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di
Aline Cheveux
Certo
non è necessario essere antisemiti, nazifascisti, stalinisti o ‘fascisti rossi’
per leggere Louis Ferdinand Céline (1894-1961) con tutto l’interesse che merita...
Ma in che modo leggerlo?
Integralmente e
valutandone, sempre dopo la particolare qualità letteraria, le affermazioni,
negazioni e contraddizioni… Per non essersi mai dichiarato fascista o nazista e
per certe sue (non rare) intemerate paracomuniste, il dottor Destouches pare contraddica
e un po’ indispettisca chi vorrebbe adattarlo a schieramenti smaccatamente
destrorsi. Ma soprattutto e per lo più, è dal Céline scrittore capace di
rivoluzionare in profondità i canoni narrativi novecenteschi che non bisogna
prescindere. Viene poi il Céline libellista, polemista e sempre
‘all’opposizione’, caratterizzato dalla sua distanza nei confronti d’ogni
schieramento politico… A chi vorrebbe liquidare il Céline ‘di sinistra’ (a tale
proposito va ricordato, oltre a tante espressioni céliniane di socialismo
umanitario, un suo scritto del 1928, La medicina presso la Ford, la
famosa fabbrica di automobili, dove si propone un piano di copertura
sanitaria per cambiare l’americana “medicina di proprietario” in “medicina di
proletario”) si può eccepire che sarebbe limitativo lasciare l’autore alle speculazioni
e strumentalizzazioni di una destra trinariciuta al pari della vecchia sinistra
stalinista. Posto ciò, non è vano ricordare la frustrata vocazione comunista
céliniana. “Comunisti non si diventa” afferma lo scrittore nel 1938. “Il
comunismo è una qualità dell’anima” ribadisce. “Il comunismo è prima di tutto
una vocazione poetica. Senza poesia, senza un bruciante fervore altruistico, il
comunismo non è che una farsa”.
“Secondo
me,” afferma Marina Alberghini (autrice della monumentale biografia Céline gatto randagio, Mursia, 2009)
riferendosi a Maledetto Céline. Un manuale del caos (Stampa Alternativa,
2010),“un testo del genere mancava. In
questo libro su Céline l’autore riesce a condensare l’anima di quel grande, il
suo talento e la sua visione del mondo. Il tutto in poche pagine, che diventano
così un ‘manuale’ per accostarsi a Céline” (Blog “Lettera 22”, 2010) ... “Mi rallegro” aggiunge il critico Henri Godard, tra i maggiori esegeti
dello scrittore francese, “che Maledetto Céline, questa introduzione alla lettura di Céline così informata e, mi
sembra, molto giusta come tono, sia pubblicata in Italia. So da tempo che l’Italia
è uno dei paesi dove Céline ha il maggior pubblico” (idem)…
In Francia,
invece, non finisce l’ostracismo verso un autore tra i più controversi che
continua a suscitare polemiche e con il quale pare ci sia sempre bisogno di
regolare i conti. Così, è del gennaio 2011 la decisione del Ministro della
Cultura francese Frédréric Mitterrand, sollecitato dal cacciatore di criminali
nazisti Serge Klarsfeld e dal sindaco di Parigi Bertrand Delanoë, di mandare al
macero un volume antologico che, tra altre celebrate personalità nazionali,
include anche Céline. “Céline ha alimentato l’odio antiebraico” accusa
Klarsfeld. “La letteratura non si censura: questo caso è assurdo” interviene e
ribatte Philippe Sollers… Distinguendo la letteratura da qualsivoglia ideologia
(perché non è certo con criteri ideologici che si misurano i grandi autori), si
può tuttavia contestualizzare Céline in frangenti storici caratterizzati da un
diffuso antisemitismo che affonda le proprie radici anche nelle tesi della
sinistra ottocentesca anticapitalistica. Tesi sostenute soprattutto dai
Fourier, Proudhon e dallo stesso ebreo Marx… Alfine non si tratta tanto di valutare
il profilo etico di Céline quanto d’inquadrarlo nella sua epoca; mentre non
deve sfuggire come nessun autore primonovecentesco risulti più di lui attuale o
‘profetico’ rispetto a questo nostro tempo attraversato da crisi d’ogni sorta e
da razzismi, conflitti, venti di guerra… A mezzo secolo dalla sua morte, lo
scrittore, ritenuto collaborazionista soprattutto a causa del suo Bagattelle per un massacro (specie di
prosastico metapoema contro un presunto, planetario complotto
semita-capitalistico), condannato a un anno di carcere e poi amnistiato, appare
tenuto in ostaggio da schieramenti contrapposti: tra acritici ammiratori di
destra e problematici ‘sdoganatori’ di sinistra.
Henri
Godard sostiene che Céline non ha mai nemmeno pensato di potersi mettere al servizio
dei nazisti.
