LUOGO COMUNE
UGO PISCOPO
Tutti i parassiti
del presidente


      
“Le Campe al Castello” è una godibilissima satira antiberlusconiana che, solo apparentemente, appare oggi fuori tempo e fuori contesto politico. In realtà, il testo tiene benissimo grazie al dispiegamento di una creazione linguistica parodistico-etimologica di grande virtuosismo. E poi perché la rappresentazione del potere e del mondo cortigiano e popolare sottostante assume le maschere della ‘Fabula Atellana’, con il ‘Maccus’, il ‘Pappus’, il ‘Bucco’ etc. Con ciò rivelando, dietro il teatrino di regime del Cavaliere di Arcore, l’eterno, rissoso e grottesco pollaio della commedia dell’arte italica, con i suoi personaggi fissi (e spesso fessi).
      



      

di  Ciro Vitiello

 

 

1) Nomen omen: è una formula assai perspicace, che Ugo Piscopo mette in essere con intelligenza e partecipata cultura: già attraverso la creazione dei nomi egli dimostra concettualmente la finalità del valore ideologico e tematico di Le Campe al Castello (Plectica editrice, Salerno 2011, pp. 144, € 8,00): i nomi dei personaggi sono della stessa natura e dello stesso sangue di quelli radicati nelle culture preindustriali: Piscopo privilegia la civiltà contemporanea nell’energia rurale, come sapienza e conoscenza, attenzione e intuizione di futuro dal momento che la globalizzazione è ormai a uno stadio di avvitamento su se stessa. Per questa ragione nell’accingersi  a entrare nel testo Le Campe non ci si può esimere dal capire, in prima istanza, e subito, i sensi intimi di parole- idee e di parole-temi.

 

2) La relazione tra parola e terra è, in origine, la vera essenza dell’attività umana, perché, sempre, in ogni tempo e in ogni luogo, l’essere è, intimamente, nelle cose che  vede e fa, come corpo integrato e come spirito indagante che compie, sempre, i primi passi ponendosi nelle azioni e nel contempo guardandosi da  dall’esterno di sé nelle azioni, nei gesti e nei toni  (propri e altrui) ironizzando, beffeggiando, parodiando, o imitando, con smorfie graffianti, vizi e virtù dei mortali: perché negli effetti, mimando, ingrandendo o rimpicciolendo, si mostrano gli aspetti insensati e perversi che si hanno nel compimento delle azioni . In quella terra in cui è nato ed ha a  lungo vissuto, Piscopo, con sensibile adesione alla vita, biologicamente e culturalmente, ha saputo, nei  mondi delle sue opere creative e sociologiche, cogliere lo spirito umorale e “terrestre”, affascinato dalle ragioni ancestrali di una ricca ma dura natura natale. Intellettuale acuto e di vaste conoscenze, specie del mondo classico, egli attinge dai miti del lontano passato come dal presente figure e sentimenti, che ci lusingano come “fantasmi” (etimologicamente, “chi appare”, “chi si mostra”, dunque non essere reale ma immagine del possibile desiderativo) come lo stesso poeta avvisa in una nota di Familiari (2012) circa le ragioni dello stile che “si fonda su un registro linguistico (…) quale si conviene tra persone che si conoscono, abituate a discutere tra loro in maniche di camicia, tolleranti verso le digressioni, le impertinenze,  le improvvise sospensioni, le contraddizioni dell’attimo, le citazioni note e non note, le alloglossie”. Con variabili intenzionali, anche ne Le Campe al Castello, il linguaggio è piegato a finalità plurime, ai gesti morfologicamente adattabili e mimicamente dissacranti, capaci  di “funzionare ‒ dice lo stesso autore ‒ come uno e molteplice e di adeguarsi di volta in volta ai personaggi e agli ambienti. In ultimo, ogni ambiente ha il suo lessico, la sua grammatica, la sua retorica e le sue invenzioni o approssimazioni comunicative”, attraverso un percorso, “che va dalla probabile vicinanza al reale fino all’assurdo, al grottesco, e al fabulatorio, che abbia a simboleggiare, inesorabilmente,  la “mimesi di un viaggio verso la demenzialità e l’autodistruzione” del Castello con le relative folle di campe. Questo stato di coscienza radicale, in Piscopo, è indice di un attacco efferato al Sistema Politico Cogente, nello stesso tempo in cui la rappresentazione avviene in un’unità originale di tempo, e polito e storico e esistenziale. Ora, in questo tempo postumo, mutata la storia, quasi dissolta la politica, i personaggi, decontestualizzati, nella vita sembrano mere marionette o mimi di se stessi, incorporei e vaganti, pure emissioni di voci, in uno scenario ormai mistificato in ridicolo irrisolto. Le dramatis personae, nelle maschere, rivelano fisionomie riconoscibili, che l’autore magistralmente sa astringere in un efficacissimo linguaggio creativo, di immediata rivelazione e presa. Comprendere il senso delle nominazioni, dal titolo ai personaggi, è indispensabile, perché, come dice Pascal, nella parola è lo spirito della conoscenza e, per Nietzsche, il fondamento della realtà, pertanto la costituzione dei nomi segna l’ideologia politica e sociale, che muove l’immaginazione dell’autore. Dunque la dramatis res coincide con la dramaatis personae: Maccus/ducetto, Buccus/portavoce, Pappus/ deuteragonista, Kikirrus/ideologo.    

