LUOGO COMUNE
GIULIA NICCOLAI
Dai Frisbees
al punto avanzato
di una poesia/vita


      
Personalissima non-recensione di “Poemi & Oggetti”, un recente volume antologico edito da Le Lettere della 78enne poliartista d’avanguardia, nonché monaca buddista di tradizione tibetana. Un dialogare a distanza proponendo due “Meditazioni” dell’autrice milanese a cui replicare con un paio di omaggi in versi a lei indirizzati. Nella densità dei suoi gesti letterari ed esistenziali si può, forse, misurare uno stato profondo di consapevolezza spirituale che diventa oggi in lei movimento naturale.
      



      

di Tiziana Colusso

 

 

Ho provato un’inspiegabile difficoltà a produrre una recensione di questo corposo libro ‒ Poemi & Oggetti. Poesie complete, a cura e con un’introduzione di Milli Graffi. Prefazione di Stefano Bartezzaghi, Edizioni Le Lettere, collana “fuori formato”, Firenze 2012, pp. 410, € 38,00 ‒, che ha il merito innegabile di aver riunito in un unico contenitore la produzione di poesia lineare e concreta-visiva di Giulia Niccolai: anche se un’antologia, per quanto curata e puntale, non può esaurire il “multiforme ingegno” di Giulia, poeta d’avanguardia, prosatrice, fotografa, artista visiva, viaggiatrice, critica d’arte, nonché e soprattutto monaca buddista di tradizione tibetana. È assai arduo dunque comprendere tanta abbondanza di arte e vita (coniugabili a piacere in arte vitale, vita d’arte, arte di vivere e così via) in un articolo o recensione.  Eppure, su questa stessa rivista, ho già pubblicato vari anni fa un paio di articoli dedicati a Giulia Niccolai: uno per un suo libro in prosa – Le due sponde. Spazio/Tempo – Oriente/Occidente (Archinto 2006) e un altro in occasione dell’evento piacevolmente surreale della sua nomina a “Grande Ufficiale della Repubblica Italiana” da parte di Ciampi, dopo aver avuto l’onore di accompagnarla alla cerimonia.

 

Perché dunque ora mi riusciva così complicato recensire quest’antologia di splendide pagine di Giulia? Forse perché sono di cinque-sei anni più anziana rispetto a quegli articoli, e la mia mente si sta già sfaldando, provata anche da un annus terribilis? Non può essere una ragione sufficiente. Leggendo e rileggendo i testi del volume ‒ che in parte già avevo in libri singoli con dedica dell’autrice, ora dispersi in un trasloco epocale che ha cambiato il corso della mia esistenza come un terremoto cambia l’orografia di un territorio ‒ mi ripetevo che ci doveva essere qualcosa d’altro: c’è sempre qualcosa d’altro quando si ha a che fare con Giulia, gran maestra delle Coincidenze, Cabale ed Epifanie, nonché autrice/pensatrice peculiarmente maieutica: come lei stessa dice a proposito del genere poetico da lei inventato, i frisbees (poesie da lanciare), largamente antologizzato nel volume Poemi & Oggetti: “Vorrei anche che i Frisbees / mi aiutassero / a far funzionare il cervello / in modo nuovo”.

 

E finalmente, nei giorni scorsi, ho avuto la conferma che se volevo parlare di Giulia dovevo farlo in modo nuovo, diverso, senza costringere il flusso dei pensieri in un corsetto critico che evidentemente in questo momento non mi garba punto. La conferma è arrivata tramite una sorta di epifania telefonica, un frisbee cabalistico di quelli che tipicamente succedono quando si ha a che fare con Giulia.  L’avevo chiamata a Milano per sapere se potevo pubblicare a corredo dell’articolo – ancora lungi dal nascere ‒ un paio di poesie dall’antologia, in particolare avevo scelto due tra le Meditazioni, che ho tanto amato da averle riproposte in vari contesti. Parlando le ho detto anche che mi interessava sapere cosa faceva Giulia Niccolai il 21 dicembre del 2012. Lei mi ha snocciolato vari impegni, e  soddisfatta ho commentato che era un buon modo di passare il giorno ipotizzato per la fine del mondo.

