LUOGO COMUNE
VANNI SANTONI
Un’odierna ‘commedia umana’ nella città di Dante


      
“Se fossi fuoco arderei Firenze”, pubblicato da Laterza, è un romanzo che configura la narrazione secondo una struttura rizomatica. Ventitrè microstorie, complete di eroi e comprimari, che compendiano un reticolo di vicende ridotte ad uno schema di poche azioni basiche: camminare, incontrarsi, accoppiarsi, intossicarsi, sopravvivere. Con lampi d’estasi gastronomica come nella descrizione del panino col lampredotto.
      



      

di Marco Codebò

 

Nell’episodio iniziale di Se fossi fuoco arderei Firenze di Vanni Santoni (Bari, Laterza, 2011, pp. 158, € 10,00) uno studente appena arrivato a Firenze viene fuori dal traffico cittadino imboccando la via che sale a piazzale Michelangelo, da dove può finalmente contemplare la distesa della città. Si ritrova così nella stessa posizione di Rastignac alla fine di Père Goriot, quando l’eroe balzachiano lancia la sua sfida a Parigi dall’alto della collina del Père Lachaise. L’analogia fra i due personaggi si estende ai testi di cui fanno parte, perché il lavoro di Santoni è una sorta di Comédie humaine liofilizzata, un reticolo di vicende umane ridotte allo scheletro di poche operazioni primordiali: camminare, incontrarsi, accoppiarsi, intossicarsi, sopravvivere. La commedia umana di Santoni si articola in ventitrè microstorie, ognuna completa di eroe e comprimari, luoghi ed avventure. Gli incontri casuali fra i vari personaggi assicurano il passaggio da una storia all’altra, così da creare una catena metonimica in cui vibrano suggestioni al tempo stesso classiche, di matrice ariostesca, e ipermoderne, che rimandano ai modi della navigazione ipertestuale propri dei documenti redatti in HTML (quelli con links, tags e via dicendo).[1]

 

Una tale fioritura narrativa si dispiega all’interno di una struttura temporale fluida, inafferrabile. Nel romanzo di Santoni il tempo non scorre secondo le cadenze ben ordinate della fisica newtoniana, ma si dà come spiazzante combinazione di movimento e staticità, di linearità e circolarità.[2] Perché se da una parte i giorni passano ‒ il ciclo delle stagioni è in funzione, un personaggio se ne va in Sudamerica e poi torna dopo sei mesi ‒ dall’altra la temporalità appare del tutto bloccata: la scena iniziale in piazzale Michelangelo si ripete pari pari alla fine del racconto, in altre parole è narrata una seconda volta, con l’unica variazione del rovesciamento del punto di vista. È un tempo cruciverba insomma, non navigabile, come del resto appare chiaro se si considerano le strutture linguistiche del romanzo ed in particolare la grammatica della frase, caratterizzata da un uso sistematico del presente che priva il lettore della possibilità stessa di percepire il tempo come flusso.





Solidissima è invece la struttura spaziale del racconto, che è quella, readymade, della pianta urbana di Firenze. Il rapporto costitutivo fra la città e Se fossi fuoco è posto in evidenza fin dalla terza pagina del testo, dove si incontra una mappa di Firenze (e del romanzo), affiancata da un elenco numerato dei luoghi della narrazione, le cui cifre sono poi riportate sulla cartina al fine di facilitare la localizzazione dei siti. L’assenza di referenze temporali, quindi, è come compensata dall’abbondanza e dalla precisione di quelle geografiche. Non si tratta però di una riduzione del narrare a cartografia, perché, pur nella passione quasi maniacale per il dettaglio, lungo tutto l’arco del racconto le vie e piazze di Firenze sono oggetto di una rappresentazione visionaria, sul tipo di quella adoperata da Federigo Tozzi nelle descrizioni di Siena: “via Gino Capponi… fatta per nascondersi” (p. 13), “la torre minacciosa del Bargello” (p. 39), “via dei Serragli che… alla notte… diviene… la New York di compensato di Eyes Wide Shut” (p. 55).