 

3) Non è celata la natura narratologica del testo, anzi la sua rivelazione cosciente accresce la forza organica della storia politica e di costume che ci vien porta in una contemporaneità lacerante e insulsa, per il contesto ormai fatto di tecnologie sofisticatissime e rivoluzionarie. Maccus, Buccus, Pappus (ecc.) ci precipitano in un’aura della conoscenza del mondo popolare (sempre uguale e sempre se stesso, negli evi), dinamicamente radicato nella coscienza sociale di Piscopo, memore dell’Italicum acetum (Orazio, Sat. I, 7, 32), ma soprattutto dalle origini rurali della lingua, quando le comunità si ispiravano per il lessico alla realtà campagnola, (la parola era la cosa), nella quale praticamente pecunia e peculium derivavano da pecu e pecus, “bestiame”, laetus (lieto) era connesso con laetamen che fertilizza il terreno, delirare era uscire dalla lira, putare era potare, Porcius da porco, Fabius da fava, Cicero da cece, Lentulus da lenticchia. Che Piscopo coscientemente applichi tale meccanismo nell’etimologizzazione della parola, lo dimostra questo caso: “‘Ministro’, mi ha spiegato Kikirrus, che è il nostro addetto culturale e responsabile della comunicazione, è parola di origine latina. Significa ‘servo’. Uno che esegue gli ordini del padrone, porta il pranzo a tavola, versa la bevanda nelle coppe dei commensali” (p. 25). Questa logica, più estesamente, viene agita nelle relazioni “politica-linguaggio” e “costume- linguaggio”, nella cui dinamica ‒ di impulsi e di nuovi riti ‒ si  impinguano semantica, sintagma, espressione, come avviene per l’ideologia pragmatica di Maccus, il capo: “Se io, poi, ogni tanto mi accendo e ringhio e minaccio di avventurarmi o di scagliare i miei fulmini contro di loro, non bisogna prendermi alla lettera (…). Il nemico è una manna da spalmare sul pane, una pomata sulle ferite”, con quella deformazione delle forme verbali alla Rabelais, mediatore Savinio, da rendere in falsetto arguto la fisionomia culturale e politica del Capo. La mimesi è colta a rovescio, la realtà è imitazione del linguaggio. Talché primariamente è lo spirito che crea l’evento e simultaneamente lo connota in una morfologia espressiva tramite la tonalità e i fini risentiti. In altri termini la vera dialettica urge tra contesto o fondale e testo o atto, onde per il cambiamento del fondale l’atto, pur se il medesimo, prende novella consistenza e diverso senso, più o meno vigoroso, in rapporto alla forza estetica dell’opera. I nomi dei personaggi sono quelli della Fabula Atellana, “in cui confluiva, scrive E. Paratore, tutta la grassa e straripante comicità delle popolazioni osche, una specie di commedia dell’arte, con maschere fisse: Maccus, il gaudente ingordo; Pappus, il vecchio babbeo; Bucco, il ciarliero sciocco”. Piscopo, tuttavia, ne aggiorna le funzioni tipologiche, attribuendo loro una più sagace spregiudicatezza nell’ambito di un potere politico, in cui tutto gira intorno al Maccus/ducetto.    





