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CINEPRIME – “ON THE ROAD”
È questa la Beat Generation?


      
Il regista brasiliano Walter Salles ha finalmente portato sul grande schermo il romanzo capolavoro di Jack Kerouac. Un’impresa sognata da molti cineasti (tra cui Francis Ford Coppola), ma mai prima d’ora realizzata. Però l’esito non è quello sperato. Nel film c’è la lettera del libro, ma manca lo spirito di quel testo che rappresenta una meravigliosa e ribelle cavalcata generazionale imperniata sull’andare di strada in strada a cercare nuove esperienze e la possibile verità della vita. Interpreti principali della pellicola sono Garrett Hedlund (nel ruolo di Dean Moriarty/Neal Cassady) e Sam Riley (Sal Paradise/Kerouac).
      



      


di Enzo Natta 





Sono trascorsi sessant’anni (era il 16 novembre 1952) da quando il “New York Times Magazine” pubblicò un articolo di John C. Holmes intitolato “This is the Beat Generation”, quella generazione che si sentiva “sconfitta” nell’animo, nei sogni e nelle illusioni da un’America irrigidita in un atteggiamento conservatore, materialista e puritana nello stesso tempo, alla quale il movimento beat contrapponeva uno stile di vita provocatoriamente irrazionale, anticonsumistico, libertario.

In principio la sua arma preferita, ancor prima della letteratura, fu l’agire. Attraverso un comportamento a dir poco spiazzante. Che per Jack Kerouac e per il gruppetto di poeti da lui frequentati (Allen Ginsberg, Gregory Corso, William Burroughs), avvezzi a tanto parlare e a tanto scrivere ma poco ad agire, fu un’epifania, un’apparizione. E l’agire diventò il verbo.  

Neal Cassady fu per loro un nuovo messia, che li strappò alle chiacchiere e allo scrivere forsennatamente, per consegnarli interamente alla vita. Ma quale vita? Era il 1946 e sull’atollo di Bikini gli esperimenti atomici annunciavano che la guerra non era affatto finita, ma se ne stava momentaneamente rincantucciata dietro l’angolo. Neal Cassady era la reazione a tutto ciò che poteva sembrare codificato: il matrimonio con Luanne, una bambina di quindici anni, mai un libro letto in vita sua, eppure il fascino ammaliante di un angelo. Una figura che cattura tutti gli altri con una spontaneità impressionante, che travolge con fiumi di parole e continui furti d’auto. Un’esistenza sregolata e senza limiti, tale da rompere gli schemi abituali e riempire attese inappagate con la forza oltraggiosa della sfida a un mondo che si credeva cancellato e che invece si propone peggiore di quello che l’aveva preceduto.

La nuova filosofia dispensata da Neal Cassady è semplice e si riassume in un imperativo spicciolo: andare, andare di strada in strada a cercare nuove esperienze e attraverso queste la verità. A cominciare dalla verità su se stessi.

La “beat generation” nasce in questo palcoscenico. Una generazione sconfitta e stanca, così battezzata da Jack Kerouac nel corso di un’intervista rilasciata nel 1948. Si ricrederà nel 1954, quando, entrato nella chiesa di St. Louis, a Lowell nel Massachusetts dove era stato battezzato, disse all’improvviso, come folgorato: “Beat vuol dire beatitudine”.

Il Vangelo beat si chiama On the road, sulla strada, e segna una svolta non solo nella storia della letteratura , ma anche e soprattutto in quella del costume annunciando profeticamente i “figli dei fiori”, il movimento hippy, il '68, la contestazione, la rivolta giovanile.    

Primancora che un romanzo On the road è un diario di viaggio che si fa manifesto di una generazione, testimonianza che incarna lo spirito di una confessione senza remore, e per questo seducente, coinvolgente,  rivelatrice di una presa di coscienza collettiva. Libertà e sfrenato individualismo sono i cardini sui quali si fondano le aspirazioni di una ricerca di identità da costruire, esperienza dopo esperienza, nel vissuto quotidiano in grado di appagare tutte le attese dell’Es freudiano, degli istinti naturali e impulsivi, di quel grande teatro dove si libera l’inconscio.

