LUOGO COMUNE
SU MARIO LUNETTA
Tracce e sotto-tracce del “Poema da compiere”


      
Uno sguardo critico allargato ai tre ultimi libri in versi dell’autore romano: “La forma dell’Italia” (2009), “Formamentis” (2009), “Magnificat” (2013). Altrettante tappe di un progetto poematico in progress che è una sorta di sconsolato regesto di scrittura civile sui basici connotati antropologico-culturali del Belpaese, resi sempre più informi e repellenti dall’attuale declino etico-politico. L’intelligenza sarcastica e insofferente del poeta non coltiva più alcuna illusione, continua ad esercitarsi come sdoppiata, estraniata a se stessa, nell’asfissia di ogni speranza.
      



      

di Stefano Docimo

 

 

1. mario lunetta, la forma dell’italia. poema da compiere. prefazione di francesco muzzioli. manni editore, lecce 2009, euro 10,00.

 

2. mario lunetta, formamentis. poema da compiere, todavía. edizione tracce, pescara 2009, euro 11,00.

 

3. mario lunetta, magnificat. poema da compiere, todavía. prefazione di francesco muzzioli. edizione tracce, pescara 2013, euro 16,00.

 

 

 

Prima traccia

 

(La forma dell’Italia)

 

 

 

Ton acte toujours s’applique à du

papier; car méditer, sans traces,

devient évanescent

(Stéphan Mallarmé, L' Action restreinte)

 

 

Ma, come al solito, egli camminò a caso,

e per tutto il giorno non si scostò dal tumulto

di quella strada.

(Edgar Allan Poe, L’uomo della folla)

 

 

Il flâneur è l’osservatore del mercato. Il suo

sapere è vicino alla scienza occulta

della congiuntura. Egli è l’ispettore del capitalista

inviato nel regno del consumatore.

(Walter Benjamin, Appunti e materiali)

 

 

Apparve un’altra luna a destra, che andò

ad aggiungersi alle altre

(Paolo Volponi, Il pianeta irritabile)





