PRIMO PIANO
CRITICA E TEORIA
Dalla lettura psicoanalitica
del testo
alla “psicoestetica”


      
Nell’ultimo libro dello studioso Carlo Di Lieto viene avanzata la proposta di una nuova prospettiva estetologica che, partendo dalla sponda del neofreudismo, tendenza Matte Blanco, cerca di tracciare una più complessa griglia interpretativa sui fenomeni della letteratura e dell’arte contemporanea visti dal teatro dell’Io e del ‘latente’, cioè la scena onirica, e riguardanti, inoltre, il ‘pensiero emozionale’, i rapporti fra ‘reti associative’ e ‘creatività’, l’importanza della ‘decrittazione iconologica’. Tutto ciò al fine anche di sostenere una scommessa totale a favore della positività e della propositività della storia e dell’individuo.
      



      


di Ugo Piscopo

 

 

Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio del decennio successivo, diciamo intorno a mezzo secolo fa, chi si affacciava sugli scenari della cultura italiana, non poteva non osservare che la critica letteraria era in buona salute, anzi ottima, per quanto riguardava l’attività viva e la produzione di testi, che si connotavano, però, prevalentemente come inquisizioni storiche e sociologiche. Gli indirizzi fondamentali erano o sotto il segno di un crocianesimo in ritirata o sotto quello di uno storicismo materialista, che faceva la parte del leone. Non mancavano altri moduli e griglie interpretative,  ma attecchivano in maniera umbratile in circoli e altri horti conclusi.

Intanto, veniva montando una diffusa e condivisa impazienza nei confronti di questa situazione dall’alternativa obbligata e si guardava fuori all’Europa e non solo, per aggiornare e integrare il menù delle offerte e, perfino, per ridisegnare dalle fondamenta i saperi stessi, sotto suggerimento dell’avanzata delle ricerche nelle nuove scienze umane, oltre che nelle scienze tout court e nelle nuove tecnologie.

Si spalancarono, sotto tali istanze, le porte alle novità e fu una rivoluzione particolarmente impetuosa e produttiva nel corso degli anni Sessanta e Settanta.

Sul terreno dell’esegesi e dell’ermeneutica letteraria, acquistarono piena cittadinanza e dignità semiologia e semiotica, che si venivano beccando tra loro e obbligavano i neofiti e i simpatizzanti a schierarsi nettamente per questa o per quella formula, strutturalismo e formalismo, linguistica, antropologia, critica stilistica con referente fondamentale in Spitzer, critica simbolica, come quella che guardava al canadese Frye quale modello e analizzava il linguaggio dei riti e dei miti, critica testuale e intertestuale, critica di disoccultamento delle manipolazioni letterarie su suggerimenti della Scuola di Francoforte, in particolare di Benjamin, critica influenzata dalla teoria del “misconoscimento” del testo elaborata da Bloom dell’Università di Yale.

E si affacciò sulla scena anche la critica psicoanalitica, che dovette fare i conti con i diffusi e molto radicati pregiudizi, che furono in particolare denunziati da Michel David in libri e saggi, che risultarono decisivi alla divulgazione e all’accoglimento della nuova tendenza. Così, da noi, si recuperarono, anche se tardivamente, le esplorazioni pionieristiche di Debenedetti e di altri pochissimi, che avevano operato a partire dagli anni Trenta, e si definirono dei curricoli intellettuali ad altezza delle nuove aspettative, come quelli di Francesco Orlando e Stefano Agosti. Non furono irrilevanti i contributi e le sollecitazioni di poeti come Zanzotto e Sanguineti, che erano anche in proprio attenti ai linguaggi dimenticati e alle sollecitazioni del profondo. E, a campionatura di testualità significativa, fu additata e proposta la produzione dei pionieri della scrittura fondata sull’ascolto della latenza, come Luigi Pirandello, Italo Svevo, Alberto Savinio, Carlo Emilio Gadda.

