PRIMO PIANO
SU SEBASTIANO TIMPANARO
Il filologo-filosofo come materialista integrale e coerente


      
Un circostanziato ritratto critico del grande studioso parmense, che sviluppò le sue sagaci e illuminanti ricerche fuori dall’accademia, preferendo lavorare a Firenze come correttore di bozze e redattore editoriale. Culmine della sua riflessione di pensiero sia letterario che politico il vasto lavoro di rilettura di Leopardi di cui battezzò un ‘materialismo agonista’ tenace oppositore di tutta la linea idealista e spiritualista ottocentesca e poi crociana. Ciò lo rese un eccentrico, per nulla apprezzato, anzi emarginato dalla sinistra culturale ufficiale, di obbedienza comunista, lungo una claudicante, nostrana discendenza Labriola-Gramsci-Togliatti.
      



      


di Mario Lunetta

 

                                                                  

Turpe è tacere, e lasciar parlare i barbari.

                                                                                                                  Euripide

 

 

Questo è un paese che anche in fatto di cultura mantiene una memoria pervicacemente corta. I caratteri prevalenti del suo dna collettivo sono l’ignoranza e l’indifferenza: niente da stupirsi, quindi, se il sistema dei media continua a bruciare sull’istante un gran numero di personalità illustri (poeti, artisti, filosofi, scienziati) man mano che scompaiono, per poi subito dopo lasciarle marcire negli scantinati di questa memoria priva di sé.

Tutto ciò significa una diffusa mancanza di passione e di capacità progettuali. Si blatera tanto di cambiamento, e tutto continua a travestirsi con lo stesso abito sdrucito e démodé. Il fatto è che in Italia (storia antica) le attività culturali non sono mai state concepite e vissute dalle cosiddette classi dirigenti come bene comune da difendere e incrementare per la crescita di una coscienza critica che è sempre stata carente. Il dato fondante della civiltà di un paese consiste prima di tutto in un senso civico che abbia come risvolto un senso culturale largamente omogeneo, e insieme vivace e ricco di stimoli. Da noi, al contrario, e a cominciare da chi ha avuto storicamente le più alte responsabilità, questo processo è fortemente mancato, e dal secondo dopoguerra ci si è stupidamente crogiolati  nella convinzione balorda che il nostro inesauribile filone d’oro consistesse in una sorta di nevrosi da trivellazione e di cementificazione del territorio, e non – al contrario – nella manutenzione  e nell’uso intelligente di un patrimonio culturale e artistico che non ha pari al mondo. Bon.

 

Mi frullavano in mente certe riflessioni non certo peregrine rileggendo giorni fa alcuni saggi a dir poco illuminanti e prospettici di Sebastiano Timpanaro, la cui lezione profonda, appunto perché profonda e quindi capace di mettere radicalmente in discussione tutta una serie di ossificate pigrizie e cecità del senso comune del nostro establishment politico e intellettuale, sempre così intriso di umori reazionari, è stata ostinatamente avversata proprio dalla sinistra, cioè anche dalla parte politica che – smettendola finalmente di indugiare con mille cautele (cioè con mille alibi) a metà guado del suo Rubicone – avrebbe dovuto recepirla e praticarla con fermo vigore dialettico. È peraltro da dire che la nostra sinistra ufficiale non ha offerto nella fattispecie un’esagerata prova di incoerenza, dal momento che appunto da questa stessa parte l’opera del grande studioso era stata rimossa fin dai primi anni Sessanta del secolo scorso (quelli di riviste come “Quaderni rossi”, “Classe operaia” e “Quaderni Piacentini”, presso la quale ultima Timpanaro era molto autorevolmente di casa), proprio a  motivo del suo rigoroso  materialismo.

In un marxismo inumidito da cospicui liquidi idealistici, le proposte timpanariane suonavano come quelle di un eretico pericoloso. Non era quindi precisamente consigliabile, cioè a dire “politicamente” igienico, accettare il dibattito fuori dal ring con un pensatore che scriveva senza ambagi: “L’unica caratteristica, forse, comune a tutto l’odierno marxismo occidentale (con rarissime eccezioni) è la preoccupazione di difendersi dall’accusa di materialismo. Marxisti gramsciani e togliattiani, marxisti hegeliano-esistenzialisti, marxisti neopositivisteggianti, freudianeggianti, strutturaleggianti, pur nei profondi dissensi che li dividono, sono concordi nel respingere ogni sospetto di collusione col materialismo “volgare” o “meccanico”; e lo fanno con tale zelo, da buttar via, insieme alla volgarità o meccanicità, il materialismo tout court” (“Quaderni Piacentini”, settembre 1966; poi in Sul materialismo, Nistri Lischi, Pisa 1970). 

