FILOSOFIE DEL PRESENTE
SCRITTURA-MANIFESTO
E MODERNITÀ – 1
Quell’‘impossibile’ oggetto
del desiderio


      
Tra semiotico e filosofico un serrato ragionamento su una contemporanea forma oracolare della lingua-pensiero che oscilla tra gli esegeti del postmoderno e i teorici del catamoderno. Insomma, sul tentativo di fornire un modello di analisi critica della condizione e della cognizione del presente. Il presente di una società fenomenologicamente caratterizzata dalla velocità e della fretta. Come il topo di una favola di Kafka, “che corre a perdifiato, artefice e vittima, insieme, di un moto di accelerazione tanto irresistibile quanto angoscioso e, soprattutto, inesorabilmente votato alla sconfitta”.
      



      


di Stefano Docimo

 

 

(Parte prima)

 

 

La scrittura non è espressione di un’interiorità,

non riguarda né l’uomo né l’anima. Sia detto

contro l’antropomorfismo: il testo è un costrutto

di parole, quindi un oggetto di comunicazione,

ossia un qualcosa messo in comune. Il lettore

vi può reagire in accordo oppure in dissenso,

in base a quanto si sente di fare in base alle

proprie disposizioni nell'immaginario collettivo,

in cui tutti siamo immersi. È comunque

produzione semiotica di capitale simbolico

che si traduce in idee e comportamenti (ideologia).

(Francesco Muzzioli, Manifesto della catamodernità)[1]

 

 

Mi si chiede l’impossibile, vedo. Mi si chiede ancora,

con fredda grazia, di dare notizie di un luogo che non conosco,

di cui ho già parlato una volta, confusamente, e che amo

nel sogno, nelle suggestioni frantumate dell’infanzia

e nei fantasmi del cinema. Mi si chiede ancora, con violenza

entusiastica, di fornire immagini esatte di un luogo a me ignoto:

non possiedo che vaghi indizi ...

(Mario Lunetta, Catastrofette)[2]

 

 

Dal parapendìo, in Katéna

 

Uniti, oppure bisunti dal medesimo avviluppatore greco, incatenati e forse incantati, trasugnati dall'abbraccio strabico dei corpi, in un exilarante amplesso mistilingue, a braccetto di costellazioni patafisiche, tra modernità e strofette, il duo catà, ritrovatosi in Katéna, mostra l'impossibiltà bifronte d'un parapetto testuale, nel parapiglia generale, dove la scrittura, intesa appunto nel suo stesso essere, appare come l'ultima frontiera, o sogliola’, d'una qualche prossemica contraddizione. Explausus gaudentes, tra Expatrium ed implosione, ai margini d'una qualche deriva grammatologica, e l'esigenza d'una poltica espansiva, esplosiva,  si diceva dal parapendìo ‒ per davvero manifestante. Forse l'odiata drammaturgia, l'ostentazione ‘speculare’ da un lato (del resto non si sale sul palco della scrittura, senza una qualche dote expositiva, dialettica o narcissa), mentre dall'alto di quell'altro lato, la frustrazione politica trascina e tracima quell'insopportabile olezzo, marcito d'impotenza. Tra il fascino obliquo dell'asimmetria, e la rassicurante follía del simmetrico, a tendere, anzi a tenerli stretti e colloquianti, frammenti d'un mondo in pezzi, da novello Atlante.  Lo sgabello lacaniano, riferito al tenore Joyce o il grammofono di Derrida, sempre riferito al grafitante gracidío della scrittura. O sarà forse, per via del catoblepa, di chi guarda sempre in basso ecc.[3]

 