4) Orazio nella villa di Cocceio, posta in Caudio, assiste, come ci dice nella quinta satira, a una scena di ludus oscus, tenzone tra Sarmento (servo, poi libero) e Messio Cicirro (della stirpe degli osci, abitatori del Sannio). Cicirro (dal greco Kikirrus), voce onomatopeica, significa “gallo, galletto”, ed è ritenuto antenato di Pulcinella (da pullus, pulcinus, pullicinus),  ambedue con naso adunco e voce in falsetto: Piscopo ne ricava una sapienza grossolana adatta ad adulare  le ambizioni del Maccus/ducetto, spirito dell’ottimismo che dà ai sudditi speranze e serenità. E in questa prospettiva viene evocato Pulcinella nell’apologo del medico: un tedesco per farsi curare andò da un medico che, dopo la visita, “consegnandogli una ricetta, disse: ‘Qui è il rimedio’. Il tedesco capì che la ricetta era il rimedio. Tornò a casa, appallottolò la ricetta e l’ingoiò. E guarì” . Così avvenne di nuovo. Perciò Pulcinella “diceva che era facile fare il medico: perché se deve andare bene, va bene; se deve andare male, va male. Ma almeno uno muore contento”. Tale sentenza toglie ogni lume di ragione, e quindi crea un fatalismo che è alla fine opposto dell’ottimismo. Nella storia politica, scacciato il Capo dal potere, l’ineluttabilità si trasforma in catastrofe, che avrebbe coinvolto tragicamente questo tempo postumo con una bancarotta che avrebbe totalmente azzerato l’economia e mandato alla miseria un popolo che ancora è accecato dal falso ottimismo dell’Uno/Azienda, il Maccus, dotato di un’ideologia politica con sottofondo di una filosofia egotistica, alimentata dal valore dell’illusione: “Occorre promettere, promettere, promettere. Far toccare al popolo sovrano il cielo con un dito. O almeno fargli credere fermamente di poterlo fare e di stare sul punto di farlo”. In quanta mistificazione e ironia tale principio, pacificamente, scardina il fondamento della democrazia del “popolo sovrano”; ed è il popolo che, facendosi trattare da sciocco e gonzo, dimostra tutta la sua putrida innocenza desiderando di arricchirsi facilmente come fa il Maccus che, nelle vesti di capo, appare ridicolo e tronfio, sicuro di sé, prendendo piacere dall’essere sempre attorniato da una schiera di opportunisti (in simmetria con il Maccus di Apuleio colto nell’atteggiamento di chi gode perché tutti gli fan corona e lo riveriscono) e, sotto mentite spoglie, appare trasfigurato in un ridicolo personaggio che immagina d’essere malato (Malato immaginario) o nel carattere di Arpagone (L’avaro) che, a detto di Valerio, si nasconde in una “maschera di simpatia e di solidarietà” avvedendosi “che, per cattivarsi gli uomini,  non c’è miglior via che ammantarsi delle loro stesse inclinazioni, accettare i loro principi, incensare i loro difetti e approvare tutto quello che fanno” (Moliére). Naturalmente i servili abbondano, pronti a ricavare beni dell’imitazione delle virtù immorali del Capo, simboleggiati da Pappus e Buccus,  sottomessi ed ubbidienti: “Tu devi solo dare gli ordini. Noi pendiamo dalle tue labbra. Noi dipendiamo totalmente da te. Noi siamo tuoi dipendenti labiali e fiatali. E anche cigliali. Non ‘cinghiali’, ma ‘cigliali’, proprio così”. In armonia con l’etimo primitivo, infatti Pappus (da pappo- are) significa mangiare, pappare, come è usato da Plauto, donde pappone, cioè mangione e, come vezzeggiativo, bonaccione, grasso e florido, insomma colui che, metaforicamente, sta nelle situazioni per trarne vantaggi, non diversamente da Buccus, bucca, (bocca, gota) che si gonfia nel parlare e mangiare e suonare, dunque nelle funzioni di parassita. La capacità di esibire un linguaggio ideologizzato e riempito da sensi che sono tipici della attualità, fa di Piscopo un intellettuale arguto, sapiente, dalla coscienza estremamente critica e, infine, abile a cogliere i nuovi spiriti dei segni imperanti. 

