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NOTE RANDOM
I suicidi dell’Occidente
e i tanti poeti d’Italia


      
Pensieri sparsi sulla fenomenologia multipla di quelli che si tolgono la vita. O perché travolti dalla crisi economica, o perché stravolti dalle guerre imperiali contro gli ‘stati canaglia’, o perché assediati da un mal di vivere che diventa insopportabile. Considerazioni varie sulle recenti pubblicazioni di Lello Voce, Michele Fianco, Jolanda Insana e Valentino Zeichen. Soffermandosi su “Qualcosa di scritto” di Emanuele Trevi, magnifico libro critico-narrativo, tutto nel segno di Pasolini e del suo “Petrolio”.
      



      


di Marco Palladini

 

 

Suicidi - 1   “La vita qui, meglio non parlarne” diceva Ennio Flaiano. Parliamo allora di morti, morti suicidi. Nell’Italia presente della recessione si moltiplica il numero di coloro – imprenditori, commercianti, artigiani, lavoratori licenziati – che si uccidono. È come un’epidemia, afferma qualcuno, come un contagio, dunque meglio non parlarne. Come se tacendo o rimuovendo i fatti, i fatti scomparissero o si rimuovessero le cause – ossia la rovina economica e l’assenza di prospettive – che induce così tante persone a farla finita. Nella società ipermagliara dello spettacolo, c’è chi crede che spostando altrove le telecamere, la realtà scompaia. Non è così, i fatti hanno la testa dura, e il tragico aumento dei suicidi indica con esattezza il tasso di spietatezza di una crisi da cui nessuno sa bene come uscire e dentro cui sempre più persone sentono aleggiare lo spettro della catastrofe generale.

Negli anni ’60 dello scorso secolo si parlava di “congiuntura”, intendendo una fase temporanea di ripiegamento dello sviluppo. Oggi la sensazione crescente è che non si tratti affatto di una crisi congiunturale, bensì strutturale, che il sistema mondiale non possa ancora tenere a lungo se il 65% dei titoli di valore che circolano nel circuito finanziario-speculativo globale sono a un passo dall’essere ritenuti “carta straccia”. Si veda al riguardo il bel film di J. C. Chandor Margin Call che ricostruendo con rigore e precisione, comprese alcune complicate ‘tecnicalità’, la crisi bancaria negli Usa del 2008, fa comprendere bene cosa sia diventato oggi il capitalismo: un meccanismo metareale e criminale basato su inverosimili “indici di volatilità” che può bruciare colossali ‘ricchezze’ con qualche cliccata sul computer, del tutto svincolato dalla economia ‘reale’ e dalla vita delle persone comuni. Allora le singole persone che oggi si suicidano sembrano semplicemente e metaforicamente anticipare il suicidio finale domani del sistema.            

 

Suicidi - 2    A proposito di suicidi ‘di sistema’ mi ha colpito leggere su “La Stampa” (9 giugno u.s.) che negli Stati Uniti dall’1 gennaio al 3 giugno 2012, in 155 giorni si sono suicidati 154 militari. In pratica uno al giorno. Tutti reduci dalle guerre intraprese dagli Usa lo scorso decennio per “esportare la democrazia”. Il doppio dei morti in combattimento registrati nello stesso periodo in Afghanistan. Insomma, gli incubi psico-comportamentali e post-traumatici generati dalla guerra uccidono più della guerra stessa. Che è, con ogni evidenza, un male in sé. Con i suoi “danni collaterali” che oltre a provocare centinaia o migliaia di vittime presso le popolazioni irakene o afghane aggredite, si ritorcono pure sui soldati dell’impero stravolgendone la vita e la mente e inducendoli ad ammazzarsi in massa. Una strage dei ‘colpevoli’ che diventano le vittime di se stessi, ovvero di un sistema politico e militare che proclama tronfio guerre ‘infinite’ che, poi, non riesce neppure a vincere e che, probabilmente, reputa tutti questi suicidi un “prezzo accettabile” per il mantenimento del predominio mondiale e dell’ordine imperiale. È questa la cruda realtà che sta dietro l’ineffabile retorica della “difesa della democrazia” megafonata dalla stragrande maggioranza degli organi di propaganda del sistema occidentale. Qualcuno ogni tanto proverà un minimo di vergogna per questa ‘narrazione’ che è una mera e orrenda manipolazione della verità?   

