LUOGO COMUNE
FRANCA CELLI OLIVAGNOLI
Una microstoria italiana immaginaria e reale


      
“Prima d’ora” è un volume di racconti che hanno al centro la storia del nostro paese. La studiosa e scrittrice toscana ha firmato quasi un romanzo sulla vicenda dall’Ottocento al Novecento dell’Italia. Una specie di provinciale ‘Guerra e pace’ nazionale, un’epica nazionale ideata a puntate, per squarci, per frammenti, o frantumi. Ed è un libro vivificato da un pathos stilistico molto particolare, c’è una tensione emotiva che elettrizza i contenuti, facendone un’opera a tratti favolistica, aerea, leggendaria.
      



      

di Ernestina Pellegrini


Prima d’ora (MobyDick Editore, Faenza 2012, pp. 284, 17,00), un libro di racconti di Franca Celli, che rivela fin dal titolo la sua inattualità. Un libro inattuale. Una inattualità che, secondo me, costituisce la sua forza e la sua originalità. Parlare di Franca Celli narratrice significa affrontare un territorio vergine. Fino ad ora, Franca Celli Olivagnoli era conosciuta qui in Toscana soprattutto come l’ottima studiosa di Arturo Loria (è rimasta memorabile la sua elegante biografia/monografia ricostruita su documenti d’archivio, con un bel titolo, Avventure personali (per il Ponte alle Grazie 1990). L’anno prima era uscita la raccolta commentata di racconti editi e inediti di Loria, col titolo assai bello, Memorie di fatti inventati. È conosciuta anche come docente della Stanford University e come traduttrice, ma è sempre stata tenuta d’occhio anche da chi, come me, si occupa di letteratura contemporanea, ritenendola già da tempo una narratrice in clandestinità. Voglio dire che a lungo la sua scrittura narrativa è stata una storia subacquea. Per questo decisi, anni fa, di inserire anche il suo profilo in un repertorio sulle scrittrici toscane del Novecento, uscito a mia cura per le Edizioni Le Lettere; e più recentemente ho fatto una scheda su di lei per un Dizionario delle scrittrici europee, uscito proprio in questi giorni in Francia. Ero rimasta molto colpita da alcuni suoi racconti apparsi su riviste e quotidiani negli anni Cinquanta e Sessanta (“Il Mondo, “Il Nuovo Corriere”, “La Difesa”, etc). Quando ho ricevuto Prima d’ora, mi aspettavo – lo dico subito – atmosfere alla Loria. Pensavo che la biografa, la studiosa dello scrittore di Carpi, ritenuto da Luigi Baldacci “il Kafka italiano”, non potesse non cedere alle sirene di quello stile meravigliosamente nordico, fantastico. E invece no, mi sbagliavo. Loria non c’è, per nulla, in Prima d’ora. Nessuna atmosfera fantastico-surreale. Tutto, invece, in Prima d’ora, è rigorosamente vero e risponde a una volontà documentaria, di testimonianza (ecco la parola): voglio dire che c’è una fedeltà al reale quasi fotografica: sono veri i personaggi, le case, gli ambienti sociali, i singoli spari. Ma non sono rimasta affatto delusa, anzi sono stata subito incuriosita e catturata da questo naturalismo fuori tempo massimo, e mi sono messa a studiare la questione stilistica. Perché lo stile è tutto, in questo libro di contenuti forti.

