TRADUCENDO MONDI
HÉCTOR LOAIZA (1)
Una tormentata saga familiare nell’antica capitale degli Inca


      
Presentiamo la traduzione italiana di due capitoli del romanzo “Diablos azules” (Demoni blu), inedito da noi, del 73enne scrittore peruviano. Il libro, ambientato a Cusco, si snoda nell’arco di circa cinquant’anni intrecciando le vicende di tre famiglie ‒ gli Escalante, gli Altamirano e i Robles. Passioni proibite e drammi, pregiudizi sociali e smarrimenti esistenziali che innescano una riflessione sulle loro vite durante la prima metà del XX secolo. A corredo le prefazioni al testo degli studiosi e critici Carmen Bernand e Fernando Aínsa.
      



      

traduzione di Lydia Del Devoto

 

 

L’autore

 

Héctor Loaiza è nato a Cusco (Perú) il 27 dicembre 1938. Nel 1959 si trasferì a Buenos Aires per intraprendere gli studi di medicina, che abbandonò non appena scoprì il trotskismo. Tornato in Perù nel 1962, entrò a far parte del partito di Hugo Blanco, conobbe la persecuzione politica e fu incarcerato. Ha studiato Lettere all’Università di San Marcos di Lima dal 1966 al 1968. Nel 1969 ha pubblicato i suoi primi racconti su diverse riviste peruviane. Alla fine del 1969 ritornò a Buenos Aires e partì per la Francia dove vive tuttora.

Il suo primo romanzo è stato finalista al Concorso Barral di Barcellona nel 1971. Le chemin des sorciers des Andes, Editions Robert Laffont, Parigi, 1976, narra della sua ricerca esoterica sulle pratiche sciamaniche del sud del Perù.

Nel 1977 ha incominciato a collaborare con El Universal di Caracas e altri quotidiani sudamericani con le sue cronache sull’attualità culturale e con settimanali come París-Match di Parigi. Botero s’explique, libro d’arte  e intervista all’artista colombiano, Editions La Résonance, Pau (Francia), 1997, El camino de los brujos andinos, Editorial Diana, Città del Messico, 1998, e il romanzo Diablos Azules, Editorial Milla Batres, Lima, 2006. Dal 2001 è direttore del sito web Resonancias, dove pubblica le sue rassegne e i suoi racconti.

 

 

Sinossi di Diablos azules (Demoni blu)  di Héctor Loaiza

 

Diablos Azules si snoda nell’arco di mezzo secolo, partendo da una nostalgica rievocazione dei membri  di tre famiglie di Cusco (gli Escalante, gli Altamirano e i Robles) che fanno una riflessione sulle loro vite durante la prima metà del XX secolo. Intanto la città di Cusco, l’antica capitale degli Inca, si risveglia lentamente alla modernità: il primo treno, il primo aereo, gli echi lontani della guerra che devasta l’Europa, l’introduzione del fonografo, delle musiche popolari, le aspirazioni delle nuove generazioni, le nuove abitudini sociali, eccetera.

La saga familiare degli Escalante, degli Altamirano e dei Robles ‒ tormentata dalla macchia di un figlio illegittimo ‒ si alterna nel tempo con ritmo sincopato. Dagli anni Quaranta si torna agli inizi del XX secolo in frammenti di ricordi successivi, con l’arrivo della ferrovia a Cusco, quando gli immigranti europei devono abbandonare la città.

In una società conservatrice e piena di pregiudizi, il canonico José Gabriel Altamirano si innamora perdutamente della giovane Elvira Escalante, con la quale nasce una relazione sentimentale. Altamirano non rinuncia alla sua missione di sacerdote e da lì incominciano tutti i guai che ricadranno sulla sua discendenza. Ha un figlio, Uriel, che essendo illegittimo sperimenta sulla sua pelle la discriminazione da parte della città e si perde in una vita da sbandato, dandosi all’alcol. Uriel si sposa con Lucía Robles, figlia di una modesta famiglia di lavoratori. Tuttavia il tormento delle sue origini e le allucinazioni di cui è vittima lo smarriranno nella vita sotterranea della città, e finirà con l’abbandonare suo figlio Fernando. Il romanzo ha come epilogo drammatico il terremoto del 1950 che distrusse parte della città di Cusco.

