INTERVISTE
STEFANO LANUZZA
Il ‘caso’ Céline
tra potenza visionaria
della scrittura
e scandaloso antisemitismo


  
Lo studioso che ha firmato un libro assai lodato – “Maledetto Céline – un manuale del caos” (Stampa Alternativa) – ragiona, di sponda con le letture critiche del suo volume, sui nodi intellettuali, politici, culturali e ideologici ancora brucianti, urticanti e scomodissimi dello scrittore francese. Senza dimenticare che si tratta di un autore di immenso talento, un irregolare costituzionalmente inadatto ad essere incasellato a destra o a sinistra. Le sue inaccettabili tirate razziste non a caso si sposano spesso a reboanti proclami para-comunisti.
  



  

 di Aline Cheveux

  

 

Certo non è necessario essere antisemiti, nazifascisti, stalinisti o ‘fascisti rossi’ per leggere Louis Ferdinand Céline (1894-1961) con tutto l’interesse che merita... Ma in che modo leggerlo?

 

Integralmente e valutandone, sempre dopo la particolare qualità letteraria, le affermazioni, negazioni e contraddizioni… Per non essersi mai dichiarato fascista o nazista e per certe sue (non rare) intemerate paracomuniste, il dottor Destouches pare contraddica e un po’ indispettisca chi vorrebbe adattarlo a schieramenti smaccatamente destrorsi. Ma soprattutto e per lo più, è dal Céline scrittore capace di rivoluzionare in profondità i canoni narrativi novecenteschi che non bisogna prescindere. Viene poi il Céline libellista, polemista e sempre ‘all’opposizione’, caratterizzato dalla sua distanza nei confronti d’ogni schieramento politico… A chi vorrebbe liquidare il Céline ‘di sinistra’ (a tale proposito va ricordato, oltre a tante espressioni céliniane di socialismo umanitario, un suo scritto del 1928, La medicina presso la Ford, la famosa fabbrica di automobili, dove si propone un piano di copertura sanitaria per cambiare l’americana “medicina di proprietario” in “medicina di proletario”) si può eccepire che sarebbe limitativo lasciare l’autore alle speculazioni e strumentalizzazioni di una destra trinariciuta al pari della vecchia sinistra stalinista. Posto ciò, non è vano ricordare la frustrata vocazione comunista céliniana. “Comunisti non si diventa” afferma lo scrittore nel 1938. “Il comunismo è una qualità dell’anima” ribadisce. “Il comunismo è prima di tutto una vocazione poetica. Senza poesia, senza un bruciante fervore altruistico, il comunismo non è che una farsa”. 

 

“Secondo me,” afferma Marina Alberghini (autrice della monumentale biografia Céline gatto randagio, Mursia, 2009) riferendosi a Maledetto Céline. Un manuale del caos (Stampa Alternativa, 2010),“un testo del genere mancava. In questo libro su Céline l’autore riesce a condensare l’anima di quel grande, il suo talento e la sua visione del mondo. Il tutto in poche pagine, che diventano così un ‘manuale’ per accostarsi a Céline” (Blog “Lettera 22”, 2010) ... “Mi rallegro” aggiunge il critico Henri Godard, tra i maggiori esegeti dello scrittore francese, “che Maledetto Céline, questa introduzione alla lettura di Céline così informata e, mi sembra, molto giusta come tono, sia pubblicata in Italia. So da tempo che l’Italia è uno dei paesi dove Céline ha il maggior pubblico” (idem)…

   

