TEATRICA
FRANCO SCALDATI – 2

L’uomo
che insegnava
a guardare la luna, in silenzio


      
Un personale ricordo dell’autore-attore conosciuto a Palermo negli anni Ottanta durante un laboratorio universitario. E proseguendo poi la frequentazione ai tempi del Piccolo Teatro del capoluogo siciliano, dello spettacolo “Il pozzo dei pazzi” diretto da Elio De Capitani, della compagnia del Sarto in cui c’erano Gaspare Cucinella e gli altri (Vannina, Paolo, Fabio ed Enza, morta pure lei). Altre memorie di uno spettacolo interpretato ad Erice all’epoca della Zattera di Babele di Carlo Quartucci e di una video-intervista realizzata nel suo studio-antro e terminata in aperta campagna.
      




      

di Umberto De Paola

 

 

Ho conosciuto Franco Scaldati negli anni Ottanta, a Palermo. Ero un giovane studente universitario. Frequentavo il laboratorio cinematografico e l’istituto di storia del teatro dell’università e Franco si prestò a un gioco di spettacolo incontrando noi studenti. Ricordo Michele Mancini, scomparso qualche anno fa, che dirigeva il laboratorio, ricordo Renato Tomasino, giovane ordinario di storia del teatro, mi ricordo nelle vesti di un improbabile tecnico, con un improbabile registratore a cassetta, pronto a documentare ossessivamente l’incontro.

Adesso che ci penso, devo ancora tenere una copia su nastro di quell’incontro. Chissà se la trovo. Voglio provare a cercarla subito. Ci sono le voci dei miei maestri che hanno segnato indelebilmente la mia vita. E mi viene voglia di sentirli come nei miei ricordi, entrambi un po’ brilli mentre Michele dalla sua inseparabile fiaschetta, che adesso mi ritrovo come un’eredità muta, versa a Franco il mezzo whisky, e poi con una piccola smorfia delle labbra lo versa ancora nel tappo-bicchierino per sé. Adesso cerco la cassetta, è una cassetta magnetica, deve essere fra i meandri della videoteca, ormai parte di un’altra storia, di un’altra vita. Come per magia, è lì la cassetta, non ho dovuto neppure consultare il mio catalogo obsoleto, ormai impolverato. C’è scritto 17-2-1986 Scaldati. È una vecchia tdk, per chi se le ricorda.

Cosa ci sarà rimasto dentro? Mi domando se ancora ci sarà dentro qualcosa. Sono passati 27 anni. È pura archeologia. E i nastri non perdonano. Con fare dubbioso mi avvicino alla mensola del vecchio stereo, altra reliquia degli anni 80. Ho un registratore (ai tempi la chiamavamo piastra) con doppia cassetta. Marca technics, dolby A, dolby B, ecc. ne ero orgoglioso. Apro la custodia della cassetta, la inserisco nella piastra, la riavvolgo, si faceva così. E adesso via. No, la piastra non è più collegata all'amplificatore, almeno così pare. Allora cerco la cuffia. La attacco. Adesso premo sul tasto play, e tengo le dita incrociate. Si sente un tonfo e niente più. Vado avanti, niente. Giro la cassetta, niente. È andata. La cambio di  vano, la inserisco nell’altro alloggiamento cassette. Play, niente. Non c’è più niente. La cassetta è andata, morta, defunta. Penso allora che tutte le cassette sono finite, ma tanto ormai tutto è in rete. Ma questo non mi è sufficiente. Non mi basta sapere che tutto è in rete. Perché queste cassette raccontano la mia storia personale, le mie scelte. Raccontano i miei anni. Raccontano le persone che erano con me. Queste cassette sono questa cassetta, la cassetta 17-2-86  Scaldati. Mi precipito sulle altre cassette, c’è un Battiato in spagnolo, la provo, niente, neppure questa. Altre cassette, le prendo senza neppure controllare l’etichetta. Niente. Mi domando come sia possibile. Se fino a qualche mese fa avevo provato una videocassetta anni 80 e nonostante l’età, nella infima risoluzione comunque apparivano i fantasmi di alice nelle città. Qualcosa non mi convince. Cerco un altro lettore di cassette. Nulla. A casa non ci sono più lettori di cassette, neppure tipo walkman. Chiedo a mio figlio, che mi guarda stralunato. Penso analiticamente alle stanze di casa mia. Mi ricordo che ancora usiamo una radiosveglia che permetteva di svegliarsi con un nastro.