Né si deve
dimenticare che, se le radici ideologiche di Céline, medico dei poveri e
critico del colonialismo e di tutte le guerre, sono comuniste, è il viaggio del
1936 nell’Unione Sovietica di Stalin che lo spinge a scrivere un duro libello, Mea culpa (1937), circostanziata revisione
critica del proprio stesso comunismo fideista... Va inoltre chiarito che il
“massacro” di cui tratta Bagattelle, pubblicato nel dicembre del 1937, non allude al
genocidio, a quella data inimmaginabile, patito successivamente dagli ebrei;
bensì al supposto massacro che, secondo l’autore, il cosiddetto complotto
giudaico-massonico avrebbe potuto preparare contro gli ‘ariani’.

Louis Ferdinand Céline (Courbevoie, Seine,1894-Meudon, Paris, 1961)
È
antiebraico e anticapitalista il Céline dichiaratosi spregiatore dello
stalinismo come del demonismo necroforico di Hitler? È comunista o
nazifascista, guerrafondaio o antimilitarista-pacifista, patriota o anarchico?...
Mai dimenticare
che Céline si è variamente dichiarato comunista e anarchico, ma in nessun caso
fascista e nazista o militarista e guerrafondaio. Nessuna definitiva etichetta
è comunque possibile attribuirgli da parte di chi non voglia prescindere dal
porsi con la debita onestà intellettuale di fronte a uno scrittore libertario che,
con le sue ribellioni, fa della contraddizione un elemento della propria stessa
poetica.
Scrive
Luciano Lanna: “Céline viene considerato una sorta di reietto, quasi il
prototipo dell'intellettuale militante e organico a una scelta totalitaria
rispetto a quegli irregolari che rappresenterebbero ciò che resisterebbe ‘in
positivo’ della cultura del secolo scorso. Ma è un equivoco che cozza in realtà
con tutta l'opera e la stessa biografia dello scrittore francese. Per fortuna è
adesso arrivato un libro - Maledetto
Céline - [che] riesce a
dare ragione del ‘vero’ Céline attraverso una specie di autobiografia ricavata
dai testi dello scrittore, un’antologia tematica e la rassegna argomentata di
tutte le opere del narratore. E dall’insieme dei materiali emerge la totale
estraneità céliniana a qualsiasi appartenenza o incasellamento di parte. Per
dirla tutta: forse nessuno quanto il romanziere di Meudon può essere assunto a
modello di intellettuale “‘irregolare’”(“Il Secolo d’Italia”, 12 febbraio 2010).
Irregolare,
outsider, atipico, anomalo, eccetera… No, non c’è modo d’incasellare Céline.
Fa
seguito il blogger Stefano G. Azzarà che osserva: “La destra riscopre Céline in
ritardo di quasi 40 anni rispetto alla sinistra. Ma era semplicemente un ‘irregolare’,
Céline? E perché la destra può richiamarsi soltanto all’‘irregolarità’? Nel
trionfo neoliberale non ha la destra storica europea perduto le sue idee forse
ancor più di quanto abbia fatto la sinistra?” (16 febbraio 2010).
Ci sono
scrittori non omologabili, magari irrimediabilmente irregolari, la cui opera,
non riducibile a nessuna ideologia né incasellabile dentro rigide norme etico-estetiche,
è spesso fraintesa quando non strumentalizzata. In tal senso, resta esemplare
il caso d’un Céline adottato a vario titolo sia da oltranzisti laudatores o
strane vestali, sia dai denigratori; e tuttavia, alla fine, meno compreso per
il suo specifico impegno letterario. Un impegno capace di esprimere una lingua
supremamente innovativa, che nelle prime opere (soprattutto il Viaggio in fondo alla notte, 1932, e Morte a credito, 1936) interagisce con le ‘sonorità’ dell’argot e poi – per esempio nella Trilogia del Nord (Da un castello all’altro, 1957; Nord, 1960; Rigodon, 1969) – si destruttura e stravolge fino a trasformare
l’esatta lingua di Cartesio, troppo formale o razionalizzata, in un barocco
tripudio dei sensi il cui antefatto può ravvisarsi nell’umorismo orgiastico
d’un Rabelais coniugato con l’humour tragico di Dostoevskij e, a farci caso,
con le sperimentazioni letterarie del futurismo.
Quanto viene appunto segnalato in Maledetto Céline. “Risulta
particolarmente interessante” annota Mario Lunetta “l’accostamento – chissà quanto consapevole nello scrittore
francese – delle tarde
‘cronache’ di guerra e di delirio attraverso l’Europa sconvolta […] con certa
pratica parolibera futurista” (“Le reti di Dedalus”, marzo 2010)… Strumentalizzatori
ideologici dell’opera célinana e cultori di miti runici, obsoleti militaristi
evocatori di quella ‘repubblichina di Salò’ votata ad asservire a Hitler la
patria italiana, gridano al comunista contro chi pone l’accento sulla profonda
critica sociale che permea l’opera di Céline...
Poiché esiste
una bibliografia sterminata su questo autore, si tratta di scriverne ricorrendo
a metodologie non ripetitive né convenzionali, possibilmente inedite: provando,
nel caso di un libro tutto ‘mimetico’ qual è Maledetto Céline, a
dare la parola a Louis Ferdinand anche col modularne la voce... Epperò hai
presente certi tassidermisti o imbalsamatori? Questi stucchevoli
fascionostalgici pretenderebbero d’impagliarti e rinserrarti in una teca dopo
averti appiccicato epigrafiche quanto obsolete etichette di ‘comunista’.
