di Donato di Stasi
A Rossana che ha amato tutto questo
1. Autoritratto per mano di un altro. Scrittore
a tenuta stagna, professore, deputato, viaggiatore mezzo vero e troppo vero,
Edoardo Sanguineti (1930-2010) lascia zeppo di sue pubblicazioni il lettino
dell’ambulatorio junghiano (più che
freudiano) e marxiano, s’il vous plaît, non marxista. Crede
nell’eticità della Storia, professando una sua morale sincretica
stoico-epicurea, riversata appieno in quel Gruppo
63, che segna negli anni del boom
economico una stagione innovativa, una
decente idea di letteratura, dopo le patacche del tardoermetismo e del neorealismo.
Ciò che maggiormente
impressiona in Sanguineti è la dimensione che assume il reale, avendo
spintonato la metafisica, per una volta, sul serio, al di là delle pagine:
autore mefitico e mefistofelico, lavora a un puzzle aforismatico ton-sur-ton, senza divagare quasi mai,
avvalendosi al riguardo di una
inattaccabile disciplina dialettica.
Sanguineti è un
angosciato materialista storico: le sue fabbriche testuali spaziano in un
pessottimismo antimanieristico, scrutano e analizzano, incidono le piaghe
sociali con il bisturi della praxis,
producendo distinzioni fra il kitsch
e il trash, il pulp e lo splatter, in buona sostanza la
circolarità infinita delle merci che inzeppa senza vergogna il Magazzino dei
Monatti Globalizzato.
Non c’è affaccio nelle similprose sanguinetiane: i paesaggi
sono catalogati come pattumiere, il clima richiama un immarcescibile Dies Irae, le città oniriques (vere e proprie
installazioni dell’Inconscio Collettivo) non smaltiscono che lenzuola
sporche e piatti ingrommati. Rinsaldando coordinate esclusivamente reali,
Sanguineti rivolta per terra manierismi e teatrini sentimentali, si proietta dentro
una foschia spazio-temporale che attende (vanamente?) i bagliori dell’utopia.
Scavando e riscavando
nella prima metà della torbiera poetica sanguinetiana si incontrano strati
ostili, inerziali, tanatici, al limite dell’imbarazzo per il senso comune,
eppure appetibili per chiunque voglia continuare a praticare gli spasmi
dell’intelligenza. L’occhio digitale corporeo registri per l’intanto il
prensile elenco di opere con tanto di charme
trecentesco (il glamour della Comedìa
dantesca) e di stizzosissime ironie pro disgraziati e diseredati: Catamerone (1951-1971), Postkarten (1972-1977), Stracciafoglio (1977-1979), Scartabello (1980), Cataletto
(1981), Fuori catalogo (1957-1981),
il tutto racchiuso nel feltrinelliano Segnalibro.
Poesie 1951-1981, pubblicato nel 1982 (qui segnatamente viene compulsata la
riedizione del 2010).
2. Sicut erat in principio: Laborintus. Nel
1956 Sanguineti schiaccia sulla mesta tradizione italiota il suo poundiano Laborintus, fatto uscire nella collana Oggetto e Simbolo da Luciano Anceschi,
mallevadore di lì a poco della fortunatissima rivista il Verri. Sbaglia chi assimila Laborintus
al ready-made duchampiano (un
coacervo di materiali affastellati impoeticamente): Sanguineti seziona,
stravolge, muove la macchina significante a suo piacimento, spingendo il pedale
della corporeità, delle superfici
tattili, dello scontro fisico con il Nulla. Non che la versificazione non
risulti a tratti indigeribile, a causa degli infiniti rimandi ipertestuali che
schianterebbero l’erudito più pedante in odore di faustismo, ma è come se lo
stomaco-cervello di Sanguineti volesse digerire l’intera cultura occidentale
per vomitarla con lucidità e circospezione, al fine di proporre un suo modello
di soggettività critica, libertaria, edonistica, moderatamente cinica, virtuosa
senza esitazioni, volta a stabilire un contatto autentico con la natura
profonda delle cose.
Sanguineti porta sulla
sua gobba di studioso le deformazioni e le trasfigurazioni di una lingua
ripetitiva, parentetica, esclamativa, gonfiata volutamente di arcaismi
medievali e di modernità franco-tedesche; in questo senso rimuove le barriere del provincialismo nostrano,
impastando la tradizione mitteleuropea con il Perelà di Palazzeschi, i futuristi fino ad allora ostracizzati, il bric-à-brac di Gozzano, le Revolverate di Gian Pietro Lucini e avant tout l’Alighieri, quale feroce accusatore di
un’Italia guasta e stercoraria, oltre che ineffabile manipolatore di linguaggi
pietrosi.
