PRIMO PIANO
TONINO GUERRA
(1920-2012)
Un poeta
della parola e
del verso come atti pratici e vitali


      
L’autore in versi e famoso sceneggiatore morto lo scorso 21 marzo, viene qui ricordato come scrittore che seppe fare della poesia non solo un fatto morale e intellettuale, ma soprattutto un gesto culturale concreto. La Sangiovesa, antica trattoria romagnola, e il dialetto di Santarcangelo, oltre alla sua casa dei mandorli a Pennabilli, rappresentano il luogo fisico e antropologico, la matrice profonda in cui Guerra ha saputo riconoscere il più vasto significato del mondo.
      



      


di Domenico Donatone

 

 

«Da un momento all’altro

dovrò pur dire a qualcuno

che non sto cercando soltanto

la mia infanzia, ma addirittura

l’infanzia del mondo.»[1]

(Tonino Guerra)

 

 

È giusto scrivere su Tonino Guerra qualcosa che restituisca di lui non solo l’opera, ma la sua immagine concreta. Tonino Guerra oltre ad essere poeta è stato anche sceneggiatore e scrittore. Dunque poeta tre volte: poeta della parola, poeta della pagina e poeta dell’immagine. Il motivo che mi spinge a riflettere su di lui risiede in un’emozione speculare per la poesia che non è solo dei versi, ma è anche dei luoghi. Da anni osservo, benché mi limito a farlo con pochissimi amici, nonché a volte con amministratori immancabilmente distratti, che la sua Pennabilli (comune dell’Emilia Romagna in provincia di Rimini, in cui per venticinque anni il poeta ha trascorso la parte più significativa della sua esistenza, ovvero il ritiro in un luogo dell’anima) potesse essere gemellato con Casacalenda (comune del Molise in provincia di Campobasso, in cui sono cresciuto e in cui una forte tradizione letteraria, sia in lingua che in vernacolo, lo rende appetibile ad un critico). Perché dico questo esponendo questioni che appaiono più personali che pubbliche, più intime che letterarie? Perché Tonino Guerra non è stato solo poeta in senso morale, spinto a un comportamento e a una educazione, ma è stato poeta capace di trasformare la parola e, soprattutto, il dialetto romagnolo in praticità, costruendo “musei dei luoghi” in cui la poesia diventa materia, pietra, ceramica, realtà. Guerra ci spinge per la prima volta e con fermezza a pensare che non tutto si ferma sulla pagina, e che non sempre il destino della cultura è di rimanere astratta. La cultura può diventare, come nel caso di Pennabilli, il luogo in cui non finisce un percorso ma da cui inizia. Dicasi la stessa cosa per Santarcangelo di Romagna, nel cui centro storico c’è La Sangiovesa.





La più nota trattoria di Santarcangelo di Romagna


La Sangiovesa è una versione moderna dell’osteria antica romagnola. Un vero e proprio luogo d’incontro in cui vengono a trovarsi gastronomia storia e poesia in maniera perfettamente simpatetica. Grazie a un paziente lavoro di recupero svolto da Tonino Guerra e dall’editore Manlio Maggioli, si dà al viandante la possibilità di accorgersi che la poesia non è questione di riflessione complessa, ma possibilità immediata di capire che in essa ci sono gli uomini. La poesia è uno strumento che ci aiuta a capire, oltre a comunicare, esattamente come accade in maniera più estesa nella lingua: comunicazione e comprensione. È sorprendente accorgersi a distanza di molti anni e con l’entusiasmo che guida il senso di una scoperta, come il poeta sia riuscito a fare della poesia un esempio di commercio, da cui è possibile trarre anche danaro, non in senso morboso, ma in maniera armoniosa con quanto la poesia traduce dentro La Sangiovesa. La trattoria, perfettamente organizzata in stanze, consente al visitatore di recarsi con stupore e meraviglia dentro di esse per osservare ceramiche e stufe disegnate e progettate da Tonino Guerra, così come alle pareti, la pietra ruvida, scheggiata, su cui si adagiano i versi delle sue poesie e di altri poeti dialettali, stabilisce che la cultura è lì presente non per essere al servizio di un commercio, bensì per verificarsi esattamente l’opposto. Un’attività di recupero e anche commerciale serve la poesia, le risponde più che corrisponderle, sposando di essa addirittura la causa. Mi rendo conto che sia a Santarcangelo che a Pennabilli Tonino Guerra non solo è stato ascoltato, ma ha fatto da sé e per gli altri qualcosa che nella mia regione poeti e amministratori non hanno minimamente ipotizzato. Mi rendo conto che quel gemellaggio tra Pennabilli e Casacalenda è solo nel mio cuore, nella mia mente. Un domani, chissà, con me sindaco, sarebbe un progetto da realizzare per tornare a guardare con doppio interesse quello che i luoghi antichi, i borghi e la poesia, rappresentano. In ogni caso Tonino Guerra ha voluto imprimere dentro la pietra, dentro la materia lavorabile, intuizioni nuove, un legame esplicito tra fare e poetare. Raccontare con la poesia situazioni della vita e dell’uomo sempre più sconosciute. La parola in questo caso ha bisogno di essere efficace, deve indicare memoria e vita senza che si possa rimanere lontani da loro; e la parola che più avvicina gli uomini è quella dialettale. L’intuizione che il poeta ha avuto è stata di identificare il pensiero con il linguaggio, il verso con il suo idioma. Creare un mondo in cui le cose sono dialetto.

