LETTERATURE MONDO
JÖRG STEINER
La scrittura?
Inventa il mondo
e cerca
una speranza

      
Considerazioni a margine di un’intervista al 73enne romanziere svizzero di cui in Italia sono stati pubblicati due soli libri: “Il collega” e “Chi balla Šostakovič”. Il tema principale delle sue opere è relativo al rapporto tra ‘prigionia e libertà’. Un altro nodo problematico della sua narrativa riguarda ‘l’angoscia e il silenzio’. Perché lo scrivere ha a che fare con ‘l’impotenza’, con ‘l’impossibilità di uso della forza’ e, dunque, può essere visto come ‘una forma di protezione’ verso i deboli.
      




   

di Sergio Toscano

 

 

Un’intervista a Jörg Steiner[1], disponibile on line[2], ci consegna la sintetica narrazione orale di molteplici temi che hanno strutturato le sue opere.

Il dialogo scaturito dall’intervista riflette una visione parziale delle tematiche esistenziali che caratterizzano le sue opere e,  proprio in ragione dei limiti dello strumento-intervista, è chiaro che esso non intende offrire una rappresentazione organica del suo mondo.

L’inizio della conversazione è incentrato sul rapporto dello scrittore con la sua città di origine, Bienne, della quale condivide il giudizio espresso da Robert Walser[3] che giudicava la sua città d’origine essere una piccola metropoli in virtù del fatto che l’indifferenza è un elemento dominante che la contraddistingue in rapporto ad altri luoghi abitati.

Ovviamente, aggiunge Steiner, Bienne non è una città popolosa ed al centro di traffici internazionali ma, citando Walser, se la caratteristica di ogni metropoli è l’indifferenza “ecco, Bienne è una metropoli”[4], è un luogo di tutti e di nessuno, dove si vive nell’indifferenza reciproca ed ognuno è libero di fare quello che vuole.

 

Prigionia e libertà: è il tema principale delle opere di Steiner; sul punto, dice: “ciò che mi ha sempre interessato non è la prigionia intesa come condizione o come dato di fatto, è il processo che mi ha sempre interessato, il processo in virtù del quale si verifica il passaggio dall’una all’altra delle due condizioni; credo che la vita non sia altro che questo processo, questo continuo tentativo di liberarsi, di rendersi liberi[5].

 

Steiner si sofferma su questi due concetti, liberarsi, rendersi liberi, citando il senso forte ed etimologico del termine emancipare[6]; dice: “nel momento in cui mi sono emancipato, mi dico, bene, ora sono libero ma subito mi devo chiedere, sì ma perché sono libero, a che scopo sono libero e ancora, libero da che cosa e, soprattutto, libero di fare cosa[7].

 

Altri momenti rilevanti della narrativa di Steiner, sono i temi dell’angoscia e del silenzio.

Secondo Steiner, la scrittura e la forza sono “due cose che si escludono a vicenda” e che “la scrittura abbia molto a che vedere con l’impotenza”, che può tradursi come “consapevolezza dell’impossibilità dell’uso della forza”.

Gli scrittori incontrano spesso persone prive di forza”, e se è vero che l’angoscia conduce al silenzio, è anche vero che “l’angoscia può condurre all’urlo e alla disperazione e la scrittura può anche essere una forma di protezione; io proteggo le figure che invento, non mi servo semplicemente di loro, non esercito la mia violenza di creatore e di inventore su di loro; il linguaggio del resto possiede anche un enorme potenziale di violenza; alla base delle guerre c’è la propaganda e la propaganda è fatta di parole[8].





Jörg Steiner


Scrittore del transitorio, Steiner, al termine della conversazione, si sofferma alquanto su questo concetto, prendendo spunto dalla domanda se la scrittura possa avere la meglio sulla morte partendo dall’analisi della figura centrale di un racconto contenuto suo libro Olduvai[9].

A un medico di 37 anni viene diagnosticato un tumore e di avere circa sei mesi di vita. Consapevole dell’imminenza della propria morte, si reca ad Olduvai, una gola che si trova in Tanzania, nell’Africa orientale, dove sono state rinvenute le più antiche testimonianze della vita umana, talune delle quali raccolte in un museo polveroso e malandato.