E ancora, con estrema durezza sarcastica, ecco nel 1982, in una linea di perfetta coerenza con la sua ottica critico-letteraria-filosofica, un pamphlet della taglienza di Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana, che taglia corto con “compromessi” di tipo (culturalmente) filomanzoniano e (politicamente) filogiolittiano, per pretendere al contrario una vera “rifondazione” del pensare e dell’agire, della teoria e della prassi in chiave materialistica, all’interno del progressismo di sinistra. Ma già dalla metà degli anni Sessanta (“Quaderni Piacentini” 1966; poi ne Il Verde e il Rosso. Scritti militanti 1966-2000, Odradek, Roma 2001) si legge: “Il marxista si mette in una posizione scientificamente e politicamente debole se, dopo aver respinto gli argomenti idealistici tendenti a dimostrare che l’unica realtà è lo spirito e che i fatti culturali non hanno alcuna dipendenza dalla struttura economica, prende poi a prestito i medesimi argomenti per negare la dipendenza dell’uomo dalla natura”.  

Appare così assolutamente convincente quanto Luigi Cortesi argomenta in merito nella lucida introduzione a Il Verde e il Rosso di cui sopra: “Le nevrosi, e soprattutto l’ossessione leopardiana della ‘infinita vanità del tutto’ lo divoravano, ma il filologo e filosofo insigne sapeva semplificarsi, e ragionava e s’arrabbiava come un compagno di base. Ma divenne un minoritario temuto (e quindi assai poco citato), perché la sua critica andava a rischiarare le condizioni in cui il marxismo veniva recepito in Italia, e a colpire il monopolio politico che il PCI aveva steso sull’interpretazione della linea Marx-Engels-Lenin e sulla propria discendenza da quella nostrana e claudicante, Labriola-Gramsci-Togliatti”.    





Sebastiano Timpanaro (1923-2000)


Nell’intervista che rilasciò nel n. 2-3 di “Marxismo Oggi” (1994), Timpanaro afferma, ribadendo l’attualità nient’affatto opacizzata della sua definizione del profilo filosofico di Leopardi come quello di un materialista agonista: “io credo che il materialismo francese del Settecento e lo sviluppo originale che ne ha dato Giacomo Leopardi, ci dicano qualcosa di più del marxismo. Ma un‘idea marxista fondamentale, né tramontata né destinata a tramontare, è la critica del nesso tra l’eguaglianza giuridica padrone-lavoratore e la diseguaglianza sostanziale che proprio di quella pseudo-eguaglianza ha bisogno (il lavoratore dev’essere ‘libero di vendersi’ in regime capitalista, come non era lo schiavo né il servo feudale), e quindi la critica di ogni sistema liberal-democratico che non proceda verso l’instaurazione della proprietà collettiva dei mezzi di produzione e verso rapporti il più possibile eguali di status economico e di potere, cioè verso il comunismo.  Credo necessario, quindi, dar valore ai numerosi spunti tendenzialmente ‘anarchici’ che si trovano già in Marx (a proposito della Comune di Parigi), in Engels, in Stato e rivoluzione di Lenin, mentre non sono mai riuscito a consentire del tutto con la critica del Programma di Gotha”.

Più immediatamente legato alla cronaca socio-politica prossima ai nostri anni, il cui decorso s’è avvitato in un degrado sempre più “autoritario”, è il passo in cui – in modi assai problematici – si afferma tra l’altro: “Il passaggio al comunismo non può compiersi senza una fase rivoluzionaria (e forse più d’una), perché nessuna classe o casta privilegiata ha mai rinunciato pacificamente alla sua posizione di privilegio, nemmeno quando la sua funzione storica era ormai esaurita. Che il comunismo sia irraggiungibile da parte dell’umanità, può darsi: seri dubbi sono, oggi più che mai, giustificati. Ma di ciò il capitalismo e i suoi servitori non hanno troppo da rallegrarsi, perché l’impossibilità del comunismo significa una crescente ‘invivibilità’ del pianeta dal punto di vista fisico (inquinamento, divario sempre maggiore tra zone di sviluppo e di sottosviluppo) e sociale (continuo stato di guerra e di disordine nella maggior parte del mondo, conflitti razziali e religiosi), e, a scadenza non troppo larga, fine della specie umana (molto prima che essa finisca per catastrofi ‘cosmiche’): fine dalla quale non si salveranno i padroni del mondo e i santoni della politologia.

