LETTERATURE MONDO
MILAN KUNDERA
L’essenza del vivere
è “La festa
dell’insignificanza”

      
L’ultimo libro del famoso scrittore ceko, naturalizzato francese, è uscito in anteprima mondiale in Italia, presso Adelphi. Un libro narrativo, ma inclassificabile che combina un andamento fiabesco e surreale con un forte e continuo sottofondo storico, politico e filosofico. Suddiviso in sette parti il testo è come se, ad ogni pagina, volesse impartire una sorta di pacata e meditabonda lezione sullo straniamento dello stare al mondo.
      




   

di Francesca Fiorletta

 

 

Ma come definire l’erotismo di un uomo (o di un’epoca) che vede la seduzione femminile concentrata al centro del corpo, nell’ombelico?

 

Ecco il primo degli interrogativi che incontriamo in La festa dell’insignificanza (Adelphi, Milano 2013, pp. 128, 16,00), l’ultima fatica letteraria di Milan Kundera, uscita in anteprima mondiale in Italia, il mese scorso.





I lettori affezionati riconosceranno subito l’andamento fiabesco e surreale della scrittura di Kundera, così come il forte sostrato storico e politico che è ormai solito permeare i suoi libri più riusciti, penso innanzi tutto a L’insostenibile leggerezza dell’essere.

 

Ancora una volta, dunque, il tema portante dell’assurdità umana ritorna, e ritorna sotto più vaghe e varie declianzioni, suddivise per sette capitoli o atti scenici, che evidenziano la teatralizzazione monoculare e allo stesso tempo vertiginosa e plusvalente delle vite umane.

 

Personaggi come schegge impazzite, frammenti di un passato e di un futuro senza tempo: incontriamo uno Stalin terribile e ironico, alle prese con un emblematico Kalinin e coi suoi problemi di prostata, metafora nemmeno troppo ardita di incontinenza e inadeguatezza sociale; assistiamo al tentativo mal riuscito di suicidio di una giovane donna che si getta da un ponte e viene salvata rocambolescamente, senza apparente misericordia, e in parallelo non sappiamo se gioire o restare delusi per lo scampato pericolo di Alain, che potremmo assumere quale figura protagonista, o pietra dello scandalo dell’intero libro, che scopre di potersi dire al riparo dallo spettro terribile del cancro, e sceglie invece di optare per un’altra, più intima nel senso di provatamente agognata verità.

 

Perché? Per tutta la prima parte della narrazione, non si fa che chiedersi il perché di ogni singola scena, fotogramma, impulso filosofico, rimando metaletterario, riflessione autoriale e tragicomica. Poi leggiamo:

 

Purtroppo, anche la più deliziosa delle buffonate non sfugge alla legge dell’invecchiamento.





Milan Kundera


Banalmente, diremmo, con la semplicità tattile che contraddistingue la prosa di Kundera, il lettore inizia ad assumere su di sé la visione prospettica che emanano le figure e le situazioni rappresentate, sebbene in maniera del tutto surreale e volutamente fuorviante, come se ad ogni capoverso l’autore volesse impartire una sorta di pacata e meditabonda lezione sullo straniamento. E dirò di più, sullo straniamento dello stare al mondo!

 

La riflessione sul corpo femminile, ad esempio, si ribalta e compenetra nel grande mistero della nascita, a partire dalla descrizione aulica di un coito violento, che ha tutta l’intenzione del sopruso, per arrivare poi a concludersi, con un sentore squisitamente freudiano, nello strappo del cordone ombelicale, tanto temuto e auspicato insieme, che riporta l’essere umano alla sua unica, inalienabile condizione: essere “una solitudine circondata di solitudini.”

 

Ricomprendere l’essenza di sé, come ricomprendere le motivazioni più sensibili della storia del mondo, è terreno assai arduo e pernicioso. È un ballo in maschera coi carnet troppo affollati, un festeggiamento dolceamaro in cui s’impara presto a fingere di essere ciò che in realtà si è davvero.

 

Adesso, rispetto ad allora, l’insignificanza mi appare sotto un aspetto del tutto diverso, sotto una luce più forte, più rivelatrice. L’insignificanza, amico mio, è l’essenza della vita.

 




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