Riconoscibili di primo
acchito, i versi a lungo metraggio di Laborintus
riprendono la vocazione epifonematica della mistica biblica, i protratti
respiri epici di Whitman, le potenti figurazioni surreali di Laforgue, e ancora
le corrosive oggettivazioni della premiata ditta novecentesca, a firma
Eliot&Pound.
Si assiste a una strana
mistura di eros, epos e thanatos:
l’ars sanguinetiana ruota attorno a organismi
strofici mutili, ellittici, sghembi come I
giocatori di carte di Paul Cézanne (“e noi; non come Plinio (noi) Ruben;
iste fuit ille; der Jude; / semper suspensi (nos); non recitiamo (noi) storia;
MARMORIBUS das Jot”, Laborintus,
XXVII, p. 48).
Che dire di questo
chierico marxiano, vagante per i sopramondi intellettuali, la cui utopia non si
è realizzata? Questo, che una società tanto mefitica e purulenta continua a non avere speranza di salubrità.
Laborintus
è un’opera aperta, una torre moresca da cui
avvistare massacri enormi di parole, immense città morte di libri servili e
qualche sparuta colonna dorica di autori méprisés
(Lukàcs e Restif de la Bretonne, per citarne un paio).
Sanguineti non ha
lacrime in tasca, né sofferenze antiche sui degradi del cuore, piuttosto un
bisogno di muoversi per ridurre il décalage
fra il Paese Reale e la Perenne
Vacanza della Repubblica delle Lettere, à
propos conia la metafora disottundente della Palus Putredinis, vero lascito testamentario del nostro rhétoriqueur. La Palus implica il concetto di solitudine totale in un universo
reificato, dove si perde l’essenza
stessa dell’essere umano; qui con la macellazione delle parole affiorano i rimasugli
di relazioni fallite, le finte decorazioni del sentimentalismo, il pessimo
lusso di una civiltà che si pretende eterna. Di fronte a individui che vengono
ottenebrati e istruiti a essere niente, il protagonista, Laszo, impara la
consistenza carnea della coscienza collettiva e l’inconsistenza del solipsismo:
non si fa fatica a registrare l’impressione di un werk affollato, polifonico, scritto e proclamato in pubblico (“con
le quattro tonsille in fermentazione con le trombe con i cadaveri / con le
sinagoghe devo sostituirti con le stazioni termali con i logaritmi / con i
circhi equestri / con dieci monosillabi che esprimano dolore”, Laborintus, XIV, p. 31).
Per assestare un colpo
mortale alla catatonia moderna, Sanguineti ingrossa le pagine, ne dilata l’orizzonte
linguistico, ricorre a una scrittura smisurata, stridula, deflagrante, che
prende atto dell’avvenuto, senza però
avere molta forza e altrettanta voglia di preparare un qualsiasi avvento. Non crede il Nostro nel
poema-mito, quale costruzione simbolica del mondo, per questa ragione nelle sue
pagine-schema adotta la prassi della decostruzione semantica, senza peraltro
raggiungere mai la spregiudicatezza nichilistica della tabula rasa, altrimenti non si sarebbe messo a competere in abilità
con gli ordini retorici medievali e rinascimentali.
L’intera impalcatura
poematica si sostiene su tre capisaldi: retorica, etica, gnoseologia,
strettamente cooperanti ad arringare e concionare, piuttosto che a discorrere
impressionisticamente; ne è dimostrazione la rinuncia ad esprimersi come
individuo lirico per assumere kafkianamente, senza investitura da parte di
chicchessia, l’incarico di portavoce della crisi in sé, di una moltitudine di disagi storicamente
determinati.
Eppure pochi si
accorgono della rivoluzione critica e teorica di Laborintus, pochissimi colgono la laboriosa ruminazione
novecentesca del Nostro, fermandosi per lo più all’aspetto secondario del
citazionismo per il tramite di sequenze logiche (montaggio&assemblaggio) di
materiali variantissimi.