Nel consultare tout-court le profezie di questa moderna forma oracolare, rappresentata, e ancorchè insediata, in una lingua–del–manifesto, le deformità tentacolari delle specie antropica ‒ la cui natura si conferma ‘indeterminata’ ‒ sembrano tuttavia incanalate, in tal caso, lungo una traiettoria tendenzialmente lineare-assertiva, senza perciò perdere nulla della loro complessità; ma indirizzandola con maggior determinazione e ironia, con un'operazione di disinvestimento, verso un rafforzamento degli strumenti di analisi teorica. Ai richiami delle sirene di una presunta svolta  postmoderna[4], ambiguo “oltrepassamento” di ciò che veniva definito come post-modernità, così si risponde: «In modo ambiguo, perché il post- mentre indica una semplice prosecuzione, pretende anche un superamento: ma poiché il superamento fa parte dell'impostazione della modernità (che si stabilisce come frattura temporale che comincia nel momento inaugurale, in cui dà un taglio alla continuità della tradizione), non poteva che trattarsi di un superamento mascherato»[5]. E, dal momento che il postmoderno è stato smascherato, è lecito proseguire: “La modernità non finisce. Non finisce, come non finisce la società capitalista cui corrisponde come un guanto. Semmai, si trasforma e modifica in nuove fasi e, nella fase recente, si assolutizza e, per certi versi, giunge a compimento. Ma non possiamo per niente supporre di essere usciti fuori dal suo orizzonte (...) Oggi, da alcune parti, si sentenzia che il Novecento è morto e sepolto; si dice anche che le avanguardie, essendo state il frutto più aspro del Novecento, allora, fatto due-più-due-quattro, sono anch'esse defunte con il loro secolo. L'avanguardia oggi sarebbe semplicemente impossibile”.[6] Per concludere, fuor di contesto: «Ebbene sì, ammettiamolo pure: l’antagonismo è impossibile (sarà sempre inglobato, oppure reso inerte e muto; o sarà una caricatura volontaristica). Tuttavia, non si può escludere che le scritture portino iscritta proprio questa mancanza, in quanto aspirano invano all’unica cosa che potrebbe dar loro un senso. Allora l’antagonismo sarà l’indicazione di una impossibilità, in negativo, l’allegoria di una tendenza? A me piace (forse mi illudo) vederlo anche in un altro modo, in positivo: penso che la scrittura abbia da rendersi impossibile, così come si dice di certi bimbi capricciosi (ma sei impossibile!). Cioè, che arrivi a toccare i punti nevralgici della sopportazione...»[7].





Arnaldo Ginna, Nevrastenia, 1908, olio su cartone, cm 34x48


 

Perdere per Zeitnot

 

Se la materia regge, in quanto metafora allusiva di un presente che sfugge e che infligge la dannazione del proprio urgere, ci ritroviamo allora in quello stato improprio che, nel richiamare alla mente quel termine del gergo scacchistico ‒  Zeitnot appunto, per indicare una situazione in cui un giocatore si ritrova ad avere pochissimo tempo per completare le sue mosse ‒ per via traslata applicandone l'impronta marcescente, ci consegna l'ipotesi ancora d'una sua mancanza, abissandone l'Epoché con le scorsoiate del nodo, che strangola il prigioniero agitato, la vittima sacrificale del debito sovrano del vivente. Chiamasi modernità, tale stato definito come improprio, in altri termini una trappola per topi, o un labirinto: trattasi sempre della stessa figura kafkiana, quell'eccesso di zelo del carnefice, avido au point de vue della vita altrui[8]; cosí la cura, nel migliore dei casi ‒ quando cioè non uccida il paziente ‒ ne dilata all'infinito la terminalità, ne assolutizza la pena in un indefinibile procrastinare, proprio a causa dell'impossibile appagamento verso quell'oggetto che sempre evanesce. Chiamasi perciò consumismo tale stato d'impossibilità, e alienazione la conseguenza generale sui singoli automi produttivi, in ricicli vichiani talmente velocizzati da somigliare a micro-circuiti in ebollizione. Anche qualora, come accade oggi, la strategia dilatoria si irreticoli, e quella del gatto di Kleine Fabel [9] ‒ quale utilizzatore finale ‒ resti pur sempre invariata: del resto, quella del topo, è sempre una brutta fine. Et qui, nella fuga dal capitale, in maniera eminente, sta il rischio, l'invenzione, la scommessa, l'errore[10]: quasi a voler sottolineare, con una anticipazione inconsulta, una duplice incompossibilità del reale, a trovare una via d'uscita dall'immaginario[11]. Ma anche i gatti non scherzano, in quanto a diceria della fretta o fregola, dal momento che, come molti sapranno “la gatta frettolosa fa i gattini ciechi”.[12] Un altro repertorio su La fretta e la modernità,[13] appare già dalla prefazione al volume di Diego Fusaro, Essere senza tempo, dove, sin dalle prime pagine, viene posto al teorema dell'impossibilità della vita ‒ in un pianeta colonizzato da ritmi iperborei, in cui i «tempi del mondo» non si conciliano davvero con quelli delle nostre esistenze ‒ un corollario che, nel mettere in evidenza il fenomeno della divaricazione, ne sollecita ‒ invece ‒ una dilatazione temporale, permettendo al pensiero di sopraggiungere[14]. Posta in questi termini, la questione rischierebbe di scivolare nel ridicolo, visto che la società moderna. nel suo complesso non si lascia afferrare, come accadrebbe in un mondo di filosofi; ma si ritiene proprio in virtù di tale scivolamento, un valore filosofico imprescindibile, perciò: “Il fatto che oggi la società, nel suo complesso, sia sempre di fretta, presenta, come risvolto del tutto paradossale, il fatto che essa non abbia mai tempo per «fermarsi» e riflettere sulla fretta, e dunque su se stessa”.