Non bisogna pensare, però, che tutto sia filato liscio come l’olio. Perché resistenze e fisime continuarono a dettare l’agenda dei lavori. Faccio un solo esempio, quello della bellissima Enciclopedia Einaudi, che io apprezzo moltissimo e consulto non frettolosamente. Ebbene essa, in contraddizione con l’apertura dichiarata in premessa dell’attenzione a trecentossessanta gradi sui nuovi orientamenti e sulle nuove acquisizioni del mondo contemporaneo, ogni tanto presenta delle chiusure ermetiche verso aspetti e situazioni non secondari. È il caso, che io ho rilevato con mio sommo dispiacere, sul filo delle mie frequentazioni di Savinio, Bontempelli, il surrealismo e dintorni, della pressoché totale disinfestatazione dell’opera dalle contaminazioni provenienti dall’ambito delle inquisizioni del profondo. Non solo mancano “voci” come psicologia e psicoanalisi, ma è del tutto inutile cercare nell’Enciclopedia qualche messa a fuoco delle ricerche in tale campo, sia pure a margine di altri saperi contermini. Tutto il pacchetto offerto agli utenti di “letteratura”, “lettura”, “critica”, “indagine del latente” è sotto rigoroso controllo di Franco Fortini fortemente e per sempre ‘francofortesizzato’ e dei suoi amici, o in funzione di supporto delle prospettive linguistiche, formalistiche, semiologiche, semiotiche. Alla latenza si accenna qua e là, non si sa se per calcolo o per incidente di percorso.

A ogni modo, tornando al positivo delle risposte di riappropriazione della complessità del mondo e della sensibilità, a prescindere dai carotaggi intenzionali e consapevoli nel sottosuolo della coscienza, bisogna tener presente che l’arte sempre si dà appuntamento con l’assenza e col nascondimento di aspetti oscurati dalle illuminazioni di superficie, anche quando in superficie il primo piano sia occupato da figure e segni, che sembrano leggibilissimi ed elementari, dalla figura umana, al paesaggio, al manufatto, quale il paio di scarpe che propone in un suo quadro Van Gogh. Come appunto sottolinea e invita a considerare Martin Heidegger ne L’origine dell’opera d’arte (in Sentieri interrotti, a cura di Pietro Chiodi, La Nuova Italia 2002, p. 18 sgg.), che, riflettendo sull’esigenza di incontrare l’arte sul suo terreno dell’“aisthetòn” e non nelle banalizzazioni figurali, o nei rozzi contenutismi di cronaca e nei portabagagli dei concetti onnicomprensivi, prende a lavorare ermeneuticamente intorno al nucleo duro di un’epifania che presentifica, attraverso l’opera o l’operazione artistica, una cosa altra che si nascondeva. “[…] l’opera”, afferma il filosofo, “è qualcos’altro, al di là e al di sopra della cosalità” (p. 5). Il miracolo dell’arte è la presentificazione del “non-nascondimento (Unverborgenheit) del suo essere. Il non-essere-nascosto dell’ente è ciò che i Greci chamavano ‘aletheia’. Noi diciamo ‘verità’, e non riflettiamo sufficientemente su questa parola. Se ciò che si realizza è l’aprimento dell’ente in ciò che esso è e nel come è, nell’opera è in opera l’evento (Geshehen) della verità” (p. 21).





Joseph Badalov, Sonetto CXIX, 2012


Una volta accettata l’idea della necessità di indagare sull’altra faccia della luna, ovvero la parte nascosta del reale, che non coincide mai con la bidimensionalità della superficie, se ne ha un’applicazione rigeneratrice non solo nella critica letteraria, ma anche nella critica d’arte, in quella cinematografica, in quella teatrale. In breve, si scopre che c’è tutto da leggere o rileggere attraverso una nuova ed essenziale specola.

Gli effetti di ricaduta simultaneamente si diramano dalla lettura alla scrittura, allo spettacolo, alla cultura, al gusto e alla sensibilità in genere di un tempo, sia nei campi della riflessione e della speculazione, sia in quelli della creatività, dalla letteratura al cinema, dall’ambito accademico e laboratoriale a quello del parlato e del pensato quotidiano. La gergalità psicoanalitica e le sue figure circolano come gettoni di uso nelle prospettive di rinnovamento dei comportamenti, delle conoscenze, della comunicazione, come si registra finanche nell’ambito giornalistico e massmediale.

All’ermeneutica della psiche e dello psichismo si attinge fiduciosamente e copiosamente in un tempo, che viene apprendendo sempre meglio che dietro quello che si pensa, si dice, si sente consapevolmente ci sono sollecitazioni, suggerimenti, dinamiche invisibili e finora ignorate che agiscono, ci agiscono come pupi da teatro. Si è presi da curiosità e da inquietudine, ci si dispone all’introspezione e all’auscultazione delle voci misteriose che circolano nel sottosuolo della coscienza.

