LUOGO COMUNE
“POETRY MUSIC MACHINE”
Il poeta performer nel caotico ‘future show’


      
È uscito presso Onyx Editrice il libro-cd di Marco Palladini, un’audioantologia che è un innovativo progetto di poesia performativa con quattordici tracce vocal-musicali più un ‘bonus text’ inscenato da una immaginifica e dantesca Pape Satan Band. L’autore è qui visto come Mr Outlaw, un fuorilegge della scrittura che in uno spazio espressivo turbinoso, terremotato e globalizzato testimonia la fine e assieme un nuovo inizio. Dopo il tracollo dell’umanità così come l’abbiamo conosciuta.
      



      

di Donato di Stasi

 

 

C’est le fils de Kerouac qui vous guide aux combats

Iperglossie su Poetry Music Machine di Marco Palladini

 

 

1.    Poetry is a place, a place where nothing ever happens, tanto per parafrasare i Talking Heads di David Byrne e per entrare in argomento. Sulle scale ripide della sperimentazione si arrischiano in pochi, né è prevista la discesa defatigante. Si sale, e basta. Su un pianerottolo male illuminato, con le pulsazioni a mille, si bussa senza iniziale risposta. L’attesa appare indecomponibile, ma ne vale la pena, se dopo soverchie ambasce Marco Palladini si decide ad aprire per introdurre i lettori nella sua Poetry Music Machine, un’audioantologia innovativa, in cui suoni elettronici e sporchi si intrecciano a una poesia combattiva d’assalto, realizzando una perfetta unità di distinti: nulla a che fare con la solita litania in poetichese, o con la riduzione della musica a piano bar intellettuale.

Poetry Music Machine è più di un libro, qualcosa di diverso da un CD musicale, si presenta come una riuscita jam session (dal vivo e in studio), nel corso della quale il Nostro mette in moto uno straordinario progetto di performing music poetry in splendida intesa con ottimi musicisti: il drummer Mariano De Tassis, il bassista Nicola Fontana, il vocalist Frankie Depedri, l’ideativo musicante Luca Salvadori, gli spin doctors  elettronici Maurizio Bisecco e Nicolas Trojani,  il saxtenorista Claudio Mapelli. Alle quattordici tracce vocal-musicali fa seguito un bonus text, inscenato da una immaginifica e dantesca Pape Satan Band: 61 lasse irregolari, forti e ondose, pura estetica orale, arte della spontaneità e della velocità, per mettere sulla carta tutto lo sperimentabile possibile, tutto ciò che l’autore ha amato e perduto.

A scanso di equivoci, qui si non tratta di innalzare panegirici di circostanza, né di una scontata aprioristica acquiescenza, quanto di registrare una delle rare novità della stagnantissima palude letteraria italiota, basti considerarne la complessa articolazione che accosta il teatro –canzone di Gaber alla poesia sonora di Adriano Spatola, la scrittura della crudeltà di Artaud (Pour en finir avec le jugement de Dieu) alle svisate bopperistiche di Kerouac, i sovvertimenti sintattici e lessicali del cubofuturista russo Chlebnikov alla lunga stagione  rock psichedelica angloamericana dei Seventies. Cito alla rinfusa e a memoria, spinto dalle continue suggestioni che l’ascolto suggerisce e che conduce fino ai territori seriali di Terry Riley, fino alla collaborazione della violinista performer Laurie Anderson con il guru della beat generation William Burroughs.

Marco Palladini dà vita a un’opera notturna & metropolitana, tutta bassifondi e periferie acide, discoteche drogatissime e strade sulfuree, dove si accumulano plastiche, lamiere, eiaculazioni, urine, umori rancidi di corpi che muoiono tante volte prima di morire. Tra luci nere e tenebre abbaglianti (il sottosuolo di Dostoevskij) si affollano senza ordine d’entrata creature neotribali, cubiste carnose e boys cosmetizzati, comitive imbottite di prozac, steroidi e vodka della peggiore marca, prosseneti e lenoni per un’orgia ad libitum; e ancora cocainomani, graffitari, neonazi sotto la nuvola dei loro depensieri. È un’esposizione, un resoconto della nostra cultura nevrotica, della fame insaziabile di violenza e di sadismo, conseguente diretta della morbida repressione iperliberista, permissiva per ciò che riguarda il superfluo (l’uberbau  marxiano, la sovrastruttura), schiavista sul piano strutturale, economico, quando si considerano i mezzi per garantire il soddisfacimento dei bisogni primari, ovvero la sopravvivenza (“Padre, aiutami, sono quasi fuori gioco… / È il crepuscolo senza nome né pietà / e mentre i paraculi hanno fatto i soldi / io non ho saputo amare di più il denaro… / Lo metterò nel testamento / con l’ultimo schizzo di sperma // Siamo in fine di partita, padre / e l’ora del giusto meditare / è giunta come sempre fuori tempo massimo”).





