LETTERATURE MONDO
PREMIO NOBEL 2012
Mo Yan:
dalla letteratura
delle Ferite a quella
delle Radici

      
L’Accademia Svedese ha incoronato quest’anno il grande romanziere cinese, 57enne, cantore epico di tutti i travagli del suo popolo, insieme visionario e realista. Va però detto che sul suo nome ci sono state, sia in patria che in occidente, polemiche e controversie, a causa della sua posizione di adesione all’attuale regime comunista. Peraltro egli si chiama in realtà Guan Moye, essendo il suo nome d’arte un curioso pseudonimo che significa: “Non parlare”. Tra le sue opere maggiori si possono citare “Grande seno, fianchi larghi”, “Il supplizio del legno di sandalo” e “Sorgo rosso”, da cui nel 1987, Zhang Yimou ha ricavato un film, vincitore dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino.
      




   

di Plinio Perilli

 

 

“LA DEA CHE MANDA I BAMBINI…”

 

A volte le cose più belle e più semplici, in questo mondo in torsione, lacerato d’insensatezza, accelerato e vacuo, per fortuna INVECE si realizzano…

La cena che – àuspice Luigi Manzi – l’anno scorso alcuni scrittori romani condivisero con Mo Yan, non era solo un omaggio a un grande romanziere, a un grande ambasciatore dell’epica e della inesauribile, dolente e lieve fantasia d’un popolo, quello cinese, che la Storia ha sempre schiacciato o redento nello stesso modo. Ammesso che ogni grande popolo non sia sempre la Storia di se stesso, il piccolo, non più Grande Timoniere del proprio futuro. E il futuro si espande, fiorisce anche dagli errori, dalle guerre o privazioni, dalla Grande Marcia ma tutta dentro Se Stessi…

Rinasce per gemma di ferita – e poi la romanza, come Mo Yan romanzò, mitizzò sua Madre (la splendida saga familiare Grande seno, fianchi larghi, esce nel 1996), la sua Famiglia nelle cui pagine possiamo entrare, sostare e col pensiero dimorare, come si entra in un grande semplice cuore, crocicchio o incrocio casuale d’assoluto, lontano e vicinissimo… Cuore – attenzione – che però resta anche e sempre corpo (ganglio, linfonodo e perfino maligna neoplasia, linfoma sciagurato e quasi sempre infausto della Storia): “Dalla società feudale degli anni Trenta all’odierno capitalismo di stato,” – come recita il fiero, suadente risvolto einaudiano di copertina del succitato romanzo, vero monumento di 900 fitte pagine al privato che è pubblico, sconfina dal proprio fiume dolce al gran mare salato, e al Pubblico che si annette il Privato, come si categorizzava qualche lustro fa – “passando attraverso sussulti e rivolgimenti dell’era maoista, figli e nipoti degli Shangguan affrontano gioie e dolori dispensati da una terra estrema, primordiale.”…

 

“… Quando rinvenni la prima cosa che videro i miei occhi fu lo splendido e turgido seno di mia madre. Il capezzolo sembrava un occhio caritatevole che mi osservava con affetto e calore. L’altro capezzolo era nella mia bocca, intento a titillare attivamente la punta della mia lingua e a carezzare le mie gengive. Il latte dolce e meraviglioso scendeva come un piccolo torrente nella mia gola. Sentii sul seno di mia madre un denso profumo. Venni poi a sapere che si era lavata via l’olio di peperoncino usando una saponetta alle rose, regalo della seconda sorella Zhaodi, e si era anche cosparsa l’incavo dei seni con il profumo ‘Notti purpuree’ prodotto a Parigi, in Francia.”… (Mo Yan, Grande seno, fianchi larghi, Einaudi, Torino, 1996, trad. di Giorgio Trentin, pp. 239-240).