Mario Lunetta


Tuttavia. Alla sua prima apparizione – ancora in tondo e non in corsivo come nel terzo movimento – questa specie d’intercapedine, questo spiraglio ironico e anfibio, agisce come un refolo di pacato ossequio ad una Sintassi dell’altrove. Àncora ritmica dell’intero poema, con la sua procellosa valenza grammaticale – questa a volte innocua – beffarda educata congiunzione avversativa o avverbio o altro, ancòra in attesa d’inclusione, in coda al sottotitolo Poema da compiere, ben si marca alla fine del quindicesimo verso, a chiudere quel primo volgersi della tavola i ( “Ma non mangiamoci le mani, per tanto poco, todavía” ). E questo perché, come evidenzia Muzzioli nella prefazione al terzo movimento poematico magnificat. poema da compiere, todavía: «I margini di manovra sono assolutamente stretti... e sono tutti nei termini di un minimo “tuttavia”, o “todavía” come ormai preferisce l’autore, al modo di un donchisciottesco hidalgo». Lunetta continua, ancora una fiata, andata/ritorno: ma ancora col fiato della parola, con le sue oscillazioni apotropaiche, attraverso questi che una volta erano viadotti tra Coscienza & Evanescenza: ora soltanto viottoli riottosi, in un albume inafferrabile di fatti non più discernibili dai misfatti. Ed è per via dell’informalità del gesto, che lo stesso autore specifica in una nota a La forma dell’Italia, come todavia: in spagnolo, tuttavia, « In vari luoghi del testo è usato come una sorta di refrain sarcastico, per contrapposizione antifrastica.» .Tuttavia imparentato, in questo primo flusso poematico, dal più percussivo parente latino, come in 8 (tavola 2): “ Tamen, sfrecciano le auto dentro il niente, per un niente | che si tocca con le mani e la mente. Tetra, la gente | esplode a tratti in risate fragorose, saracinesche | sgangherate calate di colpo. Ti sfiora con occhi vuoti, | catatonica. tamen resiste la meglio gioventù | di una pòlis ammutolita,  abulica | nella sua furia dissennata, | forsennata, vuota. tamen. tamen. | Tien’a mmente, tien an men. tamen. amen ”. Ironico, certo; ma più che concedere, sembra piuttosto annunciare, a colpi di requiem, l’avvenuta catastrofe: «Tamen: in lat., tuttavia, qui usato in chiave ironica.» come suggerisce lo stesso Lunetta, che subito dopo però avverte di tenerlo a mente, dacché il suono viene di fatto ad essere associato ad una ennesima catastrofe storica: anche la paronomasia comporta spesso dei rischi, come sa bene Lunetta che annota: «Tien’a mmente, Tien an men – Tempo fa, a Napoli si vendevano magliette che giocavano, con scritte che mimavano alla brava caratteri cinesi, sull’assonanza (anche ideologica) tra gli episodi repressivi della Cina nei confronti del Tibet, quelli sanguinosi del governo di Pechino del giugno 1989 contro intellettuali e studenti e il noto ammonimento napoletano che evoca nostalgie d’amore». Ma, dal momento che proprio la memoria storica ci difetta, ci viene a mancare, come diretta conseguenza dell’ordine mediale imposto alle popolazioni sottomesse alla sua legge, ai suoi eccessi, come spettacolare integrato (guy debord 1988); non ci si potrà poi meravigliare che proprio la paronomasia faccia deviare il percorso, introducendo con naturalezza il suo tendenziale disordine. Non ci si meravigli dunque che il tamen lunettiano tenda a quel finale sepolcrale, con un amen. Per concedersi, al verso successivo e dopo aver voltato pagina, un piccolo delirio nonsensico, come lui stesso ci tiene a stigmatizzare: «Qui, il gioco delle assonanze allitterative si complica con l’aggiunta di  “tamen”, “Amen”, “Amenophi”, in una sorta di piccolo delirio nonsensico». Ed ecco, allora, un giubilante: “Amenophi, amenità della vita, tuttavia, totavía”. Accade così, che la funzione del linguaggio, erompa in una divaricazione, perché “due sono oggi le forme del poièin | dentro la forma di questa livida italia dissanguata: |  1) quella dell’evanescenza, che è tacita apologia dell’esistente; |  2) quella della coscienza, che lavora sul filo della critica | degli assetti di potere anche dentro le ferite | delle classi defunte | e inventa nuove figure, nuove tassonomie, nuove avventure | della specie, delle specie, delle lingue, mentre qui | noi affamati di pensiero | e di calore contro il trucido gelo del capitale, non disdegnamo | di succhiare il gelato, di assaporare | parole e labbra, labbra | da cui escono parole | parole che parlano di labbra | alla crema, al cioccolato, alla vaniglia: e poi tutto si allontana, | vicinissimo, imprendibile mai tanto remota | è stata la giornata di leopold bloom, | mai tanto viva | la cecità dell’uomo che le ha dato vita e tu, comunque, | stronzo, metti un tigre nel motore, mangia un sofficino | e sorridi.” . Magnificare significa allora liberare il linguaggio dal suo trito valore di scambio, ristabilendo la prassi del valore d’uso, che viene cosí ad essere favorita da certe figure retoriche – che retoriche poi non sono – riuscendo a provocare un molteplice urto con il reale, proprio attraverso quella versatilità che caratterizza il loro innocente meccanismo. Facendosi infine grandi beffe del linguaggio convenzionale. Nelle manovre, dove ci lasciamo condurre da questi versi lunettiani, nel loro veleggiare vastamente colorato, dentro cui si nasconde la spirale spenta del capitale, ci lasciamo quindi coinvolgere dalla molteplice varietà logico-dialettica, resa necessaria dalla piega imprescindibile dei fatti. Sottoponendo la storia alla prova di un costante richiamo etico-critico, Lunetta smuove al suo interno la sintassi del corpo testuale, guida la frase cosiddetta poetica verso un destino di maggiore ruvidezza, che gli viene imposto da una precisa, quanto ineludibile scelta di campo. Del resto, in tempi più recenti, lo stesso Muzzioli, in perfetta sintonia col nostro autore, registra in quell’urticante pamphlet intitolato Come smettere di scrivere poesia, i vantaggi della poesia cosiddetta civile rispetto a quella che viene definita la tabe poetica imperversante: «La poesia civile presenta un grande vantaggio, quello di andare al di là dei patemi individuali e occuparsi invece di cose che riguardano tutti... (Con essa) lo scritto viene attraversato dalla linea divisoria del dissidio e prende posizione con una spinta polemica che non è più quella di un generico afflato affratellante... Impersonale, oggettiva, dura, sferzante, la poesia civile sottrae molto bene da talune cattive abitudini poetiche e risale – con la sua forza contestativa – la facile china che conduce nei catarri e negli spurghi del “poetese”» (Muzzioli 2011). Naturalmente con il soccorso dell’ironia, del sarcasmo, come in questo finale di partita del poema da compiere: “patchwork italia | senza più forma. eppure, chissà mai | che certi nuovi colori di pelli nuove non abbiano | la forza di alterare il pastone colloidale | del genus italicum | oramai fradicio, perduto nel suo narcisismo provinciale, | superbiuccia vigliacca, egoistico furore razzista | che impunito si camuffa | da indomito individualismo affermativo, intangibile, | (connection) segreto, clamoroso, | cannibalico, con la sua brava laurea da boia, | da aguzzino truce sì certo, | ma elegante todavía.” (Lunetta,  12 , tavola 2).

