PRIMO PIANO
CLASSIFICHE EDITORIALI 2012
Un mercato
(o mercatino)
che sopravvive
tra E. L. James, Gramellini e papa Ratzinger


      
Sintetico bilancio di fine anno sui libri più venduti che vede il trionfo della trilogia pseudo-erotica delle “Cinquanta sfumature di grigio/nero/rosso” e del romanzo del giornalista della Stampa che rievoca la perdita della mamma. Nella saggistica la controversa inchiesta di Nuzzi su “Le carte segrete di Benedetto XVI” sorpassa il volume dello stesso pontefice su “L’infanzia di Gesù”. È un panorama commerciale deprimente, ma purtroppo la migliore produzione letteraria, sostenuta dalle piccole e medie case editrici, è strozzata dalla distribuzione e non viene neppure avvistata dai lettori.
      



      

 

 

di Francesca Fiorletta

 

 

Il 2012 ce lo siamo lasciato alle spalle, finalmente, insieme a tutto il suo (“bel”?) portato di classifiche di vendita editoriale, libri dell’anno, premi, riconoscimenti e misconoscimenti, parabole contingentate e divergenti della più pacata letterarietà indotta.

Già solo sfogliando le autorevoli pagine de La Lettura, il noto inserto culturale domenicale del Corriere della Sera, possiamo infatti farci un’idea, un sommario bilancio di quali siano stati i frutti, pardon, i libri più venduti nello scorso anno.

Divertenti, saltano subito all’occhio due paralleli, alquanto ossimorici tra loro, per quanto riguarda il settore della Saggistica e quello magmatico e insolente della cosiddetta “Varia” letteratura.

Sul podio, infatti, tra i saggi troviamo niente meno che Joseph Ratzinger con L’infanzia di Gesù, edito da Rizzoli, a evidenziare un certo bisogno di contatto spirituale e religioso che attanaglia immancabilmente le coscienze del sempre inquieto lettore-medio italiano; testo immediatamente preceduto, però, dal libro-inchiesta di Gianluigi Nuzzi, Sua Santità. Le carte segrete di Benedetto XVI, edito da Chiarelettere, che avrebbe la pretesa di scandagliare il famoso caso del “corvo” spia in Vaticano, riportando quindi subito la curiosità dei fedeli a una sorta di pruriginoso gossip giallista.

Tra gli indefinibili volumetti di “Varia” letteratura, invece, ecco un altro divertente specchio dei tempi: se i primi due posti sono occupati da Pierre Dunkan e la sua Dieta Illustrata (Sperling & Kupfer), al terzo posto ecco la nazional popolare Benedetta Parodi, col suo Mettiamoci a cucinare (Rizzoli). Come a dire: siamo italiani, sì, del senso di colpa facciamone pure un vanto, però poi chi è che rinuncia sul serio a inforchettare un bel piatto di maccheroni al sugo, come volle insegnarci già quel vile per antonomasia, l’Alberto Sordi dei tempi d'oro?

Della Narrativa per ragazzi, purtroppo, basta un piccolo accenno: ancora Il Piccolo Principe, la favoletta a mio parere assai diseducativa e affettivamente sconsiderata di Antoine de Saint-Exupéry, che sembra resistere quale classico incontrastato fra i minori di 18 anni, ormai da ben più di una generazione, a causa principalmente della sua urticante fruibilità spicciola.





Benedetto XVI alla testa del papato e delle classifiche editoriali


E veniamo adesso alle note (ancor più) dolenti: la Narrativa, italiana e straniera.

Sul podio internazionale, neanche a parlarne, campeggia imperterrita la gallina dalle uova d’oro E. L. James, con le sue Cinquanta sfumature di grigio/di nero/di rosso, la trilogia pseudo erotica sulla quale ha puntato tutto la Mondadori l’anno passato. E speriamo che sia passato davvero! Lettori, ma soprattutto lettrici insospettabili, non solamente casalinghe in tarda crisi depressiva, ma anche donne in carriera, libere professioniste, impiegate statali, vigilesse urbane e chi più ne ha più ne metta, si sono lasciate evidentemente incuriosire da questo trito e banalotto immaginario hard, che di hard, a dire il vero, ha poi ben poco.

La storia messa in piedi dalla James non reca con sé nulla di veramente innovativo, di fortemente tranchant, di realmente scandaloso: si riduce tutto a una sorta di romanzetto rosa, edulcorato nelle parti che avrebbero potuto (e forse, in nuce, dovuto) essere più scopertamente peccaminose, provocatorie, tendenti al sadomasochismo. Finisce tutto per pacificarsi nell’acquiescenza di un morboso rapporto a due, come ce ne sono parecchi, in cui il sesso viene descritto un po’ alla maniera delle educande, e i clichés erotici restano sempre gli stessi: lei che scioglie i suoi capelli fluenti, lui che le procura orgasmi multipli al solo tocco delle dita.

Persino D. H. Laurence, per citarne uno solo, si starà rivoltando nella tomba, buonanima: L’amante di Lady Chatterley, a confronto, sarebbe il vademecum del demonio.

Continuiamo a farci del male, in conclusione, con la narrativa italiana, le belle lettere del nostro bel paese, che ormai conservano ben poca bellezza e invece un’irritante, imprescindibile paesanità, intesa nella sua accezione più negativamente provinciale.