 

Che quelle radici di sangue e luce siano avviluppate o rischiarate nella regione in cui nacque Confucio, è poi un ulteriore dono che l’Oriente fa all’Occidente, trasvolando vicende e ideali, pudori indolenziti, alchimie ed essenza d’anima. “Nessuna macchia” sussurrerebbe la geometria salvifica profetata dai King, quell’esorcismo magico e sapiente che fa del ragionamento, della distillazione etica del pensiero, una vera e propria alchimia morale, quindi una pratica mistica e lirica al contempo, una trasfusa e concretata, post-kantiana critica della ragion pura, della ragion pratica e del giudizio…

Certo, poi viene, accade, striscia o esplode la Storia; ed ogni parabola umana – più o meno – si macchia o si danna d’ignominia, si corrompe di inutile gloria, sterminata meschineria, e un tremante, inaridito traguardo o inferno della paura:

 

“… Pochi istanti dopo un’altra decina di uomini, saltati improvvisamente fuori dal boschetto di cespugli, resero l’anima al creatore. I giapponesi, con un certo divertimento, lasciarono andare i cavalli a briglia sciolta, in modo da fargli calpestare i cadaveri.

In quel momento, dal rado boschetto di pini sul lato occidentale del villaggio giunse un altro squadrone di cavalleria. Alle loro spalle marciava una massa dorata di uomini.  …” (op. cit., p. 52).

 

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Era e perennemente resta l’idea che uno scrittore – se è bravo – lo sia sempre per tutti e in comunanza, esorcismo minimo ma duttile, operoso e supremo di mondi, affetti, travagli, amori, destini, linfa profonda, radici buone, buie fino alla luce, materne e filiali insieme: ma come esattamente lo è ogni parola, ogni libro che si fa raccontatore e testimone a futura memoria, confondendo e mischiando  la geografia; così che ogni valle o montagna sia anche la nostra, ogni fiume o albero, o tramonto che ci abbraccia, sia fraternamente l’appuntamento di tutti – e qualche volta anche una ricompensa di laica fede, una promessa dovuta a tutti.

Mo Yan è romanziere epico, etico – in nome e per conto di tutti. Ogni altro distinguo, umilia a questo punto non solo l’arte, ma tanto più la vita.

 

Così Gaomi, il piccolo villaggio dove Mo Yan nacque nel 1955 (vero nome Guan Moye: essendo Mo Yan uno pseudonimo che significa in realtà: “NON PARLARE”, “Non Parole”!) diventa per l’appunto crocevia del mondo e scheggia esistenziale, più spesso pulsante, dolente fulcro drammatico; ma anche, e non di rado, palcoscenico/simbolo, ossimoro permanente, plurimo scorcio per Comœdìa, policroma tavolozza o pantòne che dai vivi, sensuali colori dei sensi accesi e della realtà che avviene, si pone e arringa finanche in parodia, annette e consacra poi tutte le ombreggiature o i cedimenti incupiti, le fibre dilaniate dei corpi e delle anime… 

Questo gusto goloso o sapore rancido, vita stessa di cui la Vita si ciba, pezzo a pezzo, come un’anguilla che mentre muore e diventa cibo, ancora si divincola, guizza e soffre immortale quasi concreta beffa illusoria, la vivanda nutriente di ogni destino:

 

“… Mia madre tagliò la testa e la coda dell’anguilla con una sega. Poi prese il corpo e sempre con la sega lo divise in diciotto parti. Ogni pezzo cadeva a terra con un tonfo sonoro. La zuppa di pesce fatta con l’acqua e l’anguilla del Jiaolong aveva un sapore meraviglioso e senza eguali. Da quel giorno, il seno di mia madre tornò alla sua primavera, anche se rimaneva quella ruga che sembrava una piega fatta a una pagina di libro, come ho già detto.

E, proprio quella sera in cui bevemmo l’aromaticissima zuppa di anguilla, l’umore di mia madre fu di nuovo libero dalle preoccupazioni. Sul suo volto si dipinse una composta gentilezza, come quella della Madonna e della Bodhisattva Guanyin. Le mie sorelle, circondando il piedistallo di loto di quella materna divinità, l’ascoltarono raccontare le storie di Gaomi. Nella notte dolce e fragrante tutte erano immerse in un tepore amoroso. …” (op. cit, p. 128).