 

5) Alla natura politica del Capo, costituita da principi pervasivi, da leggi immorali, da gesti paradossali (di costruttore delle illusioni che incantano la coscienza del popolo) si affianca la natura dei suoi costumi, il suo godimento dell’eros, ed il piacere di essere attorniato da uno sciame di donzelle, dette ‒ con un termine inglese ‒ escort che, esibizioniste e vanesie, vendono il corpo per fama e denaro. Ma i comportamenti di queste ragazze rivelano attitudini di costume sociale assai più complesse, ormai psicologicamente pervase: “Tutti ci sanno, ci sognano e per un nostro sguardo, per una nostra presenza farebbero follie”.  Poiché questo intimo senso manca alla voce “escort”, Piscopo ricorre alla semantica imitatoria e, per identificare cosa a parola, conia la voce “ficedula”, che significa beccafico (ficus, fico- fucetola, uccellino canoro, dal becco diritto e sottile, di color bigio), e, per traslato, vulva, (ovvero “fica” nel grasso gergo popolare, di impatto pregnante) onde il nome assume il significato di chi fa sesso a pagamento in età adolescenziale (“ragazze di sedici/diciotto anni”); e viene anche denominata  zizzella, da zizze, seno, mammelle appena sbocciate, dolci e delicate, nel fiore della primissima giovinezza e, perciò, di grande vigore visivo ed erotico,  stimolando l’appetibilità di un adulto potente e sessualmente trasgressivo (Maccus, ossia “papi”, “ducetto”, “sire, uno che ha il potere su tutto e può consentire tutto”). Il mutamento del nome sposta le vicende in un’aura di vita quotidiana, densa di voluttà e di pruderie, dando alla rappresentazione teatrale una oscenità parodica e burlesca, da procurare ilarità per frivolezze: così il capo viene diminuito e involgarito nei suoi tratti sentimentali e erotici e quindi colto in tutta la sua mediocrità di uomo e di politico. 

 

7) Ora necessita capire il senso del testo. A cominciare dal titolo: le Campe al Castello. Che sono le campe? Qual è il simbolo del Castello? Piscopo è prodigo nell’indicare il valore delle campe e il simbolo del castello. Campa (gr. campe) significa bruco, larva dei lepidotteri che vivono tra le foglie dei cavoli. Però il termine, qui, viene usato simbolicamente, indica gli esseri che prendono gesti e comportamenti parassitari, come appunto i bruchi che si nutrono dell’altrui. Essi vivono nel Castello, ossia  in una struttura urbanizzata retta dagli ordini dei poteri. Nella Nota dell’autore, lucidamente si legge: “Con questo termine, di origine tardo-latina, nell’Italia meridionale si indicano i bruchi”, di cui metaforicamente si assume la tipologia comportamentale in senso parodistico: “le Campe, invece, che occupano il Castello, non sono dei bruchi, ma conservano dei tratti del bruco: del bruco che nasce tra cielo e terra sulle foglie, e, pascendosi delle foglie, impara a fare i suoi calcoli di perfetto equilibrista”. Le Campe al tempo dell’occupazione del Castello cacciarono il popolo che ora vive nel Villaggio. Nel quarto quadro Piscopo con acume e sottigliezza ne dà la forma: “E sai che è la Campa? È una e molteplice, è un atelier. Si può attivare in mille aspetti e mille energie. La Campa si chiama Campa, se mette la C. Ma se si toglie la C e prende la Z, diventa Zampa. E se si toglie la Z e si mette la R diventa Rampa. E, se si toglie la R e si mette la L, diventa Lampa. E se si toglie la L e si mette la V, diventa Vampa come quella dei vigili del fuoco”. Dunque siamo in un frammento di forte impatto surreale,  cioè in un gioco che preannuncia, a continuare, un senso minaccioso: “Non diciamo che succede se si mette la T, perché non l’abbiano sperimentato” conclude l’autore “abbiamo Tampa, che è l’angoscia dell’incognita che incombe sul futuro dell’uomo”.  Che ha reso il mondo un mero luogo chiuso, come il Castello, che “è un’armatura che si chiude su se stessa, con la corazza, lo scudo e tutto il resto” ‒ dove il disordine e lo squilibrio delle cose, delle leggi, degli esseri “inessenti” ‒ parassitari ‒ degli egoismi, dell’ingordigia a mano a mano si logorano, fino a  far intravvedere un Caos finale inevitabile, laddove il Villaggio, “costruito in giù, al contrario del Castello, è tutto aperto”. E anche in questo mondo di “servi”, ancora ancorati tuttavia ai principi sani della vita, incominciano a diffondersi preoccupazioni sulla stabilità della situazione: insomma, se finisce il Castello non può sopravvivere il Villaggio, e viceversa. Una verità di sapore sociale e politica, se solo si opera una sostituzione di termini, Città e Campagna.  E però le ficedule, tra tutti i bruchi i più bruchi, sono tranquille, non sentono gli umori cangianti, le crepe che si stanno creando nella struttura invisibile del potere, onde deducono: “Questa è gente con una mentalità vecchia, senza ottimismo. Basterebbe che si mettesse sotto la protezione del nostro Papi, di Maccus, il quale i problemi, tutti i problemi, sa come affrontarli   e risolverli. Pensiamo a noi, dunque”. Come dice Don Chisciotte, per tutti viene il tempo della fine. Così viene la fine di tutto: così oltre il limite della finzione teatrale, cade il Castello, e nella polvere cade, indecorosamente, il Papi, il Maccus: ora, per volontà del destino,   adulatori e adulatrici scappano via, come topi dalla stiva.





