CHECKPOINT POETRY
SERGIO D’AMARO
 

 

 

 

Still life

 

 

Da alcuni suggerimenti di Edward Hopper

interpretati in tredici quadri

 

2^ Parte

 

 

1. Carrozza passeggeri e sosta all’Automat

 

 

Non viaggiavo da almeno tre mesi quella sera

che una carrozza spoglia trasportò

appena tre persone dall’altra parte di Eastlake.

Seduti su certe grezze poltroncine

sembravamo un quadro di Hopper

pennellato ad attori pressoché immobili.

Stolido viaggio, strano non ci fossero ripiani

a sbrigare scomodi bagagli e borse inutili,

e strano non ci fosse controllore

a bucare biglietti inesistenti.

Non volevo stare lì, in quella cupa deiezione

di cuori fermi e di cervelli in tilt

e già fissavo con occhi cartesiani

lo spazio tra il soffitto e uno sfatto pendolare.

Quell’amara abiezione tutti i giorni

quello scarto ritornante dalla vita

e la memoria che arretra poco prima

che si manifesti un utile dettaglio.

Dov’è finito il coraggio della verità?

Giace in fondo al ferreo attrito delle ruote,

su un binario che dritto va allo scopo

ad una stazione già selezionata.

Sono arrivato, sto all’Automat,

con una fila di lampade gialle sulla testa

e il viso di Cate riflesso nella tazza del thé.

“John, diceva, davvero vuoi portarmi a Santa Monica?

Oh, John, sei pazzo a lasciarti tutto indietro”.

Dovrei qualcosa a quei pezzenti

saldare il conto con le autorità

poggiando mento e mani alla Forster Bank

sollecitare un prestito che non viene

un qualsiasi sostituto della felicità?

Non c’è domani ormai, Cate,

il treno che volevo prendere è passato

e ha bucato parecchie gallerie

nel ventre arido di montagne ignote.

Sapevi che Terence ha cercato di aiutarmi?

Abitammo da bambini in uno stupido vicolo

affacciato sulle darsene di Sparkle Inn

vicino alla foce di un piccolo canale.

Crescemmo a salti e corse

entravamo lesti all’osteria di Sam

quando i clienti abbondavano

e noi giravamo veloci tra i piatti.

Andai al Job Search a diciott’anni

trovai un posticino da autista.

Terence mi aiutò ma io non presi il treno

quello giusto che m’avrebbe reso ricco.

Ora sono qui, sono ancora qui,

sto seduto con gli occhi sulla tazza

e vedo te, Cate, che mi prendi la mano

o mi saluti come quella volta

che dovevi andare a Lesserlone per una vacanza.

Peccato che passammo solo due anni

a farci cento confidenze senza fine

a darci una stretta di coraggio.

Non importa, Cate, riuscirò a bere

questo thé col vapore a capriole

proverò a scaldarmi con queste boccate

di occhi neri che somigliano ai tuoi.

 

 

 

  1. Aspettando le prime luci della sera

 

 

Non può tardare. Mi sono vestito

e sto sul divano della hall

aspettando che venga da un momento all’altro.

Fa un po’ freddo, e la finestra sta per annerirsi

sfumando la sagoma dei tetti di Dorset.

Un fascio di fanale ha lampeggiato

sulla parte sinistra e m’ha abbagliato

rendendomi confuso in un istante.

Resisto alla curiosità di vedere se è lei,

me l’ha promesso, le ho telefonato,

ha riso sapendo forse di mentire.

Non è lei. Non può tardare, aspetto.

Aspetto che il destino mi si compia

aspetto i passi suoi felini

la sua bellezza ambigua di pantera.

Piange il cielo di stelle e il blu è nero,

dispero, spero, non spero che una sfera

che si metta tra me e l’inconoscibile.

Sta arrivando la bufera?

È una stagione strana… chi bussa alla porta,

Ieri o Oggi? Non c’è che una superficie

piatta e liscia, un riflesso di me

e di una vana dura sera

che vi consuma la sua ultima candela.

 

 

 

3. Le mani che hanno toccato quella lettera

 

 

Tu quasi sparita dal cielo dei miei anni

quasi cancellata da un vento più forte

ritorni incerta da una carezza sulla lettera.

Parli da una data dissepolta

costretta in un’eco irraggiungibile

che si perde nella luce già serale.

Nella stanza d’albergo vaga appena

la voce scritta nera nelle righe:

“Sono partita che era alba fatta

dormivi, meglio così, non t’accorgevi

che qui finiva una parte della vita.

Dimmi, non hai provato proprio niente?

Hai mai avuto paura del futuro

sei proprio certo che non ti mancherò?

Nulla è più bianco di questa tenda

nulla è più piatto di questo letto

nulla è più inerte di questa mano

appena sciolta dall’angolo del foglio.

