SPAZIO LIBERO
INTERVENTI – 2
“La Cultura
e le Imprese
italiane: un insieme
unico, per vincere
le sfide di oggi
e di domani”


      
Come contributo al dibattito promosso dal Sns che si svilupperà dopo l’estate in un apposito Forum sul web, pubblichiamo qui alcune parti di un documento che è stato letto lo scorso gennaio a Torino nel corso di un convegno intitolato “Impresa e cultura, motori dell’Italia - Idee nuove come carburante, Proprietà Intellettuale e Creative Europe 2014-2020 come additivi”. Vi si sottolinea il rilevante peso anche economico in termini sia di fatturato che di occupazione del comparto culturale nel nostro paese, e la necessità di un più forte impulso politico generale.
      



      

di Alberto Improda

 

 

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5 – Cultura e Competitività

 

I rapporti tra Cultura e Competitività hanno un’ampia valenza e vanno ben oltre la questione dell’Italian Soul.

Risulta un principio ormai assodato, infatti, che esiste una connessione tra lo sviluppo culturale di un determinato territorio ed il tasso di competitività delle sue imprese.

D’altronde, come è stato di recente autorevolmente scritto, “in una epoca segnata dalla strutturale de-manifatturizzazione dei Paesi più avanzati, la produzione a più alto valore aggiunto non si può non spostare sull’economia della conoscenza e su un terziario avanzato in grado di sfruttare adeguatamente una serie della produzione sottili, nel senso di sfuggenti e poco visibili, come l’intelligenza, la creatività e il senso della bellezza. Qualcosa di immateriale, ma anche di organizzato in maniera ora personalistico-artigianale ora seriale-industriale. Qualcosa che, citando Marshall, è “atmosfera industriale, un’espressione valida a indicare quella complessa miscela di economia e psicologia, individui e comunità, interessi e valori che caratterizzano l’identità e la specializzazione produttiva di un determinato luogo, che può essere sia fisico sia simbolico” (BRICCO, Il Sole 24 Ore, 16 dicembre 2012).

La suddetta connessione tra Cultura e Competitività trova una esplicita conferma nella Ricerca sui musei italiani, a cura di IULM e UNESCO, in collaborazione con il MIBAC, per ASPEN Institute Italia, dalla quale risulta che i Paesi che presentano i più alti livelli di partecipazione alle attività culturali sono anche quelli che dimostrano la maggiore capacità innovativa.

D’altronde, pare evidente che “chi, attraverso la partecipazione culturale, si abitua ad aggiornare costantemente il bagaglio cognitivo e le conoscenze, si sottopone a una “ginnastica” che costituisce la premessa ideale per essere pronti a rimettersi in discussione di fronte a situazioni che richiedono soluzioni nuove”.

Anche nel Rapporto 2012 di Symbola e Unioncamere “L’Italia che verrà” viene messo in rilievo che a “livello regionale europeo, ad esempio, esiste una netta relazione tra livello locale di concentrazione delle industrie creative (in termini di occupazione settoriale) e prosperità in termini di PIL pro capite” (pagina 14).

La medesima correlazione viene sottolineata nel Rapporto PIQ 2011 di Symbola e Unioncamere (pagina 63).

Deve essere considerato un imprescindibile dato di fatto, insomma, che sono “in genere più vocate alle produzioni di qualità le regioni che risultano più forti nell’industria culturale, nella creazione di economia connessa alla cultura” (REALACCI, Il Sole 24 Ore, 18 dicembre 2012).

Vari studi, tra l’altro, dimostrano come l’innovazione culturale e tecnologica trovi terreno particolarmente fertile nelle realtà contraddistinte da una spiccata eterogeneità di etnie, opinioni e culture (da ultimo, Cultural Diversity, Geographical Isolation and the Origin of the Wealth of Nations, Nber Working Paper n. 17640, 2011).

E anche da questo punto di vista il nostro Paese, storicamente al centro di flussi migratori tra le diverse aree del Mediterraneo e già al suo interno caratterizzato da forti contrasti e distinzioni, rappresenta il laboratorio ideale per realizzare un ambiente culturale foriero di Creatività, Innovazione e Competitività.

Per non dimenticare, infine, che lo sviluppo culturale di un territorio ne determina anche un’evoluzione ed un progresso come maturo mercato interno.

