LUOGO COMUNE
ALESSANDRO TICOZZI
Un appassionato viaggio nel più bel cinema italiano
del secondo ’900


      
Nel libro “L’inviato dalla rete” il giovane critico e studioso mestrino ha raccolto un’ampia cernita di articoli pubblicati tra il 2008 e il 2012 (anche sulle Reti di Dedalus). E il volume permette di rievocare e di perlustrare in lungo e in largo il territorio della migliore cinematografia nazionale dello scorso secolo con particolare attenzione ai maestri della commedia all’italiana come Mario Monicelli e Dino Risi, ma anche omaggiando Luigi Comencini quale ‘regista dei bambini’ e poi svariando da Pietrangeli a Rossellini, da Zampa a De Sica, da Brass a Petri, a tanti altri. Non trascurando grandi attori come Gassman, Salerno, Manfredi, Tognazzi, Caprioli e Foà. Con una puntata all’estero dedicata a R. W. Fassbinder.
      



      

di Rocco Cesareo





Con una brillante scelta di 50 suoi articoli pubblicati fra il 2008 e il 2012 per Associazione Unis@und, Le reti di Dedalus, New Candiani, Quarto Potere, Radiophonica e Spettacoli NEWS, Alessandro Ticozzi ha così “composto” L’inviato dalla rete (Edizioni Sensoinverso, Ravenna 2013, pp. 320, € 17,00, prefazione di Enrico Vaime). Da Mario Brenta a Mario Monicelli, da Luigi Zampa a Enrico Scola, da Pasquale Festa Campanile a Mauro Bolognini, e poi ancora protagonisti come Ugo Gregoretti, Renzo Rossellini, Elio Petri, Vittorio De Sica, R.W. Fassibinder, Steno, Petri, senza dimenticare attori straordinari come Nino Manfredi, Enrico Maria Salerno, Vittorio Caprioli, Paolo Poli, Arnoldo Foà, Adriana Asti, Ugo Tognazzi, e artisti quali Giorgio Gaber e Milo Manara, Ticozzi ha creato una galleria di personaggi particolarmente espressiva, che si snoda per oltre mezzo secolo.

Grazie ad una ricerca attenta e persino puntigliosa, l’autore è riuscito a comporre un grandioso mosaico che diventa anche un atto d’amore verso la settima arte: l’opera di Ticozzi, può anche essere letta come una riflessione commossa sulle motivazioni, il più delle volte misteriose, del perché, a oltre cento anni dalla sua invenzione, il cinema continui, pur in presenza di crisi cicliche, a fascinare l’animo umano di miliardi di persone in tutto il mondo. È lo stesso autore a ribadirlo quando, conclude la bella intervista al critico Gian Piero Brunetta con queste parole “Al di là di tutto, però, mi piace pensare che, come sostenne Mario Monicelli quando gli venne consegnato il Leone d’Oro alla carriera alla Mostra di Venezia, ‘forse morirà la sala cinematografica, ma il cinema non morirà mai’”. Non è, infatti, esagerato pensare che alla fine, ciascuno con le proprie peculiarità, tutti abbiamo “il vizio del cinema”, per quella magia che ci fa credere di vivere in un film quasi una seconda vita, un’altra occasione, a volte migliore, comunque più intensa della prima. Insomma, L’inviato dalla rete ci confida e ci rivela, attraverso la voce dei suoi protagonisti, il segreto che tutti coltiviamo sin da ragazzi, quando ci infilavamo magari in galleria dentro i grandi cinema di una volta, ed attendevamo con ansia il buio e l’inizio dell’incantesimo.

Va anche detto che il Nostro non si è certo lasciato intimorire da certi personaggi anche spigolosi, vedi Tinto Brass o lo stesso Mario Monicelli, autore, che non a caso compare nel libro più volte, al contrario, egli ha saputo destreggiarsi abilmente, riuscendo sempre a mettere a proprio agio l’interlocutore, ottenere sempre ciò che rappresentava il suo fine ultimo cioè, sollecitare nel lettore quel “sentimento d’immedesimazione” con il mondo dello spettacolo, cui prima si accennava. Tutta questa passione, in Ticozzi, può essere considerata un vero e proprio dono, che va oltre le competenze proprie dello studioso e si offre a qualunque appassionato di cinema come di spettacolo in genere, pronto a riceverla .