 

Suicidi - 3    Il togliersi la vita è, poi, comunque, sempre un atto individuale che ha le motivazioni o le pulsioni più diverse e, assai spesso, misteriose. O comunque incomprensibili persino dalle persone più vicine ai soggetti suicidi. Penso a due recenti morti di giovani atleti. Il 24enne pratese Alessio Bisori, giocatore della nazionale di pallamano, che si è ucciso gettandosi a Bologna sotto un treno. E la trentenne Giulia Albini, già pallavolista in A2, che lavorava come fisioterapista in Svizzera e d’estate continuava a giocare a beach volley, la quale prima è volata in aereo ad Istanbul e, poi, è ‘volata via’ gettandosi da un ponte sul Bosforo. Mi colpisce non di rado la fantasia dell’ultimo viaggio che fanno i suicidi. Perché a Istanbul? Perché voler morire in quel lembo di mare tra Europa ed Asia? Ci sarà un recondito significato simbolico?

Alcuni lo sappiamo, come fece venticinque anni fa l’eccellente economista Federico Caffè, progettano così meticolosamente la propria sparizione che non fanno più ritrovare il loro corpo. Altri, come lo scorso novembre Lucio Magri, danno rilievo etico-politico alla loro decisione di farla finita e se ne vanno, potendo, in una clinica svizzera a sottoporsi all’eutanasia. In generale si dice: è la “depressione”. Che è sicuramente una malattia rilevante, ma assai sfuggente (non tutti i depressi si ammazzano) e che, verosimilmente, ha tante cause quante sono le persone che ne soffrono. E i biglietti terminali che lasciano i suicidi non spiegano mai rigorosamente nulla. Dal 24enne Bisori al 27enne Kurt Cobain le loro ultime righe scritte dichiarano soltanto che non ce la fanno più ad andare avanti. Anche a vent’anni o poco più il peso del vivere ti può schiacciare. Forse è tutto lì.  È poco, ma è la cosa più prossima al nucleo oscuro di un atto definitivo.     





Lucio Mastronardi


Suicidi - 4    Quanti suicidi anche tra gli scrittori. Lo ricordava, soltanto per rimanere al ’900 italiano, Paolo Di Stefano (Corsera, 12 giugno u.s.) in un articolo dedicato a Lucio Mastronardi che si annegò nel fiume Ticino nell’aprile del 1979 a meno di 49 anni. L’elenco, certo parziale, comprende da Emilio Salgari (1911, 48 anni) a Cesare Pavese (1950, 42 anni), da Guido Morselli (1973, 61 anni) a Primo Levi (1987, 67 anni), da Amelia Rosselli (1996, 66 anni) a Franco Lucentini (2002, 81 anni). Per il poeta romantico Novalis il suicidio era “un atto filosofico”. Lui, però, morì di tubercolosi a 29 anni nel 1801. Nel suo capolavoro terminale Inni alla notte così versificava il proprio Anelito alla morte (VI): “(…) Sia lodata da noi l’eterna notte, / sia lodato il sonno eterno. / Ci ha riscaldati il torrido giorno, / ci ha fatti avvizzire il lungo affanno. / Non ci attraggono più terre straniere, / vogliamo tornare alla casa del Padre. //  (…) Che cosa indugia il nostro ritorno? / Già riposano in pace i più cari. / Conclude il corso della nostra vita / la loro tomba: siamo ansiosi e tristi. / Più nulla abbiamo da cercare – / il cuore è sazio – il mondo è vuoto. (…)”.