Infatti, “la qualificazione di un settore o di una filiera dipende dalla compresenza di alcune condizioni, in primis un miglioramento della qualità dell’offerta accompagnato da una graduale ma altrettanto inesorabile crescita della qualità e della competenza della domanda. Un esempio è il settore del vino. Dopo lo scandalo del metanolo, i produttori vitivinicoli italiani hanno iniziato a produrre di meno ma meglio, puntando su vini di altissima qualità che hanno, in poco tempo, conquistato i mercati internazionali. Questo successo non sarebbe stato possibile se, contemporaneamente, non si fosse sviluppata una “cultura del vino” che ha reso i consumatori più competenti ed esigenti, in grado, quindi, di distinguere un vino da tavola da un grande Barolo” (Rapporto PIQ 2011, pagina 29).

Ed è chiaro che l’esempio relativo al settore enologico è automaticamente trasponibile a qualsiasi altro comparto merceologico.





Mariagrazia Pontorno, Roots, 2013


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Per concludere, sul punto, sembra opportuno ricordare quanto scritto da Carlo De Benedetti, in un recente intervento su Il Sole 24 Ore: “il territorio e la cultura sono una forza straordinaria per la nostra capacità di produrre e creare ricchezza” (DE BENEDETTI, Il Sole 24 Ore, 22 settembre 2012).

Il reticolo di vincoli che intercorrono tra Territorio, Cultura, Impresa e Competitività possono e devono mettere in moto un circolo di relazioni e reazioni virtuose.

 

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Esiste, come abbiamo visto, una stretta correlazione tra la Cultura di un determinato territorio e l’indice di Competitività delle sue Imprese; tale correlazione deve rappresentare un ulteriore elemento di forza per le Aziende italiane.

Se la vitalità e la partecipazione culturale di una certa area costituiscono una premessa per la Creatività ‒ e conseguentemente per la Competitività ‒ del relativo tessuto imprenditoriale, le Imprese del nostro Paese possono trovare in essa un importante vantaggio competitivo nei confronti dei propri concorrenti.

Appare evidente, infatti, che nessun altro territorio può vantare una vocazione alla Cultura paragonabile a quello italiano, anche in considerazione delle sue storiche caratteristiche e tradizioni di ricchezza, varietà ed eterogeneità.

 

 

6 – Le imprese culturali italiane

 

Nella più volte citata correlazione tra Cultura e Imprese italiane, un primo anello di congiunzione è senz’altro costituito dal sistema produttivo culturale del nostro Paese.

Quindi, prima di avviarci alle conclusioni del presente elaborato, appare opportuno svolgere una breve disamina dello specifico comparto delle imprese culturali italiane.

Giova premettere che quando parliamo di sistema produttivo culturale ci riferiamo a “quel complesso di attività economiche d’impresa che – partendo dalle basi di un capitale culturale riguardante non solo il patrimonio storico, artistico e architettonico, ma anche l’insieme di valori e significati che caratterizzano il nostro sistema socio-economico – arrivano a generare valore economico ed occupazionale, concorrendo al processo di creazione e valorizzazione culturale” (Rapporto Symbola e Unioncamere 2012 “L’Italia che verrà”, pagina 66).

Le attività economiche che costituiscono il nostro sistema produttivo culturale possono essere distinte in tre settori:

·         le industrie culturali, sostanzialmente riconducibili ai comparti del cinema, film e video, di radio e televisione, dell’animazione, del digital interactive entertaiment, della musica e dell’editoria;

·         le industrie creative, individuabili sostanzialmente nell’architettura, nel design, nella pubblicità e nel web;

·         il patrimonio storico artistico, in qualche modo riassumibile in 4.340 musei, 46.025 beni architettonici vincolati, 12.375 biblioteche, circa 34.000 luoghi di spettacolo, 47 siti UNESCO (fonte: Rapporto Annuale Federculture 2012 “Cultura e Sviluppo”, pagina 199), oltre ad innumerevoli gallerie d’arte e collezioni private.

Il valore aggiunto prodotto da tale sistema produttivo culturale nel 2011 si è attestato intorno ai 76 miliardi di euro, pari al 5.4 % del totale dell’economia italiana.

L’occupazione relativa alle imprese del sistema è risultata pari a 1 milione e 390.000 persone, pari al 5.6 % del totale del Paese.

Il sistema produttivo culturale sopra delineato, peraltro, rappresenta una componente di una ben più ampia filiera.

