LETTURE
BRINA MAURER
      

Metastasi di rosa

 

Bastogi Editrice Italiana, Foggia 2010, pp. 60,
€ 10,00

    

      


di Enrico Pietrangeli

 

 

Metastasi di rosa è una silloge poetica colta e ricca di rimandi a molte esperienze maturate dalla contemporaneità, così come le introduce Marzia Alunni. Metastasi che sono metafora del testo, aperto e permeabile nelle sue continue citazioni ed anche, più letteralmente, rimando al cancro nel binomio vita-morte che ovunque aleggia. Neoplasia che si scandisce in un breve testo epistolare di Maria Grazia Lenisa posticipato alla prefazione, autrice che, a sua volta, è principale riferimento nella strutturazione dell’intera opera.

 

“Ruggine macchia l’immacolato petalo” sono i versi dell’incipit che, in un traslato vegetativo, immortalano “la rosa indigesta” della Lenisa, è l’“incanto trafiggente / nel morso tumoroso”, dove “il sole sanguina e insanguina / e ingialla il tuo profilo, / mentre divieni rosa-mosaico”.

Rosa nella carne, “fotografata e scolpita nella mente”, è il legame che resta e sentenzia relativamente a quanto sviluppato in questi versi che, tra sperimentazione e tradizione, focalizzano che “nulla è nitido, stabile” attraversando “spiedini di stelle, carni infilzate nell’arcano” con l’“ago poetico”.

 

Casa e tomba sanciscono un binomio intorno al quale ruota, profanato, il mito di Giulietta, “sommerso da bigliettini e scarabocchi”. Nel “1842 Charles Dickens / descrisse la Tomba di Giulietta / come un abbeveratoio”, uno scempio protratto nei secoli e che, del tempo, rende le ragioni della storia, del sopravvivere a sé stessa. Diverse restano la ragioni della poesia, quelle che compaiono nell’esergo di Shakespeare: “il marmo no, né monumenti d’oro / vivranno oltre il mio potente verso”.

 

Ed è un “filamento bruciato di wolframio” che “riaccende la lampadina”: “sono realmente vivo, / fatto di carne e inchiostro / di sangue e carta”, ma dove il cancro, in ogni caso, s’aggira quale parte del sé, metastasi di rose in cui la morte è riflesso di specchio, piano convergente di autodistruzione, variante genetica al connaturato senso di conservazione.

 

Cancro che è pure simbiosi dell’animo, resa dei conti tra una psiche esperienziale con quella nel DNA ascritta generazione su generazioni. In ogni angolo della nostra essenza, “carne e inchiostro”, “sangue e carta”, si cela un polo petrolchimico che suggella l’incontro di cellule impazzite tra il Novecento e il corso della nostra storia, tanto singola quanto collettiva, per ricordarci che comunque, al di là del prima o poi che segna i tempi, siamo tutti agli sgoccioli.

 

 

 

 




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