Ma prima di parlare dello stile, che è tutto, diciamo che cos’è Prima d’ora nel suo insieme. Il libro è una raccolta molto unitaria di racconti, quasi lo definirei un romanzo sulla storia, un mosaico di racconti che hanno al centro la storia del nostro paese, il suo passato prossimo. Non è un romanzo storico, ma un romanzo sulla storia. La storia di ieri del nostro paese. Dal Regno d’Italia alla fondazione della Repubblica. Dal secondo Ottocento al secondo dopoguerra. Questi racconti, infatti, non sono bozzetti, sono tanti piccoli, preziosi tasselli di un unico affresco; sono spaccati sociali ed esistenziali che riescono a ricostruire un intero secolo di storia, attraverso storie di ordinaria quotidianità. Frammenti di microstoria. È dalle feritoie del quotidiano, infatti, che si ricostruisce il tam tam della grande storia. Voglio dire che alcune esperienze storiche cruciali del nostro paese qui rappresentate – quali le due grandi guerre, la Resistenza, il fascismo e l’antifascismo, la Repubblica Sociale – vengono rappresentati e miniaturizzati attraverso i binocoli stretti delle vite dei singoli, le vite di poveri diavoli, appunto, attraverso i racconti degli amori, delle lotte, delle paure, delle fedi e dei tradimenti di piccoli anonimi poveri diavoli. Come è suggestiva, per esempio, la storia di vita dei renaioli dell’Arno, gli umili protagonisti dell’ultimo racconto, Una cosa meravigliosa.

Ne esce – se mi perdonate la comparazione spropositata – una specie di provinciale Guerra e pace italiana, un’epica italiana ideata a puntate, per squarci, per frammenti, o frantumi, in cui tutto viene visto in diretta, attualizzato come se succedesse ora, e poi viene proiettato in lontananza (è la prospettiva del laggiù, del prima d’ora, su cui poi vorrei ritornare) in una prospettiva doppia, dunque, ravvicinata/allontanata assai convincente, in cui si vede scorrere una microstoria italiana immaginaria e reale.







Ma torniamo allo stile. C’è un pathos stilistico molto particolare, c’è una tensione emotiva che elettrizza i contenuti. Li rende – come dire? – vibranti. Mi sembra di aver notato qualcosa di interessante in questa faccenda dello stile acceso dal pathos (pathos nel senso in cui lo usava la retorica greca, per indicare il tono di passionalità, concitazione, grandezza, proprio della tragedia). Voglio dire che, davanti a un testo come questo – che mette in scena povera gente, poveri diavoli, vecchi, ragazze indigenti e sole, contadini, partigiani, renaioli – bisogna porsi prima di tutto problemi di stile e di lingua, sulla cifra di questo pathos, appunto. Bisogna riflettere sul linguaggio, sullo stile, e non solo sui contenuti. Può sembrare una elusione ma non lo è: linguaggio e contenuti sono qui il Giano bifronte dello stesso problema. L’effetto stilistico predominante è quello di una malinconia solipsistica che tutto invade e tutto copre, come una patina d’epoca, una malinconia che nasce da un coinvolgimento diretto dell’autrice con la materia trattata, forse un coinvolgimento persino autobiografico per certi versi (non lo so – è un’ipotesi), una malinconia solipsistica che ha connotato e connota oggi alcuni intellettuali che hanno vissuto in prima persona quei tempi di costruzione e di decostruzione dell’identità italiana. Non è certo il tempo del Regno d’Italia, per ovvie ragioni anagrafiche, che coinvolge in prima persona Franca Celli, ma il tempo della seconda guerra mondiale, della Resistenza, certo sì. Ci sono effetti stilistici vistosi e particolari, di impasto fra leggendarietà impersonale e liricità, fra il pathos lirico-simbolico, che investe le pagine più alte, e la secchezza rappresentativa quasi espressionistica che fa milieu, che fa ambiente, che fa storia, che vuole essere la cifra di una tenace fedeltà documentaria.

Franca Celli è maestra nella rappresentazione di un mondo arcaico-rurale. Un mondo ontologicamente povero. Quel mondo che abbiamo sentito come ontologicamente italiano in certi film neorealistici. Ladri di biciclette, per esempio. O Umberto D. Ma anche rimanda a ciò che Amelia Rosselli, in alcuni suoi scritti teorici, ha chiamato, con una bella immagine, “la grammatica dei poveri”.