 

 

 

Traccia seconda

 

(Formamentis)

 

 

Il Barocco non connota un’essenza, ma

una funzione operativa, un tratto.

(Gilles Deleuze, La piega)

 

Ma il muro a cui mi appoggio partecipa del segreto dell’ulivo, la

cui chioma, come un serto tenace e poroso, lascia filtrare da

mille varchi il cielo.

(Walter Benjamin, San Gimignano)

 

un altro sguardo su uno stesso e oramai diverso baratro

un identico sconcio un somigliante raccapriccio  / fisionomia

di una nazione morta / un’atellana solo capace sembra

di giocare a torte in faccia e trilli di cellulare – bon.

(Mario Lunetta, Formamentis)

 

 

Suona come una sfida, soprattutto volta a se stesso, questo secondo tempo del poema da compire. La scelta di operare in quartine “selvagge” come ammette l’autore, riducendo la portata espressiva entro una griglia metrica più stretta – malgrado la versificazione ipermensurale – lo obbliga però ad un mutamento di point de vue e di visione: “che da prevalentemente fenomenologica diventa prevalentemente ragionativa se non filosofica”, com’egli dichiara in apertura. Non gli sfugge il fatto di operare con una piegatura della materia che rischia di ripetersi all’infinito: una sventagliata di quartine, che scendono con la violenza d’un mantice, restaurando la loro piega infinita, “quasi una colata di cemento verbale” sulla forma Italia dentro la forma Mondo, immettendo con forza l’aria necessaria a far vibrare le ance, con un soffio disarmonico ma ben controllato: “perché poi quando si constata che anche il cervello fa cilecca | la metereologia marcia su vecchie bici gommesgonfie | e il cane tradizionale amico dell’uomo todavía ti guarda storto | perfino di mattina in controluce qui nella discarica”, come risuona prosasticamente l’incipit di questo poema da compiere, che s’immagina scritto o vergato, con immediato sprezzo contra detractores et millantatores,  direttamente su pergamena. 

 

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Barbara Pensa, Omaggio a Gibellina triste e a Burri, cm 150x120, 2013


Delle 120 quartine che compongono il primo blocco di Formamentis. Poema da compiere, todavía (pergamena a), raggruppate a loro volta in 6 poemetti, con una occorrenza media di 20 strofe per gruppo, viene cucito da Lunetta un secondo tempo del poema, a neanche un anno di distanza dal primo, a voler mostrare un ulteriore sviluppo della funzione parodica del lemma todavìa, che ben lontano dall’inciprignirsi, ne ricava invece con le sue venticinque occorrenze solo in questa prima sezione, una specie di enfasi ultimativa: come se a prender forza l’a. avesse soffiato nel mantice d’un obtorto catalizzatore, ad ampliarne i raggi d’azione verbale con uno slancio di simmetria perversa, di pur ampio respiro polimorfo. Fino ad affastellarsi in una architettura barocca, distraendola in ossimori traversi quanto persuasivi, in allitterazioni e svirgolate a macchia, in iperboli come subite e subito smascherate. Come un’atellana, appunto, come a giocarsi ogni eccesso in folgoranti algoritmi a cascata  ... perché tutte le lingue dell’uomo | anche le più perspicaci labirintiche intrise di delirio sono | inficiate da una troppo scarsa prossimità con quelle animali”. Chiosando la Veglia ‘scellerosa’ di Finnegan.

 

Ma il Barocco curva e ricurva le pieghe, le porta all’infinito, piega su piega. Il suo tratto distintivo è dato dalla piega che si prolunga all’infinito (Deleuze dixit).