A fondamento di una tale Fenomenologia della fretta, viene ancora posta la critica ad una società, interpretata secondo una categoria della modernità che propongo di chiamare impropria. Prediligendo tale versante, lo studio percorre la foresta, o meglio il labirinto ad libitum della serie infinita dei fogli e dei rimandi intertestuali, in una vertigine di apparati critici e acribiche notazioni, che ne rendono perentorio il carattere stesso di scrittura, contrapponendolo al gusto oratorio dei manifesti. Viene connesso altresí a quell'ulteriore brivido della ricerca ipertestuale, oggi favorita dal web. Non si nasconde, seguendo questa strada, l'urgenza di quel dire, a cui si richiama Badiou, con la sua formula ontologica di un “è tempo di dire ...”[15]. Lo stadio dell'empasse estetico-filologica ha senso nel momento in cui nasce l'urgenza di un suo oltrepassamento, di uno sporgersi primo sul davanzale della storia, per poi scendere in strada e urlare insieme agli altri la modernità catafratta. Allo scopo di  concludere ‒ con una tentazione davvero forte ‒ insieme ad Andrea Tagliapietra: «Se la fretta è il risultato storico di una delle possibilità del moderno e non l'impronta destinale di un essere strutturalmente e ontologicamente “senza tempo”, ecco aprirsi la prospettiva, non priva di seducenti suggestioni, di un ritorno alla filosofia. Una ripresa del suo sovrano “non fare” ‒ che gli antichi chiamavano contemplazione ‒ in grado di insegnarci ad abitare il tempo e il mondo, stipulando finalmente, se non un patto, almeno un armistizio con quella natura da cui, come il topo della favola, siamo per troppo tempo fuggiti, quando forse, dopotutto, si trattava solo di saper stare fermi, mettendosi, per così dire, ad accarezzare il pelo del gatto.»[16]

 

 

 

 

 

 

(Fine della prima parte)

 

 



 

[1] Francesco Muzzioli, manifesto della catamodernità, in Verbigerazioni catamoderne.Con un sussidiarietto di lettura di Marcello Carlino. Edizioni tracce, Collana — segni del suono —  a cura di Anna Maria Giancarli, 2012, p.126.

[2] Mario Lunetta, Catastrofette, prefazione di Francesco Paolo Memmo, Chieti, Noubs, 1997 (con un acquerello di E.Masci).

[3] v.καταβλέπω = ‘guardabasso’.

[4] Id. , p. 123 «Neppure il postmoderno, come del resto indicava il suo stesso nome, derivato appunto da “moderno” , ha costituito un vero salto. Però il postmoderno, in modo ambiguo e ammiccante, faceva le viste di saperla lunga e di avere lasciato indietro la modernità, anche se solo per la mera successione cronologica».

[5] Id., p. 123.

[6] Francesco Muzzioli, manifesto della catamodernità cit., p.124.

[7] Cfr. F.Muzzioli, L'Avanguardia è impossibile? Dunque, la vogliamo, in Le reti di Dedalus. Rivista on line del Sindacato Nazionale Scrittori, giugno 2006, www. retididedalus.it/

[8] cfr. Gille Deleuze, Le point de vue. Le Pli, Leibniz et le Baroque (1986), www. youtube.com/. Id. 1988 by Les Éditions de Minuit, Paris, tr. it., La piega. Leibniz e il Barocco.Nuova edizione a cura di Davide Tarizzo, P.B.E,1990: «Un labirinto è detto molteplice, in senso etimologico, poiché ha molte pieghe. Il molteplice non è soltanto ciò che ha molte parti, ma anche ciò che risulta piegato in molti modi», p. 5.

