, 2013)

[2] «Addio James Hood, primo studente nero all’Università dell’Alabama», La Stampa, 18/01/2013.

[3] Lincoln, storia dell’uomo che liberò gli Stati Uniti, di James M. McPherson, p. 80, (Bur, 2013)

[4] Ibidem, p. 81.

[5] Per “habeas corpus” s’intende un importante strumento per la salvaguardia della libertà individuale contro l’azione arbitraria dello Stato. Dal latino “che tu abbia il corpo”, tale diritto del sistema anglosassone consente alla persona di ricorrervi per tutelarsi da un arresto illegittimo. Questo diritto venne inserito nel documento della Magna Cartha del 1215 dal re d’Inghilterra Giovanni Senzaterra, come norma di tutela per i sudditi feudatari. (www.wikipedia.org)

[6] Lincoln, storia dell’uomo che liberò gli Stati Uniti, di James M. McPherson, p. 82, (Bur, 2013)

[7] Ibidem, p. 84

[8] «Discorso di Gettysburg (Gettysburg Address in inglese)»: www.wikipedia.org




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