 

Suicidi - 5    Circa la vuotezza o vuotità del mondo recensendo su “Tuttolibri” una raccolta di scritti sulla psicanalisi di Cesare Musatti, Augusto Romano accenna all’attuale fenomenologia dei pazienti in analisi: “Sempre meno la loro sofferenza è annidata in un punto specifico e perciò sempre meno è addomesticabile. Essa è pervasiva, ed è una malattia – come si diceva una volta – dell’anima, che si potrebbe chiamare assenza di significato” (corsivo mio). Aggiunge Romano: “… far scomparire i sintomi non significa guarire. Lo stesso concetto di guarigione si fa più equivoco, indefinito, fuorviante. Il compito è un altro: familiarizzarsi con l’insensatezza; non pretendere che sia altro da quello che è; lasciarla parlare; contemplare le immagini attraverso cui essa si esprime; a nostra volta parlarle, per quel che l’Io può”. Dice dunque lo psicanalista contemporaneo, inutile cercare di dare o di trovare un senso a ciò che non ne ha, bisogna fare amicizia, dialogare con “l’insensatezza” sapendo che non si guarisce, che la guarigione è un’utopia o, appunto, un “equivoco”. Vuoto di senso, vuoto di mondo, vuoto d’uomo: quando non si riesce più a galleggiare, a restare in precario equilibrio sopra questo abisso è facile precipitare, decidere il suicidio. E non serve illudersi o fare finta di niente, la malattia dell’insensatezza è un morbo strisciante che ci riguarda tutti. 

  

Parole, suoni, immagini  L’ultima pubblicazione (libro+cd) di Lello Voce Piccola cucina cannibale (Squilibri, 2011) mi sembra un’ulteriore dislocazione e avanzamento del progetto di ‘spoken word’ dell’autore napoletano. Che, sempre supportato dalla sapiente regia musicale di Frank Nemola, recupera un paio di brani dal disco del 2003, Fast Blood, e confeziona nuovi pezzi, arricchiti dalle voci cantanti di Maria Pia De Vito nel dialetto di “Napoletana” e del belcantista Paolo Bartolucci in “Piccola madre”. Aggiungendo anche una personale cover della “Canzone del maggio” di De André in forma di simil-rap poetico. Dalla ‘spoken word’ alla ‘spoken music’ potremmo così delineare il percorso di Voce, che allarga anche il suo orizzonte al fumetto. Sono presenti, infatti nel libro, le piacevoli tavole firmate da Claudio Calia, una serie di espressionistici disegni in bianco e nero come correlativo grafico dei testi poetici performati da Voce (vedi la title-track: “strappami le pupille e masticale con tenerezza assapora il gusto / amaro dello sparo e la polvere che ho sparso sulle emozioni tagliami / la lingua e brucia la punta fino a che il suono non si fa incenso, / fino a trovare un senso // ... ho bisogno di pelle e d’olfatto ma tu guardami senza toccarmi e ora / rubami la vita con destrezza amor mio e poi spegnimi con dolcezza”). 

 

Un analogo accostamento di poesia ed immagini si riscontra pure nel volumetto Michele Fianco, ma non puoi fare come tutti gli altri? (Tracce, 2012) dove il 44enne poeta romano un po’ narcisisticamente si autoinclude nel titolo. Qui comunque Fianco fa tutto da solo ‘affiancando’ (è il caso di dire) alle 14 composizioni in versi, 13 tavole disegnate direttamente da lui. Mentre però Calia in qualche modo ‘illustra’ le poesie di Voce, Fianco invece non si ‘autoillustra’, devia piuttosto verso una fantasia grafico-fumettistica di forte impronta personale, dove semmai tornano il suo sguardo sempre ironico o sardonico sul mondo e la passione per la musica jazz qui richiamata attraverso trombettisti, chitarristi, tasti di pianoforte, contrabbassi, piatti di batteria, microfoni d’antan. Però mi è molto piaciuta la vignetta con la bara scoperchiata dove giace un pinocchietto morto o solo addormentato, circondato da mutrie di baffuti e facce di vecchi fascisti col fez o la bandana nera alla Berlusconi (un’allegoria dell’eterna Itaglietta bugiarda e ipocrita?); poeticamente bella pure la vignetta in cui una grande mano raccoglie una nevicata di fiocchi a loro volta a forma di mano, tranne un piccolo, scuro guantone da boxe. I testi confermano la vena ritmico-rimico-musicale di Fianco, il suo già inconfondibile timbro di ‘crooner’ letterario e lietamente ‘canzonatorio’: “Il mondo è un attimo. / Un no di petto, naturale. / è tutto molto semplice, / sì, io sono uguale, / uguale a te, ma in un altro posto (…)”.