 

 

Tecnica narrativa

 

La particolarità e l’originalità della narrazione sta nel modo in cui l’autore descrive l’ambiguità dei complicati rapporti tra indios e notabili, tra commercianti nordamericani e cholos, tra proprietari terrieri e contadini, evitando qualsiasi considerazione morale e il manicheismo tipico di certa letteratura indigenista. Sono anche molto ben descritte le differenze sociali e la loro evoluzione nel corso del XX secolo.

 

***





David Hamilton, Nudo


Diablos Azules (Demoni Blu a Cusco)

 

Prefazioni di Carmen Bernand e Fernando Aínsa

 

 

“Amore, trasgressione e oblio a Cusco all’inizio del XX secolo”

 

La letteratura latinoamericana continua ad occupare un posto di prim’ordine. Ai grandi scrittori che hanno segnato il boom editoriale degli anni sessanta se ne sono aggiunti altri, meno conosciuti in Francia, ognuno dei quali però racconta alla sua maniera, con una creatività che si è arricchita grazie al complesso rapporto che li unisce al paese natio e all’Europa, passaggio obbligato in un trasferimento necessario per ripensare le proprie origini. Héctor Loaiza, peruviano e residente in Francia dalla fine degli anni sessanta, pubblicato a Parigi, Città del Messico e Lima, è uno di quelli. Traduttore, giornalista e scrittore, Héctor Loaiza si è interessato alle pratiche sciamaniche andine, ma anche all’arte, avendo pubblicato un libro sul pittore colombiano Botero, nonché alla diffusione della cultura, come direttore della rivista on line Resonancias, dedicata all’America latina. Il romanzo Diavoli blu, che qui presentiamo, può essere letto da varie angolazioni. In primo luogo la trama, molto ben costruita, crea un legame tra le famiglie di un canonico, di un proprietario terriero e di un indio residente nella città di Cusco, attraverso i loro amori e i loro figli. Lasceremo al lettore la scoperta dei legami complessi e delle ferite profonde che hanno segnato le loro esistenze e che hanno impresso tracce indelebili nei loro discendenti. Aggiungiamo, semplicemente, che le pulsioni sessuali e i rimorsi che tormentano la vita del canonico e dei suoi familiari non sono elementi fantastici ma sentimenti che traducono tensioni profonde e reali che possono essere ancora presenti nel mondo andino di oggi. Anche la politica ha il suo posto, così come la speranza della quale è portatrice, e la cruda realtà di fronte alla quale coloro che vi hanno creduto aprono gli occhi. In poche parole, e senza insistere più che tanto a raccontare l’«inenarrabile», l’autore rievoca in maniera ammirevole la repressione militare e la carcerazione di uno dei suoi personaggi, Uriel.

La descrizione delle differenze sociali e della loro evoluzione nel corso del XX secolo costituisce un secondo livello di lettura del romanzo. Assistiamo all’evoluzione, nella Cusco dell’inizio del XX secolo, dei complicati rapporti tra indios e notabili (che non si potrebbero definire «bianchi» dal momento che sono tutti meticci da vari secoli), tra commercianti nordamericani e cholos, tra meticci del mercato e dei negozietti della città, tra proprietari terrieri e contadini servi.

 L’originalità del romanzo sta nel modo in cui descrive l’ambiguità di quei rapporti, evitando ogni considerazione morale e il manicheismo tipico di certa letteratura indigenista. L’autore introduce altri parametri più sottili in questa scacchiera sociale, come per esempio la questione capitale che per un individuo significa avere o no una famiglia, essere o no un «orfano», un «povero» perduto nella città e ridotto a mendicare un’«adozione» sempre precaria, essendo questa minacciata dalla morte, dalla malattia o dall’indifferenza. «Come se il solo fatto di vivere gli facesse male» ‒ dice uno dei suoi personaggi ‒; accade anche che le madri, prigioniere di una lotta contro pregiudizi religiosi e sessuali, non sempre siano materne, e i padri, sentendosi frustrati nei loro ideali, si chiudano in se stessi o si diano all’alcol. I «diavoli blu» del delirio alcolico finiscono inevitabilmente con il distruggere la tela che con tanta fatica gli uomini hanno tessuto per poter sopravvivere.