A livello di saperi e di istituzioni culturali, dalla confluenza e dalla contaminazione con le questioni e i linguaggi dello psichismo si disegnano o si ridisegnano nuove branche e nuovi settori di ricerca. Tale è la psicolinguistica che si è di recente venuta perfezionando nelle ricerche dei fondamenti psicologici dei modelli linguistici e nell’interrogazione degli universali (e degli atlanti) linguistici. Tale è la psicobiologia, che, nata a fine Ottocento su ipotesi inquisitive delle comuni energie vitali della natura e della realtà umana, si è sempre più sofisticata nelle esplorazioni degli aspetti cognitivistici e i processi stocastici degli universi paralleli mente e natura, per dirla con Gregory Bateson, un suggeritore di feconde prospettive di indagine. Tali, ancora, sono la psicometria, la psicopedagogia, la psicosomatica, la psicoterapia, insieme con lo stemma multiplo delle varie psicologie (analitica, comparata, clinica, filosofica).

Dagli ambiti, intanto, di ricerca e di disoccultamento sia di quanto di misterioso e di oscuro consiste nelle latebre dell’essere, sia di quanto questa alterità induce inconsapevolmente nel nostro immaginario e nei nostri comportamenti, sono venute sollecitazioni decisive a rinnovamenti o ad avanzamenti di conoscenze e di prassi in vari settori, da quello antropologico a quello etologico, da quello clinico a quello farmaceutico, da quello neurologico a quello filosofico. Basti considerare in filosofia già solo la curvatura assunta dalla speculazione di impianto fenomenologico, che, nel corso del Novecento, si è sempre più orientata verso le interrogazioni della soggettività e delle simbologie e delle allegorie, oltre che dei linguaggi dei miti e dei riti tout court, come con Ricoeur, Guénon, Binswanger, Jaspers, Deleuze e Guattari, Levinas, Buber. Senza parlare delle nuove e “altre” storie di fondamento psicoanalitico, per usare un termine caro a Gargani, parallele alla storia ufficiale. Tali sono la storia della follia, quella del carcere, quella della clinica, quella della sessualità tracciate da Foucault. In omologia con le quali, si definiscono i profili di situazioni collettive di intere epoche e condizioni umane, come la Psicanalisi della situazione atomica e la Psicanalisi della guerra di Franco Fornari o le psicanalisi dell’acqua, del fuoco, dell’aria di Gaston Bachelard.

 

Entro questo clima ossigenato e lievitante, anche il modo di avvicinarsi all’arte e alla poesia è sottoposto a cambiamenti, perché contestualmente cambiano le stesse idee di arte e di poesia. Il poeta, ad esempio, per Foucault, “è colui che […] ritrova le parentele sepolte delle cose, le loro similitudini disperse. Sotto i segni stabiliti, e loro malgrado, afferra un altro discorso, più profondo, che richiama il tempo in cui le parole scintillavano nella somiglianza universale delle cose: la Sovranità del Medesimo, così difficile da enunciare, cancella nel suo linguaggio la distinzione dei segni” (Le parole e le cose, Rizzoli 1970, p. 64). È cioè una specie di palombaro o di archeologo dello spirito e, insieme, un risarcitore delle distorsioni e delle amputazioni.

Non deve, pertanto, far meraviglia la proposta di riconoscere la legittimità, come già è avvenuto per la critica psicoanalitica, anche di una “psicoestetica”, a cui Carlo Di Lieto ha dedicato il suo libro più recente, “Psicoestetica” il piacere dell’analisi (presentazione di Sandro Gros-Pietro, Torino, Genesi Editrice, 2012, pp. 312, € 30,00).

L’autore, votato da sempre alle decrittazioni psicoanalitiche del testo, con questo lavoro fa compiere un balzo in avanti alla sua ricerca. Finora, infatti, egli ha proceduto, in costanza di metodo e di attenzione per la coerenza di indirizzo, a scandagliare e a destrutturare, per poi ricomporre entro l’aura della visibilità dell’invisibile, la pagina indagata alla luce di acquisizioni fondamentali dell’ermeneutica psicoanalitica. La quale è sotto la paternità freudiana, ma ha avuto svolgimenti non unilineari e secondo una vicenda a spirale o forse a spirali.