Ribollente e
avventuroso, Laborintus attacca le
forme sociali rancide del capitalismo, sostituendovi il pigmento forte della
provocazione e della semanticità più radicale (“il mio der Mensch ist gut / la
mia tessitura delle idee / la mia impaginazione per mezzo della complicazione /
la mia complicazione e idea come ossessione / pensiero come limitazione / ordine
come limitazione come negazione ordine come semplificazione pensiero / come
implicazione o deduzione o previsione complicazione / come affermazione
sperimentale nuova relazione melmosa the exudation”, Laborintus, VI, p. 19).
A distanza di
sessant’anni che cosa rimane di un opus
così corrosivo rispetto agli enunciati foucaultiani, melliflui, del Potere? Più
del felice ludus liberatorio,
sopravvive l’indicazione di una salutare abissalità, di una complessità capace
di articolare sapidi significati per ogni piano ontico-esistenziale.
Laborintus
turbina come un’apocalisse, per questo errano gli epigoni a stazionare
esclusivamente sul diametro dell’asemanticità: ottengono il disastroso effetto
di produrre un gorgo di testi oscuri, illeggibili, francamente inutili.
La spiazzante creatività sanguinetiana merita
altra sorte, di certo letture sfrontate, senza temere incontri/scontri
taglienti e sanguinanti con i testi.
3.
Utopia
e Distopia: da Postkarten a Cataletto.
A
guardare bene Laborintus soffre di bibliofagia,
nel senso che divora, formalmente e concettualmente, i libri successivi:
Sanguineti non si rinnova, interpreta se stesso, eccede in confidenza, istituzionalizza
la sua inquietudine che finisce per diventare quel solco retorico dentro al
quale inciampano gli epigoni, invischiati nel reculer pour mieux sauter (rinculano verso la destrutturazione per
saltare nello sterile gioco linguistico fine a se stesso). Nei brogliacci post Laborintus il Professor Sottile si limita a immettere un sovratono di filologia, in
accordo con Saint-Beuve, secondo cui la qualità in letteratura dipende
dall’aver frequentato un buon corso di retorica; ne consegue che l’eversione
linguistica del Nostro abbandona il piano utopico di una palingenesi sociale
per naufragare nelle acque distopiche
del conservatorismo italian style.
|
|
Edoardo Sanguineti (1930-2010)
|
4. Analisi per frammenti alfabetici di
Stracciafoglio (1977-1979). Per
contrastare la riduzione della letteratura a buona merce, utile e decorosa, per
opporsi alle aberrazioni decadenti di derivazione romantica, Sanguineti
persegue una sua arte sermocinale,
ottenuta con i valori della tecnica compositiva, dei costrutti sintattici, della disciplina
etica e dell’immaginazione, con l’aggiunta (non blesa) dell’ispirazione: tra i
volumi già menzionati viene a galla per
qualità dei testi e asseverazioni teoretiche Stracciafoglio, il canovaccio di cui si interrogano hic et nunc le questioni profonde.
a) Le
47 poesie del testo ruminano le croste
del presente con le loro gengive metalliche: predicano (da libertine del
Settecento) ossimoricamente, assorbono
osmoticamente il caos censorio del sistema mediatico; masticano e sputano lo
spago delle pagine e, attaccate alla superstizione dei libri, non rinunciano
all’unica aura possibile per loro, l’ostinazione
a esistere (“l’idea dell’intasamento verbale sarà strano, ma la ritrovi
quasi/perfettamente resa nei Mémoires, I,
10: astenersi è impossibile”, Stracciafoglio,
XVI, p. 247).
b) Sanguineti
riduce le dimensioni dell’io, lo riconduce all’alterità, lo sveste delle sue
gramaglie. L’io se lo porta a passeggio sul naso, lo educa ai classici, lo spinge a saltare con i rospi,
lo disinibisce e (forse) lo salva (“il sugo nel guardarsi è sapersi guardare: è
l’oggettivazione che si ottiene”, Stracciafoglio,
V, p. 235).
c) Lo
schema generale della scrittura sanguinetiana è il viaggio per labirinti: dalle
stanze dove si parla per gli altri, parlando per sé, alle finestre grammaticali
generative di infiniti mondi, alle
microscopiche porte della percezione corporale, dove tumultuano umori, secrezioni, flussi sanguigni, per
finire ai lastricati illimitati degli incontri perduti. Dalla sua
cantina-solaio, inzeppata di portolani, mappe e carte orografiche, spuntano
curiosi numeri telefonici con cui chiama i poeti morti (i filosofi, i
cronachisti, i saggisti, i pictores
optimi, i musici, i gazzettieri, i romanzieri): con il filo di Arianna
della doppia negazione (l’io assediato e una civiltà senza radici, né futuro)
tracima di stanza in stanza avvertendo che la realtà si è riempita troppo e
spinge gli individui fuori dalla scena come nella pièce di Ionesco del 1952 Les Chaises (“mi / sono avviato, adagio,
verso il Giro del Mondo: e mi sono già rassegnato all’eventualità che mi duri
anche eterno: per quel poco che dipende, certamente, da me”, Stracciafoglio, XVI, p.247).