Infine, un terzo livello di lettura ha per protagonista la città di Cusco, l’antica capitale degli Inca che lentamente si risveglia alla modernità: il primo treno, il primo aereo, gli echi lontani della guerra che devasta l’Europa, l’introduzione del fonografo, delle musiche popolari, le aspirazioni delle nuove generazioni, la descrizione delle vie, gli odori dei luoghi del mercato, i «salones» come il celebre Buenos Aires, di Plaza de Armas , le nuove abitudini sociali, ecc. Il canonico vede tutte queste trasformazioni sotto il profilo del prodigio e del millenarismo: Cristo sarebbe tornato sulla terra ma non lo avrebbe riconosciuto nessuno.

Roberto, l’indio trasformato in abitante della città, sogna un mendicante barbuto e con i capelli ondulati, forse un avatar di Viracocha (ndt: divinità inca) che non riconosce nemmeno dopo la rottura con l’universo della sua infanzia. In realtà, entrambi a modo loro avevano ragione, ma sbagliavano a interpretare i segnali. L’Apocalisse arriva in effetti nel 1950 sotto forma di terremoto che distrugge una parte della città. Questa catastrofe tuttavia è anche purificatrice, perché al suo passaggio spazza via i «diavoli blu» e le ferite del figlio di Uriel, il bambino Fernando, probabilmente il nostro autore. L’infanzia è finita e la luce cristallina della città fa nascere una nuova speranza.

Sarebbe insensato rivelare le storie che fanno parte dell’opera. Vogliamo lasciare al lettore il piacere di scoprirle e assaporarle in questo romanzo profondo e interessante.

 

 

Carmen Bernand *

 

* Storica e antropologa franco-argentina, esperta di America Latina, docente all’Università di Parigi X-Nanterre, membro dell’Istituto universitario di Francia. Autrice di molti libri sul Perù, l’Ecuador, l’Argentina e la Francia.


 

 

***





Gilbert and George, Santi macchiati, 2012


“Una saga familiare lungo la spirale del tempo”

 

Fin dalle prime righe, Diavoli blu ‒ il romanzo che Héctor Loaiza ha appena ripubblicato con importanti modifiche ‒ è segnato dalla segreta congiura delle forze occulte che governano i destini umani, nate dal pantheon del passato pre-ispanico con l’intensità della fede e la pena che provoca la coscienza colpevole. Con rassegnata accettazione, il canonico José Gabriel Altamirano si sente immerso fin dall’inizio in una «valle infestata di serpenti e bestie feroci», mentre attraversa la Plaza de Armas di Cusco portandosi addosso la vergogna per quello che è il suo «frutto del peccato»: un figlio naturale, Uriel, che ha concepito con Elvira, la figlia del proprietario terriero Juan Bautista Escalante e che non sa dove stia in questo momento. .

Lo fa proiettandosi nel diorama di una città che sembra all’inizio del secolo scorso vivere nella calma del periodo coloniale («A Cusco  il tempo pareva essersi coagulato », annota il canonico), benché la presenza incombente di chiese, conventi e della monumentale cattedrale, di religiosi domenicani, francescani, mercedari che transitano a testa bassa tra le vie e le piazze, ricordi il pesante carico di una religione cattolica sempre onnipresente.

A partire da questi fatti va in scena il dramma dai tragici contorni dei diversi destini vincolati a quel «peccato originale», estendendo i mali scatenati dai «diavoli blu» sull’anima del canonico dal momento in cui il suo sguardo si è incrociato con quello di Elvira, la figlia del cacicco Escalante.

E ancora, la scena erotica del momento in cui si consegna al corpo nudo di Elvira nel quale crede di percepire la reincarnazione di Lilith la blasfema della Genesi trasformata in diavolessa rivive nell’anima contrita ma sempre appassionata di Altamirano, per proiettare la sua ombra malefica nel corso degli anni. Da quel momento Elvira sarà agli occhi degli altri che la osservano e la criticano «l’amante del canonico libidinoso.»