 

‘Incanto’ e disincanto    Mentre Andrea Inglese torna a polemizzare con Alfonso Berardinelli   http://www.alfabeta2.it/2012/06/07/berardinelli-o-il-talento-dello-scavafosse/? – che da trent’anni ripete monotonamente che la poesia italiana (“moderna e post-moderna”) è morta, continuano a uscire libri di poesia che, al contrario, confermano lo stato di buona salute della nostrana letteratura in versi, e la perdurante verve di alcuni senatori (ormai) della poesia italica. Penso a due autori pressocché coetanei: la 75enne messinese Jolanda Insana e il 74enne istriano Valentino Zeichen, entrambi trapiantati a Roma da decenni e, peraltro, collocabili ai lati opposti della ‘barricata estetica’. Turbativa d’incanto (Garzanti, 2012) della Insana, suddiviso in sei sezioni, ha un’anima dialogica, come assecondando un parlare o straparlare o altercare tra sé e sé, accendendo un espressivismo maturo, autoriflessivo e atrabiliare. Ma il libro è anche un accanito regesto della ‘stortura’ (altro titolo della Insana) del mondo, dei suoi inemendabili guasti e delle correlate cecità: “… pontifichi di libertà e non scorgi / i sequestrati della porta accanto / oh se una volta tu dessi voce / a chi non ha voce né taormine / in un empito di pietà signore / ma hai lo strabismo in testa / e la segregazione dello stragista ti sfonda / di compassione”.

La temperatura surriscaldata e non di rado invettiva della scrittura della Insana è la vera ‘turbativa’ dell’incanto, ossia di questa asta pubblica dove si vende o si svende il compulsivo flusso psico-storico-sociale dell’esistenza con i suoi gusti e disgusti forti, tranchants. Una voce accanita e implacabile quella della Insana, specchio dei mali e insieme superbamente e sarcasticamente fiera della propria lateralità: “… sono la tua macchina degli errori / imperfetta quanto a spropositi e coglionerie / ma lègami e non mi disprezzare”.





Valentino Zeichen (ph. G. Giovannetti)


Alla “turbativa d’incanto” della Insana potremmo dire, con una battuta, che Zeichen oppone il suo inveterato disincanto, la sua smagata leggerezza, la sua ironia talora tagliente come un colpo di frusta. Lo conferma ottimamente Casa di rieducazione (Mondadori, 2011), sua ottava raccolta di versi che si apre con un vero coup de théâtre inscenando un agrodolce dialogo immaginario con Dario Bellezza. Con Valentino che descrive il degrado igienico della casa trasteverina di Dario in compagnia dei suoi mici: “Vivendo a contatto d’un grande / e originale poeta, pure i gatti / si abbandonano all’incontinente / grafomania urinaria; / bisogna trattenere il respiro, / turarsi il naso per non non inalare / quei loro miasmi stagnanti”. E Dario a sua volta che acidamente lo rimbecca: “Zeichen ha da ridire su tutto, / anche sulla mia casa, proprio lui! / che vive in una baracca da abusivo, / e non possiede nientedimeno che / il suo squattrinato snobismo”. Insomma, pur rievocando un caro e compianto amico poeta (morto sedici anni fa), Zeichen non rinuncia a graffiare e a graffiarsi. Così come graffiante è la chiusura del libro dedicata al critico Andrea Cortellessa che “… pratica il volontariato / e rianima sperimentalisti smorti”. 

