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di Francesca Fiorletta
un viaggio per sinestesie / dunque / “fatte di trasfusioni
clandestine tra cose” / dove / inghiottire alfabeti e spalmare memorie sui
passi della storia e sui compassi del tempo / incalza la configurazione degli
elementi in allegorie aperte come forme del passato / che schiudano spiragli
certi / al futuro incerto dell’angelus novus.
Si conclude così la prefazione in versi, puntuale quanto
insolita, di Giovanni Fontana, a impreziosire Lieve nel male (Gruppo Albatros
Il filo, Roma 2011, pp. 64, €
11,50), il libro d’esordio di Federico Caponera,
giovane giornalista e consulente per la comunicazione, attualmente iscritto ad
un Master in Scrittura e Produzione per la Fiction e il Cinema, con alle spalle
una già vasta esperienza nel campo della drammaturgia per il teatro, della
sceneggiatura e della regia di cortometraggi e spot.
Un percorso culturale e artistico, quello di Caponera, nel quale gli studi in italianistica prima, e
l’interesse per la fotografia poi, fungono già da primissima bussola
interpretativa, volta ad orientare il lettore verso una fruizione tutt’affatto
inconsapevole della sofisticata e complessa tecnica di montaggio, linguistico e
concettuale, con la quale si inquadra, per gradi, il ginepraio ritmico di
questa singolare e stringente poetica sperimentale.
Emblematico il testo incipitario della raccolta.
Inusitato male, col cordiale
orrore di un pensatore, e la voce
sfigurata da un intelletto anale
che abita i rovesci d’ogni croce,
ti scorgo in controluce tra le carni
che sostanziano i ricordi, ti osservo
tra le fibre dei morti in cui ti incarni
e negli inganni vitali che conservo.
ho, con la tua ontologica natura
di velenoso unguento necessario,
un dialogo fraterno, che perdura
nel tempo e muore nell’immaginario.
cadere eterno di tronchi, sentire
tonfi là fuori, di fobie e di ire.
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Stefano Lanuzza, Arte della notte #6, 2006
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Immediatamente salta all’occhio l’assoluta, programmatica
mancanza di lettere maiuscole nella partitura non solo del componimento, ma di
tutta la produzione poetica di Caponera, che ama
disseminare di indizi e tratti distintivi la sua scrittura così assonante e
materica, quasi per atto di sfida intellettuale, in primis con se stesso, poi
con gli avveduti suoi lettori.
Questo continuum metatestuale
simboleggia efficacemente il flusso indefesso e prolungato di un'espressività
ininterrotta, quasi come se le parole sgorgassero autonomamente da una fonte ragionativa profondissima e inquieta, e danzassero,
costantemente susseguenti, in un pervicace movimento ondulatorio, in perpetuo
divenire.
Questa sorta di grave leggiadria espositiva, è annunciata,
non a caso, già dal corroborante titolo del libro: Lieve nel male.
Federico ha a che fare con un dolore lancinante e
progressivo, misura i suoi versi con uno stato di sofferenza atavica che è, al
contempo, insita nella determinazione stessa del genere umano eppure quasi,
oseremmo dire, ultraterrena, nell’accezione più laica del termine.
Il male, tutto contemporaneo, di cui parla Caponera, è una tara intellettuale congenita, insita
nell’apparato morfologico e antropologico tipicamente novecentesco, dal quale,
ancora oggi, l’arte e la società sembrano non riuscire a liberarsi.
Se lampante e sintomatico appare il richiamo ai Fiori del Male baudelairiani,
con tutta la loro letteraria nonché “ontologica natura di velenoso unguento
necessario”, affinché la storicizzazione dell’atto creativo stesso si avvii
verso un compiuto disvelamento delle proprie
stratificazioni di significato, tematico e semantico, occorrerebbe soffermarsi
ancora un momento su quel “cordiale orrore di un pensatore” col quale Caponera mescida il sostanziale
errore, valutativo e connotativo, dell’atteggiamento civico e artistico
odierno.
Sembra, già solamente leggendo questi primi tre versi, per
continuare via via con gli altri componimenti, di
sentire, rimodulato e corretto, quel celebre grido straziato di Kurtz, l’oscuro protagonista di Cuore di Tenebra di Joseph Conrad.
Si tratta del canto del cigno di un uomo che, in punto di
morte, finalmente comprende, e, cosa senz’altro più importante, ammette, quanto
sia labile e arbitrario l’ordinamento tipologico della società occidentale
capitalistica, e quale aberrante mostruosità si celi, al contempo, nei precordi
dell’animo umano, quand’esso venga lasciato a fare i conti, autarchicamente,
tra sé e sé, con le bizzose leggi della natura e del mondo.