In Francia, invece, non finisce l’ostracismo verso un autore tra i più controversi che continua a suscitare polemiche e con il quale pare ci sia sempre bisogno di regolare i conti. Così, è del gennaio 2011 la decisione del Ministro della Cultura francese Frédréric Mitterrand, sollecitato dal cacciatore di criminali nazisti Serge Klarsfeld e dal sindaco di Parigi Bertrand Delanoë, di mandare al macero un volume antologico che, tra altre celebrate personalità nazionali, include anche Céline. “Céline ha alimentato l’odio antiebraico” accusa Klarsfeld. “La letteratura non si censura: questo caso è assurdo” interviene e ribatte Philippe Sollers… Distinguendo la letteratura da qualsivoglia ideologia (perché non è certo con criteri ideologici che si misurano i grandi autori), si può tuttavia contestualizzare Céline in frangenti storici caratterizzati da un diffuso antisemitismo che affonda le proprie radici anche nelle tesi della sinistra ottocentesca anticapitalistica. Tesi sostenute soprattutto dai Fourier, Proudhon e dallo stesso ebreo Marx… Alfine non si tratta tanto di valutare il profilo etico di Céline quanto d’inquadrarlo nella sua epoca; mentre non deve sfuggire come nessun autore primonovecentesco risulti più di lui attuale o ‘profetico’ rispetto a questo nostro tempo attraversato da crisi d’ogni sorta e da razzismi, conflitti, venti di guerra… A mezzo secolo dalla sua morte, lo scrittore, ritenuto collaborazionista soprattutto a causa del suo Bagattelle per un massacro (specie di prosastico metapoema contro un presunto, planetario complotto semita-capitalistico), condannato a un anno di carcere e poi amnistiato, appare tenuto in ostaggio da schieramenti contrapposti: tra acritici ammiratori di destra e problematici ‘sdoganatori’ di sinistra.

 

Henri Godard sostiene che Céline non ha mai nemmeno pensato di potersi mettere al servizio dei nazisti.

  

Né si deve dimenticare che, se le radici ideologiche di Céline, medico dei poveri e critico del colonialismo e di tutte le guerre, sono comuniste, è il viaggio del 1936 nell’Unione Sovietica di Stalin che lo spinge a scrivere un duro libello, Mea culpa (1937), circostanziata revisione critica del proprio stesso comunismo fideista... Va inoltre chiarito che il “massacro” di cui tratta Bagattelle,  pubblicato nel dicembre del 1937, non allude al genocidio, a quella data inimmaginabile, patito successivamente dagli ebrei; bensì al supposto massacro che, secondo l’autore, il cosiddetto complotto giudaico-massonico avrebbe potuto preparare contro gli ‘ariani’.

 

 

Louis Ferdinand Céline (Courbevoie, Seine,1894-Meudon, Paris, 1961)

 

 

È antiebraico e anticapitalista il Céline dichiaratosi spregiatore dello stalinismo come del demonismo necroforico di Hitler? È comunista o nazifascista, guerrafondaio o antimilitarista-pacifista, patriota o anarchico?...

  

Mai dimenticare che Céline si è variamente dichiarato comunista e anarchico, ma in nessun caso fascista e nazista o militarista e guerrafondaio. Nessuna definitiva etichetta è comunque possibile attribuirgli da parte di chi non voglia prescindere dal porsi con la debita onestà intellettuale di fronte a uno scrittore libertario che, con le sue ribellioni, fa della contraddizione un elemento della propria stessa poetica.

 

Scrive Luciano Lanna: “Céline viene considerato una sorta di reietto, quasi il prototipo dell'intellettuale militante e organico a una scelta totalitaria rispetto a quegli irregolari che rappresenterebbero ciò che resisterebbe ‘in positivo’ della cultura del secolo scorso. Ma è un equivoco che cozza in realtà con tutta l'opera e la stessa biografia dello scrittore francese. Per fortuna è adesso arrivato un libro - Maledetto Céline - [che] riesce a dare ragione del ‘vero’ Céline attraverso una specie di autobiografia ricavata dai testi dello scrittore, un’antologia tematica e la rassegna argomentata di tutte le opere del narratore. E dall’insieme dei materiali emerge la totale estraneità céliniana a qualsiasi appartenenza o incasellamento di parte. Per dirla tutta: forse nessuno quanto il romanziere di Meudon può essere assunto a modello di intellettuale “‘irregolare’”(“Il Secolo d’Italia”, 12 febbraio 2010).