Tale filiera complessiva può essere configurata prendendo in considerazione i seguenti settori:

·         attività formative (università, accademie, conservatori, scuole tecniche, formazione e aggiornamento professionale, etc.);

·         produzioni agricole tipiche;

·         attività di commercio legate alle produzioni dell’industria culturale;

·         attività legate al turismo;

·         attività dei trasporti;

·         attività connesse all’edilizia.

Il numero di imprese coinvolte nell’attività di una simile filiera raggiunge un milione e circa 535.000 unità, arrivando ad incidere sul totale della base imprenditoriale del Paese in misura del 25.1 %.

Il valore aggiunto dalla filiera corrisponde a 211,5 miliardi, andando ad incidere sul totale dell’economia italiana in misura del 15% circa.

L’occupazione relativa alla filiera risulta pari a 4 milioni e 480.000 persone, pari al 18.1 % del totale del Paese.

Le esportazioni delle industrie culturali hanno avuto negli ultimi venti anni (1991-2011) un andamento costantemente in crescita, con una evidente battuta di arresto negli ultimi anni ed un pronto recupero negli ultimi mesi rilevati.

Infatti, il valore dell’export del sistema culturale è cresciuto dagli 11,9 miliardi del 1991 fino ai 38,3 miliardi del 2007, poi nel 2009 si è fermato a 30,7 miliardi e successivamente è sostanzialmente tornato ai livelli del periodo antecedente la crisi.

I dati relativi al settore si prestano ad una duplice chiave di lettura.

Da un lato, infatti, resta confermato che il comparto rappresenta un elemento chiave nell’ambito del nostro sistema economico.

Dall’altro lato, però, alcuni indici individuano delle chiare difficoltà e richiamano ad una particolare attenzione.





In primo luogo, appare evidente che i processi di globalizzazione dell’economia stanno gradualmente intaccando la tradizionale capacità del nostro paese di veicolare sui mercati esteri la propria identità e proposta culturale: nel decennio 1991-2001, infatti, una variazione decisamente positiva delle esportazioni culturali (+ 10.7 % medio annuo) si associa ad un effetto leggermente più contenuto relativo all’economia nel suo complesso (+ 9.7 % medio annuo), mentre nel successivo decennio 2001-2011 la spinta dell’export culturale si attenua in modo significativo (+ 1.5 % medio annuo), a fronte di un tasso di crescita dell’economia nel suo complesso pari a quasi il doppio (+ 3.2%); ciò sia pure non trascurando la confortante ripresa delle esportazioni con riferimento al 2011.

Un segnale di allarme è desumibile anche dallo strumento di ricerca consultabile su www.culturomics.org, messo a punto da un gruppo di ricercatori di Harvard in collaborazione con GoogleLabs, capace di interrogare uno sterminato database ottenuto dalla digitalizzazione di milioni di volumi in varie lingue.

Il motore di ricerca consente di valutare l’incidenza percentuale nel tempo di una determinata parola, o gruppo di parole, all’interno dei testi disponibili, valutando così il livello di diffusione di quel determinato vocabolo, o gruppo di vocaboli, nell’ambito delle categorie di significato riscontrabili nel complesso dei testi indicizzati.

Lo strumento in esame è stato utilizzato anche per realizzare “Indice 24”, il parametro messo a punto dal Prof. Pier Luigi Sacco, docente di Economia della cultura presso lo IULM di Milano, per misurare – mediante l’utilizzo di indicatori di competitività simbolica – quanto “una certa area di produzione di contenuti sia presidiata all’interno di ciascun confine nazionale” (fonte: Il Sole 24 Ore, 16 novembre 2012)

Gli esiti di una ricerca mediante tale strumento e sul suddetto archivio digitalizzato risultano poco confortanti: in estrema sintesi, l’Italia appare avere avuto una posizione di leadership in ambito culturale all’inizio del secolo scorso, per poi entrare in una parabola di graduale ma inesorabile declino, ancora in atto ai giorni nostri.

Ovviamente i riscontri di cui sopra devono essere interpretati con ragionevolezza e tenendone in considerazione il valore certamente relativo, ma possono essere considerati un chiaro indice del fatto che la nostra immagine e posizione di Paese leader per contenuti culturali non può essere ritenuta un’eredità intangibile ed impermeabile al passare del tempo, ma necessita costantemente di nuova linfa e di continuo alimento.

 

 

7 – Conclusioni

 

Può essere utile riepilogare in appresso alcuni concetti espressi nell’ambito del presente elaborato, in modo che da essi si possa poi prendere le mosse per formulare alcune proposte.