Poi stamane, sul mio solito treno da pendolare tra l’Etruria e Roma, sfogliando nel vagone affollato per l’ennesima volta il volume Poemi & Oggetti – delizioso ma tutt’altro che tascabile – ho scoperto che Giulia è nata proprio il 21 dicembre, cosa che si era ben guardata da rivelarmi al telefono, per non rovinarmi la scoperta. Avevamo parlato di quella data solo come di una probabile fine del mondo, e poi scopro che è anche la data dell’“inizio” di Giulia. Ho capito da quest’ennesima epifania o cabala che quando si ha un rapporto così enigmatico-enigmistico con una poeta come Giulia, bisogna lasciarsi dietro le spalle le rassicuranti scritture in punta di penna critica, e abbandonarsi alla poesia come ad un amplesso cosmico, andando su e giù nell’infinita interconnessione di tutto con tutto ipotizzata dalle filosofie orientali e dalla scienza contemporanea. Anche l’ottima introduzione di Milli Graffi al volume in questione evidenzia nella Niccolai “il tentativo di ricondurre l’eterogeneità delle esperienze a una rete sottesa di correlazioni”.

 

E poesia sia: per dire quelle due o tre cose che so di Giulia, posso solo, qui e ora, presentare quattro poesie – due sue che sono entrate a far parte della mia storia e due mie dedicate a lei: questi testi rappresentano altrettante “bandierine” nella rete di correlazioni che si è creata negli anni tra noi due, sottoinsieme della rete totale di tutti con tutti, e di ogni cosa con tutte le altre cose.





I due testi di Giulia Niccolai che qui ripropongo, antologizzati nel volume Poemi & Oggetti , nella sezione “Sei meditazioni, 1999-2003” sono stati per me nel corso degli anni un pane talmente interiorizzato da essere inglobati nel mio stesso percorso. Il primo, Meditazione 3, l’ho pubblicato nel numero 3/2011 della rivista “FORMAFLUENS - International Literary Magazine” in una piccola sezione ad hoc dal titolo “Meditazioni su ciò che si salva del materno: Maureen Duffy e Giulia Niccolai, due poetiche maestre”. I due testi, pur provenendo da autrici assai diverse per formazione e stile, sono in una straordinaria empatia nel parlare del materno attraverso la serie simbolica del lavoro manuale e insieme creativo sulle stoffe. In quell’occasione Giulia, per cogliere la sfida di una rivista internazionale come “Formafluens”, mi mandò anche la versione in inglese della “Meditazione 3”, tradotta da lei stessa e da Ian Simpson, e vorrei riproporre anche questa versione.

 

 

MEDITAZIONE 3

 

Il sacco degli scampoli

 

 

Ci sono il rumore di fondo delle voci

delle donne che si parlano in dialetto,

i ritmici colpi del ferro sul tavolo

da stiro e io seduta per terra, nel cono

di luce della lampada, ai margini del buio

di quel pomeriggio invernale –  ah quella

pigna di porcellana bianca del contrappeso

e il cigolio della carrucola quando si alza

o si abbassa la luce sopra il tavolo!

io in quel cerchio di luce, sul parquet

del guardaroba, con intorno i ritagli

di stoffa. Ci gioco. Li esamino, distinguo

cotone, seta, lino, raion. Riconosco:

quell’abito di mia madre, quella camicia

di mio padre, il mio grembiule bianco,

le stoffe pesanti delle mantovane e

quelle dei velluti e dei rasi che ricoprono

sedie e divani. La consistenza dei tessuti

al tatto, i fili dei disegni damascati

sul dritto e sul rovescio, i colori,

le forme e le dimensioni degli avanzi e

quelli a sorpresa, mai visti o mai notati,

appena estratti dalla federa stipata.

Non è un ricordo. Lì ritorno per un attimo

al termine di un ritiro di meditazione

con la percezione inequivocabile

della mia mente-bambina circondata

da luci, rumori e odori di quel guardaroba

di sessant’anni fa. E comprendo: quei ritagli

di stoffa sono la metafora di tutte le possibilità

che la vita allora mi offriva. Ora mi si apre

il cuore e si espande in gratitudine e stupore.

P.S. Francesca mi dirà poi che quei sacchi

di scampoli vengono usati pedagogicamente

in certe scuole materne: servono a stimolare

la concentrazione nei bambini.

 

 

 

Giulia Niccolai MEDITATION 3 (translated by Giulia Niccolai and Ian Simpson)

 

The sack of cloth remnants

 

 

There are the background voices

of women talking in dialect,

the rhythmic thumps of the iron on the

ironing board and me sitting on the floor,

in the cone of light of the lamp, at the edge

of the darkness of that winter afternoon ah

that pine cone of white porcelain of the counterweight

and the creaking of the pulley when one raises

or lowers the light over the table!

me in that circle of light, on the wooden floor

of the laundry room, surrounded by cloth

remnants. I play with them. I examine them.

I distinguish cotton, silk, linen, synthetic fabrics.

I recognize: that dress of my mother, that shirt

of my father, my white school apron,

the heavy materials of the curtains,

the velvets and satins that cover chairs

and couches, The texture of the cloths

on the fingertips, the threads of damask silk

on the right and the wrong side of the cloth,

the colors, the shape and size of the remnants

and the surprise-ones, never seen or never noted

before, just extracted from the bulging pillow-case.