Ci vado. Inserisco Battiato. Niente, non va neppure avanti, né indietro. Inserisco altre cassette. Niente, fino ad un brusio, poi riconducibile a Roxy music. Qualcosa si sente. Torno alla piastra estraggo il nastro Scaldati, lo inserisco nella radiosveglia e come per un mistero insondabile sento nitidamente la voce di Michele Mancini parlare di non morti, e poi calda la voce di Franco Scaldati.  E mi prende un dolore struggente, un groppo alla gola, sento quelle voci, che si provocano. Sono le voci che ho imparato a riconoscere sempre, ovunque. E sento il brusio della gente, del pubblico, e mi ricordo che mentre si parlava dei non morti fra gli studenti, in questo gioco-divertissement, passavano Paolo, Vannina, Maria, gli attori della compagnia di Franco, con vassoi ricolmi di dolcetti. Mi ricordo lo sguardo seducente di Maria, complice Franco. E il mio imbarazzo. Mi ricordo quel divertente pomeriggio, quell’inusuale lezione ex cathedra dei miei maestri.

Da quel pomeriggio cominciò una gradevole, divertente, coinvolgente, appassionante, intima e profonda frequentazione con Franco. Furono pure gli anni splendidi del rinato Piccolo Teatro.

E mi ricordo che mi dividevo fra l’università e il teatro. E quando ero a teatro, stavo immancabilmente con Franco. Furono gli anni del Pozzo dei pazzi diretto da Elio De Capitani. Furono gli anni delle tournée milanesi, fiorentine, del Premio Ubu. Gli anni del film di Raul Ruiz per il prologo del Pozzo dei pazzi.





Franco Scaldati


Stavamo in una stanza del teatro a progettare, a discutere senza sosta, o in silenzio, ognuno a lavorare sulle sue cose. Franco seduto su una scrivania con la sua immancabile olivetti lettera 33, il mazzo di carte, il bianchetto, e un numero indefinibile di libri dai nomi più imprecisati e pittoreschi. Poi i giornali sportivi, la gazzetta, il corriere. Tutti testi che in un qualche modo entravano nelle sue opere. Poi facevamo la pausa pranzo, mi ricordo un’osteria vicina al teatro, mi pare si chiamasse da Matteo o qualcosa di simile. Giusto per un piatto di pasta, ma questo avveniva saltuariamente. E poi gli immancabili giri per il Borgo vecchio, il quartiere popolare giusto dietro il Piccolo Teatro.

Era divertente passeggiare con Franco. Diciamo che all’inizio fu divertente, e per me giovane apprendista, era singolare accompagnare questo uomo per il laboratorio della strada. Diciamo che in principio fu divertente, ma col tempo divenne tecnicamente più complicato, soltanto perché quest’uomo, massiccio, camminava come se danzasse, perseguendo un insieme di procedure disperatamente rituali. Con un repertorio fisso e con formule esoteriche e scaramantiche spesso sorprendenti. Da divertente la passeggiata con Franco divenne, suggestiva, evocativa, surreale, misterica. Infine complicata: la tale linea prima delle soglie andava superata in una certa maniera, ogni tanto si fermava, muovendo incerto il piede, prima di trovargli una collocazione terrena. Oppure si esibiva con il piede alzato in un involontario balletto, ormai automatizzato. Poi c’erano i gatti. I gatti neri. Il cui passaggio ti poteva bloccare in una inquietante sospensione del tempo.

Ma fra riti di passaggio e tempi sospesi Franco elaborava la sua lingua umana, coglieva frammenti di discorso, dialoghi, e se ne usciva con frasi o parole tanto singolari quanto comiche, poetiche, visionarie.

Il vate lo avevamo soprannominato, giocando con i tanti maestri che popolavano la scena.

Mi ricordo che tante volte ci accompagnava il cane Pagnocco, un cane randagio che avevamo adottato in teatro. E Pagnocco era fedele, ci seguiva, dovunque andassimo. Un giorno lo trovammo tutto verniciato di blu. Pagnocco era un cane buono, color miele. Un giorno fu adottato. Lo incontrammo tenuto al guinzaglio da una ragazza. Era felice. Era Pagnocco.

Mi ricordo delle ore passate nei camerini prima dello spettacolo, fra solitari di carte, un bicchierino obbligatorio. Facevo la spola fra un camerino e l’altro. C’era Franco, c’era Gaspare Cucinella, al qual mi sarebbe tanto piaciuto fargli interpretare Napoleone a Sant’Elena. C’erano Vannina, Paolo, Fabio. C’era Enza, che se n’è andata anche lei.

C’era a teatro con noi, immancabile Vito. Non lo vedevo da tanto, l’ho rivisto venti giorni fa a teatro a salutare per l’ultima volta Franco.