2.    Dopo la smobilitazione della cultura, Marco Palladini continua imperterrito a scrivere e a comporre, nonostante le stanze delabrées che il presente gli mette a disposizione: non è il tipo da finta bohème intellettuale, non viene dalle accademie, ma dai tormenti remoti del cyberspace con il suo diluvio universale di immagini e rumori, che esplodono e dilagano sulle pagine come vesciche.  Il Nostro non teme di abitare il Grande Vuoto e il Tutto Pieno, dove gridano Raskolnikov e Kirillov, Rimbaud e Lautréamont, e dove corpi distorti e fatti inauditi annodano strettamente assurdità e normalità.

Marco Palladini, ovvero Mr Outlaw, si conferma una volta di più il fuorilegge che con i suoi aguzzi canini vampirizza la logosfera, succhia il sangue semantico fino a farlo sprizzare polisemicamente ovunque et novunque. Mr Outlaw, testimone panoptico, giullare e giocoliere, il pazzosanto intriso di follia erasmiana, prende a calci lo spirito poetico descrittivo a vantaggio di testi tellurici, esplosivi, tracimanti energia da ogni molecola di inchiostro e di suono (“Questa è poesia ke spakka / poesia da delitto & castigo / poesia multipla che si iperfeta / senza nessun corrivo o pallido mito”).

L’autore piomba sui lettori come un fulmine per stronfiare che si sta precipitando verso il non più, che bisogna accettare di vivere presenti e future sequenze temporali senza speranza, essendosi allargato il dislivello prometeico tra l’individuo come essere ideale e la realtà marcia, globalizzata e soffocante (“E domani non è un altro giorno, nemmeno un / giorno altro, semplicemente non c’è domani”).

Per essere chiari qui non si è in presenza dello stereotipo del decadente alla Des Esseintes che se la cava con qualche gioco di prestigio verbale e con il morboso accarezzamento della morte che non viene mai; voici mon frère lecteur ti imbatti in uno scrittore che fissa davanti a sé senza peli sulla lingua il crisma della fine, la tremenda potestas annihilationis che ha contagiato le diverse sfere delle società, secondo la prefigurazione di un’apocalissi vissuta come un reality, o un film (“C’è odore insopportabile di bruciato, stanotte… / tra plastiche roventi e lamiere urlanti / tra metalli piangenti e asfalti sanguinanti, / tra vetri rotti liquescenti e cementi armati morenti… / c’è odore di vecchio mostrificato mondo carbonizzato…”).

Il primo segno della fine concerne l’atrofia intellettuale: poiché nulla più vi è da interpretare, senso e interpretazione mostrano la loro inattualità, così se la cantano vittoriose le funzioni materiali del linguaggio, vale a dire una vuota comunicazione senza una concreta attività dialettica, senza alcuna capacità di cogliere il ritmo delle cose e degli eventi. Si sostituisce al pensiero progettante un’espressività obliqua e passiva, opacamente opposta all’energia contratta della coscienza, agli slanci impediti della creatività, che da sola, quando è innescata, è capace di squadernare le paratie violente del conformismo e del convenzionalismo.

Non a caso Marco Palladini passa a investigare i lati oscuri dell’inespressività, della mancanza di senso, della frivolezza, rimarcando l’oziosità del già-detto e impegnandosi, al contrario, a produrre una devastante onda sonora, composta di frames originali e di ripetizioni, perché nella reiterazione dei sintagmi si riappropria della forza evocativa del linguaggio e della sua capacità di contrastare l’esistente: alla frana del nichilismo che precipita ogni discorso nell’abisso della chiacchiera, viene contrapposto il ri-dire, la riproposizione di un tema, il suo riapparire all’interno di un canone di variazioni, di riconfigurazioni, di sovvertimenti (“Premiata lesbicanza: strafikale mattanza: leccalecca la vacanza: / a copulare sulla paranza: galeotta fu la luna stronza: in galera poi / finì di leccarle la patonza… Abbrancicata la contessina Maryuccia / Condorelli del Torrino, il noto latrin-fucker Tony Castillo scivolò / tra le falde della notte drogata di depensieri ecstasyci…”).

