LUOGO COMUNE
CHRISTIAN RAIMO
Il passaggio incompiuto
dalla giovinezza
alla maturità


      
L’autore romano, attivo esponente del movimento TQ, approda al suo primo romanzo “Il peso della grazia” che esce da Einaudi. Il libro si sviluppa come una sorta di narrazione fenomenologica sulla condizione odierna del precario, incarnato da un irregolare ricercatore universitario, che sbarca il lunario facendo anche l’uomo delle pulizie nelle case medio-borghesi. Il personaggio è rimasto un quasi-bambino che attraversa molteplici esperienze senza mai riuscire a mettere veramente a fuoco la sua inquietudine di vita, e dunque la sua possibile realizzazione.
      



      

di Francesca Fiorletta

 

 

Lunga attesa e conseguente carico di aspettative hanno preceduto l’uscita de Il peso della grazia, (Einaudi, Torino 2012, pp. 455, € 21) l’impegnativo romanzo di Christian Raimo, autore peraltro molto noto, oltre che per l’attivissima partecipazione al movimento TQ, anche per aver già abituato i suoi lettori a certe sferzanti prose brevi, educatamente ironiche e ben concentrate sull’universo disgregato del precariato italiano di oggi; prose, queste, che gli son valse, oltretutto, l’inserimento nell’antologia curata da Andrea Cortellessa sui Narratori degli Anni Zero, per le Edizioni Ponte Sisto.

Il peso della grazia, però, come preannunciato in effetti già dal titolo, compie un’iperbole quasi a sé stante.  È vero sì che il protagonista, il povero Peppe, è ancora un ricercatore universitario che, per guadagnarsi da vivere, si trova costretto a fare le pulizie negli appartamenti medio-borghesi di Roma, città in cui si svolge l’intera vicenda, nonché città molto amata dall’autore stesso, che ha confessato, infatti, in un’intervista radiofonica a Loredana Lipperini, durante la trasmissione Fahrenheit: “Roma per me è un personaggio, non è un clone della città pasoliniana”, come forse troppo  spesso viene ancora oggi rappresentata.

In effetti, vivido e materico è il rapporto che Raimo evidenzia, nella sua scrittura, tanto con gli spazi aperti quanto con gli ambienti domestici più intimi, vivisezionati, particolareggiati con un taglio che si avvicina al microscopico, quasi al laboratoriale.

Non a caso, Peppe è appunto uno studioso di fisica, un giovane perito maniacale, che con queste esatte parole racconta il lavoro dei suoi ultimi anni:

 

“Il punto per me è: è possibile trovare un metodo efficace per stabilizzare una fiamma turbolenta premiscelata, ossia la sua velocità, un equilibrio per delle forze che in realtà sono instabili? Sembra una cosa astratta, eh?”

 

Estendendo questa interrogazione, direi quindi che potremmo trovare il senso ultimo dell’intero libro. Quasi cinquecento pagine, pure coerenti e articolate invero, ruotano in effetti tutte attorno al dubbio esistenziale di Giuseppe, che è un uomo forse senza troppe qualità, forse sospinto nelle sue azioni quotidiane da una sensibilità eccessiva, certamente mai abbandonato da una profonda linea di inquietudine esistenziale che lo fa, alternativamente, allontanare dagli affetti più genuini e avvicinare a un’incorporea fede ultraterrena.

 

“Ho sempre l’impressione che gli altri, al contrario mio, sappiano cosa fare in qualunque occasione, come utilizzare il tempo, chi guardare”.





È così che Giuseppe vive il suo rapporto col mondo esterno: in una maniera solo tangenzialmente conflittuale. In realtà, leggendo attentamente ogni sua singola farneticazione, ogni sua più malcelata richiesta di salvezza, ogni blandissimo o anche ben contestualizzato bisogno d’accettazione, sociale e spirituale che sia, ci si scontra inevitabilmente con una sorta di dispettosa ostinazione, di cecità sfacciatamente intrinseca nel personaggio-uomo di Raimo, che si rivela essere quindi, per larghi tratti, un personaggio-ancora-bambino.

Non a caso, infatti, l’attenzione di Raimo è tutta puntata sulla realizzazione, o meglio, non-realizzazione del sé, passaggio questo che, non potendosi espletare appieno, a causa pure delle strutture economiche e politiche odierne, finisce però per desertificare l’animo umano, appiattendolo nell’ennesimo conflitto generazionale tra padri e figli, in una dinamica d’inadempienza, sociologica e affettiva, che ricorda la vieta filosofia del servo-padrone. Qual è la causa e quale la conseguenza di questo peso (o grazia, che dir si voglia) che ci portiamo addosso continuamente, scontando ogni giorno il nostro inquieto vivere, tutto terreno?

 

“Ma io non c’ero più. Io ero un burattino che nessuno teneva per i fili, e ora, lasciato a se stesso, si manovra sul palco cercando un appiglio”

 

Di appigli, in questo romanzo, ne vediamo più di uno: dalla figura grottesca del barbone sempre in cerca d’aiuto, al percorso intimistico verso la conversione ad un cattolicesimo più puro e stringente. Su tutti, però, c’è il rapporto tormentato con Fiora, la tipica donna da romanzo, venerata fino a risultare stigmatizzata, un alter ego semplice semplice per un io complesso e macilento, com’è quello del nostro protagonista, che sembra voler vivere quasi esclusivamente allo scopo di dare e ricevere amore, eppure è assolutamente traumatizzato dalla prospettiva di farsi parte integrante di un vero e autonomo nucleo familiare.

Tutto ciò accade, ancora una volta, a causa del forte senso di estraneità che soggiace alle azioni più blande e ai ragionamenti più concettosi di un protagonista inattivo, intrappolato nel “passaggio di testimone” tra giovinezza e maturità che non è ancora potuto avvenire, ahinoi, e avvinto quindi dalle maglie di una complessità, sociale e umana, che non riesce davvero ad affrontare.

Peppe è un personaggio coi “sensi sempre in allerta”, come dice ancora l’autore stesso, che sembra essere sempre “attento a tutto e quindi sostanzialmente distratto”, poiché incapace di distinguere realmente i vari gradi delle esperienze che vive, patendole invero, e non riuscendo a valutarne quindi le priorità.

Se è vero che, in accordo col pensiero di Simone Weil, solo nel lavoro pratico, magari sfiancante, è possibile riprendere il contatto autentico con la stretta dignità dell’essere umano, mi sento quindi di affermare, in conclusione, che questo intero libro altro non è che un’estesa, slabbrata, circonflessa ricerca di praticità.

Una ricerca, quella attuata da Raimo, che passa attraverso un lavorio minuzioso sull’utilizzo del linguaggio, affinché possa risultare davvero “credibile”, ossia quotidiano, fattivo, non estetizzante; così come non estetizzante è l’attenzione sempre rivolta all’espressività dei singoli soggetti, che poi si svelano essere, in ultima analisi, quell’unico e macroscopico soggetto, ancora bisognoso di una (in)sana confessione:

 

“Questo sono io, io sono questo. E come me, tutti. Le persone sono creature complesse. O le ami per quello che sono oppure sei fregato. Ma da subito.”




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