This is not a recollection. There I am for a second

at the end of a meditation session

with the unmistakable perception

of my child-mind surrounded

by the lights, sounds and smells of that laundry room

of sixty years ago. And I understand: those bits

of cloth are the metaphor of all the possibilities

that life offered me then. Now my heart opens

wide and expands in gratitude and astonishment.

P.S. Francesca will then tell me that similar sacks

of cloth remnants are being used pedagogically

in certain nursery schools: they help to stimulate

concentration in children.





Giulia Niccolai, "Poema" (1975)


La seconda “Meditazione” niccolaiana che propongo qui è la “MEDITAZIONE 6”. Anche con questo testo ho una relazione profondissima. Ne avevo citato un verso geniale riguardante il “tergicristalli della meditazione” in un mio testo, un testo su commissione per una occasione di “poesia politica”, sul tema delle “Connivenze”, quando ancora si credeva che la poesia avrebbe scardinato il mondo ed il governo. Mi ero prodotta in acrobazione verbali sul tema dei conniventi-convitati- concordi…. Fino a quando nel finale del testo avevo deciso di dare una virata decisa al tono, “(…) E gradirei di molto che tutti questi con – che poi significa “coglione” nella gallica langue – si sciogliessero come pioggia scivolando dalla mente con il “tergicristalli della meditazione” / come dice magnifica Giulia Niccolai – ma quanti mantra e om e abracadabra dovremo sillabare Giulia cara per fare spazio e silenzio tra i cupi incistati e forse ancora conniventi pensieri?”

Avevo poi, dopo vari anni, inserito questo testo nell’antologia Il sanscrito del corpo (2007). Senza ricordarmi assolutamente di aver citato Giulia in uno dei testi, le avevo chiesto di scrivere l’introduzione al libro, cosa che lei gentilmente ha fatto, racchiudendo così l’intero libro sotto il suo stemma poetico/spirituale. Quella “Meditazione 6” era entrata di fatto anche nella mia storia.

 

 

Giulia Niccolai  MEDITAZIONE 6

 

Saltuariamente, nel vasto spazio silente

della memorìa di lunghi anni, in meditazione,

sotto le palpebre abbassate, la percezione

visiva e persino uditìva di un tergicristallo

in movimento, cigolante, avanti indietro,

indietro avanti, a ripulire giudiziosamente

due sezioni a forma di ventaglio del vetro

appannato di un mio tento veicolo mentale. Per niente.

Perché comunque quest’auto avanza cieca, a passo dì lumaca

nella notte, tra strati su strati di nebbia grigio nera e compatta

che una mia voce interiore nomìna ipnotica, scandendo

le parole come l’annunciatrice di quell’ormai comica

nenia radiofonica che ripete: “Banchi di nebbia

in Val Padana. Banchi di nebbia in Val Padana”.

L’immaginaria “goccia bianca” situata al centro

della fronte, nel terz’occhio il concetto di quella goccia

che dovrebbe un giorno sciogliersi, diffondendo

estasi e beatitudine, quella goccia attorno

alla quale gira la ruota percettibile dei mio pensiero

non ha niente di fluido o di emolliente. Fredda

e dura come un ghiacciolo, man mano si trasforma

per camaleontismo in un cilindretto di cristallo,

un sasso, un’agata, un’ambra, un’arachide,

un clitoride, il becco di un polipo tentacolare

e indecente, come la mia mente fatua, abitata

dai cento archetipi proliferanti di un subconscio

irrimediabilmente infantile: orale/anale.

Una festa, un’esperienza liberatoria quando, tra le

tante metamorfosi, per ultima appare una pallina

da pingpong danzante, in bilico su un getto

d’acqua, come ai tirassegni delle fiere. Non sparo,

non ho un fucile, la guardo con l’occhio della mente,

sorridendo dìvertita a quell’assurda grazia

in movimento.Quasi quindici anni di meditazioni quotidiane

almen tre ore al dì sono durate queste interferenze

alla conquìsta di una pace interiore, senza più

forme invadenti, pensieri discorsivi, concettualizzazioni,

finché la mia mente finalmente appagata del nulla

non cominciò a riposare nel proprio assorbimento

ondeggiando lieve, come una barchetta nel porto.

Tutto questo per dire: è per lo meno contradditorio,

se non assurdo, pretendere la pace esteriore – la pace

nel mondo – senza avere prima ottenuto quella interiore.