Vorrei anche notare che il capitalismo odierno, ora che ha sconfitto il ‘socialismo reale’, si rivela, paradossalmente, sempre più incapace di governare e governarsi. Ha rinunciato a quei palliativi (‘stato assistenziale’, ‘capitalismo democratico’ ecc.) di cui tanto si era vantato, è ritornato alle sue brutali origini ottocentesche: disoccupazione crescente, ’stangate’ contro  i più deboli che nemmeno servono a riassestare il sistema, neocolonialismo ipocrita con la benedizione dell’ONU, fortissima riduzione della stessa insufficiente democrazia formale: basti pensare, in Italia (ma non solo in Italia) alla vergognosa legge elettorale, a una magistratura sempre più ‘di parte’, a Partiti tutti di destra (con tutti i gravissimi difetti del PCI, quale caduta ha rappresentato il PDS! E le speranze che io nutrivo in Rifondazione comunista sono assai indebolite da quando, in questo partito, il timore dell’isolamento ha troppo prevalso sull’esigenza di mantenersi radicalmente anticapitalista), al ristupidimento dei cervelli attuato dai mass-media (e su questo punto la disonestà di moltissimi intellettuali rifulge). Per ora il popolo, dopo il fatale errore compiuto nel referendum del 18 aprile ’93, sopporta. Se un giorno non sopportasse più, la classe dominante sarebbe pronta a metter su, con un colpo di Stato, un regime totalmente autoritario, vantandosi di ‘salvare la democrazia’”.

 

Nato a Parma nel 1923, allievo di quel filologo leggendario (anche per la sua eccentricità) che fu Giorgio Pasquali, Timpanaro entra in filologia con una sorta di passione “nietzschiana”, non solo da attrezzatissimo specialista, ma da indagatore mai neutrale del senso sociale e politico delle parole e delle cose. Timido fino all’inibizione di parlare in pubblico, e insieme orgogliosissimo della propria dignità di uomo prima che di intellettuale di gran rango, egli non ha mai accettato di mettersi pazientemente in lista di attesa per un qualche incarico accademico, per una qualche cattedra, per un qualsiasi allettante cadreghino, scegliendo – paradosso a suo modo “eroico” che lo accomuna anche sul piano dell’intransigenza extra cathedram all’amatissimo Leopardi – di lavorare a Firenze come correttore di bozze e redattore editoriale. Ma da quella  nicchia silenziosa la sua fatica intellettuale, cui si intrecciava la militanza politica (Sinistra PSI, poi PSIUP, quindi vicino a Potere Operaio ma su posizioni leniniste-trozkiste sempre criticamente elaborate), non ha mai cessato di produrre impulsi forti di dibattito, di stimolo e di proposta.

Gli specifici studi di filologia classica (Contributi di filologia e di storia della lingua latina, 1978; Per la storia della filologia virgiliana antica, 1986; e in particolare, La genesi del metodo del Lachmann, 1974 sintesi che concorre a rifondare una metodologia “altra” della filologia scientifica) lo pongono in prima fila in quell’ambito disciplinare: secondo una decisa inclinazione antiaccademica, e in secca controtendenza rispetto al “purismo” della dominante cultura filologica.

Ma è necessario sottolineare come – senza mai cedere di un’unghia al rigore strenuo di uno specialismo di altissima scuola – Timpanaro abbia costantemente lavorato a connettere i suoi orizzonti disciplinari con l’odierna società e l’odierna politica, al dilà di ogni tentazione di contaminazioni semplificatorie, di ogni patriottismo ideologico, quindi di  ogni facile confusione – il tutto sempre sotto la luce di una lente materialistica di estrema nettezza e di estrema finezza.

 