Lome, E tu, dunque, amorosa, 2008


8) Al potere monocratico dell’ottimismo corrisponde un’opposizione che incentra la propria visione  della politica sul vaniloquio di disquisizioni meramente concettuali senza riferimenti ai problemi sociali o a un progetto che vitalizzi la vita economica e il senso morale dell’uomo. Eppure alcune disanime sono giuste, di vigorosa denuncia, come sottolinea Echinocactus, l’ideologo degli Schiattamuorti: “Che la questione del lavoro e del profitto oggi si pone in termini nuovi. Che attualmente bisogna fare i conti con la complessità indotta dai processi di globalizzazione. Che il capitalismo si è declinato e continua a declinarsi per molteplici morfologie. Che la democrazia è a rischio negli stessi paesi che si chiamano democratici”. In tale assunto autentico ed obbiettivo la percezione del degrado delle forme come delle sostanze diventa davvero drammatica se l’ideologo ha coscienza di una irrefrenabile deformazione e involuzione del sistema politico e produttivo, donde: “devastanti conseguenze: 1) un oggettivo spostamento della democrazia, 2) una vergognosa strumentale riduzione della politica a business o, meglio, ad outlet o carrefour per affari e commerci, 3) un indistinto consociativismo tra maggioranza e minoranza, 4) un’enfatizzazione della partitocrazia che funziona impropriamente da rete di scambi non solo e non tanto nel politico, quanto nella vita civile, nella economia, nella società”.

Piscopo, da buon osservatore, in quanto sociologo, tramite Tradescantus, “detto anche Miseria, sottocapo degli Schiattamuorti”, mostra consapevolmente il suo vivace senso critico  e speculativo, precisando della contemporaneità un aspetto di sottile verità: “Hai mai considerato il problema del deperimento sempre più rapido delle ipotesi, delle teorie interpretative e delle prospettive ideali e pratiche? Il ritmo vertiginoso e travolgente della modernità o della postmodernità (…) induce (…) il rapido usurarsi  dell’attualità. La quale tende sempre più a coincidere con l’attimo presente della spettacolarità”. Questo fondamento,  tuttavia, diventa drammatico se nel processo storico l’istante è la costante delle profonde metamorfosi che agisce all’interno della  prassi legislativa e pragmatica, perché “Ciò che è attuale in questo momento, che postula naturalmente interventi specificamente adeguati a questa attualità, già un attimo dopo ha perduto il sapore e la cogenza dell’attualità”. 