Suo figlio Uriel, un bastardo segnato a dito, incapace di superare il trauma delle sue origini, si dedica anima e corpo al suo idealismo politico che lo porterà nella terribile prigione dell’isola del Frontón.

Oltre al tormentato canonico, c’è Roberto Robles, sua moglie Rosa e le sue figlie, una delle quali Lucía si è unita in un frustrante matrimonio con Uriel. Roberto vivrà quindi il dispiacere di un genero che li abbandona e di una figlia che non si fa carico dei suoi doveri materni e lascia il piccolo Fernando alle cure della nonna Rosa.

 


Un puzzle complesso in un tempo frammentato

 

Diavoli blu ricostruisce questi destini in un complesso puzzle nel quale i pezzi si assemblano come frammenti narrativi non solo spaziali ma anche temporali. Héctor Loaiza traccia con appassionata destrezza un ambizioso affresco su cinquant’anni di storia della città di Cusco, delle sue vallate bucoliche e delle sue fertili tenute patriarcali, tra le quali è nota quella degli Escalante nella regione di Lares. Un paesaggio tranquillo, dove tuttavia domina il crudele sfruttamento dei mezzadri che lavorano la terra.

La saga familiare degli Escalante, degli Altamirano e dei Robles tormentata dalla macchia del figlio illegittimo si alterna nel tempo con ritmo sincopato. Dagli anni Quaranta si torna agli inizi del XX secolo in frammenti di ricordi successivi, con l’arrivo della ferrovia a Cusco, quando gli immigranti europei devono abbandonare la città; quando arriva il nipote del canonico, Benjamín, che si innamora di Elvira e fugge con lei.

L’azione di Diavoli blu è continua. Non c’è posto per la tranquillità in questo tempo che si sposta avanti e indietro in un calendario costellato di episodi dal ritmo frenetico: Uriel, il poeta idealista, si trasforma in un alcolizzato incallito, le cui notti sono popolate da «diavoli blu vomitati dall’oscurità» dalle forme mostruose «musi di lupi, petti di rospo, ali di pipistrello, gusci di tartarughe e code di pesce» che con le loro urla e le loro ingiurie gli impediscono di dormire; il canonico, affranto per la fuga di Elvira, vive da concubino con la sua governante; Lucía, abbandonata da Uriel e con un figlio sulle spalle che lascia alle cure dei suoi genitori, si comporta come un’adolescente.

I destini di tre generazioni si intrecciano fatalmente in una città che fa da calamita e nei cui angoli si nascondono i terribili «diavoli blu». Gli anni passano e tornano indietro più volte. Vedremo Uriel, lontano dalla sua famiglia, lavorare come maestro in un villaggio di pescatori della costa meridionale, vivendo come «un esiliato nel suo stesso paese» e cercando di scrivere su una vecchia Remington il passato familiare «con la magia delle parole»; Elvira, di ritorno, prende le redini della proprietà della valle di Lares alla morte del padre, con l’energia e l’animo indurito dai dispiaceri della vita; l’ormai anziano canonico che sta cercando di far entrare suo nipote Fernando in seminario per seguire le sue orme e infine, il ritorno del «figliol prodigo» Uriel in seno alla famiglia, per decidere che la cosa migliore sarebbe finire di scrivere quel romanzo tante volte concepito e iniziato ma mai portato a termine: Diavoli blu. Un romanzo in cui l’ordine sociale è appena trattato, in cui la rassegnazione o l’ipocrisia impedisce qualunque ribellione, ma in cui la sola evocazione attraverso commoventi episodi che si succedono e si avvicendano nell’arco di mezzo secolo, fa percepire la nostalgia dello scrittore per il mondo della sua infanzia definitivamente perduto. Un autore Héctor Loaiza  appena mimetizzato dietro la mano di Uriel, del quale con emozione ci godiamo la lettura.

                                    

 

Fernando Aínsa *

                                                  

* Scrittore e critico letterario ispano-uruguaiano, ha lavorato all’UNESCO di Parigi dal 1974 al 1999. Ha pubblicato saggi, libri di racconti e romanzi. Collabora con riviste letterarie dell’America Latina, Stati Uniti ed Europa.

 

 




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Traducendo Mondi

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006