LETTURE
ENZO ANTONIO CICCHINO
      

La fonte di Mazzacane

 

Laruffa Editore, Reggio Calabria, 2012, pp. 243.
€ 14,00

    

      


di Enzo Natta

 

 

Se è vero che la storia è un racconto, il grande racconto dell’umanità, dovrebbe essere altrettanto vero che lo storico ha in sé le qualità per farsi interprete di quel racconto per eccellenza che è il romanzo. A sostenere la validità di questa tesi si può citare Enzo Antonio Cicchino (impegnato nel pool di autori della Grande storia, il programma di Raitre, autore per i tipi di Mursia del Duce secondo il Luce, serrato confronto tra la propaganda dei cinegiornali del Luce nel periodo 1934-1945 e la sistematica contraffazione della realtà alla quale facevano riferimento) e il suo La fonte di Mazzacane. Oltre che con le parole, Cicchino è abituato a confrontarsi con le immagini, con i suoni (fra l’altro è stato anche assistente dei fratelli Taviani) e con tutti i segni che, anime della semiotica e della semiologia, confluiscono in una composizione multidisciplinare. Qual è appunto un romanzo come La fonte di Mazzacane.

Nell’ambiente desolato delle montagne molisane, in un mondo arcaico e crudele, ferino e primitivo, reso ancor più ostile dalle ferite ancora non rimarginate della guerra e dal ricordo dell’eccidio di Colle Impergola, si dipana la storia di Anacleto, veterinario ma anche medico all’occasione, che va su e giù per queste valli che conservano intatto l’orgoglio sannita con la sua assordante motocicletta. Povero Anacleto, invischiato in un matrimonio stanco e rattrappito in una gelida indifferenza, cireneo che porta sulle spalle tutte le pene del mondo confluite in questa Macondo, un non-luogo che si popola di un’umanità tanto enigmatica quanto paradossale, incarnazione del bene e del male che procedono appaiati, tenendosi a braccetto sui sentieri di una terra di mezzo. 

In un impasto di materia e poesia, eros e thanatos si intrecciano di continuo nel racconto e Anacleto è il primo personaggio che si incontra, parimenti segnato dall’amore e dalla morte, dal desiderio e dalla gelosia, ma nello stesso tempo da un fato inesorabile, da una condanna che tutto stritola e divora. Straziato, disperato, ossessionato da un’esistenza mai condivisa nel suo divenire, Anacleto si dibatte inutilmente in un’energia emotiva che si fa febbre dionisiaca, estasi, eccitazione, vertigine, ma che lentamente lo consuma e lo svuota. Il tutto in un turbine di sentimenti, amarezza, fatalità, mistero, alimentato da una natura primitiva e da uno spirito lirico fusi in un linguaggio sperimentale, corposo e sanguigno .

La prima sensazione che si avverte è quella di caloroso un omaggio alla coralità rapsodica, sempre sospesa fra ironia e tragedia, di Francesco Jovine, il grande scrittore molisano autore di romanzi come Signora Ava e Le terre del Sacramento, oggi rieditati da Donzelli. In questo quadro magico e arcano, lo scenario descritto da Enzo Antonio Cicchino si dilata fino a diventare paesaggio universale, palcoscenico dove l’amore, eternamente cercato e inseguito, si fa sofferenza, oscurità, angoscia.       

“Partenze”, primo capitolo del romanzo, dà il via a un lungo viaggio, che non è l’odissea di un singolo personaggio (per questo l’uso del plurale) ma di un’intera comunità umana, mista, eterogenea, fatta di giovani e vecchi, ricchi e poveri, dove compaiono anche, figure misteriose e fuori luogo, un inglese alto e robusto e un bambino nero.

Bastano poche righe, comunque, perché la narrazione si rivesta con i contorni del sogno, di uno spazio onirico  dal quale affiorano angosce e turbamenti, tipi curiosi oltre che strani, mostri d’ogni tipo, compresi grossi capitoni e sanguisughe che strisciano sul fondo dei vagoni di un convoglio ferroviario. E basta anche passare al secondo capitolo, “Ritorni”, per capire che le differenze fra realtà e sogno non sono poi così marcate, afferrabili soltanto nel linguaggio che le evidenzia.  

Surreale, magico, fantasmagorico, La fonte di Mazzacane è la fonte stessa della vita, è la Storia con la S maiuscola che si innerva in un’umanità dolente e ferita, dove lo stile è quello dell’egloga che alterna la prosa bucolica e pastorale con la lirica, dove la neoavanguardia e lo sperimentalismo (come non cogliere echi del Gruppo ’63 attraverso l’uso di un linguaggio parodistico?) fanno capolino sommandosi a un postmoderno in cui la commistione dei generi determina un “crossover” letterario fatto di grottesco, fantastico, favolistico, ma anche di naturalismo che si accavallano e si confondono.

Tutto questo fa sì che personaggi e ambiente si integrino e si uniformino in un blocco armonico duro e tagliente come le pietre scheggiate che dominano la scena, restituendo così il senso di un livido grigiore, mescolanza del bianco della neve e del nero di rocce antiche, che trascolora nel grigiore delle anime.

Come in Brecht il conflitto di classe che vibra di continuo si riverbera in un linguaggio che suona come parodia di una lingua altra, con assonanze e dissonanze che si inseguono e si trasformano in una poesia dalle molte voci: un caleidoscopio linguistico modellato su forme narrative intercambiabili, spurie, dove il confine tra il reale e il fantastico è sempre incerto, sì che nel suo labirinto è facile smarrirsi.  

Sostenuto da un vitalismo epidermico dove trionfa la nuda forza di una natura selvaggia, La fonte di Mazzacane si presenta dunque come un gioco di specchi dal quale emerge un verismo sanguigno e carnale che indaga l’indecifrabile zona oscura di quel tormento esistenziale che si agita nell’animo di emarginati colti nell’esplosione di passioni vissute in modo viscerale, non senza allusioni grevi e volgari che conferiscono piena autenticità a una carnalità esibita a oltranza in un insieme di goffaggine e fragilità di personaggi descritti con un linguaggio denso e corposo, in un impasto di lingua e dialetto, di miseria e grandezza, di metafore sanguigne e sensuali che si librano al di sopra di una coscienza reificata. Ed è allora che il tema dominante della malinconia per la fugacità della bellezza e della morte che bussa per esigere il suo irrinunciabile tributo si riveste di una ruvida scorza in cui l’eco di classici come Rabelais e Villon si trasforma in esuberanza linguistica comprensiva di invenzioni e deformazioni, in una prosa che si nutre dell’humus ancestrale della terra molisana e lo trasforma in un lessico popolaresco che ricalca il parlato più autentico e lo ricostruisce con estro e inventiva in storie picaresche intrise di una vena lirica dialettale e di un colore intimista che ricordano le favole comico-surreali di Tonino Guerra.

 




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