Davvero puntuale e illuminante, questa analisi, che dovrebbe, poi, costituire, in coscienza, il principio di un’opposizione responsabile e lungimirante. Ma, nel processo testuale, questa ragionata  illuminazione della fenomenologia storicamente in atto, viene esibita come una sorta di saggio politico oppure come mero sarcasmo sulla bocca di intellettuali messi alla berlina?  Piscopo attribuisce, astutamente, all’opposizione e ai suoi intellettuali, nomi che caratterizzano, all’istante, la prosopopea dei discorsi, per cui il burlesco come il sarcasmo sono i toni salienti che involvono i dialoghi e procurano alla scena capacità esilarante per l’auscultazione del pubblico (insomma è il pubblico, in fondo, che bisogna sollecitare ed ammonire della verità che è sotto lo sguardo di tutti, ora spettatore e poi elettore). L’opposizione è costituita dagli Schiattamuorti, di cui capo è Cryptogamus, poi Tradescantus, sottocapo, Heliantrum Maximum detto Baffino il Barbiere, ex capo, Viscum Album, esattore, Echinocactus, ideologo, ai quali va aggiunto il transfuga Kikirrus, da giovane all’opposizione, al presente ideologo del Partito della Mangioria et Cricconia (PdMC) i cui tratti somatici sono esilaranti “molto gallinaceo e tutto bitorzoluto di carne e di panni scuri, alla maniera degli antichi notai”. Schiattamuorto, dal fr. croquemort, becchino, beccamorto, riferito a uomo in genere significa essere funereo, avere la faccia da funerale e, in ambito gergale, ha anche valore di malaugurio, di chi già con la presenza preannuncia sventura, oppure esprime una sorta di aria di sottomissione per essere coinvolto. Cosa che finemente ha intuito Maccus/ducetto il quale, accentuando l’etimo del nome (schiattare come scoppiare, per bile o per crapula)  sentenzia: “Certo, anche loro, gli Schiattamuorti, avrebbero piacere come noi di sedersi a tavola e di mangiare. Che dico, mangiare? Loro si divorerebbero il mondo, se potessero. Se lo lavorerebbero al bulino. Se lo spellerebbero, come le cavallette che si abbattono su un campo di grano”: è un salace attacco diretto all’essenza opportunistica di un’opposizione chiusa in se stessa perché ritrovi un rinato ubi consistam, invece assume il profilo di una parodia di forte impatto scenico e spettacolare per la semantica dei singoli bizzarri personaggi, in sé detestabili ma in rappresentazione ridicoli tanto più in quanto sono rappresentanti dell’ideologia, sempre più evanescente ed astratta. I nomi sono alterati, volti  a simboli, nello spirito del nomen/omen: Cryptogamus è composto da cripto nascosto e gamus accoppiamento; Heliantum, mirto, arbusto sempreverde, che ha valore di amore, perciò sacro a Veneree; Viscum, vischio, parassita ritenuto  pianta del regno intermedio, né albero né cespuglio, e, secondo una leggenda, attecchiva dove il fulmine colpiva una quercia; Echinocactus, da echino riccio (il Bestiarium medioevale celebrava “l’acume” del riccio che, in caso di pericolo, si appallottola) e cactus cardo, anche,  figuratamente, spina; Tradescantus (dal nome dello studioso che la osservò per primo) detta anche “erba miseria” (“non brutta, ma disprezzata dai contadini. In Irpinia si dice che dove essa alligna, saranno desolazione e miseria” perciò “vanno a pisciarci sopra, per disprezzo e sfottò”). Quindi, è logico che tale semantica sia  inseminata di sensi che classificano bene l’animus dei personaggi,  tipicamente burlesco, per cui la natura del dialogo, per la “semiologia dei toni”, risulta interamente deformata.

In verità, così, si mette alla berlina lo stato di vacuità che s’accampa nell’opposizione occupata a dibattersi sui valori astratti come risoluzione dell’assurdo  piuttosto che agire nella realtà politica per abbattere l’avversario: il pessimismo si spunta contro la corazza dell’ottimismo, di pronta presa e facilissimo da capire (tutti vi si rispecchiano nell’illusione di ricavare per sé vantaggi). Eppure una sicura idea sussiste, come si evince da questo tratto finale dei dialoghi: Tradescantus: “la politica, oggi, ha bisogno di essere meno supponente con se stessa e con gli altri. Deve cominciare a diffidare delle idee e dei miti delle proprie potenzialità, per rimboccarsi le maniche e mettersi a disposizione del reale”, Heliantum: “Deve diffidare anche dell’eccesso di intellettualità. Infine, deve organizzare l’esodo dai luoghi comuni”.  Questa analisi è esatta per verità sociologica. E, nonostante ciò, chi è tanto sciocco da crederci se a parlare sono dei supponenti e vanesi, infervorati di un intellettualismo vacuo e inconsistente, psicologicamente in odore di sudditanza?





