LUOGO COMUNE
MASSIMO ZAMBONI
‘Amore
è la risposta…
Qual era
la domanda?’


      
Il famoso chitarrista rock, già fondatore di gruppi mitici come i CCCP e i CSI, ha pubblicato tempo fa da Donzelli il libro in versi “Prove tecniche di resurrezione”. Dove con le sue liriche-canzoni, riesce ad annullare la falsa distanza tra la pagina e l’onda della voce. Ed è un modo per provare a fare un bilancio generazionale in cui ‘l’esperienza umana si consolida attraverso la ricerca e la scoperta dei denominatori comuni tra gli uomini: l’accettazione della Sconfitta come sorella e compagna di strada’.
      



      

di Plinio Perilli





Massimo Zamboni


“Amore è la risposta” sentenzia – ma certo anche canta – una delle più belle liriche-canzoni di Massimo Zamboni. La sentenza è nel titolo, e il primo verso irradia un gesto, battezza una perdita cui tutto il libro in fondo reagisce, e costruisce, ambisce, anela di ritrovare: “Qual era la domanda?”. Un piccolo ma intero brano per ribattezzare l’amore perfino nel suo lessico, nella sua etimologia manifesta e segreta d’anima: “La lingua inglese utilizza ‘to fall in love’, per ‘innamorarsi’. / Cadere”… “Quello che popolarmente si vorrebbe sentir dire, si potrebbe / rendere meglio con ‘to raise in love’. Sollevarsi. Sorgere”.

  

Figura storica del nostro panorama musicale e in qualche modo rock contest, pop cantautorale di fine millennio, Zamboni, già fondatore (ma ricordiamo anche il vecchio amico Giovanni Lindo Ferretti – e compagni di strada e di musica come Gianni Maroccolo, Francesco Magnelli, Giorgio Canali) di gruppi mitici come i CCCP e i CSI, annota qui (Prove tecniche di resurrezione, Donzelli Editore, Roma, 2011, pp. 108, € 14,00) e insieme intona ma sliricizza, “parole intimamente legate tra loro, complementari,” – lo confessa da sé medesimo – “dove l’esperienza umana si consolida attraverso la ricerca e la scoperta dei denominatori comuni tra gli uomini: l’accettazione della Sconfitta come sorella e compagna di strada”…

 

Il percorso è lunghissimo, esausto ed estenuato come ogni vero ideale che si fa moderna, anarchica e sincera viandanza, erranza, militanza nuda e cruda di Libertà: “Quanta Europa trascorre tra di noi / e come l’inesausto ragionare congiunto ci incombe, ora / che si scardina l’asse stesso del tempo”…

  

“Per chi conosce Massimo Zamboni,” – annota Emilio Rentocchini come clausola d’affetto e al contempo esergo stilistico, prova d’ascolto che mixi, celebri il canto con la sua immersa/riemersa radice – “non è semplice separare le parole delle sue canzoni dalla pigra e struggente monodia della musica, ferita di quando in quando dal fremente barrito della chitarra elettrica o sgranata dal frullo misterioso e concavo delle voci di contorno, sostenuta dal ritmo addolcente della ripetizione.”





Angela Baraldi e Massimo Zamboni in concerto


Più ci colpiscono quelle parti in cui il raziocinio emotivo, il gioco o più spesso malessere memoriale incalzano i ricordi, e li rigemmano come ferita verde sulla scorza di un tronco – il tronco che fummo, la giovinezza che incarnammo e ci diede ali di legno, tronchi e linfa di passione: “Non sono che un animale poetico. / Un organismo costretto all’amore”…

Molto più lontano – forse anche troppo – ci condurrebbe invece un’analisi (solo per ora rimandata) sul rapporto tra prosodia lirica e ritmo musicale, accompagnamento cioè strumentale (qui invisibile eppure presente) e suggestivo, provvisorio accordarsi in poesia di ogni parola alla sua nota opinabile o prescelta. Scriveva Wittgenstein del resto già nel 1948 – “che un tema musicale, suonato con velocità (molto) diverse, cambi il proprio carattere. Passaggio dalla quantità alla qualità”…

 

Non c’interessa adesso rintracciare la filosofia del rock o la poematicità frammentaria del pop (mancate entrambe o perfettamente risolte!). Conta invece che questo libro annulli la falsa distanza tra la pagina e l’onda della voce, tra il cielo di carta e i continenti terracquei, l’odissea d’ogni ricerca che ci conduce – volendolo – alla Mongolia trasognata e durissima della Libertà…

Il resto è cronaca, è bilancio generazionale, resoconto annoso ma mai nostalgico. Zamboni riparte sempre, e si rimette in gioco: riaccorda la chitarra dei suoi errori e prepara ancora e sempre lo zaino, la sacrosanta bisaccia pagana delle sue esperienze. La Storia è lontano o forse già intorno a tutti noi, omessa o confusa solo per colpa dell’immensa caligine del potere, del mercato, del consumo – di tutto ciò che della poesia insidia, sprezza lo sforzo e sfiata quella voce che ci appartiene e noi sempre a Lei, la Storia, dedichiamo, amata rinnegata, disamore sempre rinato, sempre in fiore: “Come un animale / per l’istinto che ho, so di scivolare / da uno squarcio nel cuore”…




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