Questa scrittura poetica non coincide con una retorica soggettivistica, emerge ovviamente da un laboratorio personale, ma con un’origine sua propria, essenzialmente collettiva, se si considera il suo fascio di contraddizioni plurime.

Il poeta sembra avere un corpo materno, gestazionale, per portare alla luce (socraticamente) le zone coscienti e meno coscienti della mente socializzata, attraverso frammenti sensoriali, emotivi, meditativi e per disporre di un’esperienza all’apice, libidinale, storicamente apocalittica.

Se lo spaventapasseri della lirica non tiene più lontani i corvi del nulla, allora il motore espressionistico deve riaprire intercapedini, canali comunicanti, sezioni di realtà, avviando allucinazioni sconcertanti, costrutti metaforici stranianti, di modo che metaforicità e visionarietà, messe l’una a fianco all’altra, ma con le spalle girate, possano scardinare la suprema finzione del leviatano materializzato nella forma del superfluo (“Abusi consumistici e sexuali tra minorenni cozze / e teens bacarozzetti… Viaggiare senza troppe menate nel triptronico / da playstation o da telematch o nel bricolage del backstage da / videopiercing extremo e nella mutilation-dance da danno / ‘orlanico’ irreversibile”).

 

 

3.    Marco Palladini si costruisce le sue quinte concave, piane e convesse, opache e lucide, clessidra e falce del tempo, neogotiche dentro e fuori, neoclassiche negli arcaismi neologizzanti: non si compromette mai con il romanticismo, preferisce prenderci a pugni con la sua scrittura fatica, dove il testo viene subordinato al senso dell’intonazione e allo spessore della qualità vocale.  Nonostante il carattere antologico e l’aggiunta del bonus text  successivo, si può parlare di un poema-multipista intessuto di verbofonie atomizzate, vocalizzate, fonematizzate, a suon di schiaffi antilirici, senza bon ton, ricorrendo a una gamma vastissima di espressioni,  dallo slang dei rockettari al gergo cool dei fighetti da discoteca, dalle improvvisazioni dei tecnomusicisti hip-hop al dialetto degli sbandati e dei freakkettoni, dai tecnicismi della sociologia ai punti concettuali delle più recenti acquisizioni antropologiche, dai riflessi adorniani della musicologia alla perfetta consapevolezza del pensiero poetico occidentale.

A proposito dell’ascolto prevale una voce giusta, rauca, distorta dai toni profondi che spaccano l’anima fino alle alzate in falsetto grouchomarxista da vaudeville grottesco, ghignante, sardonico: il Nostro interpreta il ruolo di un dirty old boy sofferto, fiero, arrabbiato, capace di gettare la sua recitazione-canto a strapiombo sui nostri falsi e superficiali percorsi esistenziali

Nella tessitura testuale prevale la formula ejzenstejniana del montaggio delle attrazioni, infatti si affastellano parole-rottami, parole-azione, parole-grido, in grado di produrre lo slittamento dei significanti in una dimensione inesplorata, ma esplorabile di significati rimossi, deposti nella zona di confine dell’immaginario collettivo e richiamati dal caotico sommergersi di suoni articolati e inarticolati.

La musica elettronica e percussiva funge da cartello indicatore, da marca di riconoscimento, vettore di senso per testi che vanno intesi come campo di forze, tabulari, reticolari, praticabili in ogni direzione e perciò stesso fortemente destabilizzanti (“Beat-a generazione infomemorizzata microsoft-deglutita dalla new Bit Generation / internauti mutanti irRetiti nel desituato spaziotempo di cyberchaos // Beat-a Generazione degli eroi trovati e perduti che no hay mañana / indicami la strada la musica il ritmo per farcela a non arrivare // Beat-a Generazione più mi sbatto e  ti penso / più beato o beota mi ottenebro d’immenso”).

La tecnica compositiva prevede l’accumulo, il catalogo, il coacervo, le compresenze dialettizzate, proprio per sfuggire alla presunta neutralità del linguaggio, veicolo invece di persuasione e manipolazione delle coscienze. Serve dunque deformare per criticare, da qui il ricorso alla figura retorica che per antonomasia distrugge il senso comune, la paronomasia: le strofe ne abbondano, tra i tanti esempi, dulcis in fungo, crescete e mortificatevi, il logorio della vita postmoderna, alla catena di montonaggio etc.