Ticozzi, con il suo stile sobrio e asciutto, alterna sapientemente interviste di taglio “colloquiale”, a considerazioni decisamente “tecniche”, proprie del critico di professione. Questa doppia valenza è un po’ la chiave di volta di tutta l’opera, e permette una sorta di “doppia lettura”: la prima più lineare e in qualche misura anche più semplice, per avvicinare alla lettura del libro il fruitore medio, privo di particolari competenze tecniche, ma non per questo sprovveduto; La seconda invece, intrigare il lettore più esperto, quello che cerca la “notizia”, “il dato” storico o poetico, sfuggito ad altri. A tale proposito forse il capitolo più denso di “rivelazioni”, è l’affettuoso omaggio dedicato al “regista dei bambini”, ossia Luigi Comencini in “Bambini di ieri e di oggi”.

Non è dunque azzardato affermare come quest’opera, racconti in generale, cinquant’anni di vita italiana, e quindi di una nazione e del suo popolo, ma più in particolare, contenga una specifica analisi delle condizioni sociali ed economiche di una generazione, quella uscita distrutta dall’orrore della seconda guerra mondiale. A conferma di ciò basti leggere l’articolo in ricordo di Enrico Maria Salerno dal titolo “Enrico Maria Salerno, un interprete colto, mai ovvio, mai uguale a se stesso” pubblicato da Le reti di Dedalus nell’ottobre 2009. In questo capitolo Ticozzi, per tratteggiare l’umoralità del grande attore scomparso prematuramente e capace di passare dal teatro al cinema senza alcuna difficoltà, “mostro” di bravura degno di rivaleggiare con un’icona quale Gian Maria Volontè, ci ricorda la sua formidabile interpretazione del farmacista reso invalido dalla sifilide nel capolavoro di Florestano Vancini La lunga notte del ’43. Ed è proprio attraverso il ricordo di questo personaggio, che Ticozzi fa emergere anche il ritratto di un’Italia fragile, preda di facili innamoramenti (anche politici…), in sostanza quasi sempre incapace di reagire ai mutamenti sociali ma anche straordinariamente capace di risollevarsi con la forza della propria disperazione.

Allo stesso modo Ticozzi, ricordando l’opera di un altro grandissimo cineasta, troppo spesso dimenticato o frettolosamente citato, l’Antonio Pietrangeli de Io la conoscevo bene, Nata di Marzo e La visita, che nel libro viene raccontato dal figlio Paolo, fa emergere la figura di un autore che sfugge ai clichés, alla ricerca di un’idea di realismo sempre, sostanzialmente legato al concetto di moralità e rispetto della verità. Un autore insomma particolarmente rigoroso e contraddittorio, che seppure non molto amato dalla critica, è stato capace di raccontare in modo esemplare le grandi trasformazioni socio-economiche avvenute nell’“Italia del boom” e come in essa, dietro al benessere improvviso si celassero ampie zone “grigie” poi duramente emerse negli anni ’70.  





Vittorio Gassman a cavallo in una scena di L'armata Brancaleone (1966) di Mario Monicelli