 

È stato detto, e dagli stessi accademici di Stoccolma che l’hanno insignito del Nobel per la letteratura, come la sua prosa lussureggiante sia capace, “attraverso una mescolanza di fantasia e realtà, prospettive storiche e sociali”, di dar vita a “un mondo che, nella sua complessità, rimanda a quello delle opere di William Faulkner e Gabriel García Márquez, ma allo stesso tempo scaturisce dall’antica letteratura cinese e dalla tradizione orale”…

“Per una Cina in perenne ricerca di rassicurazioni e di riconoscimenti sul suo status di potenza globale,” – ha vergato a commento Marco Del Corona, corrispondente da Pechino del “Corriere della Sera” – “per un Paese tanto accanito quanto talvolta goffo nel dispiegare il suo soft power, il Nobel a Yan assume così il gusto di un riscatto, a maggior ragione quando un’altra nazione asiatica, l’affannato e rivale Giappone, ne conta due, Yasunari Kawabata (1968) e Kenzaburo Oe (1994).” Ma c’è un ma… e riguarda proprio la circostanza di come Mo Yan sia in realtà “organico al sistema”, insomma felicemente tollerato, se non esaltato… “Il premio a Mo Yan s’infila però come un cuneo nelle contraddizioni della Cina.” – rileva ancora Del Corona – “Mo Yan, che si è ritirato a Gaomi da Pechino per sfuggire alle pressioni dell’attesa, non appartiene alla cerchia degli autori ‘contro’. Per quanto abbia avuto in passato problemi con la censura e non schivi i temi ostici, è vicepresidente dell’Associazione degli scrittori. I detrattori gli rimproverano l’iscrizione al partito comunista, la scorsa settimana il Web fremeva di sdegno perché Mo Yan aveva partecipato con altri scrittori a un’iniziativa in cui aveva ricopiato a mano frasi di Mao Zedong sulla letteratura, un gesto considerato una sorta di servilismo postumo a un dittatore sanguinario.”…

 

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Mo Yan


Ed è appunto questo, probabilmente, il punctum dolens, incistato e infetto, che resta in ogni caso ostile, sospettoso, rispetto ad ogni serena valutazione da tributargli – in realtà – per tale meritatissimo premio… Mo Yan è un grande scrittore, la sua pagina eccelle, divaga, s’incunea, perlustra, ozia fantasiosa, poi subito torna ad ascoltare e ad auscultarsi come diagnosi e fabula assieme, racconto profondamente mitico ma anche reperto, referto implacabile di una storia che diventa leggenda; e ancora cupa duole mentre già s’irraggia, svapora perdonata e lenita di luce:

 

“… Quello era Fang Shixian! L’anno precedente, quando svolgeva l’incarico di sorvegliante dei raccolti del villaggio, ogni giorno all’ora in cui si staccava dal lavoro si piazzava all’inizio del paese, e perquisiva i lavoratori della Comune: ceste, sacche e persone fisiche.

Un giorno mia madre, tornando a casa dopo il lavoro, aveva trovato per strada una patata dolce, e l’aveva riposta nella sua cesta. Fang Shixian l’aveva perquisita e accusata di averla rubata. Lei aveva negato, e quel bastardo aveva addirittura osato darle un ceffone. Le si erano rotti i capillari del naso, e il sangue le aveva imbrattato la pettorina della giacca. Proprio quella giacca bianca. Che c’era di male se un buono a nulla come lui, uno che approfittava del fatto di essere figlio di contadini poveri per tiranneggiare la gente del villaggio, moriva affogato? …”

(op. cit., p. 618).

 

Gli esempi ben evocati di Faulkner e di García Márquez sono più che pertinenti: e gli fanno onore. William Faulkner, il grande romanziere americano de L’urlo e il furore o Luce d’Agosto, “inventò”, sublimò una Contea, quella trasfigurata di Yoknapatawpha (nella lingua degli indiani Chickasaw significa “acqua che scorre lenta lungo la pianura”), che divenne simbolo e fulcro di tutto il suo Sud statunitense, quel “francobollo di terra natia”, il suo “cosmo particolare” in cui poter trasportare nel tempo i suoi personaggi: finché il tempo narrativo ed emotivo era potuto diventare un luogo assoluto, “cioè una condizione fluida che non ha esistenza”… “Non esiste lo ‘era’ – solo lo ‘è’”…