 

Irregolare, outsider, atipico, anomalo, eccetera… No, non c’è modo d’incasellare Céline.

  

Fa seguito il blogger Stefano G. Azzarà che osserva: “La destra riscopre Céline in ritardo di quasi 40 anni rispetto alla sinistra. Ma era semplicemente un ‘irregolare’, Céline? E perché la destra può richiamarsi soltanto all’‘irregolarità’? Nel trionfo neoliberale non ha la destra storica europea perduto le sue idee forse ancor più di quanto abbia fatto la sinistra?” (16 febbraio 2010). 

  

Ci sono scrittori non omologabili, magari irrimediabilmente irregolari, la cui opera, non riducibile a nessuna ideologia né incasellabile dentro rigide norme etico-estetiche, è spesso fraintesa quando non strumentalizzata. In tal senso, resta esemplare il caso d’un Céline adottato a vario titolo sia da oltranzisti laudatores o strane vestali, sia dai denigratori; e tuttavia, alla fine, meno compreso per il suo specifico impegno letterario. Un impegno capace di esprimere una lingua supremamente innovativa, che nelle prime opere (soprattutto il Viaggio in fondo alla notte, 1932, e Morte a credito, 1936) interagisce con le ‘sonorità’ dell’argot e poi – per esempio nella Trilogia del Nord (Da un castello all’altro, 1957; Nord, 1960; Rigodon, 1969) – si destruttura e stravolge fino a trasformare l’esatta lingua di Cartesio, troppo formale o razionalizzata, in un barocco tripudio dei sensi il cui antefatto può ravvisarsi nell’umorismo orgiastico d’un Rabelais coniugato con l’humour tragico di Dostoevskij e, a farci caso, con le sperimentazioni letterarie del futurismo.       

                                                            

Quanto viene appunto segnalato in Maledetto Céline. “Risulta particolarmente interessante” annota Mario Lunetta “l’accostamento chissà quanto consapevole nello scrittore francese delle tarde ‘cronache’ di guerra e di delirio attraverso l’Europa sconvolta […] con certa pratica parolibera futurista” (“Le reti di Dedalus”, marzo 2010)… Strumentalizzatori ideologici dell’opera célinana e cultori di miti runici, obsoleti militaristi evocatori di quella ‘repubblichina di Salò’ votata ad asservire a Hitler la patria italiana, gridano al comunista contro chi pone l’accento sulla profonda critica sociale che permea l’opera di Céline...

  

Poiché esiste una bibliografia sterminata su questo autore, si tratta di scriverne ricorrendo a metodologie non ripetitive né convenzionali, possibilmente inedite: provando, nel caso di un libro tutto ‘mimetico’ qual è Maledetto Céline, a dare la parola a Louis Ferdinand anche col modularne la voce... Epperò hai presente certi tassidermisti o imbalsamatori? Questi stucchevoli fascionostalgici pretenderebbero d’impagliarti e rinserrarti in una teca dopo averti appiccicato epigrafiche quanto obsolete etichette di ‘comunista’. Senonché sono spesso loro i definitivamente persuasi, e di ciò ben lieti, che Céline, processato per le sue opinioni antisemite, passi pure da collaborazionista nazi (quantunque nessuno abbia mai potuto trovare le prove per dimostrarlo): e fanno il paio con quanti credono che la musica di Wagner abbia, con parecchio anticipo, annunciato l’invasione nazista della Polonia o che Nietzsche sia la levatrice di Hitler.