 

Mentre “i muri parlano una loro lingua dissestata qualche volta | straziante sopra e sotto le variegate imprese dei ragazzi | impegnati nelle loro notturne graf wars / neoesperanto | dei senza speranza – rete arteriosa intasata vita cieca” . Ed è proprio per via della loro porosità, che le quartine di Mario Lunetta, invece di rinchiudersi in un solitario quanto esclusivo maniero, magari in balia dei propri ricordi-paccottaglia, scelgono di accorciare le distanze, snocciolando la loro storia nell’hic et nunc d'una catastrofe nel frattempo inveteratasi: “... e qui | in Italia nel cuore della sua forma saliva a galla | dalle gastriti di infiniti intasamenti ingorghi spurghi | | quella cosa deforme che si chiamò giustamente  fascismo. | Ma lo si tenga a mente: meno di niente vale la memoria | se si affida solo al ricordo: rielaborarlo provocarlo | e subito dopo trafiggerlo perché presti il suo sangue | |  – qui sta la sua forza il suo stigma incancellabile”. Ogni astrattezza manieristica, ogni sua metafisica compostezza, compresa quella d’una deriva postmoderna, viene così ad esserne scardinata, nella germinale pretesa di autosufficienza, come nella sua paradigmatica genealogia. Ecco perché l’idea di “porosità”, che Benjamin propone in Immagini di città, bene esprime il rapporto non di opposizione ma di co-appartenenza tra categorie spaziali e temporali, sempre pensate in relazione al soggetto che le vive: fuori e dentro, esteriorità e interiorità, privato-pubblico, passato-presente-futuro. Così scrive Rita Messori nel suo saggio benjaminiano: La porosità dei muri. Su alcune analogie tra Walter Benjamin e Maurice Merleau-Ponty. E a concludere Lunetta: “... di tutto questo e di chissà cos’altro mai | parlano i muri al dilà della loro epoca di edificazione | | delle loro materie dei loro stili”. Come in un battello ebbro, le quartine lunettiane solcano, al pari di quelle rimbaldiane – da cui eventualmente potrebbero aver preso l’abbrivo – “... qualcosa che somiglia | al fluire magari tempestoso delle acque e di colpo lo raggela | entro una lastra traslucida irrorata di sangue bianco todavía / ”.

 

 

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Terza traccia

 

(Magnificat)

 

 

Se i vecchi imbecilli non avessero trovato dell’Io

che il significato falso, non avremmo da spazzar via

questi milioni di scheletri che, da tempo infinito, hanno

accatastato i prodotti del loro guercio intelletto,

proclamandosene fieramente gli autori!

(Arthur Rimbaud, Lettre du voyant)

 

semisepolto in una tomba – un tombino – di carta stampata /

ancora ignaro di come in pochi secondi la terra avesse ridotto

in polvere di doloroso borotalco buona parte dell’Aquila recente

e morso con denti di coccodrillo le sue fabbriche vetuste.

(M. Lunetta, Formamentis)

 

nec poterat quisquam reperiri, quem neque morbus

nec mors nec luctus temptaret tempore tali.

(Lucrezio, De rerum natura)

 

 

A distanza di quattro anni dal terremoto aquilano, le cui Cronache vengono a terremotare molte zone del testo lunettiano dedicato proprio agli amici aquilani, appare dunque Magnificat che costituisce il terzo tempo del “poema da compiere”, suddiviso questa volta in due capitolati più un explicit provvisorio. Il primo, detto capitolato alfa consta di dieci blocchi narrativo-allegorici, attraversati al loro interno da versi obliqui, apparentemente divaganti e diversificatorî, in apparenza random – suggerisce lo stesso autore – “tuttavia su una linea di raggelata ironia, e meglio si direbbe di sarcasmo, sdoppiamento continuo del soggetto”. Il secondo, detto capitolato beta, anch’esso costituito da dieci capitoli che l’a. vorrebbe stranianti e seccamente polemici, segue la medesima procedura, individuata nella poesia dialettica. In effetti, a ben guardare, dietro un’apparente etereogeneità di figure prismatiche e variamente fluttuanti, l’ancoraggio di Lunetta al tema appare tutt’altro che divagante, come ad esempio:

 

certo, si può sempre fare di meglio ma ohimè | questo luogo immaginario che si chiama italia todavía | (o qualcosa di simile) resta incrollabile | nel suo moderatismo la sua inerzia ”.

 

Oppure, in altro loco leggiamo:

 

quest’italia di ora, mi dico | nell’asfissia di un’assoluta | assenza di speranza – quest’italia | che più crudi che cotti | ha centocinquant’anni sul groppone | e non sa più ascoltare né parlare, più | elaborare un pensiero decente, sembra | l’unghia strappata dal mignolo | di un piede dell’europa, continente incontinente | ancora in cerca anch’esso todavía | di un suo possibile profilo”.