È a questo punto che si affacciano all’opera due “giganti” della cosiddetta “Commedia all’Italiana” Mario Monicelli e Dino Risi. Ticozzi li affianca nella narrazione perché “La commedia all’italiana, ha raccontato in maniera molto precisa e caustica, l’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta, come forse, non l’ha raccontata né il neorealismo, che si esprimeva con toni molto impegnati, a volte truci, forse più truci di quanto nella realtà non fosse; né il cinema degli anni Settanta, che non ha rispecchiato più nessuna Italia se non una società consumistica, cialtrona e volgare quale continua a ripetersi a tutt’oggi.” Così si esprimeva Mario Monicelli, 60 film di cui molti veri e propri capolavori da I soliti ignoti a La grande guerra (Leone d’oro a Venezia nel 1959 a pari merito con Il generale della Rovere di Rossellini), da Romanzo popolare a Un borghese piccolo, piccolo, alternati a opere che seppure non raggiungendo le vette dei suoi classici, sono rimaste indelebili nell’immaginario collettivo. Paradigma di ciò è certamente L’armata Brancaleone film del 1966 premiato subito da un successo strepitoso: sotto l’apparenza del magnifico scherzo e il filtro dell’ironia, l’Armata era in realtà il frutto di uno studio molto accurato compiuto dai grandi Age e Scarpelli sul nostro medioevo. Age, infatti, raccontava che fonte d’ispirazione fossero stati due film quali 1860 di Blasetti e il Francesco, giullare di Dio di Rossellini (altro Maestro presente nel libro grazie al racconto del figlio Renzo), considerati dal grande sceneggiatore, modelli di film autenticamente storici. In particolare, sempre secondo il ricordo di Age, la più grande difficoltà nel concepire il film, fu proprio la questione della lingua, o meglio del parlato: come far parlare personaggi che si muovono a cavallo fra il latino maccheronico e una nuova lingua in formazione? Fu così che i tre inventarono l’indimenticabile grammelot parlato nel film, un volgare che, se da un lato ricordava Jacopone da Todi, dall’altro evocava reminiscenze di vecchi dialetti a metà fra l’abruzzese e l’umbro, come il coro dei pentiti in marcia verso la Terrasanta con in sottofondo la straordinaria invenzione musicale di Carlo Rustichelli: “Sanza dinari, sanza calzari, soli con Deo, sanza la lonza, sanza patonza, sanza bevanda, sanza mutanda, soli con Deo, sanza pagnotta, sanza canotta.”   

Non si può parlare di Mario Monicelli senza ricordare ovviamente l’altro grande maestro della commedia all’italiana, Dino Risi. Non è un caso ovviamente che, come cita puntualmente Ticozzi, furono premiati insieme nel 2005 con un David alla carriera. Quasi coetanei, del 1915 Monicelli e del ’16 Risi, i due grandi maestri ebbero origini e formazione molto diversi. Avventurosa quella del viareggino, molto più tradizionale e borghese la formazione del milanese Risi. Laureato in medicina, specializzato in psichiatria, come il fratello minore Nelo, anche lui regista. Dopo un tirocinio nel manicomio di Voghera, Dino Risi capì ben presto, e per nostra fortuna, che quella non era la sua strada, cominciando quasi per caso a dedicarsi completamente al cinema.

Come per il coetaneo Monicelli, la carriera di Risi è stata lunga e premiata da opere indimenticabili. Tre capolavori, realizzati da Risi in appena tre anni: Una vita difficile del 1961, Il sorpasso del 1962 e I mostri del 1963! In tutta la storia del cinema, difficile trovare un autore che riesca a realizzare tre opere di così alto valore ad appena un anno di distanza l’una dall’altra. Era il periodo d’oro del nostro cinema, capace di esprimere, in appena dieci anni, opere come La grande guerra 1959, I Magliari sempre del ’59, Tutti a casa, La dolce vita, Rocco e i suoi fratelli, La ragazza con la valigia, La lunga notte del ’43, Il bell’Antonio, tutti del 1960!  Seguono Una vita difficile, Divorzio all’italiana, Il posto, Accattone, Il sorpasso, Salvatore Giuliano, L’eclisse, Le mani sulla città, Otto e mezzo, Il gattopardo, La donna scimmia, La vita agra, I pugni in tasca e l’elenco potrebbe essere quasi interminabile…

Come già detto, in mezzo ad autori di tale importanza Risi mantiene una propria peculiarità almeno fino a Profumo di donna del 1974, con un magnifico Vittorio Gassman, anche lui presente nel libro con un affettuoso ricordo della figlia Paola. Giustamente nel ricordo di Dino Risi, Ticozzi si sofferma su un’opera meno conosciuta ma, anche a mio avviso di grandissimo valore: Una vita difficile. Lo sceneggiatore del film Rodolfo Sonego racconta così il film: “Ho scritto questo copione con grandissimo amore e attenzione, e Risi si è messo con molta umiltà a mia disposizione, come ha spesso riconosciuto lui stesso, trattandosi d’un copione molto particolare, di una storia per me autobiografica, che dopo tante novelle e racconti gli avrebbe permesso di realizzare un film che affrontava la narrazione della vita d’un italiano nell’arco di vent’anni”. È significativo che in una delle ultime interviste di Alberto Sordi, alla domanda su quale fosse il personaggio negli oltre cento film interpretati dal grande attore, a cui fosse maggiormente legato, lui rispondesse Silvio Magnozzi, il protagonista appunto di Una vita difficile. I critici si sono a lungo divisi, e lo sono tuttora, sul reale valore del film. Paolo D’Agostini nel suo fondamentale “Castoro” dedicato al regista milanese scrive: “I risiani non si trovano tutti d’accordo su Una vita difficile, molti gli preferiscono Il sorpasso”.