Senonché sono spesso loro i definitivamente persuasi, e di ciò ben lieti, che
Céline, processato per le sue opinioni antisemite, passi pure da
collaborazionista nazi (quantunque nessuno abbia mai potuto trovare le prove
per dimostrarlo): e fanno il paio con quanti credono che la musica di Wagner
abbia, con parecchio anticipo, annunciato l’invasione nazista della Polonia o
che Nietzsche sia la levatrice di Hitler.
In
siffatta entropia, ecco immancabilmente spuntare qualche solerte e inopinato
custode d’un altarino per incantesimati célinisti che, metabolizzata la
mummificazione dello scriba di Meudon, vorrebbe imputare a chi ne rilegge la
contraddittoria opera anche alla luce del controverso tempo storico in cui è
stata scritta (epoca di fascismi ‘neri’ e fascismi ‘rossi’) di volere, contro
la vulgata più risaputa, richiamare l’attenzione sul Céline comunista…
Si legga proprio il famigerato Bagattelle: dove, senza infingimenti, è lo stesso Céline a
proclamarsi comunista intus et in cute: “Io mi sento comunista in ogni fibra!
In tutte le ossa! in tutti i precordi!”… Peraltro il dottor Destouches,
comunista deluso, non si dichiarerà mai – s’insista a ripeterlo – fascista o nazista.
Frattanto, a chi vorrebbe adattare Céline a schieramenti smaccatamente destrorsi
che confondono la critica con la cronaca e vorrebbero neutralizzare l’impegno
esegetico riducendolo a pedissequa registrazione notarile, pare occorra
spiegare come, in assoluto, sia proprio il principio di autonomia critica – la
stessa soggettiva autonomia pretesa da Louis Ferdinand, in fondo condannato
proprio per tale sua rivendicazione – ad affermare la libertà delle idee… In
modi non superficiali ma obiettivi, Maledetto Céline può essere
giudicato dai lettori per quello che veramente è: un saggio divulgativo,
finalizzato a una sintetica, non retorica né agiografica testimonianza per un
personalizzato approccio all'autore del Voyage.
Céline era davvero antisemita?” insiste Mario
Bernardi Guardi. “Eccome se lo era! E con tutta la potenza di una scrittura
unica: irriverente, immaginifica, ossessiva, sfarzosa, delirante. Essere
pietosi con lui è essere spietati, restituirlo intatto alla sua verità. Onore,
dunque, al merito di Maledetto Céline, questo manuale d’assalto, a un tempo
biografia-autobiografia e scavo nei temi di Louis Ferdinand, con tanto di
lessico céliniano e di stimolanti spunti di ricerca e di attualizzazione, [che]
restituisce lo scrittore alla sua scandalosa, meritatissima aureola di bello e
dannato” (“Libero”, 12 febbraio 2010).
Si potrebbe
aggiungere che Céline è un perfetto esito del proprio tempo, cui cerca
disperatamente di sottrarsi per affermare un’utopia libertaria che gli costa, soprattutto
in Francia, l’incomprensione, l’emarginazione e una ‘morte civile’ ancora in
atto.
All’inizio
di Maledetto Céline, nel primo
capitolo, la ‘quasi’ biografia céliniana (redatta in forma mimetica e modulando
la “resa emotiva” dell’inconfondibile ‘voce’ del dottor Destouches) ha l’evidente
foggia di un monologo teatrale (“una sorta di brillantissima partitura
drammaturgica” scrive Lunetta). Inoltre,
la parte del libro riguardante il lessico céliniano giunge a proporre un
inedito Céline-filosofo.
Poiché su Céline
è stato detto e scritto pressoché tutto, non era necessario, nell’occasione,
redigere la solita, pedissequa biografia: preferibile un inusitato monologo
mimetico. Relativamente, poi, a quello che nel mio libro si connota come “Lessico
céliniano”, questo definisce delle categorie di pensiero che alcuni
“situazionisti” e “Nouveaux philosophes” hanno voluto talora adottare: soprattutto
la céliniana presa di distanza da schieramenti, opportunismi, vane
gratificazioni e ideologie. Insomma, in rapporto agli orientamenti etico-filosofici
céliniani, è l'irriducibilità a un totalizzante ‘pensiero unico’ quanto del Céline-pensiero
andrebbe evidenziato.
L’innegabile
antisemitismo di Céline, risvolto d’un antiebraismo professato anche dalla
cultura storica sinistrorsa, che rapporto ha con le odierne professioni di
antisionismo?
L’antisemitismo
è un fatto ideologico, l’antisionismo un effetto politico. Ciò che dal primo
Ottocento fino all’avvento del nazifascismo si è chiamato antisemitismo, oggi,
a parte i reazionari incalliti, i residuali tardonazifascisti e i lugubri
razzisti sempre in voga, non esiste più. Ma è mistificante tacciare di antisemitismo
coloro che criticano le prevaricazioni territoriali, la politica armata e l’impunità
internazionale di cui gode lo Stato d’Israele.
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