Tant’è che Tonino Guerra esordisce come poeta orale, con l’opera I scarabocc (Gli scarabocchi, 1946) solo in seguito trascritta, perché la prigionia in Germania nel 1943, in un campo di concentramento (precisamente a Troisdorf), lo costringe ad usare la parola, cioè l’essenza della comunicazione. La parola è adoperata per far sentire i suoi amici meno avviliti, meno sconfitti, così egli racconta storie e pensa a delle poesie come atti culturali concreti. Non avendo la possibilità di scrivere, deve recitare i suoi versi a memoria, e per abbattere ogni distanza usa il dialetto. Il dialetto, benché confina e segna margini, allo stesso tempo avvicina coloro che di quell’idioma sono soggetti dialettofoni e pensanti. Tonino Guerra è un poeta, come Noventa, Marin o il primo Pasolini, che ci insegna a ragionare in dialetto perché quel territorio non è occupato da accademie e da università, ma è un ambiente puro, primordiale, in cui tutto è possibile, così da stabilire che la materia del pensiero è non solo concreta ma niente affatto monopolizzabile. Pensare in dialetto significa non solo riprodurre ma produrre, perché la poesia in lingua ha, di fatto, da Petrarca a Penna, passando per le avanguardie, detto tutto, riprodotto il dicibile in mille modi, al punto che ostinarsi a trovare il nuovo nella poesia in lingua assume i connotati di una ricerca sempre più coatta. Come dare torto, dunque, a Tonino Guerra in questo senso? Non si può!, perché la questione da lui affrontata utilizzando il dialetto indica esattamente un processo non di sottrazione linguistica ma di assoluta ricreazione. Se esiste una lingua che dà la possibilità al poeta di stare dentro le cose, di abitarle, è il dialetto.





Tonino Guerra


Il tema della scomparsa delle parlate locali è questione anch’essa cara a Tonino Guerra, sentita come conseguenza dell’imbarbarimento e dell’imbruttimento che la cultura in lingua, egemone, ha con tanta foga determinato. «Io sono nato poeta dialettale, io ragiono e penso in dialetto», asserisce Tonino Guerra, per indicare che l’uomo nasce formato già in un modo. Poi interviene il mondo esterno, l’educazione, che non è disciplina e formazione ma è controllo, e per controllare bisogna che la lingua sia egemone. I dialetti non sono egemoni, e per questa peculiarità solo geografica, territoriale, garantiscono uno spazio di reazione e di vitalità perché sono patrimonio di pochi, e in quanto di pochi è l’idioma, di altri è il loro, riproducibile in maniera netta e differenziata perché elemento che contrasta l’omologazione. La poesia dialettale reagisce alla dittatura culturale: vuole evitare che la lingua precipiti nella melma dell’ovvio, dell’esprimere cose solo all’apparenza diverse ma legate da un cordone semantico e lessicale univoco. È così che nasce “E circal de giudeizi” (Il circolo della saggezza), un gruppo di poeti che pensano e vedono in dialetto romagnolo. Questo gruppo è costituito da Antonio Guerra, conosciuto come Tonino, Raffaello Baldini e Nino Pedretti. Esattamente il circolo di saggezza attivo in un tempo più frazionato ma ugualmente esteso a Casacalenda, rappresentato da Giovanni Cerri, Elena Caticchio ed Ermanno Catalano. Poeti dialettali molisani che hanno descritto col loro dialetto quello che i poeti santarcangiolesi hanno espresso in identità e memoria. Questo è il motivo che mi spinge a stare dalla parte dei dialettali, e dalla parte di quella letteratura di nicchia che tante e tantissime volte è capace di interpretare sentimenti ed emozioni che non meno di quelli lirici trovano un cuore che batte con la volontà di non far morire l’uomo dinanzi all’avanzare del tempo.

Ora che Tonino Guerra è scomparso, scomparsa è anche la sua lingua, quel dialetto identificativo e morale, reso pratico nel concetto dei luoghi come musei aperti dalla parola per la parola. È scomparso il suo idioma perché quando un poeta dialettale muore la prima cosa che cessa di lui non è ciò che ha scritto, ma ciò che in dialetto pronuncia, il suo modo di parlare e di dialogare in vernacolo. È questo l’elemento di distinzione tra la scomparsa di un poeta in lingua e la scomparsa di un poeta vernacolare, che non si ha più la possibilità di ascoltarlo, di sentirlo dialogare. Perché la sua lingua è tutta espressione di nozioni, di verità, di storia, di memoria che se espresse in italiano sono destinate a contendersi uno spazio in cui bisogna per forza esprimersi con originalità. Al dialetto non conta l’originalità perché il dialetto è originale, è autentico. Tonino Guerra è stato originale in quanto dialettale, non perché mosso da una lotta tra colleghi scrittori a stabilire chi è il più bravo. Questo concetto sancisce che la poesia dialettale, contrariamente a quanto si ritiene, serve a far vivere meglio gli uomini, perché li fa essere ciò che concretamente sono: individui il cui senso di appartenenza ad una storia e ad una tradizione è inalienabile. Credo che mai come in questo caso la poesia abbia prodotto entusiasmo, non solo nei dialettologi, ma anche presso i critici, così distratti a capire cosa accade tra i lirici nuovi e civili e i poeti sperimentali. I poeti dialettali meno male che restano ai margini, direi, perché tanto più avanza l’esigenza di catalogare ogni cosa, tanto più quelle stesse cose diventano fossili, reperti per musei in abbandono. Quando l’approccio è semplice e non accademico, come appunto accade nella poesia e nella trattoria La Sangiovesa di Tonino Guerra, il benefico effetto lo si avverte subito, perché è fisico, è una comunicazione fluida che penetra e pervade più e meglio di una sensazione poetica. Finalmente si può gioire una volta nella vita, pensando che l’amore per il recupero dei borghi come quello degli idiomi ha come alleato non la politica ma la poesia.

 

 

 



[1] Dal sito ufficiale dello scrittore: www.toninoguerra.org




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