Trionfa, per Longanesi, Massimo Gramellini, col suo Fai bei sogni, una sorta di romanzo autobiografico che ricostruisce il dramma esperienziale, e esistenziale certamente, della morte della madre, dramma che colpì proprio l’autore in tenerissima età, a soli nove anni.

Col dovuto rispetto per il dolore privato di ciascuno di noi, l’operazione commerciale è delle più bieche, inutili se non quando dannose, che si possano ipotizzare per il panorama letterario. Innanzi tutto, perché Gramellini è – e dimostra di restare – ben lungi dal poter essere definito uno scrittore. Secondo poi, perché così facendo continua a passare il messaggio che la letteratura si possa ridurre, sostanzialmente, a uno scomodo lettino freudiano, sul quale placidamente adagiarsi e vomitare all’esterno ogni singola ignobile paturnia, ogni più recondito e gratuitamente doloroso trauma della vita privata; atteggiamento questo che, se non adeguatamente supportato da un talento innato verso la scrittura, da uno studio assai serio e, non da ultimo, da una fortissima componente artistica, non può che far pensare a una furbesca strizzatina d’occhi al grande pubblico, a un cameratesco dare di gomito alle disgrazie umane che attanagliano chiunque di noi, andando a solleticare con estrema facilità e senza alcuna reale motivazione le corde più intime e sensibili dell’anima di tutti.

Ecco come si acquistano i lettori. Si acquistano, si accalappiano, si stordiscono come bestie al pascolo. Lacrimoso pascolo.

Se il secondo posto è poi occupato dall’intramontabile Andrea Camilleri, che nutre (e ingrassa!) ormai da anni la Sellerio coi suoi infaticabili racconti gialli, ecco che al terzo posto torna lo spettro del dramma familiare con Fulvio Ervas, per la Marcos y Marcos: Se ti abbraccio non aver paura, è la storia di un padre che conduce il figlio autistico in un viaggio americano on the road, alla ricerca della salvezza e di un intimo contatto fra loro, fisico prima ancora che emotivo e solo alla fine davvero mentale.





Che ci dice, dunque, questa veloce panoramica sul mercato editoriale del 2012?

Lungi da me riprendere l’imperitura (quanto sterile!) polemica sull’opposizione tra “facile” e “difficile” in letteratura, è certamente vero che i grandi numeri parlano, e parlano chiaro.

Le piccole e medie case editrici, pure assai impegnate nel tentativo di portare avanti un discorso qualitativo alto, marcando nettamente i loro bei cataloghi con impronte forti, volte all’analisi della società, alla trasversalità, alle scritture di genere, alle scritture migranti, alla poesia ultra contemporanea, alle sperimentazioni narrative, ecc., risultano comunque fagocitate dall’insana macchina della distribuzione, pardon, non distribuzione libraria.

Non è vero che in Italia si legge male, questo concetto continuerò a ripeterlo allo sfinimento. Ci sono moltissime produzioni intelligenti, vivaci e di reale valore artistico nell’oceano magnum della letteratura odierna. Il problema è che, purtroppo, i libri più interessanti non li conosce quasi nessuno, non si trovano esposti negli scaffali delle librerie, non si riescono ad acquistare sui grandi portali di vendita on line, non se ne parla sugli inserti settimanali di pseudo cultura pop a diffusione nazionale. E questo perché mancano i soldi. Non la voglia, non le idee: mancano proprio i soldi. Così addio pubblicità, addio tassi di vendita, addio cassa di risonanza mediatica. E gli intellettuali, o i presunti tali, fingendo di non accorgersi della povertà da terzo mondo in cui versa l’editoria, oggi più che mai, preferiscono passare il tempo a scornarsi su quanto sia insignificante l’ultimo romanzetto di Fabio Volo, o quanto sia inutilmente lacrimoso l’adagio ormai anziano di Margaret Mazzantini, o quanto risulti sterile la scrittura di Gianrico Carofiglio.

Non si rendono conto, questi intellettuali della gauche caviar, che la gente (forse) legge Fabio Volo, sì, ma non perché sia in atto un irreversibile processo di instupidimento pangenetico, bensì piuttosto perché non arrivano al grande pubblico molti altri testi per le mani. E non tutti hanno il tempo, la pazienza e le conoscenze settoriali necessarie per andare a scovare la buona letteratura che si fabbrica (spesso) nei retrobottega, o per le strade, e che invece vive, esiste e resiste, e lotta tutti i giorni contro la monoculare, fagocitante, ormai esasperata macro macchina del mercato.

Macchina infernale che poi, per discolparsi del tracollo qualitativo di cui s’è resa carnefice, tenta per di più di gettar fango sulle capacità ragionative dei singoli lettori, spiattellando(ci) ogni tot, in bella mostra sotto al naso, orride classifiche di vendita sostanzialmente inesistenti dal punto di vista letterario, quasi totalmente inadatte a rappresentare veramente la temperie culturale nella quale stiamo vivendo, oggi, nel 2013, seppure a fatica.

Dunque, meno acquiescenza e più curiosità. Accontentarsi di meno e ricercare di più: questa sembra essere, attualmente, l’unica via per controbilanciare l’egemonia del mercato. E non diventare stupidi sul serio.

 

 




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