La struttura del romanzo è episodica, diaristica, e racconta come, dopo la morte del padre, l’aspirante scrittore newyorkese Sal Paradise (dietro il quale si nasconde, neppure troppo velatamente, lo stesso Kerouac) si imbatta in Dean Moriarty (nome di comodo affibbiato a Neal Cassady), simpatica canaglia dotata di un fascino perverso e di un dirompente magnetismo animale. L’intesa fra i due scatta immediata e simbiotica. Kerouac per primo non ha esitato nel riconoscere in questa simbiosi lo specchio che gli ha consentito di guardarsi più a fondo confrontandosi con l’altro. Come  il Goljàdkin del “Sosia” di Dostoevskij.

Determinati a non farsi schiacciare da una vita ingabbiata nelle regole del grigiore e del piattume, i due rompono tutti i legami e si mettono in viaggio attraverso l’America. Assetati di libertà, di nuove esperienze, di sfida a tutte le convenzioni.  Il viaggiare, per loro, è “una liberazione e un narcotico”, un’errabonda inquietudine avida di sempre nuove ed eccitanti esperienze in cui jazz, alcol, sesso e droga si confondono disordinatamente con una ricerca mistica e un panteismo covati all’interno di una lunga tradizione letteraria americana che risale  a Henry D.Thoreau e che comprende Walt Whitman, Thomas Wolfe e Henry Miller. E sarà proprio Henry Miller, grande ammiratore di Kerouac, a inquadrare fra i primi il suo linguaggio rivoluzionario, definendolo “indisciplinato e sregolato”.





Sam Riley, Kristen Stewart e Garrett Hedlund in On the road (2012)


Jack Kerouac ha fuso assieme in un unico corpo arte e vita, comportamento e scrittura, istinto di contraddizione e poesia. Operazione che soltanto indisciplina e sregolatezza consentono. Per lui e per l’amico Neal Cassady, sodale e mentore, la strada diventa un laboratorio per comprendere se stessi e la storia che si ha alle spalle, per esprimere e sperimentare un’esistenza disincarnata da ogni forma di sottomissione, un’esistenza dove la perdita dell’innocenza coincide con la scoperta febbrile di un furore giovanile che consente di evadere dalla prigione del conformismo. “La strada è vita” dice a un certo punto di On the road Dean Moriarty. Non importa dove andare, l’importante è andare perché l’esperienza di vita si misura in base ai chilometri percorsi. Un frenetico e famelico girovagare, un’iniziazione, dove Jack London e Herman Melville sono i profeti che illuminano il viaggio, che è fuga e inseguimento nello stesso tempo. E tanto Dean ama esibirsi e mettersi in mostra, altrettanto Sal ama defilarsi. Sempre come nel “Sosia” di Dostoevskij.

In questa vicenda Dean è l’istigatore, l’incendiario, mentre Sal è il traghettatore, che alla conquista dello spazio, al mito della vecchia frontiera e dei pionieri, aggiunge la conquista dell’anima. Sette anni di viaggio per tre settimane di scrittura. Iniziato decine di volte, il dattiloscritto originario è affidato a un solo paragrafo contenuto in un rotolo di carta lungo 36 metri.

Prima Marlon Brando, poi Brad Pitt avrebbero dovuto portare sullo schermo l’angelo ribelle di Dean Moriarty/Neal Cassady. Fin dal 1979 Francis Ford Coppola aveva opzionato i diritti del romanzo, poi, dopo una serie di rinvii che avevano finito per ossessionare l’intera famiglia Coppola, il progetto è andato in porto: regia di Walter Salles (Central do Brasil, I diari della motocicletta), interpretazione di Garrett Hedlund (nel ruolo di Dean/Neal Cassady) e Sam Riley (Sal/Jack Kerouac).

Che cosa è rimasto dell’anima di Kerouac dopo quell’operazione di travaso e filtraggio che è una trasposizione cinematografica?  Allen Ginsberg (nel film interpretato da Tom Sturridge) disse una volta che “si può tradurre una storia ma non un'emozione”. È l’handicap di cui soffre il film di Walter Salles, prolisso e verboso, più preoccupato di scenografia e costumi che di una qualità stilistica e di un tocco magico capaci di raffigurare visivamente la viscerale intensità dei suoi personaggi focalizzata nella scrittura debordante, lirica e opulenta di Kerouac. C’è la lettera del romanzo, insomma, ma lo spirito latita. Per recuperarlo appieno, dopo la visione del film val la  pena di leggerlo, o rileggerlo, nella nuova edizione che Mondadori ha pubblicato nella collana “I numeri primi”. Accompagnandolo con due testi fondamentali dell’editore Cooper: “Guida alla Beat generation” di Emanuele Bevilacqua e “La guida beat di San Francisco” di Bill Morgan.




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