PRIMO PIANO
FESTIVAL
INTERNAZIONALE
DEL FILM DI ROMA 2013
Il neo-neorealismo viaggia su un “Tir”


      
Dopo la vittoria di “Sacro GRA” a Venezia, vince anche nella rassegna romana il docu-road-movie, ma il regista Alberto Fasulo non è il cugino minore di Gianfranco Rosi e l’odissea lavorativa del suo camionista è solo uno degli alieni dialoghi tra le quarte dimensioni del Sé che vengono, ad esempio, esplorate in “Her” di Spike Jonze, una delle opere più inquietanti o abbaglianti dell’ultima confusa edizione della kermesse mülleriana.
      



      


di Sarah Panatta

 

 

Corridoio ibrido, pellicola di carne umida su gomma rugosa. Ferita spazio-temporale. Incapsulato ristagno di desideri contraddetti e di responsabilità non contrattabili. Geometria spiccia di turni, veglia ansiosa e sonno breve, sotto stelle mute. Stretta tra un budello di cemento e uno scarico di tossine e rabbia repressa. Ressa di inquiete parvenze, di stati mentali alter(n)ati. È la cabina di Branko e Maki, compagni di viaggio, ostaggi dello stesso lavoro, stessa solitudine condivisibile. La loro storia, la loro attualità stringente, è un cappio/strappo. Ulisse e Ulisse sulla nave che cambia spesso bandiera e scambia diversi bottini, su una rotta imprevedibile, lontana da famiglie che crescono in contumacia, bloccati sulle ruote di padroni sconosciuti. Ulisse e Ulisse diventano Nessuno, cartelli su piazzole battute dal vento. Vivi per scommessa, eroi della precarietà, che abbandonano il proprio diritto alla dignità come traccia di pane su un viale di carestia infinita.





TIR, tasso italiano di rendimento da-documentario? Treno italico per rimozioni controllate? Tele inversione del ricordo? Mentre la “nuvola” iper mediale, cantiere perenne, si nutre di acronimi, sigle, protocolli di demarcazione, ed evacua stereotipi e incaute tecno-assuefazioni. Tir (1) transita sulle arterie del sacro GRA mitteleuropeo e tenta l’abolizione del filtro autoriale, andando oltre Rosi e srotolando in fasci di nervi, muscoli e gas le mappe di processi vitali ultra quotidiani. Di esistenze asfaltate dal traballante ritmo industrializzato, mummificate negli abitacoli rimpiazzabili di occupazioni in (bianco e) nero. Certo l’opera di Alberto Fasulo, Marco Aurelio D’oro al Festival Internazionale del Film di Roma, offre il fianco alla promozione del nuovo documentario all’italiana battezzato da Venezia 2013, che brama il catalogo antropologico, e cerca nei territori di emarginazione i non-luoghi dell’umanità coeva. Si presenta con tempismo sospetto imbalsamato con eleganza da un rigore etico ineffabile. Tuttavia Tir entra letteralmente, tenace e internamente coerente, nel rumore (di) fondo dell’alta percorrenza umano-stradale, provando(li) in presa diretta, senza lo scalino teoretico (pur immanente) dell’evidente mise en abîme ri-sceneggiata dei suoi attori-autisti. Essi aspettano, e guidano e parlano, e aspettano. Senza guardare in camera, nonostante, anzi, poiché la mdp è parte immota della tappezzeria del camion in cui i personaggi si muovono, stazionando in un presente respingente e paludoso.