Dall’antico, sempre rivisitato con occhio e attenzione di grande complessità, l’approccio a Leopardi (anche lui straordinario filologo “eccentrico”) è praticamente fatale. I nessi tra classicità e modernità sono indagati e compresi dentro le loro pieghe, fratture e continuità stravolte, non in puri e semplici termini di cronologia e di storicismo giustificazionistico. È, per dirla con Montale, “l’anello che non tiene” ciò che interessa analizzare allo studioso: cosicché Leopardi diventa, per via di profonde consonanze, il suo autore. Del Recanatese cura insieme a Giuseppe Pacella gli Scritti filologici 1817-1818 (1969), e su di lui spende magistralmente alcuni interventi critici che, insieme a quelli di Luporini e di Binni, mettono a rivoluzione l’assolutizzante “sistema” di banalità della dominante interpretazione dell’autore della Ginestra in cui emettono impunemente i loro gorgheggi tanti nipotini di Croce. Timpanaro, consapevolmente isolato nella cultura italiana di quegli anni, non esita fin dal 1965, nella ricchissima introduzione a un libro come Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano (Nistri Lischi, Pisa 1965), non più in termini episodici ma organici, a denunciarne l’approssimazione e la superficialità conformistico-opportunistica: “Anche chi come noi in questi saggi studi il classicismo ottocentesco da un diverso punto di vista, non può trascurare l’insegnamento di De Robertis, che ha avuto un particolare significato in un periodo in cui tanta critica leopardiana (e foscoliana) era viziata dallo psicologismo, e in cui Croce pronunziava la sua irosa scomunica che dal Leopardi ideologo si estendeva a quasi tutto il Leopardi poeta”.     

Conseguentemente, Timpanaro sviluppa la sua presa di distanza, e più precisamente l’opposizione tranchante nei confronti di  “una critica letteraria troppo rinchiusa in una considerazione puramente estetica dell’opera d’arte, troppo preoccupata soltanto di sceverare poesia da non poesia” in modi troppo spesso riduzionistici e dogmatici; riconoscendo che una nuova considerazione del rapporto inscindibile che in poesia lega pensiero e linguaggio “è stato certamente un fenomeno generale di quest’ultimo ventennio, ma ha assunto un particolare valore nel caso del Leopardi, poeta-pensatore avversato per il suo materialismo e pessimismo dai moderati toscani e da Benedetto Croce, e proprio in odio a tali sue idee ridotto a poeta ‘idillico’: poeta, cioè, solo nei fugaci momenti in cui dimenticherebbe la propria amara filosofia”.





Crocianamente, il giochino di poesia-non poesia ritaglia fino alla prima metà del Novecento un Leopardi dimidiato e neutralizzato, ma lo studioso mette lucidamente in guardia dall’assumere in modi generici e indiscriminati il ”progressismo” leopardiano. Tra Hobbes e Rousseau, tra illuminismo e romanticismo, dentro la delusione storica sofferta per la fine dell’esperienza rivoluzionaria e napoleonica, il suo più vero profilo è quello di un “sovversivo” del pensiero, che marca una netta distinzione tra il suo personale “pessimismo materialistico” e i “pessimismi romantico-esistenzialistici” di cui è ricco l’Ottocento europeo. Certo, da qui a ipotizzare un Leopardi “precursore del marxismo” e dal vedere con una miope fuga in avanti nella sua ultima fase “il presentimento del socialismo” (Salvatorelli) ce ne corre. E sorprende – ma forse neppure troppo – come una boutade non priva di ruffiana perfidia ideologica l’azzardo di Carducci (Degli spiriti e delle forme nella poesia di G. Leopardi): “Diciamocelo in un orecchio: s’accostava al socialismo”.

Altri sono in realtà i connotati del Recanatese: non propriamente politici ma filosofici. Un pensiero dello Zibaldone (9 settembre 1821) dichiara: “Tutto à materiale nella nostra mente e facoltà”. La nozione di spirito, all’interno di una visione radicalmente materialistica non antropocentrica per cui l’uomo è solo “una menomissima parte dell’universo” e la natura segue un suo processo di produzione-distruzione assolutamente indifferente a qualsiasi teleologia umana, si rivela semplicemente illusoria.

 