[9] cfr.. F. Kafka, Kleine Fabel (fine novembre/inizio dicembre 1929) “Ach”, sagte die Maus, “die Welt wird enger mit jedem Tag. Zuerst war sie so breit, daß ich Angst hatte, ich lief weiter und war glücklich, daß ich endlich rechts und links in der Ferne Mauern sah, aber diese langen Mauern eilen so schnell aufeinander zu, daß ich schon im letzten Zimmer bin, und dort im Winkel steht die Falle, in die ich laufe.”“Du mußt nur die Laufrichtung ändern”, sagte die Katze und fraß sie. [ "Ah", disse il topo, "il mondo diventa ogni giorno più stretto. All'inizio era così ampio che avevo paura, continuavo a camminare e fui felice di vedere finalmente a destra e a sinistra dei muri in lontananza, ma questi lunghi muri corrono l'uno verso l'altro così velocemente che sono già nell'ultima stanza e là nell'angolo c'è la trappola verso la quale cammino." "Devi solo cambiare la direzione di marcia" disse il gatto e se lo mangiò.]

[10] cfr. B. Spirito, Zeitnot, 1978 Cooperativa Scrittori, Romanzi: «Non è raro l'artifizio prefatorio per cui le pagine introdotte si dicono dissepolte o fortuitamente rinvenute. Lo schema è rigido, come in ogni convenzione, topica la situazione. Macchinosi e un po’ ridicoli gli effetti. Si comprenderà facilmente allora il disagio e l'imbarazzo di coloro i quali, come l' A. e le sue pagine, venendo ad essere realmente dissepolti e rinvenuti, trovano la propria verità tanto fatalmente quanto falsamente ingabbiata in e da una simile finzione retorica.», p. 5.

[11] v. supra, G.D., La piega ecc.:«Mentre si chiameranno incompossibili: I) le serie che divergono, e che appartengono perciò a due mondi possibili, 2) le monadi che esprimono, ciascuna, un mondo differente dall'altro», id. p. 99.

[12] v.http://www.aforismario.it/aforismi-fretta.htm, “Gatta frettolosa spesso mette al mondo gattini tisichelli”, Martin Cocai, Il Baldo, 1517/40.

[13] cfr. Andrea Tagliapietra, La fretta e la modernità: una trappola per topi, in Diego Fusaro, Essere senza tempo, dove si legge, ad esempio: «del perché noi, abitatori di quel crepuscolo della modernità che si consuma durante quest'inizio del terzo millennio, assomigliamo così tanto al topo della Kleine Fabel di Kafka, che corre a perdifiato, artefice e vittima, insieme, di un moto di accelerazione tanto irresistibile quanto angoscioso e, soprattutto, inesorabilmente votato alla sconfitta.», Id., p. 9.

[14] op.cit. «I ritmi delle nostre esistenze – questo il corollario – non sono più a misura, ma a misura di un elemento onnipresente e inafferrabile, la velocità sempre crescente, che ci impone come un destino i suoi ritmi compulsivi e disumanizzanti, funzionali a valori (il produttivismo, il profitto, la crescita sempre più rapida del capitale, ecc.) che non coincidono con il soddisfacimento di bisogni veramente umani, ma che anzi si configurano come la loro antitesi più riuscita.», p. 23.

[15] Dice Badiou, nella sua introduzione: “Scrivere un Manifesto, anche per qualcosa che, come la filosofia, ha una pretesa di intemporalità così potente, significa dichiarare che è venuto il tempo di fare una dichiarazione”, in A. Badiou, Secondo manifesto per la filosofia, Cronopio 2010, p. 7.

[16] op. cit. A. Tagliapietra, p.19 et n. 14: “Perché, come suggerisce ancora Kafka rispondendo indirettamente a Pascal, «non è necessario che tu esca di casa. Resta al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta e basta. Non aspettare neppure, sta’ in completo silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non può farne a meno, in estasi ti si torcerà dinnanzi».”




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