·         Le Imprese italiane, come quelle degli altri Paesi del mondo occidentale e ad economia avanzata, per competere con successo sui mercati nazionali ed internazionali devono puntare sulla Qualità dei propri prodotti e  servizi.

·         La Qualità rappresenta un concetto complesso, all’interno del quale vengono ad essere declinati altri elementi necessari per la Competitività di un sistema paese, quali l’Innovazione, l’Immagine e la Reputazione.

·         La Proprietà Intellettuale offre alle Imprese una serie di strumenti giuridici, necessari per promuovere e tutelare sui mercati la Qualità delle aziende e dei loro beni, in tutte le sue articolazioni e sfaccettature.

·         Le Imprese italiane, rispetto a quelle di altri Paesi, godono di un peculiare vantaggio competitivo, che abbiamo qui indicato come Italian Soul, vale a dire la riferibilità all’azienda ed ai suoi beni del complesso di valori che individuano e caratterizzano il nostro Paese.

·         L’essenza dell’Italian Soul, accanto ad una serie di altri importanti ma collaterali valori, risiede nella Cultura italiana.

·         Esiste una connessione tra lo sviluppo culturale di un determinato territorio e la capacità di creare novità ed innovazione da parte del relativo tessuto imprenditoriale.

·         Il sistema produttivo culturale italiano svolge un ruolo centrale nell’economia del nostro Paese e si trova oggi ad affrontare difficili sfide, per mantenere la sua posizione di leadership a livello mondiale nell’epoca della globalizzazione economica.

Un distillato dei vari punti conclusivi sopra enunciati potrebbe essere il seguente:

Impresa e Cultura possono essere i motori che spingono l’Italia verso una nuova epoca di sviluppo e di successi.

È però necessario che questi due mondi si mettano in collegamento tra di loro in modo nuovo e più attuale, affinché dalla combinazione dei due universi scaturisca una realtà che faccia delle peculiarità che caratterizzano il nostro Paese un elemento tale da consentire sia alle Imprese italiane sia alla Cultura italiana di vincere le sfide del futuro.





Giuseppe Rizzo Schettino, Oltre, 2012, tecnica mista, cm 50x50


8 – Proposte

 

L’autore di queste note non ha affatto l’ambizione di possedere una ricetta taumaturgica, che risolva d’incanto i complessi problemi ai quali si è sopra fatto cenno.

Un primo importante passo, per giungere a proposte risolutive, sarebbe che i concetti appena esposti venissero condivisi in maniera sempre più ampia tanto in ambito imprenditoriale quanto in ambito culturale, tanto in ambito politico quanto in ambito professionale, in modo che dal concorso di una vasta pluralità di intelligenze e dal crivello della pratica quotidiana possano progressivamente scaturire idee e progetti vincenti.

Ovviamente vengono qui date per implicite alcune istanze di fondo, sulle quali non si vede come non possa esservi un consenso unanime:

-          l’aumento delle risorse destinate al settore di riferimento ed il miglioramento delle loro modalità di erogazione;

-          il contenersi della politica al suo ruolo, senza tracimare in sedi ed in funzioni improprie;

-          il premio del merito e delle capacità come metodo di sistema, a qualsiasi livello;

-          il costante intervento per la creazione e per il miglioramento delle infrastrutture, di ogni caratteristica e tipologia.

 

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Da un punto di vista sistemico, si ritiene che la direzione da intraprendere debba andare decisamente verso:

-          una piena ed effettiva integrazione tra politiche industriali e politiche culturali;

-          un profondo ripensamento delle stesse politiche culturali, tenendone in maggiore rilievo i profili connessi alla produzione, all’innovazione ed alla competitività.

                                              

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Risulterebbe di grande utilità, poi, che le strutture pubbliche aventi la funzione di rappresentare l’Italia nel mondo e/o di favorire la presenza delle nostre Imprese sui mercati internazionali fossero articolate e dotate in modo tale da fare leva sulle suddette peculiarità del nostro sistema Paese.

In altri termini, per fare degli esempi di massima, sia le Ambasciate italiane sia l’ICE – Istituto per il Commercio Estero dovrebbero essere organizzate con dotazioni adeguate e più specificamente mirate a valorizzare le connessioni tra Impresa e Cultura che caratterizzano il nostro territorio.

Tali strutture, quindi, andrebbero ripensate con una mission tagliata in maniera più sartoriale sulle suddette specificità dell’Italia e dotate di risorse con un valido know how sia in ambito imprenditoriale sia in ambito culturale.

 

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