E dire che avevo pronte le valige

che avrei voluto giungere con te

ad una stazione meno sfavorevole

ad un parcheggio zitto delle mie virtù.

Come farò ad innalzare il volo del mio giorno

come farò a camminare tra la gente

a mentire, sorridere, soffrire?

Piego la testa a quest’altro decreto

smetto la vista su quest’altra evidenza

informo il Capo della mia assenza

dell’ingloriosa fine d’ogni pia speranza.

 

 

 

4. Il mare entra quasi nella stanza

 

 

Sfoglio il giornale sui soliti thriller

ho in testa una cupola di luce

che mi sbatte gli occhi in piena pagina.

Seguo soltanto le fotografie

sogno soltanto un altro mondo

ma mi ritrovo ora e qui con mio disagio.

Se questo folle garbuglio funzionasse!

A Marianne batte il cuore come un tasto

del vecchio pianoforte a cui si appoggia.

Musica giusta, musica stonata?

Ci vorrebbe un coro polifonico

per svegliare gli inni della vita.

Haendel, già, Haendel, e poi Haendel!

Ne provammo anni fa veri e vivi

swing to swing cheek to cheek

da un crescendo ad un brioso andante.

Ma quella luce che penetra all’interno

potrebbe aprirci all’autenticità

indurre la nostra ombra a rivelarsi

uscendo dal suo intimo torpore.

Su quanti pensieri navigammo

e quante ne slacciammo gomene dal molo.

Alcuni abbracciati si tuffarono

nel fondo delle emozioni irreversibili

altri riemersero dalle morte lapidi del tempo.

Non c’è nessuno oltre la soglia della stanza

e un insolente trapezio di luce

ingombra il muro col quadro ingiallito.

Se solo tornasse il grido d’un bambino

se solo smettesse il silenzio questo giorno

rivivrei ridato a un altro tempo

a ciò che è caro ora che è passato.

Una piega sul divano, uno scuro solco

sulla sedia, una ferita inferta dolcemente

nella carne di queste poche sicurezze.

Ma quella finestra sul mare

non sa richiudersi, invoca

un azzardo che non si può arrischiare

neanche se una vela gialla sbandierasse

le pieghe del suo tessuto di salsedine.

 

 

 

5. Casa lasciata nel 1963

 

 

La finestra non ha più le tendine

la stanza è rimasta proprio vuota.

Tardo pomeriggio su un fondale

di verde maturo mentre le parole

si raccolgono alle labbra

e tacciono i discorsi attraversati.

Qui c’era una sedia e lì alla parete

le foto disordinate di dieci estati.

Uno zoom da coltello tagliente

la radio che c’inonda di “Alta marea”

uno spruzzo di vita che trafigge

le successive ore evanescenti.

Il quadro del carrubo, il ritratto

di Gil sorpresa nel suo abbandono

alla molle sabbia della nostra riviera.

Poi il muro di nebbia di Stokenham

il bisbiglio di varie voci nell’ombra

e l’assassinio di John Whitehouse.

Poteva quella casa restare in periferia?

Quando svanì l’ultimo mobile

e la luce si sciolse nell’ultimo raggio

dolce fu andare alle spighe del grano

raccolte nel vaso del soggiorno.

Rividi Jane lungo le grandi vetrate

mentre leggeva “La lettera scarlatta”

e si perdeva tra i vani fantasmi

di un secolo lasciato al piano di sopra.

“Oh, sei tu, Lancelot, non ti avevo udito”.

Il prato di fronte è immenso

ed io non so stare a quest’infanzia

che si scatena tra i fiori sbocciati.

Resto intontito al trapezio

accecante del pavimento di pietra

sulla mattonella opaca di destra

si disegna il viso d’un uomo.

È un padre, un fratello disperso

o l’immagine di me creata dal tempo

e concessa ad occhi concreti?

“Sei ancora qui, Lancelot? Ancora qui?”.

 

 

 

6.  È già domani

 

 

Sì, è già domani, un faro orgoglioso

sulla collina delle Fivelands.

 

E veglia sugli stupori ritrovati

sulle dodici strade che solcano

 

la silenziosa isola di Cape Cod.

Ti ho invitato, Hopper, vieni

 

o ti frena lo scrupolo amletico

di aver capito la vera geografia

 

di quell’estrema lingua di terra?

Non si sa mai, il futuro potrebbe

 

ingannare il passato, il domani

rivelarsi come palpebra schiusa.

 

Aprire e chiudere l’infida finestra

aprire e chiudere il mare che incombe.

 

Vele sipari bandiere ali

altro non è questa vita quieta

 

altro non può questa vana mela

questo misero pane ridotto in briciole.

 

Bottiglia frutta ciotola cesto

cenere farli ancora con fuoco.

 

 

 

7. Ultima linea

 

 

Nuvola in cui si specchia ciò che fu nuvola.

 




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