Esistere in assenza di sé. Fantasmi dotati di respiro. Per evocarne il peso specifico di Tir (s)corre in una narrazione dettata da elementi fissi. La mdp, i protagonisti invariabilmente al volante, al telefono, ai fornelli sul retro del camion. Codificando e mostrando di fatto la paralisi di identità sociali e affettive sospese, solo in parte realizzate. Sulle tratte dilatate e interminabili di vite cicatrizzate. Tir, costato cinque anni di ricerche e di lavorazione, opera prima di un documentarista premio Solinas, esce dalle logiche del mercato da cui (volente o nolente) si origina. Non emula la fatica di Rosi, che da entomologo scenico studia-fotografa-riproduce habitat e suoi esseri, parassitari o meno. Fasulo distende in un docu-film nitido, onesto, la misura materica dei suoi soggetti, prede di contratti schiavistici, di riposo disturbato in area di sosta anguste, di docce clandestine, di pasti tiepidi cucinati e consumati dietro maiali, mele, volontà rapprese, amori inappagati, figli sfuggiti, follie inesplose. Branko e Maki non “si” rifanno, sono-agiscono, niente di più. Fasulo segue l’impostazione epidermica e paziente di Giorgio Diritti scegliendo il romanzo introspettivo sussurrato, splendidamente interpretato, inserendosi da leone in una nouvelle vague della docufiction mondiale nella quale realtà e sua copia/ricreazione/ri-trazione convergono in un unico specchio dotato di multipli invisibili accessi/facce. Tir risponde gentile, inesorabile e aperto ad una fame di verità e di (auto)comprensione che nasce insieme alla civiltà stessa, che pervade e sposta/usa/scardina l’occhio cinematografico dagli albori e che con il nostro neorealismo era diventata esigenza morale e militante. Oggi, lanciato nel vortice di un ancora incerto neo-neorealismo, il cinema italiano sempre più spesso rasenta o intreccia il documentario per evitare falsificazioni colpevoli, o il dolore biblico di una fiction “pura” che sarebbe sfida catartica e depurazione necessaria dalle macchiette e dai vizi di un linguaggio che sa mascherare ma non vedere (v. l’abbuffata clownesca del fuori concorso L’ultima ruota del carro di Giovanni Veronesi). Ma che sopra tutto non ha ancora il coraggio/astuzia/potere di reinventare/si.





Una scena di "Tir" (2013) il film che ha vinto il Festival di Roma


Gioco di inganni mediali, relazione di voci, groviglio di connessioni fallaci. Il Festival, cittadella disorganizzata di un cinema talvolta indigesto e retrospettivo e autoreferenziale, talvolta negazione totale (come con l’anteprima del videogame hollywoodiano, pasticcio post-moderno certo divertito, Hunger Games. La ragazza si fuoco) ha spolverato un unico capolavoro degno di ammirata menzione. Uno dei film decisivi del decennio, dopo il seminale e travisato The Master. Con Her (3) , opera devastante e gioiosa di Spike Jonze, si torna al parossismo delle comunicazioni nella civiltà di un domani che è già oggi, truccato da un modernariato Camp stiloso e ironico. Se Tir si mette in moto e/o disattiva secondo il passo del motore di un camion e degli umori dei suoi passeggeri narcotizzati, Her palpita secondo le schizofrenie accettabili di una virtualità densa e stratificata, incastrata nel reale ormai illeggibile. Pronti al prossimo livello? L’altro come doppio, nemesi, sfida, insulto, sprone, scacco, amante, complice, sodale, deviazione del Sé. Antropocentrismo alienato, il filone tematico del festival incluso nelle viscere digitali del film “selvaggio” che vede protagonista assoluto Joaquin Phoenix. Se la voce della tua coscienza fosse un’identità virtuale imprigionata da algoritmi e aspirazioni inconcepibilmente (oltre)umane? Se l’amore più impetuoso e lacerante della tua vita fosse un OS1? Che cosa significa libertà, restare insieme o fuggire? Come (non) toccarsi per la prima volta. Un momento di verginità progressivamente lacerata.

Mutare continuamente e legarsi. La sincerità disarmante dell’amore. Merce rara, svenduta, che intride i rimpianti o rompe i compromessi. Nella vita quotidiana conoscersi con reciproca costanza e curiosità è un rischio a volte inaccettabile. L’arte di una narrazione psicologicamente impeccabile, seduttiva, ilare ed eccitante fino alle lacrime, le stesse di una commozione traumatica, depressa ma non deprimente, dolcissima. Her, interamente scritto dall’anarchia post-classica di Jonze, si scioglie con intelligenza straniera, humour “corposo” e partecipazione sottile. La sua “voce” è un velo umido e caldo che avvolge e poi si confonde con la pelle del pubblico, divorando deliberatamente la barriera/protezione finzionale. Idea icastica ma non dogmatica, anzi critica, virale, ovviamente meta-filmica, coltivata per anni, innesta una vicenda d’amore penetrante e “nuova” tra uno scrittore e un’intelligenza artificiale, in una società in cui la comunicazione intra-umana è veicolata da software a riconoscimento vocale di ogni “genere”. La domanda di base è banale, secca: come riconoscerci e sentirci a vicenda? E quando tutto ciò deve avvenire nella Rete ipermediale/mediata del mondo? Come sostenere la ramificazione indefessa dei sentimenti quando improvvisamente si mutano in energia reale, sensibile, “propria”?