È una geografia, quella della Firenze di Santoni, che non lascia trasparire polarità di senso, sul tipo di quelle individuate da Franco Moretti nei romanzi dell’Ottocento, con le varie opposizioni, a livello simbolico, fra centro e periferia, esterno ed interno. In Se fossi fuoco esiste un unico luogo che sia di per sé portatore di significato, ed è Firenze nella sua totalità, il sito dove si arena un’intera generazione intrappolata in uno sfibrante precariato esistenziale, e che di tale insabbiamento, col lambiccato reticolo delle sue vie percorse da giovani umani in trappola, è sia causa che metafora. In questo labirinto di rotte individuali non comunicanti, figura della mediazione sociale (quella che in Balzac, ancora secondo Moretti, è assicurata dal mercato) è l’alcool, sostanza ormai egemone fra i vari stupefacenti disponibili sulla piazza, il cui consumo fa da indispensabile viatico ai momenti di socialità, dalle feste pubbliche fino all’eros privato.

            

In presenza di un sociale disgregato, il vero collante delle storie narrate in Se fossi fuoco, ancor più forte della comune appartenenza ad uno stesso territorio, è la lingua dell’autore. Che Santoni sia un formidabile fabbro del parlar materno lo si era già capito negli Interessi in comune (2008), dove era riuscito a raccontare con precisione scientifica una lunga serie di esperienze di intossicazione, senza mai ripetersi né cadere in un linguaggio formulaico, pedaggi quasi inevitabili da pagare nelle rappresentazioni letterarie dello “sballo”. In se fossi fuoco, la lingua aderisce agli oggetti per rimbalzarne fuori come spinta da una molla; penetra nei monumenti e nei marmi, nei visi e nei gesti, per poi consegnarceli vivi davanti agli occhi. Forse per una mia personale debolezza gastronomica, trovo che la lingua di Santoni abbia raggiunto uno dei suoi momenti più alti nella descrizione della pratica del lampredotto,  uno dei quattro stomaci del bue, che a Firenze, dopo sapiente bollitura, finisce a farcire succulenti panini: “la gioia di veder tagliare in due il panino, togliere con le dita la mollica della metà superiore per far posto alla ciccia, tagliuzzare a quadretti le gale, il solo peso del coltello che basta a farle cedere, e poi vederle mettere sul pane, e il trippaio che conficca la punta del coltello nella metà superiore del panino e la immerge nel brodo, il piacere di vedere quel tappo gocciolante andare al suo posto, di vedersi porgere il panino fumante, vivificante” (p. 69).





Matteo Boato, Senza titolo, 2010


È grazie a questa lingua che la stasi in cui sono invischiati i personaggi di Se fossi fuoco può diventare materia di racconto. Così, in un testo dove il personaggio emblematico è quello dell’artista in fieri, che sfibrato dalla prosa della quotidianità lascia andare in rovina il suo talento, è proprio un’operazione artistica, l’uso della lingua a fini narrativi, che permette a quegli scrittori, pittori, fotografi falliti di uscire dalla loro incompiutezza esistenziale per diventare personaggi letterari. In un ultimo richiamo al Rastignac della Comédie Humaine, anche Se fossi fuoco si conclude in un cimitero, quello delle Porte Sante nei pressi di San Miniato. Ma laddove Rastignac aveva sfidato Parigi, “À nous deux maintenant!”, Maddalena, il personaggio di Santoni, preferisce correre col pensiero  all’ultima separazione dalla città: “sbattetemi qui e spendete due bugie, quando davvero verrò per rimanere” (148). È una resa che vale per tutti i fiorentini, nativi o d’adozione, che popolano il romanzo, ma non per l’autore (sarebbe in realtà di Montevarchi), che la sua contesa con la materia e l’arte, in Se fossi fuoco l’ha vinta per distacco.

 

 

 



[1] Dopo Lampi orizzontali (2003) di Luigi Grazioli e Un giorno nella vita (2011) di Angelo Calvisi, Se fossi fuoco arderei Firenze è il terzo romanzo contemporaneo a configurare la narrazione secondo una struttura rizomatica.

[2] La dicitura romanzo non appare in copertina e nelle classifiche di pordenonelegge il testo è rubricato sotto “Altre scritture”.




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Luogo Comune

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006