Essa fu avviata inizialmente, con estrema prudenza, da Freud nel 1900 con l’Interpretazione dei sogni, fu confermata e fatta crescere nel 1905 con Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, che è  un punto fondamentale di riferimento per gli studi e per la cultura psicoanalitica anche fuori del freudismo e nell’ambito del neofreudismo e del postfreudismo, ebbe infine un vero e proprio lasciapassare dalla fondazione della rivista “Imago” (1912) aperta ai contributi degli allievi e collaboratori impegnati a mettersi sulle tracce del latente e del suo funzionamento nell’immaginario degli artisti e degli intellettuali e complessivamente nella produzione culturale. Da allora in poi, questa prospettiva è stata plasticamente rielaborata, perfino ridisegnata come in Jung, in Canetti, in Adler, in ambito antropologico e presso i pionieri dell’etologia, è stata integrata con apporti sociologici e linguistici, è stata saggiata e coniugata anche con gli studi dell’età infantile e della preadolescenza, in breve è stata sale che ha dato sapore e identità a indagini, costituite anche su cifre di saperi diversi, che sono state e sono essenziali per l’affermazione della modernità non solo nella vecchia Europa, ma nel mondo.





Fino a quest’opera ultima, Carlo Di Lieto, per parte sua, si è collocato nel neofreudismo, assumendo Matte Blanco a riferimento principe, in particolare la sua teoria della bilogica e delle sinergie fra emotività e conoscenza, osservate attraverso una sua propria specola, ma non in contrasto con quelle dei behavioristi, dei comportamentisti, dei cognitivisti e dei filosofi della soggettività di etimo fenomenologico.

In applicazione di tale indirizzo e in dialogo con questa situazione di analisi di alto profilo, Di Lieto ha prodotto opere e saggi che hanno complessivamente una fisionomia originale e innovativa non solo a Napoli e nel Sud e sono fortemente suggestivi di ulteriori sviluppi negli studi anche di allievi e altri addetti ai lavori. Tra le sue opere, non si possono non ricordare almeno queste sette, tutte attraversate da un medesimo filo rosso: Pirandello e “la coscienza captiva” (2006), “L’identità perduta”. Pirandello e la psicoanalisi (2007), Pirandello Binet e “Les altérations de la personnalité” (2008), Il romanzo familiare del Pascoli delitto, “passione” e delirio (2008), Francesco Gaeta la morte la voluttà e “i beffardi spiriti” (2010), “La bella afasia”. Cinquant’anni di poesia e scrittura in Campania (1960-2010) un’indagine psicoanalitica (2011), Luigi Pirandello pittore (2012).

 

Questo esercizio di Di Lieto lungo, puntuale, onesto, fecondo della critica psicanalitica sui testi e sugli autori di letteratura, con preferenza per i poeti – se questi, come dichiara Freud, sono i migliori compagni dei ricercatori del profondo in quanto specializzati nel dialogo con l’ignoto, che qui viene scritto con la minuscola in difformità da Freud e in diffidenza verso le tentazioni mitologiche e misticheggianti –, non può non indurlo a farsi una mappa delle applicazioni e delle diramazioni delle sue maniere di procedere e a rilevarne un profilo di progetto e di impianto ermeneutico. Cosa che l’autore fa con questo nuovo libro, gettato perentoriamente come un’arma pesante sulla bilancia delle valutazioni. Esso, infatti, dichiara, senza alcuna concessione ai vezzi diplomatici, che nel campo degli studi occorre di qua in poi fare i conti con la “psicoestetica”.

Il balzo in avanti è di estrema audacia e gli amici dell’autore non possono non salutare favorevolmente  questa proiezione en avant, conoscendo la solidità di carattere dell’uomo e la forte tempra del lavoratore robusto e attrezzato per l’impresa.