In siffatta entropia, ecco immancabilmente spuntare qualche solerte e inopinato custode d’un altarino per incantesimati célinisti che, metabolizzata la mummificazione dello scriba di Meudon, vorrebbe imputare a chi ne rilegge la contraddittoria opera anche alla luce del controverso tempo storico in cui è stata scritta (epoca di fascismi ‘neri’ e fascismi ‘rossi’) di volere, contro la vulgata più risaputa, richiamare l’attenzione sul Céline comunista…  

  

Si legga proprio il famigerato Bagattelle: dove, senza infingimenti, è lo stesso Céline a proclamarsi comunista intus et in cute: “Io mi sento comunista in ogni fibra! In tutte le ossa! in tutti i precordi!”… Peraltro il dottor Destouches, comunista deluso, non si dichiarerà mai – s’insista a ripeterlo – fascista o nazista. Frattanto, a chi vorrebbe adattare Céline a schieramenti smaccatamente destrorsi che confondono la critica con la cronaca e vorrebbero neutralizzare l’impegno esegetico riducendolo a pedissequa registrazione notarile, pare occorra spiegare come, in assoluto, sia proprio il principio di autonomia critica – la stessa soggettiva autonomia pretesa da Louis Ferdinand, in fondo condannato proprio per tale sua rivendicazione – ad affermare la libertà delle idee… In modi non superficiali ma obiettivi, Maledetto Céline può essere giudicato dai lettori per quello che veramente è: un saggio divulgativo, finalizzato a una sintetica, non retorica né agiografica testimonianza per un personalizzato approccio all'autore del Voyage.

 

 Céline era davvero antisemita?” insiste Mario Bernardi Guardi. “Eccome se lo era! E con tutta la potenza di una scrittura unica: irriverente, immaginifica, ossessiva, sfarzosa, delirante. Essere pietosi con lui è essere spietati, restituirlo intatto alla sua verità. Onore, dunque, al merito di Maledetto Céline, questo manuale d’assalto, a un tempo biografia-autobiografia e scavo nei temi di Louis Ferdinand, con tanto di lessico céliniano e di stimolanti spunti di ricerca e di attualizzazione, [che] restituisce lo scrittore alla sua scandalosa, meritatissima aureola di bello e dannato” (“Libero”, 12 febbraio 2010).

  

Si potrebbe aggiungere che Céline è un perfetto esito del proprio tempo, cui cerca disperatamente di sottrarsi per affermare un’utopia libertaria che gli costa, soprattutto in Francia, l’incomprensione, l’emarginazione e una ‘morte civile’ ancora in atto.

 

All’inizio di Maledetto Céline, nel primo capitolo, la ‘quasi’ biografia céliniana (redatta in forma mimetica e modulando la “resa emotiva” dell’inconfondibile ‘voce’ del dottor Destouches) ha l’evidente foggia di un monologo teatrale (“una sorta di brillantissima partitura drammaturgica” scrive Lunetta). Inoltre, la parte del libro riguardante il lessico céliniano giunge a proporre un inedito Céline-filosofo.

  

Poiché su Céline è stato detto e scritto pressoché tutto, non era necessario, nell’occasione, redigere la solita, pedissequa biografia: preferibile un inusitato monologo mimetico. Relativamente, poi, a quello che nel mio libro si connota come “Lessico céliniano”, questo definisce delle categorie di pensiero che alcuni “situazionisti” e “Nouveaux philosophes” hanno voluto talora adottare: soprattutto la céliniana presa di distanza da schieramenti, opportunismi, vane gratificazioni e ideologie. Insomma, in rapporto agli orientamenti etico-filosofici céliniani, è l'irriducibilità a un totalizzante ‘pensiero unico’ quanto del Céline-pensiero andrebbe evidenziato.  

 

L’innegabile antisemitismo di Céline, risvolto d’un antiebraismo professato anche dalla cultura storica sinistrorsa, che rapporto ha con le odierne professioni di antisionismo?

   

L’antisemitismo è un fatto ideologico, l’antisionismo un effetto politico. Ciò che dal primo Ottocento fino all’avvento del nazifascismo si è chiamato antisemitismo, oggi, a parte i reazionari incalliti, i residuali tardonazifascisti e i lugubri razzisti sempre in voga, non esiste più. Ma è mistificante tacciare di antisemitismo coloro che criticano le prevaricazioni territoriali, la politica armata e l’impunità internazionale di cui gode lo Stato d’Israele.

                                                                                            




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