Tutto, in Prima d’ora, è calato in un universo antropologico, in cui la civiltà a fatica si distingue dalla natura. Lo sfondo e la coralità si alterna con i primi piani dei personaggi. Questa alternanza fa parte della tecnica che dicevo prima, quel gioco fra l’ora e il laggiù del prima d’ora. Da qui lo stile particolare, con le sue riprese, le sue sospensioni, da qui certi procedimenti anaforici, certe scorciatoie che intensificano e isolano i poveri gesti estremi di personaggi che di per sé non hanno nulla di eroico (sono personaggi umili, anonimi, quasi ai margini o sotto la grande storia). Eppure, intorno a loro, intorno a Egisto, a Bartola, a Sam, e a tutti gli altri poveri diavoli, Franca Celli fa sprigionare un’aura di leggenda. La scrittrice privilegia, come già Pavese, “lo stile che esprime” rispetto allo “stile che spiega”. Da qui vengono certi periodi sospesi, senza verbo, in cui galleggiano i suoi poveri diavoli, i suoi eroi andati alla macchia. Se si fa una lettura a voce alta – come è stato fatto dall’attrice Angela Giuntini, durante la presentazione del libro, nel dicembre del 2012, a Firenze, nella Biblioteca Magliabechiana – si sente subito la forza di certi lunghi periodi in indiretto libero, che escono fuori dal tessuto narrativo, quasi fossero degli a solo di violino che si staccano e prevalgono sulla musica di fondo del concerto polifonico della narrazione – degli a solo di violino, dicevo, dove si conosce all’improvviso e obliquamente la voce e il pensiero del personaggio principale. Il resto è d’improvviso solo sfondo, solo milieu, solo cronaca. Il personaggio è ora visto dall’esterno, ora dall’interno, con straniamento di prospettiva. In certi punti si potrebbe applicare, invece, la formula spitzeriana del presente pseudo-oggettivo”, che serve a rendere attuale, presente, eterno, quel prima d’ora, il nostro passato prossimo. È lo sfondo, in questo caso, a diventare primo piano. Voglio dire che questi drammi storici, questi frammenti di microstoria pubblica si convertono all’improvviso in drammi intimi. E viceversa. Con passaggi molto naturali, molto eleganti narrativamente. Da qui certi incanti, certi improvvisi musicali; come chiamarli? Di “adagio con sentimento”, ecco, che si concretizzano sul piano sintattico attraverso l’effetto rallentante delle locuzioni (“di tanto in tanto”; “adagio adagio”) o nell’uso dei binomi di aggettivi (“affilato e pallido”, “spalancati e lucenti”) che mettono a fuoco gradualmente l’immagine, il quadro, anzi l’effetto stampa. Lo chiamerei proprio così: l’effetto stampa.

Voglio dire che le parole non avrebbero la pienezza del loro senso, non raggiungerebbero la magia della narrazione, senza quel laggiù”, senza cioè quell’orizzonte lontano (il prima d’ora) a cui lo scrittore può guardare con distacco, per cogliere l’insieme, il tutto che finalmente primeggia sulle parti, sui dettagli, dettagli che fino a quel punto di allontanamento erano stati ingigantiti da una vicinanza spaventosa. Come dire? A me sembra che la virtù del racconto si sprigioni da quell’effetto di compresenza e di contrasto fra passato/presente dello sguardo, fra quel laggiù e il qui e ora. È forse quell’azzurro del lontano che cambia il colore e il peso della cosa pronunciata fino allora nei termini di una identificazione col personaggio. C’è il senso del qui e c’è quello dell’allora. Prima d’ora, appunto, si gioca su un doppio sguardo che come una spugna cancella a un certo punto l’immediatezza simulata, più vera del vero, del presente pseudo-oggettivo che dicevamo per riproiettare la distanza su quel passato-passato, su quella realtà che è stata e non è più. Forse vi sembro un po’ complicata, ma credo che il succo di questo libro stia proprio in questa chiave stilistica molto particolare.