Dalla mostra "Umbri, Etruschi, Italiani" (Perugia, 2011)


9) Il testo  si avvale di un linguaggio dal senso costantemente variabile, in perfetta aderenza alle idee e ai comportamenti dei personaggi. I toni sono pressoché infiniti, e perfino l’espressività è di una modificabilità eccezionale. Addirittura,  una frase è mobile nel contenuto e, ancora più mobile se essa è rapportata al contesto in cui gli eventi sono incardinati, nelle vicende storiche e politiche odierne. L’ironico, il parodico, il sarcastico, il concettuale, il legale, il civile, ed affini sono disseminati nella campitura organizzativa, che condizione e tiene attivo il lettore fino alla fine. Ma soprattutto il testo presenta larghi squarci di ideologizzazioni monocratiche che traslitterano la democrazia in regime, lo stato in azienda. L’analisi di interpretazione  non può prescindere, ammonisce l’autore, dall’esempio di Francis Drake che, da pirata, diventa ammiraglio  della flotta britannica, così Maccus  che, da imprenditore arricchito con mezzi leciti ed illeciti, alimentando le illusioni di un popolo, arriva alla guida della democrazia repubblicana e ne fa un potere personale: i significanti delle leggi restano intatte, ma i significati subiscono una metamorfosi profonda, invisibile all’occhio degli amministrati. Nella crisi piena di tale azione politica di Maccus la scrittura di Le Campe al Castello è rispecchiamento fedele del linguaggio politico del regime (in particolare del Presidente del Consiglio (2010) e del coro di tanti piccoli ducetti, grossolanamente buffi per i loro gesti imitatori. Però, ora (2012) che lo stato politico ha preso altra prospettiva, con un cambiamento quasi radicale rispetto al precedente, come intendere la scrittura del testo di Piscopo?  

 

10) Per abbozzare almeno una pur breve, ma efficiente, risposta, bisogna rifarsi alla logica del linguaggio teatrale in simmetria alla logica del linguaggio politico e, primariamente, alla relazione tra tempo storico e tempo narrativo. La grande intuizione di Piscopo sta nella simultaneità dei due tempi che animano i comportamenti dei personaggi, apparendo, in controluce e con  tutta evidenza, “marionette” della realtà che è nell’attimo in cui l’autore crea servendosi, con forte carica di mimesi, quasi alla lettera della parlata dei politici. Infatti quando ho letto il testo per farne una presentazione, nel 2011, gli attori delle scene erano ancora ben incardinati nella realtà, per cui la fusione era perfetta e il  tenore delle vicende era godibilissimo, potendosene cogliere tutto il piacere di invettiva contro parole o motti demenziali di Maccus e dei suoi accoliti. Insomma Maccus personificava Berlusconi ancora a cavallo, e chiunque è in grado di gustare la pastosità della denunzia parodica: Bucco dice: “il nostro capo in Russia ha belle e consolidate amicizie, oltre che buone maniglie e ottime intese commerciali per la sua azienda”, e con bonaria ipocrisia Maccus ammette: “Tra amici, ci possiamo permettere questo e altro. Io stesso scherzo sempre, racconto barzellette. È giusto. Si può scherzare, ce ne è data facoltà. Anche su di me, sulla mia persona, sulle Ficedulae (…). Persino su mia moglie e il suo pessimo gusto di scegliersi gli amanti”.

Qui tutto è mimetico della realtà: l’autore non fa altro che rispecchiare nell’accumulo tanta abbondanza di cose, con un tono serioso intriso di sarcasmo che si pone come giudizio di condanna della commistione di fatti pubblici e privati: il sintagma “belle e consolidate amicizie”, indica un giudizio di immoralità. In questo momento, invece, per lo scenario politico  totalmente diverso, il predetto accumulo è solo nominale, acquista forma di valenza ideologica: Maccus appare in sé e per sé  dramatis persona, mimo, sciocco e banale, simbolo di un politico che utilizza il potere per averne vantaggio, rispecchiamento di un popolo degno di lui e privo di morale dignità. 

 

 

 




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