 

Naturalmente, come si può ben intuire dal Magnificat, la presenza di una realtà come Roma, “sfuggente ma da sempre introiettata da chi, come l’a., vi è nato e vissuto” appare ancor più ineludibile, con il suo carico eccessivo di rovine, di massacri, monumenti chiese, classicità mista a vati, con opere d’arte di scandalosa bellezza, con la sua nuvolaglia stratificata dai millenni:

 

a tutti i massacri presiede una ritualità | che forse è il loro maggior fascino, e attraversa | la nuvolaglia dei millenni saldandone | le discontinuità con lo stagno | dell’assuefazione | : poi tutto diventa | patrimonio della specie | e la carne non smette di voler uscire | da sé per farsi puro spirito (una sensualità | rapita fuor de’ sensi la chiamava d’annunzio).” . 





O forse ancòra, per altra strada:

 

andando avanti negli anni (come si dice, forse | mentendo senza saperlo ), nelle  bianche caverne | degli anni, nelle cave di pietra bianche (trapanate duro, | straziate), nelle fosse, nelle forre | nelle foibe | del viva il Duce a morte Tito!, per es., sotto | le forche caudine | caudate come sonetti (baffi, epitaffi), noi gente | che va e viene ciecamente | dagli anni bianchi dai giorni lunghi come anni | e viceversa versavice (vix) | attraversando (maledetti! | stramaledetti innocentissimi!) tempi e maree | con cautela da gamberi frenesia | da scoiattoli (kirye! impazienza! muerte!), | torniamo a leggere certe scritture indecifrabili | che ci lasciano muti | con in bocca un sapore di cenere” .  

 

Tale il destino d’una città che si trascina dietro da millenni le tracce e la storia delle sue epoche passate, restando per ciò stesso indecifrabile, muta. Così Lunetta, mimando, scimmiottando pare, l’angelo della storia: “Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta”, mentre il verso fugge con le sue ali distese:

 

Rotolano le parole, anche rollando todavía – sono bocce | su una pista da aerei dissestata | non hanno freno a mano | perdono sillabe e dittonghi | annaspando nei gorghi del senso | che troppo spesso veste | abiti smessi da altri, vivi o morti. | rotolano si accorpano resistono | senza costrutto nel risucchio di una cocciuta agonia. | si fanno proiezione di se stesse, todavía. si prestano | l’una l’altra sfilze di alibi truccati. non tacciono mai, | fattucchiere impenitenti, lamie, | megere, fantàsime imbellettate di nulla |

 

*          *          *

 

Non si vuole interrare, allora con un Magnificat “... qualsiasi cosa avanzo residuato | briciola muffita (anche, certo, | a costo di esagerare) | non escluso per dire il fiore azzurro | della cicoria il giallo fiore trasparente del cappero e magari |  – che so – una scheggia di guscio di lumaca una metafora | di góngora pescata in un acquitrinio una risaia | (o una risata per non piangere: facendosi convinti | che en tout cas questo e nient’altro | è il maledetto gioco della vita: ... ”. Magari anche e soprattutto con un dérèglement de tous les sens avviare la nostra personalissima rivoluzione copernicana, ponendo magari gli animali al centro di questo nostro stipatissimo pianeta:

 

“(non sarebbe male, credo, dare ormai la parola | agli uccelli ai lupi alle vecchie talpe | che la chiedono da sempre | e si vedono relegati  todavía nelle pagine dispari | dei libri di miopi poeti | o nei paradossi dei filosofi dell’eterno ritorno)”.  

 

Nell’explementum, nell’explicit provvisorio – per quel tanto che il poema è ancora da compiere – il poeta tenta un hazard esortando il lettore a considerare la possibilità che possa venir messa in dubbio la sua stessa intelligenza autoriale:

 

vorrei che oltre alla mia sovrana intelligenza | venisse presa ormai in qualche considerazione | todavía | (o todo o nada) | (anche) la mia innegabile stupidità. | non credo proprio – al punto in cui siamo – di chiedere troppo, merci bien. | | magnificat magnificat magnificat | (e tutto questo è destinato ai topi).”

 

Ai topi di biblioteca, vorrà dire, noti divoratori di libri. E cosí esplicitando, recapita al mittente un’uscita elegante quanto straniante. Amen.




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