Qui, però, l’orrore assume una connotazione ben precisa, e
non certamente casuale: la paura, il disappunto, l’insofferenza si vestono di
cordialità.
Ciò che è cordiale, etimologicamente, “muove dal cuore”,
costituisce dunque un anelito visceralmente percepito e sinceramente,
empaticamente sviscerato.
Ma, nell’uso comune, la definizione di cordialità può anche
essere applicata ad un qualche comportamento affettato, ad una posa
rigorosamente educata, ad un sussulto emozionale essenzialmente rimaneggiato
dall’intelletto.
Siamo infatti al cospetto di una scrittura che si rivela
altisonante, ricercata, non facilmente commerciabile, né mai abbandonata ai
molli tremori lirici di un Io estatico e lagnoso.
L’autore sembra tenere sempre ben saldo davanti a sé il punto
focale della sua poetica, ossia, ancora una volta, l’annoso problema della
comunicazione.
Per questo, anche in maniera inaspettata, tra i suoi versi
campeggia inevitabilmente un garbato benché vivido“tu” di riferimento,
che è uno specchio di confronto eziologico, un contraltare motivazionale che
funge da stolido alterego per l’interiorità stessa
del poeta.
L’immancabile interlocutore, col suo enorme portato di
malinconie e strappi della memoria, può essere, di volta in volta, una presenza
fraterna e familiare, un amore presente o passato, o puramente, senza
infingimenti, il nostro tempo, la nostra storia, la società in cui viviamo.
Vien da pensare, data l’onda d’urto dei corposi rimandi
lessicali e degli allusivi giochi di parole di cui si compone il testo,
interamente impregnato di sapiente ironia e di sagace sperimentalismo
linguistico, che l’autore si rivolga, senza posa, proprio alla scrittura
stessa.
Tant’è che il componimento, come detto in apertura
assolutamente esemplare, si conclude con un inaspettato, repentino silenzio.
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Gustav Klimt, Musique, 1895
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Cosa sono quei “tonfi là fuori, di fobie e di ire”?
Innanzi tutto, è ovvio chiedersi fuori da cosa. Fuori da sé,
quindi ancora al cospetto con l’altro. O, piuttosto, fuori da un certo,
prefissato canone letterario dogmatizzato, fuori dalla linea di tendenza
corriva, assordante quanto laconica, martellante e vilmente monotona.
A cadere sono dei tronchi, non dei rami. Cadono pilastri, che
solo letteralmente, ad un primissimo livello interpretativo, sono meri apparati
naturali, e dunque non si può fare a meno di pensare ancora a Baudelaire, e
alle sue Corrispondenze: “La
Natura è un tempio ove pilastri viventi lasciano sfuggire a tratti confuse
parole”.
La perdita dell’aura della figura del poeta, dell’artista in
generale, e dell’uomo moderno in particolare, che si scontra con gli schianti
della vita quotidiana, è un dolore inestinguibile, che ammutolisce.
Terrorizza e incalza, arrabbia e annichilisce, questa perdita
di senso globalizzata, al cospetto della quale l’unica risposta adeguata
sembrerebbe, di primo acchito, il silenzio.
Un silenzio contro il quale combattere, tuttavia, lavorando
alacremente su un linguaggio filmico e, perché no, anacronistico, spiazzante,
quasi dissociato.
Allo stesso modo, dunque, l’indomito malessere primordiale,
organicamente socializzato ancorché vivamente introiettato dalla dialogica
versificazione di Federico Caponera, è un disagio
morale e mortifero, solo parossisticamente lenito da
una certa musicalità familiare e nostalgica, che concorre a restituire un
briciolo di disincantata speranza all’atto poetico e creativo odierno.
Lieve nel male è
quindi ancora un urlo feroce, benché a tratti intelligentemente levigato,
addirittura attraverso le note dei Guns ’N’ Roses e dei Radiohead, con le
quali l’autore dissemina i suoi versi arditi, assecondando un qualche gusto
curioso anche per la citazione situazionista e
autobiografica.
La levità cui fa riferimento il titolo della raccolta,
perciò, così pregna di senso, è tutta orientata a conferire estrema dinamicità
alle nuove potenzialità espressive della lingua e della scrittura, attualizzate
dallo spirito critico di questo giovane autore al suo già intellettualmente
maturo esordio poetico.
Non a caso, in copertina un significativo quadro di Klimt del
1895: Musique.
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