Gabriel García Márquez, anch’egli, adottò e immerse nella luce e nell’ombra fantasiosa del suo villaggio colombiano, Macondo, e nella saga fatata e fatale dei suoi Buendía, un intero continente, un’intera sorte di fulgido dolore, di fabula e travaglio, sortilegio e assunzione immaginifica… Insomma i suoi strepitosi, circolari e labirintici Cent’anni di solitudine (1967): “… Macondo era già un pauroso vortice di polvere e macerie centrifugato dalla collera dell’uragano biblico, quando Aureliano saltò undici pagine per non perdere tempo con fatti fin troppo noti, e cominciò a decifrare l’istante che stava vivendo, e lo decifrava a mano a mano che lo viveva, profetizzando sé stesso nell’atto di decifrare l’ultima pagina delle pergamene, come se si stesse vedendo in uno specchio parlante.”…

 

E l’immensa Cina, il continente vorticoso e contraddittorio suffragato, sorvolato e sussunto da Mo Yan?!… Punto nodale e terminale di un approccio di Realtà che urla e si divincola o ci accarezza e ci commuove, ci strattona e protesta, si proclama e annichilisce, muta, umiliata e offesa, poi fervida e appassionata, ostinata d’amore, ammalata fino all’ultima febbre e ancora risanata, miracolata allo spasimo – come la Madre vera e mitizzata di Mo Yan – i cui decenni e decenni si sommano e si elidono al contempo…

   

 “… Mia madre si ammalò.

Il suo corpo scottava come un pezzo di ferro appena tolto da un secchio in cui era stato messo a temperare, ed emanava vapori caldi e nauseabondi. Persino Shangguan Jintong, che mai, nemmeno per un momento, l’avrebbe abbandonato, venne fatto allontanare. Eravamo seduti tutti intorno a lei, a fissarci negli occhi. Mia madre teneva gli occhi chiusi, sulle sue labbra galleggiavano trasparenti bolle di saliva e dalla bocca le uscivano frasi terribili. Un momento gridava e un istante dopo sussurrava; ora aveva un tono allegro e spensierato ora triste e disperato. Dio, la Madonna, gli angeli, i demoni, Shangguan Shouxi, padre Ma Luoya, Fan San, Yü Grande Palmo, la zia, il secondo zio, il nonno materno, la nonna materna… i demoni cinesi e gli spiriti stranieri, le persone vive e quelle morte, storie che conoscevamo e storie che non avevamo mai sentito. Tutto questo veniva incessantemente vomitato dalla sua bocca e le sue parole danzavano davanti ai nostri occhi, si esibivano, recitavano, mutavano forma… Ascoltare le parole farneticanti pronunciate da mia madre durante la malattia era come vedersi spiegato l’intero universo. Raccogliendo il suo delirio si sarebbe potuta scrivere l’intera storia del Nordest di Gaomi.” … (op. cit., pp.183-184).

 

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Ma la vera variabile, lo ripetiamo, resta la Politica: fredda e glaciale, punitiva o esaltante, indifferentemente in fiamme di rivolta o d’autodafè – come in fondo per l’intera letteratura cinese, dall’inizio del ’900 ad oggi… E dove via via si alternano e si affastellano – dicono gli annali e le enciclopedie, i repertori specialistici – vicende insieme travagliate e intrecciate, fioriture spinose, brusche alternanze tra innovazione e repressione; fuori dai motti e dai simboli: Ferite e Radici

 

… Dalla fondazione della repubblica (1911) ad oggi, in vorticosa sintesi, il nucleo propulsore della rivista mensile Xin Qingnian (Gioventù Nuova), pubblicata nel ’16 a Shangai… poi dal 1925 al ’30 la spietata repressione del Guomindang verso gli intellettuali democratici… poi nel ’30 la fondazione della ‘Lega degli scrittori di sinistra, presieduta da Lu Xun (morto nel 1936, alla vigilia del conflitto con il Giappone)…

Del resto, già nel 1942, Mao Zedong proponeva una letteratura capace di commisurare e trasfondere “contenuto politico rivoluzionario e massimo di perfezione artistica”… E poi, a partire dalla seconda metà degli anni ’50 (Mo Yan è del 1955), tutta la sequela di campagne ideologiche che bene o male influirono eccome anche in ambito letterario!… La “campagna dei cento fiori” nel ’56… Poi la RIVOLUZIONE CULTURALE… il suicidio di Lao She…