È stata scelta molto bene dall’editore l’immagine di copertina, con quella figurina naif di una bambina in camicia da notte, di spalle, seduta su una finestra aperta che dà su una campagna notturna sconfinata. Il titolo del quadro: aspettandoPrima d’ora, insomma, apre all’attesa, il passato apre al futuro. Voglio dire che, in questo libro, non c’è la storia di qualcosa che è finito, prevale, infatti, il senso dell’attesa, la cifra della speranza. Perché questo libro sulla storia italiana è anche un libro in qualche modo favolistico. Lo definirei un libro di fiabesco italiano. Perché il succo di questo libro – lo dico subito – sta in una domanda implicita: cosa significa essere italiani? Si poneva questa domanda nell’ottobre del 1982 anche Francesca Sanvitale. Vi leggo un passaggio di ciò che la Sanvitale scriveva:


Supponiamo di avere un incubo notturno: siamo costretti a fare un tema per l’esame di maturità. Il tema è così concepito: Che cosa significa per te essere italiano? Nell’incubo le ore passano e la mente resta buia. Dunque essere italiano non significa niente, dietro a questo concetto non c’è nessuna realtà obiettiva o psichica da descrivere, nessun riferimento emotivo. Cerca e ricerca né sentimenti negativi né sentimenti positivi. Niente.

Si dice che le immagini di un sogno rappresentano solo una situazione di copertura della verità. La parola niente quindi sarebbe una risposta importante, ma rimanderebbe a qualcosa: come lo specchio di un rifiuto, il sintomo di un’anomalia, di una paura, di una castrazione. [..] Essere italiani significa essere soli e orfani: è come essere immersi in un incubo, appunto, in un ventre di gomma nel quale ci si muove e si boccheggia cercando spiragli e cunicoli, o identificazioni grottesche con i miti più imponenti e esteriori che vengono da oltreoceano.


Ecco, il libro di Franca Celli, Prima d’ora, converte l’incubo di Francesca Sanvitale in un sogno di speranza. Sfuggire a questa domanda – cosa significa essere italiani – significa per lei sfuggire a ciò che siamo: alla complicata immagine sociale e storica che in noi si accumula ed è in continua mutazione. A modo suo, questo libro, si interroga sulla nostra famiglia introiettata, procedendo all’indietro nelle generazioni che in noi si riassumono. Di più, si propone, credo, di costruire una prospettiva collettiva. Vuole offrirla in dono alle nuove generazioni. Sapranno leggerlo?





Massimo Ruiu, Fratelli d'Italia, 2011


A un certo punto, in un racconto centrale di Prima d’ora si dice: “In tempi difficili è bello essere in due”. Anche Scipio Slataper, nel turbinio degli irrazionalismi di inizio secolo, chiamava l’amicizia, la solidarietà, “il piccolo risalire”. Il piccolo risalire insieme, anche davanti al baratro.

Non voglio ridurre tutto a una lettura contenutistica – anche se è la più facile, ma verrebbe la voglia – se ci fosse tempo – di inserire questo libro dentro il ragionato catalogo dei Romanzi di Finisterre, così bene studiati da Alberto Casadei come Forme di Narrazione della guerra e problemi del realismo. Insomma, Prima d’ora, grazie al suo stile è un libro che definirei un libro di pedagogia involontaria (un libro scritto per un pubblico giovanile – come mi ha detto più volte l’autrice – ma non solo per quel pubblico, naturalmente).

Come sono immediati, saettanti, ma anche felicemente pedagogici, i racconti sulla Resistenza. Come non ricordare, allora, la stagione alta dei racconti di Calvino, di Meneghello, di Fenoglio. Ci sono, infatti, anche le azioni dei partigiani che, come certi partigiani di Fenoglio, agiscono accecati dal loro stesso coraggio.

Questo libro di racconti è, ai miei occhi, una proposta in chiave di elegante narrazione di un quadro storico di valori alti, un libro pedagogico, dicevo, in una prospettiva radicalmente antiretorica, perché di continuo si allude, fra le righe, a una difesa di quegli universali umani indiscutibili – quelli che stanno sul discrimine a distinguere fra umano e disumano – a quegli universali umani purtroppo oltraggiati negli ultimi decenni da una politica-pop, dalla quale è doveroso prendere le distanze.