Ma tutto il libro è crivellato di dediche agli amici scomparsi o allontanatisi (Giancarlo Nanni, Nico Garrone, Giuseppe Conte) o di riferimenti familiari ora struggenti al padre “giardiniere” (“La sua camera da letto evocava / un microemporio o stiva di nave / da carico alla rinfusa;”), ora ancora furenti all’odiata matrigna (“Un bel giorno  anche l’immortale matrigna morì”), ora amorosi alla fidanzata Mireille (“… non dichiara mai / la sua vera età. / Si dubita che ne abbia una / visto che ringiovanisce / quotidianamente”). Così come ritornano certi suoi temi consueti: gli artisti visivi amati (Carla Accardi, Luigi Ontani, Claude Monet, Hokusai), i luoghi prediletti (Villa Borghese, Villa Strohl-Fern, la campagna laziale), la non comune passione per le ‘macchine da guerra’ (“… il caccia F104 Starfighter / già volava nel millenovecentosessanta / lungo la Cortina di Ferro, / durante la Guerra Fredda; / inseguiva le Stelle Rosse / in coda ai MIG sovietici”).

Il nostro pseudo-Marziale contemporaneo io, comunque, continuo a preferirlo nella veste di autobeffardo diarista della sua eternamente precaria vita di poeta-baraccato che campa rimediando inviti dai ricchi borghesi con alterna fortuna (“… C’è una sua cara amica / che s’invola l’indomani. / Ma le sopravviene un dubbio: / ‘Tu parli il francese?’ / ‘No, ma lo scimmiotto alla perfezione.’ / ‘Così non mi servi, sarà per un’altra volta.’ / è così che salto la cena.”); ovvero di sapido cronista della mondanità romana còlta tra lepidezze e vanitas vanitatum alla mostra di una celebre fotografa: “… Come banconote giganti / diveniamo i sicuri prescelti / di Elisabetta Catalano, maga / che ci tramuta in ritratti; / ritoccati dalla bellezza / si sale sul patibolo, / e per grazia ricevuta / invece che impiccati / solo appesi al muro”. 

 

Pasolini secondo Trevi    Uno dei libri in assoluto più belli che ho letto quest’anno è Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie, 2012) di Emanuele Trevi. Tra il saggio e il memoir narrativo è un’indagine mitocritica profonda su Petrolio di Pasolini, incrociata con i ricordi di quando Trevi lavorò, durante i primi anni ’90, presso il Fondo Pier Paolo Pasolini, presieduto da Laura Betti, definita tout-court fin dall’incipit “la Pazza”. I brani sulla Betti risultano talora irresistibili e divertenti, crudelmente spiritosi o spiritosamente crudeli nella descrizione dello stato di degrado e di dissennatezza fisico e mentale dell’attrice, autoproclamatasi musa e vestale della memoria del poeta assassinato. La sua divorante, spaventosa infelicità si rovesciava in un’aggressione permanente e forsennata al mondo e alle persone che la avvicinavano. La sua cattiveria e leggendaria perfidia si fondavano su un infallibile sesto senso nel cogliere i punti deboli di una persona e lì affondare i colpi senza pietà, con un ‘killer instinct’ certo degno di miglior causa. Trevi stesso chiamato da Laura “zoccoletta”, racconta di aver subito angherie di ogni genere, fino a che il progetto di volume di interviste a Pasolini che lui doveva curare per il Fondo abortì per uno dei tanti capricciosi o rancorosi soprassalti della Betti. In questa parte del libro prevale un’andamento di narrazione frammentaria e aneddotica ironica e precisa, che ricostruisce anche un clima d’epoca della Roma intellettuale e culturale di vent’anni fa già evaporato. Con osservazioni talora folgoranti, come quando annota che ai tavolini dei caffè al centro della capitale c’è una fauna stanziale e permanente di integrali nullafacenti, davvero straordinaria per quantità e perseveranza.