Dopo la morte di Mao e la cattura della Banda dei Quattro (1976), Deng Xiaoping che nel ’78 decreta il varo delle Quattro Modernizzazioni, e rilancia il sodalizio fra intellettuali e partito… Dunque un periodo di rifioritura delle arti, di Nuova Era (Xinn Shiqi, 1978-89), che però culminò nell’atroce repressione di Piazza Tian’anmen (4 giugno ’89)… E comunque, mentre già dal ’76 il Muro della Democrazia a Pechino si andava riempendo di coraggiosi e anche poetici dazibao, la nuova tendenza narrativa amerà chiamarsi, dal titolo del racconto eponimo Ferite di Lu Xinhua, LETTERATURA DELLE FERITE…

Gli anni seguenti, ’80 e oltre, accentueranno i temi sull’identità culturale, e il bilancio di molti giovani scrittori, rieducati nelle campagne durante la Rivoluzione Culturale, porterà a una profonda interrogazione sul tema del loro passato radicale, rivitalizzandosene per il presente… È quella LETTERATURA DELLE RADICI cui appunto appartengono la Trilogia dei Re di Acheng, e le saghe rurali di Jia Pingwa e finalmente Mo Yan…

Ma la problematizzazione dell’identità dell’individuo nella Cina contemporanea, è un processo in piena crescita, contradditoriamente in progress… Gao Xingjian, a partire dalla sua “recherche” personale La Montagna dell’Anima, innesca questo viaggio e quest’urgenza… via via corroborato da una nuova voglia d’avanguardia e da una rinata, rinfrancata resistenza all’ideologia dominante…

Il vero problema, oltretutto, a partire dal ’92, quando la riforma economica viene rilanciata, sempre da Deng Xiaoping, è la creazione e l’accettazione di una società consumistica, con conseguente commercializzazione anche della cultura… Processo tuttora in atto, con contrastante, altalenante fervore…

 

Parlando quindi con una mia amica, Cinzia Marulli, scrittrice e sinologa, che da anni va traducendo quelli che son stati definiti i poeti “oscuri” (menlong: tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, i primi a compiere il guado verso la Nuova Era… Con nomi che vanno da Bei Dao a Gu Cheng, da Shu Ting a Mang Ke, Duo Duo e Yang Lian… Oscuri: quasi la riproposizione, una curiosa, inquietante renovatio orientale dei nostri “ermetici” anni ’30-’40!?), e che lei aggettiva ancor meglio come “brumosi” – forse una inopinata, rinascente via di mezzo, appunto, tra i celebrati “ermetici” e gli altrettanto famosi “crepuscolari”), la prima inevitabile riserva – ruvido termine, ma tant’è – riserva non certo letteraria, stilistica, ma insomma “politico-civile”, psico-sociologica a questo brillante riconoscimento, la Cinzia, destinandomi una e-mail a caldo, osa impiantarla sull’attitudine di Mo Yan ad aderire all’attuale regime, establishment, direzione politica, chiamiamola come vogliamo. Adesione, o comunque agnosticismo, accettazione e non certo opposizione…

 

“… Non sto qui a sentenziare sul valore letterario di Mo Yan. Non spetta a me farlo e credo che comunque tale cosa sia indiscussa. Però questo Nobel mi lascia un poco perplessa. Mo Yan, il cui vero nome – come tu saprai benissimo – è Guan Mo Ye, rappresenta una Cina irreale, rappresenta la Cina che il governo cinese ci vuole far conoscere. Rappresenta la Cina filogovernativa o quantomeno si esprime in una letteratura che non si ‘permette’ di contestare il regime di Stato.

Ben più felice sono stata quando, nel 2000, il Nobel fu dato a Gao Xingjian, esiliato a vita dopo aver pubblicato La fuga, opera teatrale ispirata alla rivolta di Tienammen (ricordiamo anche che quando ci fu tale rivolta, Gao Xingjian si dimise dal Partito Comunista Cinese… un affronto incredibile!). Mi sono cari questi avvenimenti e ne parlo con calore e passione, perché li ho vissuti in prima persona (solo per un puro caso non mi sono trovata fisicamente, quel 4 giugno dell’89, in mezzo alla rivolta di Tienammen).  …”

 

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Ma nonostante tutto, e il contrario di tutto, il Romanzo ha per suo compito principale quello di raccontare, nascondere, magari, ma poi rivelare, svelare ogni arcano, ogni angustia, e liberarla, rilanciarla in speranza.