d) Stracciafoglio denuncia il fallimento definitivo del Lustprinzip (il freudiano principio di
piacere) tanto sbandierato dalla Società del Benessere Ad Libitum: tra relitti e residui, o se si preferisce tra derelitti
e residuati, viene concesso di
imbottirsi di psicofarmaci, di impregnarsi di bisogni superflui senza desideri
nel pantheon di megastores
purgatoriali. Dal canto suo la poesia non è una vendeuse, piuttosto un casinò, una tomba, una rovina, una
falsificatrice di falsità (dunque c’è speranza per la verità?)
e) Nouvel Apollinaire,
poète assassiné, Sanguineti c’est
affreux, orribile: scava le larve dell’errore al di sotto della superficie
patinata delle cose, trasla nella scrittura i sintomi di una malattia generale
che colpisce l’identità profonda dell’individuo e la possibilità stessa di
sopravvivere sul piano sociale (“mi tiro dietro questi versi come una porta,
sbattendomeli, per chiudermici dentro; / perché, appunto, uno non può
spezzettarsi troppo”, Stracciafoglio,
XXXIII, p. 264).
Poiché non si può stare sulle barricate come un
Delacroix imbalsamato, Sanguineti finisce per scivolare nel patetico,
sublimandosi (quasi non ci si crede) in un lirismo raso terra, inquinandosi di
sentimentalismo, stronfiando leggerissimamente in poetichese: si assassina da
solo, anche se resuscita alla pagina successiva (“ho incominciato a conoscere
la felicità, davvero la vera: e non è mai / troppo tardi, è vero, davvero: così
mi tollero, e mi conosco e riconosco, in pace:”, Stracciafoglio, XXXVII, p. 268).
f) Parecchia
psicanalisi prende il volo dall’aeroporto di Stracciafoglio: sorvola il marcio che si muove lento (i sacchetti
di immondizia della necropoli interiore),
compie il giro della morte sull’antiquariato dell’infanzia, sugli appiccicosi
asfalti dell’adolescenza, sugli inchiostri versati dalle cattedre in giro per
l’Italia (Salerno in primis).
Parecchia psicanalisi messa apposta per sfogare l’intestino, per evacuare la
materia dei sogni e dei lapsus, per tornare a ubriacarsi di vita (chi si
astiene è perduto!)
g) Impossibile
astenersi dal proprio intasamento verbale, perché la letteratura diventa il
canale di scolo della quotidianità. Sanguineti sa destreggiarsi fra parole
zuccherine e venefiche e, per ciò che dipende da lui, si imbarca, tra fuoco e
pazienza, in un Giro del Giorno in Ottanta Mondi Lessicali Distinti (“è un
polimorfo, l’universo, perverso”, Stracciafoglio,
XXXIX, p. 270).
h)
La dispositio scriptoria di Sanguineti prevede un corollario iniziale
(l’introibo tematico), prosegue per uno o più codicilli
(l’esplicazione concettuale dell’argomento) per concludersi in un item explicitario,
che in vero non chiude alcunché, aprendosi dialetticamente ai capitoletti
successivi dell’opera. In senso sintattico e stilistico manovra la complicanza e l’imprevedibilità,
non a caso i suoi testi appaiono domati da una logica rigorosa e da una
perigliosa vertigine che trascinano la versificazione da un elenco all’altro,
da un insignificante dettaglio a una concettualizzazione sub specie aeternitatis: i versi di Sanguineti non appartengono
(come molti sono indotti a credere) all’ordine della ridondanza, esercitano invece una stretta funzione narrativa per
mezzo di una rapida dissolvenza dei contesti. Il Nostro infrange regole
retoriche di cui ha perfetta contezza, non procede casualmente, culturalizza
frammenti anche banali dell’esistere, claudicando un poco nella ripetizione
degli stessi stilemi, ma riuscendo sempre, tra discese e risalite, a staccarsi
dal gauchismo letterario, dal
buonismo a tutti i costi, intignando nei cattivi sentimenti e nella coscienza
infelice (“il cerume / nelle mie orecchie, l’unghia incarnata, l’occhio di
pernice, la cicatrice nasale, e questo stesso ascesso dentario, che pure
combatto con un così / antibiotico zelo con le compresse di rovamicina,
ingurgitate a manciate / sono parole d’amore che ho elaborato, con tormentato
pudore, in un mio / grigio gergo, per te:”, Stracciafoglio,
XLV, p. 276).