A partire dal 1823-24 si realizza compiutamente la scelta decisiva di Giacomo: rifiuto del ricorso a Dio, al mistero e alla trascendenza, e adesione a un ateismo e a un materialismo sempre più conseguenti. “è qui, in effetti” scrive Timpanaro “che si misura tutta la grandezza umana e intellettuale del Leopardi, in confronto ai tanti ‘spiriti inquieti’ del suo e del nostro secolo, per i quali il pessimismo è stato solo l’anticamera della conversione  religiosa. La constatazione della fragilità dell’uomo di fronte alla natura non porta il Leopardi a fabbricare un mitico ‘regno dello Spirito’, un altro mondo (comunque inteso) in cui l’uomo prenderebbe la sua rivincita. Egli porta avanti, invece, un’analisi del rapporto uomo-natura in termini totalmente demistificati”. E ancora: “Non contrasta con un materialismo conseguente la constatazione che l’uomo ha una costituzione fisico-psichica tale da procurargli molto più sofferenza che godimento. L’infelicità umana di cui parla il Leopardi non è il mal du siècle romantico né una fumosa angoscia esistenziale: è (e il Leopardi se ne è reso conto man mano che diventava materialista) anzitutto un’infelicità fisica, basata su dati ben concreti: malattie, vecchiezza, fugacità del piacere. Il Leopardi naturalmente sa bene che dalla base edonistica si sviluppano nell’uomo esigenze di ordine superiore (sentimentale, morale, culturale, ecc.). Ma anche su questo piano più elevato ha ragion d’essere il pessimismo, poiché i valori elaborati dalla civiltà umana sono estremamente caduchi, e la natura li annienta non meno di quanto annienti gli organismi biologici. Il Leopardi è critico spietato di tutti i miti dell’immortalità delle opere. La morte stessa dell’individuo, che sul piano meramente edonistico-individuale si può considerare, ed è considerata dal Leopardi, come un non-male, un oggetto di timore infondato (di un timore, tuttavia, difficile a eliminarsi, e che dunque contribuisce all’infelicità della maggioranza degli uomini), ridiviene un male al livello dei rapporti affettivi tra le persone, per la lacerazione dell’‘amante compagnia’ che essa produce”.

 

Com’è noto, i Paralipomeni, ove è negata qualsiasi differenza qualitativa tra uomo (presuntuosamente dotato di anima) e animali (miseramente dotati di puro istinto), e in cui è rivendicata la superiorità del Settecento empirista e antimetafisico sull’Ottocento cristianeggiante e mistico, costituiscono la punta estrema e più affilata del progressismo ideologico di Leopardi. La Ginestra, come un altissimo testamento “rivoluzionario”, ne è il corrispettivo poetico. E, argomenta Timpanaro, a questo punto e contro ogni “negazione ideale” delle contraddizioni naturali e storiche in linea astrattamente “dialettica”, si può parlare in senso schiettamente materialistico di un “valore permanente del pessimismo leopardiano”. Sotto questo aspetto, allora, “la polemica leopardiana contro gli apologeti della divinità o della natura presenta una reale analogia con la polemica marxista contro la pretesa degli hegeliani (e di tutta una millenaria tradizione filosofica) di sopprimere l’alienazione umana ‘nel pensiero’ e non prima di tutto, ‘nella realtà’: di giustificare il mondo e non di cambiarlo”.       

Leopardi, così, si pone recisamente contro ogni processo di sublimazione. Sta a provarlo tra l’altro la sua stessa parabola linguistica che lo porta dal lirismo distanziato (e antisublime) degli Idilli al dettato sarcasticamente prosastico della Ginestra, della Palinodia e dei Paralipomeni, nel solco di una scrittura-pensiero intollerabile a tutti i moderati coevi (“Intolleranda / Parve e fu, la mia lingua alla beata / Prole mortal, se dir si dee mortale / L’uomo, o si può” si legge nella Palinodia al marchese Gino Capponi, leader degli intellettuali cattolici fiorentini raccolti intorno all’“Antologia” del Vieusseux.

La sua solitudine è quella di un senza patria, si potrebbe anche dire di un apolide intellettuale. Il suo essere privo di Dio lo danna a una sorta di “emigrazione interna”.

In effetti, la cancellazione della sua opera di pensatore ha inizio lui vivo. “L’uomo è tra le mani di enormi trusts psichici” dice Antonin Artaud. Servendosi necessariamente di un altro lessico, Leopardi esprime a più riprese un analogo concetto, quando parla della condizione eterodiretta dell’umanità in balìa delle religioni. E c’è quasi da rabbrividire di emozione, cogliendo quella sorta di cortocircuito involontario che salda, a un secolo di distanza, certe osservazioni del Recanatese con, ad es., filosofi novecenteschi come il “libero battitore” Georges Bataille, surrealista eterodosso (e materialista molto sui generis), il quale afferma, via Nietzsche: “La ricerca di dio, dell’assenza di movimento, della tranquillità, è la paura che ha fatto affondare ogni tentativo di comunità universale… L’esistenza universale è illimitata e perciò senza riposo: non richiude la vita su se stessa, ma la apre e la rigetta nell’inquietudine dell’infinito. L’esistenza universale, eternamente incompiuta, acefala, un mondo simile a una ferita che sanguina, che crea e distrugge senza pause gli esseri particolari finiti: è in questo senso che l’universalità vera è morte di dio”.