Così Mo Yan, e questo strano, armonioso e struggente “occhio caritatevole” della sua scrittura, questo capezzolo invecchiato e vitale di una Grande Madre mitica e contadina, una grande, grassa madonna agreste, dal Grande seno e fianchi larghi, celestiale e terrestre, colpisce, commuove e inesauribilmente allatta, come una Giunone orientale, la Via Lattea mentale d’ogni lettore.

Sono libri, storie, quelle di Mo Yan (ricordiamo almeno l’altro grande affresco rurale e mitologico, Sorgo rosso, dai cui due primi capitoli nel 1987, Zhang Yimou, esponente di spicco della cosiddetta Quinta generazione dei registi, trasse un film assai premiato e ammirato, Orso d’oro al Festival di Berlino; che “mescola in modo originale” come scrisse il Mereghetti, “il crudo realismo al fascino della leggenda, il tono populista da film di propaganda alla violenza da film western…”), che strenuamente raccontano la vita, la sua invincibilità, la sua incorrotta perché inesorabile – e comunque dolce – benevolenza fecondante, fecondata… La scena in cui la Madre, nella grande aia degli Shangguan, insieme ha le doglie e “con la schiena  zuppa di sudore”, “faceva il lavoro della macina”, insomma partorisce un ennesimo figlioletto, dopo tante bambine, e gira il grano, lavora i campi come una schiava assieme della Civiltà e della Storia, è ad esempio una pagina indimenticabile, turgida, affranta e amorosa, dove la vita e la morte ballano tragicamente insieme, come in certi vecchi film di Bergman, o meglio ancora di Kurosawa:

 

“… La parte inferiore del suo corpo era come un ammasso di fibre di cotone lasciate in ammollo in un otre d’acqua, si sentiva così appesantita da non riuscire a muoversi. Stava quasi accarezzando l’idea di lasciarsi morire in quella distesa di grano, e invece continuò a sorreggersi alla sua sorprendente forza di volontà. Rovescia il grano! Rovescia! L’aia era una distesa abbacinante. Le spighe sembravano aver preso vita, s’ammassavano una sull’altra, si ordinavano in squadre, si agitavano come una miriade infinita di pesciolini dorati, come una moltitudine di serpenti in una danza festosa. Mia madre rovesciava il grano e nel cuore le si andava addensando un velo di profonda tristezza. Dio del cielo, apri i tuoi occhi! Vicini di casa, dirimpettai, aprite i vostri occhi! Guardate la moglie della famiglia Shangguan, ha appena finito di partorire sua figlia, si trascina sul corpo insanguinato, l’hanno fatta venire sull’aia, sotto i raggi infuocati del sole che le incendiano la testa, sta qui a rovesciare il grano. Mentre il suocero e il marito, due omuncoli, se ne stanno seduti all’ombra a far chiacchiere o a digrignare i denti nel sonno. A scorrere tremila anni di storia, non si troverebbero giorni così amari. … (op. cit., pp. 824-825).

 

E come avviene nel miracolo creativo di ogni grande romanziere, noi sentiamo che Quella Madre – teoricamente a noi così estranea, lontana e straniera – ci si apparenta in cuore, ci chiama prima da un oscuro e trascurabile torrentello, poi via via scende a ingorgarsi, a gonfiarsi in un immenso Fiume Giallo d’esistenza… Quella famiglia è insomma anche la nostra… Di quante famiglie è fatta la grande letteratura d’un secolo? In quante possiamo, potremmo entrare a capir meglio sia le nostre Ferite che le nostre Radici?!…