“Pietre e ossa che, a modo loro, raccontano la storia dello sviluppo dell’umanità”[10].

 

Il medico è la figura centrale del racconto, “sa che deve morire e allora cerca una speranza. Ecco, cercare una speranza, è quello che fanno molti uomini, scrittori e non, ed è quello che tento di fare anch’io personalmente. Quanto alla scrittura, non credo che la scrittura descriva il mondo. La scrittura inventa il mondo, ogni scrittore inventa un proprio mondo ed ognuno di questi mondi è mortale come colui che lo ha inventato e tutto questo è bello e giusto. Mi costa fatica pensare, ad esempio, che Platone abbia scritto le proprie opere pensando di creare qualcosa di eterno e di immortale… Trovo che in questa consapevolezza, nella consapevolezza della propria morte e della transitorietà ci sia qualcosa di bello e di grande; non riesco a immaginarmi qualcosa che sia infinito e insieme sia anche bello. La bellezza fa parte di un processo ed è legata alla transitorietà. La bellezza non è nell’infinitezza e nell’immortalità; al contrario, la bellezza è intrinseca alla nascita, alla crescita, al divenire ed alla fine. Certo, alla caducità ed alla transitorietà è legata anche la tristezza. In ciò che è transitorio c’è la tristezza di ciò che svanisce ma in questa tristezza, nello stesso tempo, c’è anche una profonda nota di bellezza. Per quanto mi riguarda, credo di essere uno scrittore che descrive la transitorietà nella consapevolezza che tutto, appunto, è transitorio e caduco. Transitorio è il mondo che invento e che descrivo, transitorio sono io che descrivo e invento il mio mondo”[11].

 

Connesse alle tematiche oggetto della conversazione sono altre sviluppate negli unici due libri di Jörg Steiner pubblicati in Italia[12]; ci si riferisce, qui, alla solitudine ed alla durezza del mondo sociale.

 

Il compagno di Bernhard Greif, protagonista del libro Il collega, nel descrivere il difficile rapporto tra il proprietario di casa e Greif, dice “chi non dipende ha bisogno di chi dipende per continuare a non dipendere”[13], rinviando alle dinamiche sociali della vita reale dove accade, per esempio, che una madre paralitica si oppone all’arresto del proprio figlio tossicodipendente, riflettendo in tal modo l’esistenza di un circuito in cui le parti dipendono l’una dall’altra: la madre dal figlio, il figlio dal pusher, il pusher dall’organizzazione, i tutori dell’ordine dalla legge.

Durezza del mondo sociale, ma, anche, solitudine: il protagonista di Chi balla Šostakovič ricorda nelle pagine del libro il suo ingresso da bambino nell’istituto: “Era inverno, la donna che lo accolse portava scarpe pesanti e voleva essere chiamata zia Luggi anche dai genitori. Eisenger, salutando, aveva detto al fratello: ‘Là, nell’Oberland bernese, non c’è nebbia. Perciò: quando guarderai la costellazione di Orione, sentirai che ti sto pensando’.

Ha provato di nuovo quella paura, la paura di allora, quando la direttrice dell’istituto, durante un controllo notturno della camerata, lo scoprì alla finestra della veranda e, senza dire una parola, lo prese per mano e lo rinchiuse nella carbonaia.”[14]

 

 

 

 



[1] Bienne 1930, 2013.

[2] RSI Intervista a Jörg Steiner

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[3] Robert Walser, Bienne 1878, 1956.

[4] Intervista a Jörg Steiner, cit.

[5] Intervista a Jörg Steiner, cit.

[6] In lingua tedesca: sciogliersi dalla stretta di mano estranei.

[7] Intervista a Jörg Steiner, cit.

[8] Intervista a Jörg Steiner, cit.

[9] Olduvai, Jörg Steiner, Suhrkamp, Francoforte, 1985.

[10] Intervista a Jörg Steiner, cit.

[11] Intervista a Jörg Steiner, cit.

[12] Il collega, Jörg Steiner, Casagrande, 2000; Chi balla Šostakovič, Jörg Steiner, Casagrande, 2004.

[13] Il collega, op. cit.

[14] Chi balla Šostakovič, op. cit.






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