(marzo ’03)

 

Queste sono le due “bandierine” poetiche di Giulia disposte lungo la rete di relazioni poetiche e umane che negli anni si è creata tra noi due ‒ per volontà più mia che sua, evidentemente, poiché per me Giulia è una maestra spirituale oltre che poetica, e nei suoi confronti mi sono sentita più di una volta come una novizia, senza deferenza ma con orecchie ben aperte all’ascolto.

 

Chiudo allora questa non-recensione con le altre due “bandierine”, formate da due testi che ho dedicato negli anni proprio a Giulia.





Giulia Niccolai davanti al Bar Cosmo (Milano, 2008, ph. T. Colusso)


La prima poesia è Milano fluida e miracolosa , ancora inedita, che ho scritto nel febbraio 2008, dopo un paio di giorni passati a Milano, ospite appunto a casa di Giulia. L’epifania scatenante è stata la scritta “Bar Cosmo”, sulla piazzetta di fronte a casa sua. Ho voluto scattare una foto per fissare il momento: nell’immagine la monaca-poeta vestita d’amaranto sorride cosmicamente di fronte al Bar Cosmo, sornionamente compiaciuta di trovarsi sempre come per incanto in quella che Baudelaire chiamerebbe “una foresta di simboli”. Dopo la foto, il momento ha generato anche un mio testo.

 

 

Tiziana Colusso  Milano fluida e miracolosa  (A Giulia Niccolai)

 

Tra l’Harry’s Bar Made in Giulia e il Bar Cosmo che incredibilmente esiste

proprio sotto casa sua, in uno slargo solcato da traiettorie di rotaie,

Milano mi scorre fluida e miracolosa, come il biglietto/spiraglio nel tutto esaurito del “Cenacolo”.

Solo un Apostolo, alla sinistra del Salvatore (la destra per me a naso in su)

è immerso nella luce di una finestra e punta il dito levato verso il Cielo.

Gli altri guardano in basso, conversano impregnati di immanenza.

Intorno alla perfezione matematica del sacro, Milano si condensa in miracolose

marginalità: apostoli, poeti, monaci buddisti, caronti di filobus, bar  improbabili

come quello intergalattico di  Star Wars. Nell’umido della sera, le luci sono alfabeti morse nel divenire.

 

La seconda epifania poetica tra me e Giulia è accaduta a Roma, ospiti entrambe di un poeta romano, nel 2010. Nel testo che ne è scaturito mi sono addirittura divertita a far le rime, cosa assai inusuale nella mia scrittura. L’effetto è più comico che poetico (preferisco di gran lunga la poesia precedente), però mi è servito a sottolineare la riflessione sulla caducità, così consustanziale  alla poetica di Giulia Niccolai da assumere lo spessore materico del gesto: l’autrice non ha più nemmeno bisogno di “pronunciare” parole riguardo all’impermanenza, le basta stropicciare sovrappensiero una tovaglietta di carta fino a ridurla ad un grumo di materia. Il mio stupore poetico è nato proprio di fronte a tale densità di ogni gesto di Giulia, che non nasce da un suo atteggiarsi a guru o genio o iniziata (è troppo ironica e consapevole per cadere in queste trappole dell’ego) ma da un grado di consapevolezza ottenuto attraverso anni di meditazione e così alto da sgorgare con perfetta naturalità, come il salto di un’acrobata.

 

 

Tiziana Colusso, Sorella Giulia (a Giulia Niccolai)

 

Sorella Giulia al desinare

arrotola la tovaglietta a ricordare

in un mandàla di carta stropicciata

com’è caduco il mondo e la mangiata

 

incasso e digerisco la  lezione

ma cedo poi alla satolla tentazione

di eternizzare la carta peritura

in scatto-scultura a memoria futura

 

con la stampella  della tecnologia

credo di poter gabbare il panta rei

ma un provvidenziale black-out mandato dagli dèi

mi ricorda che sempre più avanti è la magia.

 

(Roma ottobre 2010)

 

 

Tornando alla densità del gesto di Giulia che aveva originato il mio testo, voglio concludere questa “non-recensione” sottolineando che questa concentrazione estrema, questa sintesi di parola/gesto a cui mi sembra arrivata la Niccolai a questo punto avanzato della sua poesia/vita, sembra ricongiungersi con i gesti semplici ed efficaci di alcuni suoi poemi oggettuali degli esordi: come quello dello spillo semplicemente, mirabilmente, faticosamente appuntato alla pagina, a segnare quasi una “bandierina” sulla cartografia interiore o cosmica.

Arrivati a questo punto, o punctum – per dirla barthianamente – sono ben felice di rinunciare a spremere un discorso logico-critico su G.N, e di rimanere disponibile a farmi infilzare dai suoi koan poetici/gestuali, strumenti maieutici di rara efficacia, e a “rimetterli” eventualmente in circolo poeticamente nel mondo

 

 

 




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