Un tema ricorrente, e a suo modo centrale nella riflessione materialistica di Timpanaro, è ciò che egli chiama “elemento passivo dell’esperienza”. Lo studioso è ben conscio che questa convinzione implica “una posizione polemica verso gran parte della filosofia moderna, la quale si è sbizzarrita ed esaurita nell’apprestamento di ‘trappole gnoseologiche’ per catturare e addomesticare il dato esterno, per farne qualcosa che esista solo in funzione dell’attività del soggetto” (Sul materialismo, cit.).

Una filosofia che sia, anche nel senso più ampio e comprensivo, metodologia dell’agire umano, rischia sempre di eludere o sottovalutare ciò che nella condizione umana è passività, condizionamento esterno (ivi). Contro l’idealismo, che fin dall’estremo Ottocento ha condotto una lotta asperrima contro la scienza (specialmente, e non per caso, fisica e biologia), e in accordo con Leopardi, Timpanaro scrive: “I risultati della ricerca scientifica ci insegnano che l’uomo occupa un posto marginale nell’universo, che per lunghissimo tempo la vita non c’è stata sulla terra, e che il suo sorgere è dipeso da condizioni particolarissime, che il pensiero umano è condizionato da determinate strutture anatomico-fisiologiche, ed è offuscato o impedito da determinate alterazioni patologiche, e via dicendo. Ma consideriamo questi risultati come meri contenuti del nostro pensiero pensante e della nostra attività sperimentatrice e modificatrice della natura, sottolineiamo che essi non esistono al di fuori di questo nostro pensiero e di questa nostra attività, e il giuoco è fatto: l’operazione di escamotage della realtà esterna sarà riuscita, e non sul terreno di un antiquato umanesimo ostile alla scienza, ma invece con tutti i crismi della scientificità e della modernità”.

 

In breve: la strategia del moderno idealismo ha puntato sullo svincolamento assoluto dell’uomo dai condizionamenti materiali, riducendolo – a suo modo religiosamente – alla condizione di puro spirito; e, naturalmente, sul terreno della scienza, svalutando Darwin e incoronando Bergson. Ma in un errore contrario ed analogo cade la speculazione marxista quando sostiene che, dal momento che il ‘biologico’ ci si presenta sempre mediato dal ‘sociale’, il ‘biologico’ è nulla e il ‘sociale’ è tutto: classico espediente idealistico, argomenta Timpanaro. “In confronto al ritmo evolutivo della struttura economico-sociale (e dei fatti sovrastrutturali da essa determinati), la natura, ivi compreso l’uomo in quanto essere biologico, muta anch’essa, come ci ha insegnato l’evoluzionismo, ma con un ritmo immensamente più lento: ‘sta natura ognor verde, anzi procede / per sì lungo cammino / che sembra star’ dice il Leopardi. Se dunque studiamo un periodo anche molto lungo di storia umana avendo l’occhio alle trasformazioni della società, può essere legittimo trascurare il livello fisico-biologico, in quanto esso costituisce, relativamente a quel periodo, una costante (…) Ma se, facendoci forti di questo carattere di relativa immobilità (entro un certo periodo) della natura economico-sociale, noi volessimo concludere che essa non ha nessun potere condizionante sulla sovrastruttura o addirittura nessuna esistenza reale, commettemmo un tipico sofisma ‘storicistico’”.

 

Questo rapido, e quanto insufficiente excursus su quella che si potrebbe definire la circolarità aperta della ricerca di un grande protagonista-ombra rifiutato e rimosso dal nostro panorama intellettuale di secondo Novecento, intende mostrare l’indissolubile intreccio che in lui si è sempre realizzato a livelli di importanza assoluta tra filologia, politica, critica letteraria e filosofia. Se diversi sono stati gli ambiti della sua instancabile indagine, una è stata la passione e l’intelligenza che li ha connessi. In questo, naturalmente, non direi abbia concorso, ma sia stata piuttosto nucleo irradiante e timbro profondo l’energia della scrittura. Timpanaro non è mai stato uno stilista a caccia di eleganze più o meno eccentriche: è stato, al contrario, uno straordinario scrittore della funzionalità. Se la prosa, di Croce, così “ciceroniana” e distante dalla materia nella sua troppo celebrata “olimpicità”, è stata a lungo assunta come un inarrivabile Modello, la prosa di Timpanaro, così piena di materia (e di idee materiali), costituisce, in un’odierna misura leopardiano/gramsciana, un formidabile Contromodello e un’incrollabile sfida.

                                                                                             

 




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