LETTURE
MASSIMILIANO BORELLI
      

Prose dal dissesto

Antiromanzo e avanguardia negli anni Sessanta

 

Mucchi Editore, Modena 2013, pp. 270, 20,00

    

      


di Francesca Fiorletta

 

 

Lo scorso aprile è stato presentato, a Roma, l’articolato saggio di critica letteraria di Massimiliano Borelli, Prose dal dissesto. Antiromanzo e avanguardia negli anni Sessanta, pubblicato da Mucchi Editore per la collana Lettere Persiane, diretta da Luigi Weber.

I due critici presenti, Francesco Muzzioli e Massimiliano Manganelli, hanno analizzato insieme all’autore i molti aspetti della scrittura in prosa che hanno caratterizzato la narrativa sperimentale nei caldissimi anni della neoavanguardia.

 

Il discorso è partito dalle frastagliate e composite tecniche del montaggio, ha attraversato poi in toto la fenomenologia del personaggio e la sua evoluzione storica, fin dai primissimi anni Sessanta, per arrivare a concludersi con quello che mi sembra essere il punto nodale dell’intera struttura compositiva del testo, ossia il caos quale stringente logica organizzativa, fondante poi tutto il sistema della forma racconto.

 

Come già evidenziato dall’ottimo Ugo Perolino nella prefazione alle stesse Prose, infatti, Borelli focalizza particolarmente la sua attenzione critica sulla cosiddetta “teologia del nulla”, intesa come rifiuto intransigente verso l’assimilazione organica di granitici e bolsi concetti prestabiliti. Concetti che possiamo definire tanto linguistici, per così dire strutturali al testo stesso, quanto tematici e più scopertamente applicabili alle sovrastrutture economiche e politiche della società del tempo.

 

Società che, appunto, anche e soprattutto nell’ottica del mercato, tenderebbe a canonizzare invece proprio l’utilizzo poco dialettico della trama, e a ricondurre così la struttura prosastica entro le fila più ordinate dell’incardinamento prospettico delle voci narranti, nonché delle blande categorizzazioni estetiche, retoriche e ontologiche elargite fin troppo generosamente dall’accademia classica e dal cosiddetto gusto dominante. In poche parole, resteremmo ancora e sempre chiusi e inconcussi all’interno della studiata forma del romanzo, che pure invece, all’inizio del secolo scorso, s’era presentata come lo spazio semiotico deputato proprio allo scardinamento di tali dogmi e anzi all’apertura verso tipologie espressive e linguistiche via via sempre più autonome e libertarie.

 

Se è vero, però, che il bisogno quasi esasperato di una trama pacificante, definitoria e risolutiva è stata ampiamente suffragata dalla massa dei lettori e che, per molti versi, continua a irretire una porzione sempre molto vasta di pubblico e critica, in via quasi del tutto assertiva e monofocale, questa sorta di placida afasia, va riconosciuto, non ha certo ostacolato la permeabilità nel tessuto letterario di ottimi esempi, al contrario, di una cosiddetta narrativa sperimentale. E per fortuna! Per citare solo alcuni nomi, allora, non si può prescindere, in questo lungo e complesso ragionamento, dal ricordare l’opera impagabile di Edoardo Sanguineti e Luigi Malerba, con la loro perenne dicotomia tra onirismo e realtà, tra conscio e inconscio, o i testi arditi di Giorgio Manganelli e Antonio Porta, che ancora ripropongono la dialettica mai paga tra soggetto e linguaggio, tra attività critica e attività artistica; certamente, non ultima, va menzionata la fervida scrittura di Carla Vasio, peraltro presente e attiva lei stessa nell’interessante dibattito che si è sviluppato fra i critici a seguire.

 

Se dunque, in accordo con Walter Benjamin, “la satira consiste nel divorare il proprio avversario”, svelandosi alla fine come “una forma di civile e socializzata antropofagia”, ecco che i prosatori della neoavanguardia conoscono e utilizzano perfettamente le strategie dell’ironia, della negazione, dello straniamento, della scissione e auto-scissione dell’individualità, dell’abbassamento corporeo e grottesco del soggetto e dell’oggetto, e, sostanzialmente, della materialità intrinseca nel lavoro espressivo, compositivo, insomma linguistico in senso stretto.

 

Tutto lo spirito della contraddizione che vive e pulsa nella parola narrativa, dunque, si evince perfettamente dalla lettura di queste Prose dal Dissesto, che costituiscono oltretutto delle vere e proprie pietre miliari volte all’edificazione di una (finalmente?) nuova prospettiva critica e artistica, valida anche e soprattutto per l’opera di scrittura e lettura odierna.

 

 




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