i)
Il rischio dell’afasia per eccessiva
congestione sonora viene scongiurato dallo psiconte Sanguineti, sgherigliando
dalla linguistica classica il significabile,
c’est à dire l’energia sommitale
contenuta nelle parole e nei generi espressivi (il tragico, il grottesco, il
comico, l’elegiaco non spiritualizzato). Lasciando confliggere registri
contraddittori (aulico, basso, gergale,
universalistico) il Nostro ottiene l’effetto di consumare per attrito e di
sprigionare lustrature e scintillii da scoppio: gira come una macina il testo, visiblement osceno, nel senso di
mostrare tutte le sue significabili articolazioni, intime e remote. Stracciafoglio ci seppellisce sotto
tonnellate di parole, ma ci rialziamo con discrezione, iperriflessivi e lievi
(“ma io sono, cogitatione et vero, un esibizionista sublimato, fallico e
falloso”, Stracciafoglio, XXIII, p.
254).
j)
“E c’è qualcuno / che depreca, leggevo
ieri, questo mio intollerabile tardo / stile cacofonico”, Stracciafoglio, XII, p. 243): da par mio passo al rallentatore i frames
del werk e la scalinata ermeneutica
si fa ripida e aspra, tuttavia non me ne dolgo. Pervengo in cima all’escalier smagrito e perfettamente
nutrito, colorato di ecchimosi e sufficientemente agile, rintronato di verbigerazioni
e finalmente a parte di qualche bagatella sulla realtà ante oculos: agli esterrefatti lettori assevero che Sanguineti né
piace, né spiace, interessa quale immancabile oggetto di studio (si ripropone
la vessata questione che sbilancia su campi opposti la poesia-conoscenza e la
poesia-fazzoletto, lacrimata e illacrimata).
5. Intervista con il vampiro. In
un lungo colloquio con Antonio Gnoli (Sanguineti’s
song, Feltrinelli 2006) il Nostro ripensa il presente, dissentendo dalla
vulgata trionfante: nella pretesa civiltà dell’immagine si registra on the contrary un insopportabile
inquinamento da rumore (tonnellate di messaggi sonori e verbali riversati cotidie nelle orecchie dei sudditi). Via
Internet e SMS viaggiano vagoni e vagoni di parole allo scopo di riempire il
Grande Vuoto e di lenire il terrore delle solitudini silenziose. Sanguineti
legge la neorealtà attraverso l’esilio
della tattilità, ossia la paura di toccare, di compromettersi con l’altro,
stabilendo rapporti virtuali di lontananza (la bellezza cosmetica, l’erotismo
virtuale e irrelato, facebook e i social
networks sommano esperienze completamente avulse dalla fisicità).
La scrittura di
Sanguineti segue due codici di reazione antropologica: il primo riguarda la
destrutturazione della logosfera barthesiana, superando l’interdetto
dell’insignificanza con frammenti/aforismi assolutamente significanti; il
secondo concerne l’ircocervo di un linguaggio altamente codificato e a un tempo
primitivo, naturale, corporale (“i tuoi fiori sospenderò finalmente / ai
testicoli dei cimiteri ai divani del tuo ingegno / intestinale”, Laborintus, XIV, p. 31).
Sanguineti corre il
rischio di una scrittura che di per sé si esclude dal panopticon del poetichese: accetta di emarginarsi, rinunciando alla
facile cantabilità, alle chiusure a effetto, pascolo ideale per
citazionisti/plagiatori senza fibra di pensiero. Il laborintatore non si
rilegge, si affronta una volta sola e si digerisce con svariati incubi (“la
grande fiera dei feti, quando ci siamo avventati con un taxi verso una chiara /
casa di Leiden, dopo la cena ufficiale a lume di candela, dopo le trote
deformate / alla Picasso, era ormai chiusa: ma ho superato poi subito il
dispiacere, appena / ho appreso che si trattava di bugiardi aborti dipinti:”, Postkarten, VI, p.166). Come si vede
Sanguineti coagula emozioni attorno al corpo delle parole, poi fatte esplodere
con strumenti sofisticati e brutali, ne deriva che l’atto creativo letterario
non ossequia più le norme linguistiche operanti, non cerca l’organizzazione
pulita del discorso, al contrario preleva materiali già esistenti (per lo più concrezioni di idee, filamenti
ulcerosi di aduste ideologie) e li assembla: creare equivale a prendere, non a
inventare (ah il desueto romanticismo che non si cadaverizza mai!). Conta la
riuscita del montaggio più che i singoli brani, vale uno straccio di weltanschauung, più che la riuscita a
effetto.