Ma è nelle pagine critico-analitiche dedicate a Petrolio che Trevi da il meglio di sé, leggendo quell’enorme, inconcluso scartafaccio, visto in parallelo al film Salò-Sade, come non tanto un’opera letteraria, bensì come un’esperienza creativa di morte, in cui Pasolini sperimentava ‘in corpore vili’ l’abbattimento della distinzione tra vita e arte. Come se tutte le ultime mosse artistiche di Pier Paolo, comprese le sue foto nude scattate nella casa-torre di Chia da Dino Pedriali due settimane prima del suo assassinio, fossero una sorta di iniziazione misterica all’atto finale, una sorta di rivelazione così esotericamente abbacinante, da folgorare quasi necessariamente con la morte il poeta. In obbedienza a tale lettura azzardata, ma non implausibile Trevi decide di compiere un anno fa, giugno 2011, un viaggio in Grecia fino ad arrivare in pellegrinaggio ai resti del celebre tempio di Eleusi, luogo per eccellenza dedicato all’iniziazione terrificante e prodigiosa ai Misteri. Dei quali notoriamente non si può che tacere, essendo il contenuto delle visioni non effabile, precluso ai non iniziati.

Qualcosa di scritto, come si sa, è un titolo desunto dall’Appunto 37 di Petrolio, così denominato. In esso Pasolini cerca di spiegare la “bizzarria” di voler inserire nel libro un lungo brano scritto nel “neo-greco letterario usato da Kavafis”. Dice lo scrittore: “… queste pagine stampate ma illeggibili vogliono proclamare in modo estremo – ma che si pone in modo simbolico anche per tutto il resto del libro – la mia decisione: che non è quella di scrivere una storia, ma di costruire una forma … forma consistente semplicemente in ‘qualcosa di scritto’”. Dunque una mera forma, una visualità scritta, ma non penetrabile, che avrebbe anche potuto essere, afferma Pier Paolo, un sistema “ideografico o geroglifico” per significare, ipotizza Trevi, una macchia d’esistenza portata al punto estremo, al vertice di rottura, al trapasso vitamorte come momento apicale di autorivelazione. Un’ipotesi certo iperletteraria, ma affascinante e, probabilmente, non molto lontana dalla verità psicosimbolica del Pasolini postremo.





(ph. E. Catalano, Roma 1969)


Vasco controcorrente    Non ho mai avuto particolare simpatia o ammirazione per Vasco Rossi, pur se gli riconosco di essere l’unica credibile incarnazione nazional-popolare e ruspante dell’icona rock. Però mi sta piacendo il sessantenne Blasco tricolore che dalla sua postazione Facebook lancia invettive e messaggi, talora sgangherati, epperò non opportunistici, fuori dal politicamente ‘corretto’ e avversi alla generale ipocria buonista dei musici italioti. Così, il suo rifiuto di partecipare ad un concerto di beneficenza per i terremotati dell’Emilia, la sua terra, non è peregrino o ingeneroso. Dice Vasco: “Non amo questo modo poco costoso e poco faticoso di fare beneficenza… la beneficenza si deve fare tirando fuori i soldi dal proprio portafoglio”.

È dal Live Aid del 1985 organizzato da Bob Geldof per raccogliere fondi per la carestia in Etiopia (soldi che in buona parte, sembra, non siano mai arrivati a destinazione), che penso che il concertone benefico sia un modo troppo semplice e comodo per rilucidare la propria popolarità e apparire belli, bravi e buoni. Sarebbe molto meglio che le straricche rockstar oltre a cantare (non fa mai male), si presentassero sul palco sventolando doviziosi assegni personalmente devoluti ai più sfortunati e miseri. 

Allora, bravo il Vasco che ha smascherato la ‘tartuferia’ (e pelosa solidarietà) dei suoi colleghi.        

 

Tensione smascherata    Intercetto il meraviglioso strafalcione di un telecronista pallonaro. Urla il mecco al microfono: “Smascherate la tensione!”. Ma sì, mostrate il suo bluff, svelate l’inconsistenza della sua autocompulsione, la fallacia delle sue artificiose scosse elettriche. Caduta la maschera, la tensione svanirà. Come panna montata che si scioglie in un attimo.

 

 

 

giugno 2012

 

 

         




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