OS1 è il primo sistema di intelligenza artificiale che “ti capisce, ti ascolta”, risponde a chi sei, vorresti essere, potresti diventare. Theodore (Phoenix antologico) sta divorziando. Lavora per Belleletterescritteamano.it, un’azienda internazionale, e scrive lettere su commissione dettandole al computer dell’ufficio. Gioca con un alieno imprecatore e scrive affondando in ogni piega della percettibilità umana. Ma si sente piantato in un’isola scura di ovatta e di lamiera, nonostante il suo dono, e i molti amici e “contatti”. Finché, come tanti, non compra un OS1. E la voce nel programma (buona l’alchimia con Scarlett Johansonn) diventa qualcosa in più di un insieme lineare e dotto di input e feedback confortante. La voce si battezza con un nome, Samantha, e con un Ego brillante, intuitivo, acuminato, infantile eppure maturo. Prende forma, evolvendo insieme a Theodore. Dall’amicizia all’amore (quasi) fisico. Samantha, disarmata e disarmante perché in questo diversa dagli umani suoi contemporanei, si pone domande, costruendo un Io performativo. Entrambi fragili e diversi. Come potranno unirsi, una voce onnisciente e ubiqua e un essere vivente fatto di geni e istinti?

Jonze si interroga con maestria sconcertante sugli abissi dei “rapporti” nell’era post-umana dei videogame interattivi e delle “app” sostitutive, dimostrando le mancanze e le potenzialità meravigliose, destabilizzanti, della nostra piccola vita. Un film che “è” innamoramento. Nel disordine fertile delle sinapsi reciproche. In una Los Angeles fatta di spigoli soffici in cui rinchiudersi, la modernità confortevole pre-inscatola tutto. Lo stesso film implica tecnicamente la separazione inestricabile tra i protagonisti mentre agisce una riflessione simultanea tra Pirandello, Ballard e Freud. Un saggio esilarante e tragico sulla complessità/codardia/avidità del confronto individuale con la vita; sulla comunicazione (non) verbale, intercettata da distrazioni virtuali e non; sull’invasione/invasività dell’interazione tecnologica (intesa come additivo, protesi e supplenza extra corporea); sulla verità polivalente dell’artificio meccanico come dell’inganno neuronale, della tecnologia informatica come della fiction cinematografica.

Un film che è assenza e insieme presenza. Ma soprattutto un film di “volontà” e di sogno. Sacra Grande Bellezza della Fiction.

 

 

 

 


(1) Tir. Regia di Alberto Fasulo. Con Branko Završan, Lučka Počkaj, Marijan Šestak. Sceneggiatura Enrico Vecchi, Carlo Arcero, Branko Završan, Alberto Fasulo. Suono di presa diretta Luca Bertolin, Igor Franscescutti. Fotografia Alberto Fasulo. Montaggio Johannes Hiroshi Nakajima. Sound design Daniela Bassani, Gordan Fučka, Stefano Grosso, Dubravka Premar, Riccardo Spagnol. Prodotto da Nadia Trevisan, Alberto Fasulo. Coprodotto Irena Markovic. Ita/Hr 2013. 90’

 

(2) Sacro Gra. Documentario. Regia di Gianfranco Rosi. Soggetto Niccolò Bassetti. Sceneggiatura, fotografia di Gianfranco Rosi. Montaggio Jacopo Quadri. Produttori Marco Visalberghi, Lizi Gelber, Dario Zonta. Ita 2013, 93’.

 

(3) Her. Scritto e diretto da Spike Jonze. Con Joaquin Phoenix, Scarlett Johansonn, Amy Adams, Rooney Mara. Usa 2013.

 




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