Vengono in mente certe cose di Vittorini, i suoi Uomini e no, quel Vittorini che aveva letto e apprezzato alcuni di questi racconti, ai tempi della collana I gettoni. Ma c’è dentro anche l’eco di alcuni americani: Faulkner, Saroyan, solo per fare due nomi. Il libro avrebbe potuto anche intitolarsi La storia di ieri. O anche, più malinconicamente, Essere già stati. Si intitola Prima d’ora, e sembra il richiamo a qualcosa che rischiamo di perdere per sempre nella memoria storica. È o non è – mi dico – proprio la fenomenologia della perdita uno dei temi chiave della raccolta? Tutti sembrano perdere qualcosa. Il verbo “perdere” si trova ovunque, determina l’atmosfera, colora la cornice dove avvengono i fatti. Necessità di bilanci, si direbbe, anche in termini di economia della nostra identità personale e collettiva. Cosa significa essere italiani. Ciò che si perde, ma anche ciò che si conserva, come riserva preziosa. Kaplan, lo dice con una formula : “We collect what we are, We are what we collect ” .

Fenomenologia della perdita – dicevo. Non è un caso se la maggior parte di questi racconti ruotano intorno a un’assenza, a una perdita. La perdita: un tema chiave di Prima d’ora. Per esempio, nel racconto La casa di Egisto, uno dei racconti più belli, si narra la storia di un uomo che sente di aver raggiunto l’età limite, ingrata, in cui è costretto ad andare all’ospizio; lo sa, perché l’acqua gli sta portando via la casa. Se ne sta seduto sulla pietra del focolare, Egisto, ad ascoltare l’acqua che entra di sopra, che lo fruga, la vede grondare dal suo letto, sui mobili lucidi e antichi. Malinconia senza fine, malinconia del tempo che passa, che distrugge tutto. Tinte elegiache, ogni tanto. Ma non è, questo, un libro cupo, pessimista. Anzi, come dicevo, è un libro a tratti favolistico, aereo, leggendario. Perché, lo ripeto, e con questo finisco il mio discorso: questo libro di racconti, lo dicevo, può essere letto anche come un romanzo sulla storia, proprio oggi, quando da più parti si dice che la storia è finita. La storia non è finita – come recita il titolo di una raccolta di saggi di Claudio Magris.

Ecco, Franca Celli è riuscita, grazie all’editore Guido Liotta, a far venire alla luce questo libro-mosaico di quasi 300 pagine, tenuto nel cassetto a sedimentare per infiniti anni. A un certo punto ha sentito l’urgenza di farlo uscire. Proprio ora. Quando il corpo sociale si ammala o viene aggredito e guastato, quando si raggiungono livelli di guardia, quando sono in gioco i valori in cui crediamo, allora diventano necessarie le prese di posizione, le testimonianze, diventa necessaria l’uscita di quei libri che Francesco Guerrazzi chiamava con un po’ di spacconeria i libri-battaglia”.

Ma ci sono anche pagine di idillio, come quelle dedicate al racconto più lungo, che è quasi un romanzo, Io e Sam, che è una storia sulla Resistenza. Ma è anche la storia di un grande amore. Sono pagine delicatissime su una questione privata, appunto. Nessuna ideologia in trasparenza. Nessuna astrazione. La storia narrata è carica di fisicità. Si parla d’amore, di maternità, ma si parla anche del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce, pubblicato su “Il Mondo” nel 1925. L’immaginazione letteraria, insomma, non dimentica mai l’intento documentario, la cronaca di ciò che fu prima d’ora, il valore pedagogico da imprimere sulla pagina. Ci sono le perquisizioni fasciste, l’esperienza del confino a Ventotene di Sam, c’è la guerra, il 1943, e così via. Passa la grande storia, passa la vita, fra guerra e pace. Questo racconto-romanzo si chiude così: “Ora è tutto passato e io non ho più niente da raccontare. Su questo tavolo ci sono le cose preziose che mi sono rimaste”.





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