Al momento, Di Lieto non si precipita a sciorinare discorsi prospettici e teorici di contaminazione estetologica di critica e filosofia, bastandogli tenere sott’occhio il paesaggio e la natura delle sue ricerche fin qua sviluppate, che configurano, a parte obiecti, una verificata e consolidata griglia di proposizioni (in senso wittgensteiniano) di ordine teorico. La sua teoria, lo studioso l’ha posta in essere e l’ha verificata nell’azione quotidiana nel corso di molti anni e di tanti e articolati interventi, e si sente, quindi, legittimato ex post a procedere finalmente a una agnizione, in simpatica (in senso etimologico e clinico) condivisione con gli amici e col pubblico dei lettori. Non è detto, però, che in seguito egli non possa rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro anche sul terreno del teorico, sia per dare omogeneità e unitarietà alla prospettiva estetologica, sia per perfezionare aspetti postulati e intravisti in itinere che vanno riconsiderati ed eventualmente modificati a distanza, una volta acquisita una vasta esperienza, sia per potenziare ed esaltare la parte validata delle interpretazioni che possono risultare in attesa di conferma. In breve, per costruire un congegno ermeneutico, venutosi elaborando nel tempo e interrogato a mano a mano che sorgevano dubbi e suggerimenti dalle situazioni contestuali in movimento. Anche i sistemi interpretativi sono fisiologicamente assoggettati a processi dinamici evolutivi. D’altra parte, il ricorso ai feedback, come si sa dall’ambito cognitivista, è sempre utilissimo a dare solidità e senso alle strategie perseguite e a far riprendere il discorso con maggiore persuasione.

A sollecitare l’andata verso una dimensione estetologica, intanto, attraverso tappe di riflessione e di teoria, intervengono oggi anche ragioni complessive della cultura psicoanalitica del nostro tempo e questioni oggettive innervate nelle pratiche creative. Invita ad affrontare l’avventura di aprire un sentiero nel bosco delle spiegazioni lo stato magmatico, ribollente, esplosivo delle ipotesi nuove sullo psichismo, sulle informazioni prime che non ancora ci sono chiare, sulle interrelazioni fra comportamenti cognitivi e relazionali con il mondo da una parte e processi controllabili da microbiologia e bioingegneria, oltre che dalle sofisticazioni delle tecnologie avanzate nell’ambito dell’automazione dall’altra parte. Senza sconfinare nella fantascienza, non si può non tener conto del menù delle possibilità precedentemente inedite, che si offrono nei campi della creatività grazie ai new media o per effetti collaterali dei mutamenti relazionali sia sul piano intersoggettivo e interumano, sia sul piano dell’uso dell’ambiente e delle trasformazioni dello stesso, manipolato in maniera tale da offrire oggi una scena altra e in divenire. Nello stesso tempo, inviti paralleli e complementari giungono dalla valorizzazione e dall’esaltazione espressiva ed estetica della materialità e della corporeità (a cominciare dalla body-arty, dalla land-art, dalla nuova danza a finire agli happening e alle performance e dintorni) e, insieme, dalle svolte sperimentali letterarie, artistiche, musicali di cortocircuitare gli incontri fra invenzione e psicoanalisi o comunque riscoperta dell’eros e dell’es. Su quest’ultimo versante, si cita, a titolo esemplificativo, soltanto una proverbiale posizione, quella, in poesia, di Edoardo Sanguineti, ma si potrebbe facilmente fare riferimento a Zanzotto, a Porta, a Raboni e a tanti altri. Qui riesce particolarmente illuminante l’operazione sanguinetiana degli Erotopaegnia, realizzati con l’intento precipuo di avviare uno “stil nuovo”, ad altezza della sensibilità contemporanea, col supporto proprio della psicoanalisi, per decifrare figure e iconologie dell’immaginario, esperienze oniriche e altre sollecitazioni che attivano l’emozionalità e la fantasia di tutti, per potersi porre non banalmente in auscultazione dei linguaggi misteriosi e arcaici dell’inconscio, al fine di trovare una risposta alle attese formulate da Kafka, da Proust, dal futurismo, dal surrealismo di cercare e saggiare canali intercomunicanti fra arte e vita. Per parte sua, Sanguineti si appoggia, come tanti altri rappresentanti della neoavanguardia e dello sperimentalismo del secondo Novecento, più alle idee di Jung, che a quelle di Freud, sotto il forte richiamo del patrimonio arcaico del preconscio e delle inquisizioni dei rapporti fra alchimia e psicologia, nella prospettiva di trasfusione del linguaggio nella materialità dell’esistenza e di resa di conti sul campo con la compulsività e l’ossessività della fantasia erotica e con la presenza degli incubi che assediano tutti e ciascuno.