I Buddenbrook (1901) di Thomas Mann… Gli Indifferenti (1929) di Moravia (Mariagrazia e i figli Carla e Michele)… La famiglia di Elisa, alter-ego di Elsa Morante in Menzogna e sortilegio (1948), sempre del resto richiamata nella sua storia… Isaac Bashevis Singer e l’incanto jiddish, ebreo-polacco, de La famiglia Moskat (1950)… La Chicago delle Avventure di Augie March (1953), di Saul Bellow… Lo stesso Gattopardo di Tomasi di Lampedusa (1958)… Finalmente i Buendía mitico-colombiani di Gabriel García Márquez, per tutta la durata dei suoi Cent’anni di solitudine (1967)… Salvatore Satta e la famiglia di notabili nuoresi ne Il giorno del giudizio (1977, postumo)… Goliarda Sapienza e la sua sicula, errabonda Modesta, con L’arte della gioia (1998)…

“Ognuno è destinato a essere custode di più vite,” – scriveva Elias Canetti nel suo diario 1942-1972, La provincia dell’uomo – “e  guai a lui se non trova quelle che deve custodire. Guai a lui se custodisce male quelle che ha trovato.”

 

Famiglia? Scrittura? Letteratura? Grandi Madri? Miriadi di sorelle?… Gli animali perfino, che qui vivono e muoiono, partoriscono o si accoppiano con l’intensità, la pregnanza interiore di creature umane… L’asina che partorisce un piccolo mulo, uno sciame di farfalle, il grasso gufo sul grande gelso al centro del cimitero, un pipistrello dalle ali rosate, la morte di un gallo, una capra da mungere, “strani cani” che trotterellano pigramente dietro i cavalli, piccole rane verdi con corte code argentate…

   Tornino le metafore a prendere vita!, torni il romanzo a farsi grande perché ci accompagna, ci guida e naviga verso la grande foce della storia, sul limaccioso dissacrato o riconsacrante Fiume Giallo del Tempo… Lo scorcio della sorella che gli corre, ci corre incontro coi piedini liberati dall’atroce, dittatoriale e maschilista “fasciatura dei piedi”, è qualcosa di più di un atavico, angustiante – e finalmente stracciato, rimosso – simbolo di vessazione e oscurantismo; o di uno splendido espediente narrativo:

 

“… Muovendo freneticamente i piedini ‘liberati’, simile a un naviglio con le vele inclinate dal vento, una donna scivolò veloce verso di noi lungo il viottolo stretto tra pareti di erba gialla, sotto l’argine del fiume. Correva e gemeva, pareva una gallina che accorresse a proteggere i propri pulcini. Nel momento in cui apparve, riconobbi immediatamente mia sorella maggiore. In quanto pazza era stata esentata dal partecipare all’assemblea di lotta. Se l’avessero considerata la vedova del traditore Sha Yueliang avrebbe dovuto essere fucilata. E se poi avessero saputo della sua notte dissoluta con Sima Ku, l’avrebbero fucilata due volte. Fui assalito dall’angoscia per mia sorella, che si andava gettando volontariamente nella rete. Si precipitò dritta verso lo stagno, parandosi davanti alle bambine. … (op. cit., p. 353).

 

Similmente, poco più avanti, l’offrirsi sempre della sorella al muto per tentar di salvare, disperatissima, Sima Feng e Sima Huang, le due bambine sventurate e dolci, impaurite e tremanti – come in fondo, troppo ma troppo spesso, l’intera Cina.

 

“ – Uccidete me, uccidete me, – gridava come una forsennata, – ho trascorso una notte con Sima Ku e sono la loro madre!

Il muto ricominciò a scuotere la mandibola per esprimere i marosi emotivi che gli montavano in cuore. Sollevò la pistola, e con tono cupo disse: – Togli… togli… togli.

Senza alcuna esitazione mia sorella maggiore si sbottonò il vestito, mettendo a nudo i suoi seni meravigliosi. Gli occhi del muto si fermarono. (…)

Obbediente, la sorella maggiore si tolse la blusa e scoprì tutta la parte superiore del corpo. Il viso era nero, ma il suo corpo bianco, tamente bianco da emettere bagliori di porcellana. In quella giornata di cupa foschia, il torso nudo di mia sorella ammaliava il muto. Avanzò sulle gambe esitanti fino ad arrivarle davanti. Quell’uomo forgiato nell’acciaio pareva ora squagliarsi come un pupazzo di neve sotto i raggi del sole. si stava smembrando con un fruscio, le braccia da una parte, le gambe dall’altra. Le interiora strisciavano ovunque come serpenti gonfi. Un cuore vermiglio gli batteva tra le mani. Con grande difficoltà, tutte quelle parti sparpagliate dappertutto tornarono al loro posto. Il muto si inginocchiò davanti a mia sorella. Le abbracciò con le mani il sedere, e baciò ripetutamente con la grande bocca l’ombelico. … (op. cit., pp. 353-354).