Alberto Sordi in Una vita difficile (1961), regia di Dino Risi


Vi sarebbe ancora molto da dire su questo capolavoro, a cominciare dalla celebre sequenza, detta ormai “ degli sputi”, in assoluto una delle più famose del cinema italiano: Sordi insegue la moglie e il suo nuovo compagno in un night, poi ritrovatosi sul lungomare di Viareggio, solo, ubriaco e furioso, si sfoga “sputando” sulle vetture degli automobilisti di passaggio. Questa è anche una delle scene che maggiormente rendono la capacità d’improvvisazione dell’attore romano. Si mormora, forse non a torto, che Una vita difficile è uno di quei casi in cui un film appartenga più a chi l’ha scritto che a chi l’ha diretto. Il sodalizio Sordi-Sonego fa storia a sé, forse l’unica, nel nostro cinema e sia come sia, l’“umiltà” della regia di Dino Risi fa certamente grande il film.

 Non si può concludere questo commento sul libro di Ticozzi (la cui complessità si evidenzia, come già detto, quanto più ci s’immerge nella riflessione) senza ricordare i due bellissimi capitoli dedicati a Luigi Comencini e a Rainer Werner Fassbinder. Del primo Ticozzi ricorda la capacità straordinaria di interloquire con i bambini, riuscendo, cosa difficilissima, a farli stare a proprio agio sul set. Molto bello e toccante è il ricordo di Comencini fatto da Andrea Balestri, il celebre Pinocchio televisivo: “Luigi Comencini è stato sul set come un padre… per farti capire come lui si affezionasse ai bambini ti racconto quest’aneddoto. Nella scena sulla tomba della fata turchina, io dovevo piangere ma non volevo, al che dopo due ore di tentativi a vuoto, mio padre si spazientì e mi dette uno schiaffo facendomi piangere e Comencini potè girare la scena. Alla fine della ripresa però chiamò da parte mio padre e gli disse che se lo avesse rivisto rimettermi una mano addosso, lo avrebbe rispedito a casa per sempre”. Con le parole del Pinocchio ormai adulto, Ticozzi ci mostra la grande sensibilità del regista indimenticabile di Tutti a casa.

“Rainer Werner Fassbinder è morto. Oggi ho perduto un buon amico e la Germania un genio.”. Così nell’estate del 1982, il grande Douglas Sirk piangeva la fine del suo allievo prediletto, morto a soli trentasei anni. I film di Fassbinder erano, sono e forse rimarranno per sempre controversi. Anzi si può dire che con il tempo l’antagonismo fra detrattori ed estimatori aumenti. Giovanni Spagnoletti intervistato da Ticozzi a proposito del regista tedesco, pare appartenga al secondo gruppo. Dice infatti Spagnoletti: “Fassbinder ha lasciato un segno indelebile nel cinema tedesco. Fassbinder è un po’ come Truffaut: ha segnato un’epoca come un leader, questo è ciò che rimane alle generazioni di oggi. È diventato il primo classico, ancor più di Kluge e di Herzog, o come Wenders che ha avuto uno sviluppo ancora diverso”. A trent’anni dalla sua morte, si fatica ancora a inquadrare questo genio, scomparso giovanissimo in un cieco e violento cupio dissolvi. Certo i suoi film continuano a sopravvivergli e lo faranno per molto tempo perché, come diceva lo stesso Fassbinder, il presente e il futuro, non esistono o sono la stessa cosa.

 




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