Se, in tale maniera e in maniere affini in altri autori, la psicoanalisi fa da leva dell’invenzione artistica, allora risulta cogente il bisogno di osservare il rapporto tra latenza e invenzione attraverso la specola anche estetologica.

Ovviamente, non si tratta di inventare una nuova estetica, perché, a cominciare da Socrate, dai dialoghi platonici sino a Kant e Hegel e oltre, i “fondamentali” di questa disciplina restano sempre quelli. È, però, essenziale che l’estetica non sia assunta a feticcio o a icona statica da tenere conservata nel museo o nell’accademia. Piuttosto, come tutti gli altri saperi essa è/deve essere in movimento ed è tenuta a cercare risposte alla sua altezza alla realtà che cambia, una realtà che oggi viene acquistando nuove inflessioni di gusto, diramando la propositività labirinticamente, formando nuove e profonde pieghe alle confluenze fra attività precedentemente nette e distinte, osservando con nuovi occhi gli scenari esterni e interni, inventando e costruendo aggeggi materiali e immateriali che prolungano e irrobustiscono, se non sofisticano le nostre naturali potenzialità sensoriali. Così, oggi, l’estetica non può rimettersi ai vecchi protocolli e alle vecchie formule interpretative di fronte a fenomeni magmatici e fortemente suggestivi di nuove iconologie e di nuovi rapporti col tempo e con lo spazio.   





Maurizio Cattelan, We, 2010


Insomma, la “psicoestetica” di Di Lieto non è effetto di un colpo di sole: essa, piuttosto, poggia su una griglia critica validata non solo direttamente, ma da tanti scandagli di operatori affini e soprattutto risponde ad attese non banali del nostro tempo, a cui si è accennato.

Molteplici sono gli hard core di tale prospettiva, riguardanti il teatro dell’io e del latente, cioè la scena onirica, riguardanti, inoltre, il pensiero emozionale, i rapporti fra reti associative e creatività, l’importanza della decrittazione iconologica.

Ma centrale e decisivo per il destino dell’ipotesi è il punto di vista ermeneutico – su cui invitiamo l’autore a riprendere il discorso su un piano sistematico –, rivolto consapevolmente a un obiettivo di rovesciamento della Weltanschauung freudiana e dei freudiani, ma anche di molti altri indirizzi psicoanalitici, costituita essenzialmente sul pessimismo (quello della ragione, come dice Gramsci su suggerimento di Romain Rolland).

Per Freud, i suoi seguaci, i suoi revisionisti, i suoi oppositori (da questo punto di vista, tutti “suoi”), la storia e la civiltà si costituiscono su finzioni e nascondimenti, su amputazioni e coazioni, su processi traumatici, sulla tensione a costruire maglie abbastanza strette per le pulsioni inconsce. Per Freud, quasi quasi l’uomo nella sua istintività aggressiva e perfino criminale e nella sua moralità inconscia è certamente più genuino, ma, tutto sommato, sarebbe anche paradossalmente preferibile rispetto all’uomo manipolato dalla civiltà, la quale ne fa un prodotto dalla coscienza falsa e distorta, oltre che distorcente la relazionalità intersoggettiva e le relative interpretazioni.

Per Di Lieto, la critica e l’estetica psicoanalitica offrono l’opportunità di sostenere la scommessa totale a favore della positività e della propositività della storia e dell’individuo. Il quale ultimo, verificandosi nei suoi strazi, fra sprazzi di luce e forti turbamenti, può trovare, trova, attraverso il confronto con la forma (con la “scrittura” e con la “differenza”, direbbe Derrida), il varco per dire a sé stesso che il suo tempo speso in questa difficile navigazione non è perduto. Ed è un messaggio inviato anche a Proust e ai suoi seguaci (e a tanti esponenti del postromanticismo e del postpositivismo) sul conto del tempo che non fatalmente si deve perdere, ma al contrario si può ritrovare, e viene ritrovato, come confermano gli esempi allegati nel libro di Carducci, di Leopardi e molti altri.

Di fronte a questo, non si può non dire all’autore: “Bravo, complimenti. Però, hic sunt leones, hic salta”.




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