 

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Mo Yan nel 2011 a Roma in compagnia di un gruppo di autori e critici italiani (da sinistra: Aldo Mastropasqua, Nina Maroccolo, Plinio Perilli, Giorgio Linguaglossa, Daniela Costanzi, Bruno Manzi, Luigi Manzi)


Anche la Storia grida o è muta, rapisce, uccide le sue bimbe ma talvolta s’inginocchia ai seni belli e grandi dell’amore, bacia il suo ombelico irredento… Un romanzo, un romanziere è tutto questo, e tutto ciò che la Storia gli toglie, ce lo riaggiunge, lo riconsegna la fantasia, il pudore, quel “Non Parlare” – Mo Yan – che invece intona inni e srotola opere, saghe, imenèi, epicedi, cronache e regesti… Yoknapatawpha o Macondo, Gaomi o Stoccolma, fantasiose o reali, sono comunque tutte residenza dell’Umano:

 

“… La nostra famiglia era stretta all’interno di quella turbinosa corrente umana; a tratti si camminava lungo la via, a tratti fuori, e alla fine non si riusciva più a capire se ci trovavamo dentro o fuori dal tracciato della strada. Mia madre portava al collo una fascia di canapa e spingeva un carro con le ruote di legno. La distanza tra i due manici del carro era molto ampia e le sue braccia erano allungate al massimo…” (op. cit, p. 357).

 

 E forse proprio per onorare in Gaomi – piccolo villaggio, certo, ma soprattutto nell’intera provincia dello Shandong, dove nacque Confucio – questo minuscolo fulcro d’appartenenza a una grande religio morale, trasparente e salda, ci piace ricordare un passaggio del 61° esagramma dei King, quello su “La verità interiore”, e sul propizio destino e ruolo della perseveranza… una virtù, diciamolo pure, a cui ogni vero romanziere profondamente si affida! Ma entriamo nel commento radioso dei King:

 

“… Sei al terzo posto significa:

Egli trova un compagno; ora batte il tamburo, ora cessa;

Ora singhiozza, ora canta.

Qui la sorgente della forza non sta nel proprio io ma nel rapporto con altre persone. Per quanto intimi si sia con esso, quando il nostro centro di gravità poggia su di loro, non si può evitare di essere sballottati tra gioia e dolore. Esultanza che s’innalza fino al cielo, tristezza mortale, quest’è la sorte di coloro che dipendono dalla concordanza con altre persone che essi amano.”…

  

Ci sembra, per fortuna e paradosso, il miglior commento interiore, non esclusivamente frutto cioè di una specialistica, parcellizzante esegesi letteraria, da tributare e destinare un po’ all’opera tutta di Mo Yan: e nella quale appunto “non si può evitare di essere sballottati tra gioia e dolore. Esultanza che s’innalza fino al cielo, tristezza mortale”…

E in tutto questo, ci salva una sana energia matriarcale, un’energia radiosa e salvifica, benedicente e provvida, come l’apparizione strepitosa e umile di una struggente e divina Madonna contadina, madre del Dio che si è fatto uomo, quindi vera madre interiore di tutti noialtri uomini (op. cit., p. 825): 

 

“… Stava giungendo il carro del Dio del cielo, trainato da draghi dorati. I pifferi s’erano messi a suonare e le fenici ballavano al suono della musica. La Dea che manda i bambini giungeva in sella al suo qilin, stringendo tra le braccia il bambinetto paffutello. Nell’attimo stesso in cui sveniva in mezzo all’aia, Shangguan Lu aveva visto la Dea lanciare giù quella graziosa creatura che pareva un batuffolo rosa, e che aveva un bel pisellino. Il neonato era caduto nel suo ventre. Si era sentita precipitare in ginocchio a terra. Grazie Madre! Grazie Madre!…”.

 

 

 




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