Sanguineti vampirizza
la realtà, sugge linfe vitali che innervano un linguaggio eversivo, non piegato
a eternizzare valori, né a coltivare una particolare vocazione all’inno, ma usato
per formulare un ideogramma analogico tra la descrizione analitica della
macchina sociale e i modi di funzionamento del testo: da un lato la modernità liquida di Bauman e il
depotenziamento del pensiero critico, dall’altro un’espressività sulla quale
vengono caricati con estrema violenza i processi di individualizzazione e
istantaneità, tipici di un’epoca vissuta all’insegna del marketing e della comunicazione suasoria (“sono tristi gli
elefanti, tanto: sono tristissimi: e quello molleggiato come / una DS tenterà
fino alla morte l’invalicabile vallo: nell’ora / orribile del Dresseur, un
organetto, manovrato da una proboscide, attrae / i visitatori: l’obolo salva la
natura che è in pericolo”, Reisebilder,
VII, p. 111).
6. Finale di partita.
Non smette mai di piovere fra una strofa e un’altra, spira un’aria di tregenda
nell’opus qui al vaglio ermeneutico,
dunque Sanguineti condannato alla postumità, a un irraggiungibile totemismo che
spaventa il lector medius, spinto a
rintanarsi nei parchi edenici della Grande Consolatrice (la poesia
tayloristica, la catena di montaggio lirica)?. Loook to this poet: i suoi
versi si scaldano fino a diventare una graticola su cui bisogna farsi rosolare
per capire qualcosa dello zeitgeist; sulle braci della tradizione offre un
esercizio critico adulto, lontano dalla narcosi a occhi aperti e
dall’infantilismo, malattia suprema del postmodernismo.
Trattasi di écriture pour connoisseurs che insiste
sulla crisi della crisi, a tempo di ragtime
e di rap (bassi alternati e melopee metropolitane in 4/4), secondo le
modalità della lingua di Hölderlin, dell’illuminismo alla Diderot e dell’atticismo
ciceroniano (“oh totius orbis thensaurus mnemonico thensaurus / sempre sempre
sarai la mia lanterna magica / et nomina nuda tenemus / in nudum carnalem
amorem et in nuda constructionem / corporis tui”, Laborintus, XIII, cit. p. 30).
All’insegna della jouissance, Sanguineti compone il vademecum di una partecipazione
problematica alla civitas, svuota
l’estetica a larga diffusione attraverso la depauperizzazione del linguaggio
poetico, sottratto alla manipolazione generalizzata: lo svuotamento estetico a
cui sottopone i suoi testi determina la fine del riflesso condizionato che
attanaglia i cani di Pavlov dell’elegia a tutti i costi; a partire da queste
posizioni la riformulazione dell’umanesimo, ovvero l’esplorazione di un
territorio non convenzionale, né conosciuto, in vero il luogo geometrico di una
rinnovata negoziazione tra artista e pubblico, tanto che il letterato eversivo
e il lettore sfrontato possono assumere un ruolo decisivo per la sopravvivenza
della letteratura.
Sanguineti taglia la
coda che gli fa da poggiaposto e rinuncia alla condizione arcaica del
contemplare: libera la sua poesia dalla condizione monacale di specchio
metaforico del mondo, per ricomprenderla attivamente nelle dinamiche del reale
e riqualificarne lo status tra l’adorniano non lasciarsi capire e il
voler essere capita (“la mia vitalità si è rifugiata in basso: in un relitto
atrofizzato, minimo”, Scartabello, VIII,
p. 290).
Sanguineti ha liquidato
(senza trionfalismi) la sua epoca, serve rendersi conto se l’epoca presente non
stia organizzando i suoi cerimoniali (congressi vuotamente esornativi,
pubblicazioni pleonastiche e agiografiche) per liquidarlo a sua volta e in via
definitiva, promuovendolo a padre, seppur scomodo, delle Patrie Lettere (promoveatur ut amoveatur): finis.