In quegli anni mi capitò di sentire in un piccolo teatro di Catania una versione solitaria di Lucio, uno dei testi che amo di più, interpretata-letta da Franco. È stato uno degli spettacoli più importanti della mia vita. Franco, solo, con le sue parole, i suoi silenzi, a farci viaggiare nella sua notte.

Quella stessa sera al rientro tornai a casa e cominciai a scrivere e riscrivere il testo talmente suggestiva era stata quell’esperienza.

 

Qualche anno dopo mi ritrovai a Erice, ai tempi della Zattera di Babele di Carlo Quartucci, a interpretare un Angelo per Franco. Partimmo da Palermo il primo dell’anno alla volta di Erice, con la mia macchina, una vecchia audi di seconda mano, che il vate diceva essere la nostra macchina di rappresentanza. Franco ci aveva fatto un regalo, a me, ad Antonella, a Manuela. Ci faceva interpretare gli angeli, personaggi protagonisti di questo testo che Franco leggeva in scena. Lo spettacolo cominciava a mezzanotte ed era un notturno delicato e dolce. In scena la luce fioca di qualche candela e il tempo scandito dalle campane della notte.

Ho un ricordo indelebile di quei pochi frammenti in cui interpretavo uno strano Angelo in versione Monsieur Opale.

Avevamo cominciato muovendoci impacciati, ognuno con la sua difficoltà scenica, ma Franco tesseva la scena con la poesia delle sue parole. Era silenzioso e vigile. Non faceva mai mancare la sua dolcezza, ma neppure sapeva trattenere la sua vis polemica quando le circostanze lo richiedevano.

In quell’occasione mi ricordo che in un distributore di carburante il benzinaio mise benzina nella mia auto di rappresentanza a gasolio. Eppure la macchina magicamente non si fermò.





Uno spettacolo di Scaldati: Totò e Vicé (1992)


Alcuni anni dopo girai un video dedicato a Franco. Decisi di girarlo nel suo minuscolo studiolo in corso Olivuzza, il quartiere popolare dove Franco viveva. Non era un documentario, piuttosto un’intervista. Ci incontrammo nel suo studiolo, un mezzanino diviso in due stanze: una stanza dava sul corso ed era lo studio di due giovani artisti Dario e Massimiliano, l’altra, davvero minuscola, sul cortile interno, era lo studio di Franco. Girare in quello studio fu un’impresa magnifica. Poteva misurare 2x2 ed era stracolmo di tanti oggetti di vita e di scena. Un luogo di coerenza poetica. Con me a girare c’erano Agostino Conforti e Monika Stuhl.

Nella stanzetta giungevano i rumori del cortile, ma anche le parlate. Franco stava seduto sulla sua sedia, in quei giorni aveva mal di schiena, ma imperterrito pigiava i tasti della sua macchina da scrivere. Accanto aveva un pacchetto di sigarette, e tutto il suo repertorio santo: bianchetto, carte, libri. Una lampadina nuda a garantire l’oscurità. Durante le riprese, montato il parco luci, sentimmo salire qualcuno: era un signore tunisino, con un vassoio di oggetti che vendeva. E come per un accordo tacito salutò Franco e mise nella stanzetta la sua merce, salutò e andò via.

Anche lui deve campare, mi disse.

Ancora una volta le cose andavano e non andavano. Come sempre. E questa storia mi faceva impazzire: il più grande drammaturgo italiano contemporaneo, qui e ora. A dirci se ce la facevamo.

Gli dissi che questa stanza, queste parole che mi diceva chiamavano altri luoghi. Decidemmo che il video sarebbe terminato in piena campagna, Franco lontano a camminare fra cielo e terra.

 

Infine voglio ricordare un piccolo spettacolo laboratorio di Franco all’Albergheria. Franco prima di andare in scena nel cortile, seduto accanto alla finestra al centro sociale. Nella sua maglietta di lana, e il freddo. Stava facendo un piccolo laboratorio con i ragazzi dell’Accademia. Veniva in Accademia e poi se li portava a lavorare all’Albergheria, a provare il laboratorio. Me lo ricordo in quella stanza camerino. Con le sue scarpe da tennis nere.

 

Franco Scaldati si è spento sabato 1 giugno di quest’anno, appena venti giorni fa

 

Franco mi ha insegnato a guardare la luna. In silenzio.

Nelle notti buie, ascoltando il rantolo dei cani.

Mi ha insegnato a rimanere in silenzio. Anche quando più forte saliva la rabbia.

Mi ha insegnato ad ascoltare gli altri. Anche il loro silenzio.

Adesso che questo silenzio mi opprime, sento le sue parole tornare e dirmi di nuovo.

Le cose non dette, o appena bisbigliate, rendendole parte dei miei sogni.

 

 

 

Palermo, 20 giugno 2013

                                                                                 




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