Marco Palladini in scena (Firenze, 2005, ph. M. Romanini)


In quanto punman (alla lettera, uomo del gioco di parole), Marco Palladini rinsalda strutture verbali ironiche, dove ribollono e turbinano voci in conflitto e, sotterraneamente, un certo balbettio interiore, succeduto agli oracoli e alle sacre scritture: nulla è immunizzato dal rischio di essere estetizzato, disarmato e  sublimato dalla cultura di massa, se si intende sfuggire a questa iattura universalizzante occorre tanta profondità di sapere, oltre a una lauta cognizione della contemporaneità dal lato viscerale, più nascosto e osceno (“Negrones viagranti (per avercelo sempre duro) s’inchiappettano / volentieri tra di loro e si mettono lo smalto vermiglio sulle / unghie… Stupendissime checche mulatte cogli artigli teppisti dei / kuori rappati (e straripanti fiele… nel tempo delle stregatissime / mele”).

Lo spazio espressivo diventa luogo della disgregazione, riflessa nella divaricazione tra nome e cosa, significante e significato, così nell’epoca del villaggio globale mediatizzato bisogna prendere atto del processo di pauperizzazione a cui è sottoposta in primis  la letteratura, che si semplifica, si banalizza, assume toni mitologici, sotto la dittatura morbida del sema pubblicitario e del quantum di copie vendute quale misura di valore. A un simile indiscriminato principio di povertà letteraria Marco Palladini reagisce con i suoi dispositivi di complicazione semantica, perseguendo un’autentica esigenza di razionalizzazione metalinguistica, del tutto antagonistica ai segni menzogneri e elementari della trasmissione massmediatica.

 

 

4.    Attraverso l’ècart, lo scarto tra corpo e mondo si intravede un’area di eccezione, presidiata dal simbolico (il sesso), dal virtuale (la tribalità del ballo), dall’immaginario (il linguaggio). Del ciberspazio e delle tensioni comunicative si è detto, resta da affrontare il primo aspetto. La transideologia del testo palladiniano fa riferimento alla continua oscillazione degli individui, colti nella straripante sublimazione della sessualità con storie di ordinaria follia, di orgasmi a comando, etero e sadomaso.

La corporeità offre uno dei pochi orizzonti ancora sondabili: la carne e desiderio, pur ossessivamente indotti e sollecitati, vengono in realtà negati e relegati all’impero della pornografia; ne consegue una perimetria identitaria coincidente con una ineluttabile e primordiale solitudine, esplorata e maledetta, fuggita con ogni mezzo (si staglia sullo sfondo l’assenza di vera socialità, in termini filosofici di inter-essere).

Poetry Music Machine risuona di creature stroboscopiche, siliconate, steroidizzate, sessualizate all’estremo, soggiogate dal battito animale di subwoofer che sparano techno come allo sbarco di Normandia: questa condizione richiama l’uomo antiquato di Gunter Anders, che arranca senza ritegno dietro le infinite accelerazioni della sua potenza distruttiva. Abile tecnicamente, ma incapace di pensare, prevedere, sentire in modo completo, l’homo novus si gioca il destino fra onnipotenza e impotenza, spingendo sempre più furiosamente sul pedale del funzionalismo: se le macchine dominano la realtà, il corpo non può che trasformarsi in un meccanismo perfetto (lo human engineering).

Il non più di Marco Palladini corrisponde a questa alterazione irreversibile della natura umana, alla sua continua produzione di entropia; i testi e le relative tracce audio, qui in esame, urlano l’inadeguatezza dell’uomo e dell’umanesimo come sua espressione concettuale, ma allora che senso ha permanere nei territori della poesia?

Ripeto: testimoniare non la decadenza, ma la fine e contemporaneamente un nuovo inizio, certamente caotico, magmatico, incomprensibile, ma pur sempre un inizio. Marco Palladini è uno dei pochi a spingersi nel future show e a cercare di capire cosa ci sarà dopo il tracollo dell’umanità così come l’abbiamo conosciuta.

 

 

5.    Anche se non ti garba questa immersione nella melma dell’esistenza, Poetry Music Machine è in grado di com-muovere chiunque, mon frère lecteur: segno è che ti riguarda da vicino e che non si può sfuggire all’abisso quando ti fissa con i suoi occhi gelidi e ti chiede conto della libertà e dell’intelligenza andate sprecate.

 

 

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Marco Palladini, Poetry Music Machine, Onyx Editrice, Roma 2012, libro (pp. 76) + cd (74’), € 12,00.  

 




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